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La lezione di Federico Caffè per la Bce

federico caffèdi Mario Lettieri, già Sottosegretario all’economia (governo Prodi) e Paolo Raimondi, Economista
Recentemente, anche nel mezzo di una crescente contestazione giovanile e studentesca, Mario Draghi è venuto a Roma per celebrare il centenario della nascita dello scomparso economista Federico Caffè. Draghi era stato suo allievo all’Università La Sapienza di Roma. Parlando della “eredità di pensiero” di Caffè, il governatore della Bce ha ricordato come per il professore “fare politica economica significasse: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni, impiego delle nostre conoscenze per sanarle”.

Non conosciamo tutte le intenzioni e i progetti di Draghi per poter dare un giudizio definitivo. Possiamo però dire con certezza che la Bce, e certamente per responsabilità non solo di Mario Draghi, non sta facendo molto per sanare le riconosciute deformazioni del sistema.

Non si pretende che la banca centrale copra il vuoto politico lasciato dalla mancanza di capacità e volontà di governo a livello europeo.

Quando la Bce si è mossa con decisione e in modo corretto ha prodotto dei risultati importanti. Si ricordi soltanto come la famosa frase di Draghi “difenderemo l’euro con ogni mezzo” mise fine ad una destabilizzante speculazione internazionale contro il debito pubblico di alcuni Paesi più deboli che minava la stessa esistenza dell’Unione europea.

Oggi si vorrebbe che la Bce con coraggio riconoscesse che certe politiche monetarie di sua competenza non hanno funzionato e non funzionano. Perciò occorre mettere in cantiere azioni nuove e più efficaci.

Il fatto che, come Draghi ha ribadito nel discorso di Roma, le banche ancora intermedino quasi l’80% del credito nell’eurozona, non può significare che bisogna accettare di essere sottomessi a questo meccanismo inefficace.

Si noti che la situazione del sistema bancario internazionale, anche quello europeo, è peggiorata grandemente negli ultimi anni. Secondo il rapporto dell’European Systemic Risk Board i bilanci delle banche europee sono cresciuti a dismisura. Nel 2013 il totale delle loro attività era già di oltre tre volte il Pil dell’Ue.

Anche il loro processo di concentrazione è cresciuto enormemente. Dal 2000 gli attivi delle tre maggiori banche di ciascun Paese europeo sono aumentati e di molto. Ad eccezione dell’Italia. Un dato che merita maggior attenzione e valutazione visto che tutti gli organismi internazionali di controllo indicano proprio nel gigantismo delle banche “too big to fail” una delle maggiori cause della persistente crisi finanziaria globale.

Queste anomalie delle banche europee si manifestano di conseguenza nel grave peggioramento del tasso di leverage, nel rapporto cioè tra il capitale proprio e i loro attivi (asset) che in media è sceso dal 6% degli anni novanta al 3% del 2008.

Tali squilibri diventano ancora più pericolosi se si raffrontano gli attivi con le “montagne” dei derivati Otc tenuti fuori bilancio. E’ una disfunzione speculativa di tutte le grandi banche mondiali. In Europa è ancora più grande. Mentre per le 5 grandi banche americane, ciascuna con più di 40 trilioni di dollari di derivati, il rapporto Otc/attivi è di 25-50 volte, per la Deutsche Bank, la più grande banche europea, con i suoi 75 trilioni di dollari di Otc, esso è di ben 100 volte!

Davvero non si comprende perché la Bce non inviti con forza il governo tedesco a “fare bene questo suo compito a casa” e a prendere le necessarie misure per correggere l’evidente gravissimo rischio finanziario sistemico.

Nella sua analisi Mario Draghi ha anche ricordato che nell’eurozona gli investimenti privati dal 2007 sono calati del 15% e quelli pubblici del 12%. Ha aggiunto che per usciere dalla recessione occorre operare non solo sul fronte dell’offerta ma anche della domanda di credito per investimenti.

A nostro modesto avviso sul fronte dell’offerta occorre individuare strade alternative a quelle bancarie per portare credito di lungo periodo e a bassi tassi di interesse direttamente alle imprese che vogliono lavorare. Si pensi, per esempio, ai project bond, ai minibond, a nuovi fondi di investimento, a nuovi sportelli di credito fuori dal circuito bancario.

Sul fronte della domanda non si può contare soltanto sulla “magia del mercato” e sulla spontanea volontà del mondo imprenditoriale e del lavoro. Occorre che l’Unione europea e i singoli Paesi promuovano grandi e piccoli progetti di modernizzazione delle infrastrutture, della messa in sicurezza dei territori, di nuove tecnologie sul territorio europeo e anche di partecipazione attiva nei grandi lavori programmati dai Paesi del Brics, a cominciare dalla Cina e dalla Russia, per dare più spazi alle imprese.

E’ forse opportuno citare alcune idee di Federico Caffè che furono profetiche e ancora valide oggi.

“Da tempo sono convinto – scriveva – che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori.”

Aggiungeva che “poiché il mercato è una creazione umana, l’intervento pubblico ne è una componente necessaria e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio.”

E ammoniva che “al posto degli uomini abbiamo sostituito i numeri e alla compassione nei confronti delle sofferenze umane abbiamo sostituito l’assillo dei riequilibri contabili.”

Parole sante più che mai calzanti per la situazione odierna.

 

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