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Fassina: Renzi va a destra. E l’euro va superato

fassinadi Andrea Fabozzi, (da Il Manifesto del 24.10.2014)

Fas­sina, lei e altri della mino­ranza Pd par­te­ci­pate alla mani­fe­sta­zione della Cgil cri­ti­cando Renzi per l’adesione alle poli­ti­che di auste­rità, lui intanto litiga con l’Ue in nome della flessibilità.

Sta solo cer­cando qual­che spa­zio di mano­vra. Il dise­gno di legge di sta­bi­lità è nel solco della poli­tica eco­no­mica libe­ri­sta e di sva­lu­ta­zione del lavoro che da dieci anni viene pra­ti­cata nell’Eurozona.

E allora per­ché le cri­ti­che di Bru­xel­les all’Italia?

La Ger­ma­nia e la grande finanza non hanno cam­biato linea e la difen­dono con vigore, anche sco­sta­menti mini­mali diven­tano occa­sione di scon­tro. Ma se guar­diamo ai fatti, cioè alle tabelle della legge di sta­bi­lità, la mano­vra ita­liana ha un forte segno regres­sivo e recessivo.

Ma il taglio delle imposte?

Non è ampio come dice il governo, per­ché accanto ai tagli ci sono gli aumenti, l’anticipo del Tfr tas­sato ad ali­quota mar­gi­nale e la can­cel­la­zione della ridu­zione Irap. I tagli alla spesa impat­te­ranno sui ser­vizi sociali fon­da­men­tali: tra­sporto pub­blico locale, asili nido, mense sco­la­sti­che e assi­stenza. Anche nelle poste minori ci sono misure che peg­gio­rano la qua­lità della vita dei cit­ta­dini e quindi hanno effetti reces­sivi sull’economia, come la ridu­zione del fondo per i disabili.

Renzi dice: mano­vra espansiva.

Invece è evi­den­te­mente restrit­tiva, visto che il debito sul Pil quest’anno è alla soglia del 3% e per il 2015 è pre­vi­sto al 2,7–2,8%. In più com’è noto il mol­ti­pli­ca­tore della spesa è molto più ele­vato di quello delle entrate: finan­ziare minori tasse con minori spese avrà effetti macroe­co­no­mici negativi.

Come si poteva rispon­dere ai guar­diani di Bruxelles?

Avendo il corag­gio di fis­sare obiet­tivi di inde­bi­ta­mento pub­blico supe­riori di un punto di Pil, sfo­rare il 3% solo per il 2015 e uti­liz­zare le mag­giori risorse per soste­nere inve­sti­menti pro­dut­tivi. Soprat­tutto le pic­cole opere di ristrut­tu­ra­zione e messa in sicu­rezza delle scuole e del ter­ri­to­rio a carico di comuni, pro­vince e regioni. Hanno un alto impatto sull’occupazione.

Nes­sun governo pre­ce­dente l’ha fatto, nean­che quello in cui lei era vice­mi­ni­stro dell’economia.

Vero, tant’è che il Pd ha voluto cam­biare governo per «cam­biare verso». Renzi avrebbe potuto uti­liz­zare meglio il seme­stre di pre­si­denza ita­liana in que­sto qua­dro di defla­zione gene­ra­liz­zata, dram­ma­tico per l’occupazione.

Invece?

Ha girato a vuoto, ha cer­cato pic­coli spazi di fles­si­bi­lità e non ha fatto l’operazione verità sulla inso­ste­ni­bi­lità dell’euro nel qua­dro del mer­can­ti­li­smo liberista.

L’euro è insostenibile?

Senza una cor­re­zione di rotta l’Europa andrà a sbat­tere, ma le con­di­zioni per que­sta cor­re­zione non ci sono. Quindi dob­biamo pre­pa­rare una solu­zione coo­pe­ra­tiva per il supe­ra­mento dell’euro.

«Supe­rare» l’euro non vuol dire cam­biare poli­tica eco­no­mica, vuol dire cam­biare moneta.

Vuol dire cam­biare l’assetto mone­ta­rio. Siamo fran­chi: non ci aspetta un gra­duale miglio­ra­mento delle con­di­zioni eco­no­mi­che dell’Eurozona. Dopo sette anni di reces­sione siamo in sta­gna­zione e dalla Ger­ma­nia non arri­vano segnali di aper­tura. O siamo in grado di pen­sare a un piano B, o rega­le­remo l’Europa alle destre.

Il cir­colo ren­ziano dice che la mani­fe­sta­zione della Cgil sarà pura pro­te­sta e monologo.

Sono male infor­mati, l’one man show sarà alla Leo­polda. A Roma vedremo cen­ti­naia di migliaia di donne e uomini che sono un pezzo del nostro popolo, il Pd deve ascol­tarli con attenzione.

Tra S. Gio­vanni e Firenze si spacca solo il gruppo diri­gente o anche il par­tito, in profondità?

La frat­tura l’ha creata il governo con un inter­vento sul lavoro distante dalle nostre pro­po­ste. E Renzi che con il jobs act ha scelto la piat­ta­forma dei con­ser­va­tori euro­pei e nostrani. È ancora lui che appro­fon­di­sce la spac­ca­tura con la legge di sta­bi­lità. Ho sen­tito che il Pd acco­glierà gli ex mon­tiani. Se l’asse pro­gram­ma­tico sarà quello di Ichino e Sac­coni siamo fuori strada.

Che farà lei quando il governo met­terà la fidu­cia anche alla camera sulla delega lavoro?

Senza una radi­cale cor­re­zione, inclusa la parte che riguarda l’articolo 18, non voto la delega, fidu­cia o non fidu­cia. La legge di sta­bi­lità mi dà argo­menti in più: le risorse per esten­dere gli ammor­tiz­za­tori sociali ai pre­cari dove­vano essere aggiun­tive rispetto a quelle per la cassa inte­gra­zione in deroga, e invece ci sono in tutto meno fondi di quest’anno. Gli annunci sulla lotta alla pre­ca­rietà erano propaganda.

Dun­que sfiducia?

Se fossi costretto, e me ne assu­me­rei la respon­sa­bi­lità. Tutti i par­la­men­tari del Pd sono stati eletti sulla base di un pro­gramma che pre­ve­deva il con­tra­sto, non l’aggravamento, della precarietà.

Ma, direbbe Renzi, il Pd non ha vinto le elezioni.

Giu­sto, ma in con­te­sti poli­tici peg­giori rispetto a oggi, governo Letta con tutto il Pdl in mag­gio­ranza o per­sino Monti a palazzo Chigi, non abbiamo ceduto sui punti fon­da­men­tali e abbiamo segnato il com­pro­messo evi­tando di can­cel­lare tutele fon­da­men­tali. La posi­zione di Renzi è una scelta poli­tica chiara, una rot­tura che non può essere giu­sti­fi­cata con il contesto.

E dopo la rottura?

Anche la legge di sta­bi­lità sarà un pas­sag­gio dif­fi­cile, ha gli stessi pro­blemi del jobs act. Dopo di che dob­biamo costruire una piat­ta­forma di incon­tro tra ener­gie sociali e poli­ti­che, indi­pen­den­te­mente dalla col­lo­ca­zione par­ti­tica, per arri­vare a con­di­vi­dere una let­tura cri­tica della fase e defi­nire un nuovo pro­getto per l’Italia e l’Europa.

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