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Manovra chiara

renzi manovra 36di Alfonso Gianni
Già lo aveva detto Mario Dra­ghi qual­che set­ti­mana fa: «La sola poli­tica mone­ta­ria non basta di fronte alla gra­vità della crisi». Poi aveva aggiunto che ci vogliono riforme pro­fonde per rilan­ciare la cre­scita. Que­sta seconda parte dell’affermazione è stata giu­sta­mente letta come una ulte­riore pesante intro­mis­sione della Bce nell’ambito delle scelte di poli­tica eco­no­mica dei sin­goli paesi e, nel caso nostro, come una mano d’aiuto al governo Renzi impe­gnato a distrug­gere ciò che resta del diritto del lavoro.

Così è rima­sta un poco in ombra la prima parte dell’asserto dra­ghiano. Forse per­sino il pre­mio Nobel a Jean Tirole pare esserne una conseguenza.

Lo stu­dioso fran­cese è stato pre­miato per i suoi lavori sui modi di imbra­gare i mer­cati dove ci sono posi­zioni domi­nanti, senza met­terne in discus­sione le fon­da­menta e, per quanto riguarda il mer­cato del lavoro, la stessa Voce​.info si è com­pia­ciuta di sot­to­li­neare le affi­nità tra la pro­pria pro­po­sta (rap­porto di lavoro a tutele cre­scenti) e le affer­ma­zioni di Tirole. Più o meno come la slab­brata legge delega su cui, con un evi­dente strappo costi­tu­zio­nale, il governo Renzi ha posto la que­stione di fidu­cia al Senato.

La chiave di volta per inter­pre­tare il senso, se ce ne è uno, della nuova legge di sta­bi­lità sta dun­que nella “sfida” lan­ciata da Renzi agli indu­striali quando li ha ammo­niti a non avan­zare più alibi e a pro­ce­dere ad assun­zioni che ren­dano meno crude le cifre della disoc­cu­pa­zione, in par­ti­co­lare tra i gio­vani. Squinzi ha capo­volto la sfida in un assist, con l’enfatica dichia­ra­zione che solo Renzi rea­lizza i sogni della impren­di­to­ria italiana.

Non si può e non si deve leg­gere la legge di sta­bi­lità se non in stretta con­nes­sione con il Jobs Act. Renzi spiana il diritto del lavoro per creare quello che una volta si chia­mava un “prato verde” per l’imprenditoria nostrana ed estera (par­ti­co­lar­mente attivi i cinesi, con pre­di­le­zione per le tele­co­mu­ni­ca­zioni e l’energia).

La nota di aggior­na­mento al Def ha capo­volto l’ottimismo di fac­ciata ren­ziano. Gli uffici del mini­stero dell’economia non pote­vano non rico­no­scere la reces­sione, anzi la depres­sione che atta­na­glia il paese. Tut­ta­via il docu­mento gover­na­tivo con­ti­nua a pec­care di otti­mi­smo, come la stessa Banca d’Italia ha rile­vato sulle pos­si­bi­lità di coper­tura delle misure pre­vi­ste. Chi ci assi­cura che real­mente si otten­gano suc­cessi con­tro l’evasione fiscale? Intanto assi­stiamo a nuovi tra­slo­chi di capi­tali all’estero. Chi ci dice che siano esatti i cal­coli sul minore peso del costo degli inte­ressi sul debito, visto che la que­stione è in gran parte al di fuori delle nostre mani, dipen­dendo dal qua­dro mone­ta­rio inter­na­zio­nale? Qual­cuno è così teme­ra­rio da fon­dare pro­getti seri sui risparmi che deri­ve­reb­bero dalla spen­ding review, dopo il cam­bio della guar­dia e la varietà di cifre che ci sono state fin qui pro­spet­tate? Il mar­gine sul defi­cit, 11,5 miliardi, por­tato così al 2,9%, due deci­mali prima dell’abisso, sarà suf­fi­ciente ad abbas­sare le tasse e a rilan­ciare la cre­scita (quale?), peral­tro senza uno strac­cio di piano indu­striale che non sia quello pura­mente nega­tivo delle pri­va­tiz­za­zioni? Per­sino il cauto Sole24Ore tito­lava l’editoriale di ieri come se fosse un social net­work: «Obiet­tivo cre­scita: se non ora quando?».

Legge di sta­bi­lità elet­to­rale, dun­que? C’è di più. A parte la totale incer­tezza sulla durata della legi­sla­tura e dello stesso varo della nuova legge elet­to­rale, mi pare che il dise­gno di Renzi sia più ambi­zioso e peri­co­loso. Da un lato in Europa non sfonda il tetto del 3%, ma si dichiara soli­dale coi fran­cesi, pun­zec­chia la Com­mis­sione evi­tando però di esporsi pla­teal­mente al rischio di boc­cia­ture inte­grali della mano­vra.
Dall’altro rin­salda i legami con la Con­fin­du­stria e si rivolge ai cit­ta­dini attivi bypas­sando ogni media­zione sia poli­tica che sin­da­cale. Pra­ti­cando quindi, e cer­cando di con­so­li­dare, una sorta di popu­li­smo del con­senso. Qual­cosa di più del popu­li­smo dall’alto che abbiamo sto­ri­ca­mente cono­sciuto, qual­cosa di molto meno della costru­zione di un blocco sociale. Un dise­gno fra­gile, che vive solo della pochezza dei suoi oppo­si­tori, ma pur sem­pre un dise­gno politico.

Sarà la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre e lo scio­pero gene­rale che (forse) seguirà, con l’articolazione a tutti i set­tori, in primo luogo quello del pre­ca­riato, a potere spez­zare que­sta trama che altri­menti ci avvol­gerà per molto tempo a venire.

 

Fonte: Il Manifesto del 17/10/2014

 

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