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America, Asia, Europa, Geopolitica Conflitti Pace

L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo

Chinadi Raùl Zibechi (Montevideo) – Tradotto da  Daniela Trollio
Il movimento tellurico è più grande di Ucraina e ISIS: nasce un nuovo ordine mondiale post-USA centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza Cina-Russia-India – Nonostante le crisi in Medio Oriente ed in Ucraina si rubino a vicenda i titoli sui media, esse sono solo le punte emergenti di un movimento tellurico molto più grande: la nascita di un nuovo ordine mondiale post-statunitense centrato in Asia, sulla base della triplice alleanza Cina-Russia-India.

Uno dei nuclei del colonialismo e dell’imperialismo consiste nel proibire ai paesi periferici di fare quello che sono soliti fare i paesi del centro. Quando questo non funziona più, è perché il vecchio ordine centrato sulla relazione centro-periferia sta lasciando il passo a nuove relazioni internazionali. 
Le stesse potenze occidentali che gridano al cielo per l’intervento della Russia in Ucraina, bombardano la Siria senza l’autorizzazione del suo governo con la scusa di combattere un’organizzazione terroristica, lo Stato Islamico, nella cui creazione queste stesse potenze hanno giocato un ruolo rilevante.
Che Cina e Russia rifiutino questo tipo di azioni militari, che in altri tempi venivano coperte per lo  meno con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non è quindi una novità. Che il primo ministro dell’India, Narendra Modi, abbia dichiarato alla catena CNN, ore prima della sua visita negli Stati Uniti, che la Russia ha “interessi legittimi in Ucraina” è già una cosa più seria. Non solo ha rifiutato di criticare l’annessione della Crimea da parte della Russia, ma ha anche mostrato “fiducia” in come Pechino sta gestendo le dispute territoriali nei mari del sud della Cina (The Brics Post, 22.9.2014).
 E’ come se una nuova aria di Bandung (la conferenza che nel 1955 spinse la decolonizzazione) soffiasse sul pianeta. “Se lei guarda nei dettagli gli ultimi cinque o dieci secoli, vedrà che Cina e India sono cresciute a ritmi similari. I loro contributi al PIL mondiale sono aumentati in parallelo e sono caduti in parallelo. L’era attuale appartiene all’Asia“, ha detto Modi. Stava facendo un discorso anticolonialista con un’ottica di lunga durata, negli stessi giorni in cui avveniva la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, avvenimenti che hanno consolidato una potente alleanza tra i due più grandi paesi della regione.
Politica, o la OCS 
Il grande cambiamento è che l’India ha chiesto la piena integrazione nell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai (OCS) durante il recente vertice tenutosi l’11 e 12 di settembre a Dushanbe, capitale del Tagikistan. Fino a quel momento era solo un osservatore.
La OCS fu creata nel 2001 da Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan con l’obiettivo di garantire la sicurezza regionale e di combattere il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, definiti “le tre forze maligne”. In futuro potranno aggiungersi Iran e Pakistan, anche se questi passi saranno complessi, vista la disputa tra India e Pakistan sulle loro rispettive frontiere.
Nei fatti, la OCS è una sfida alla leadership statunitense in una regione dove la superpotenza ha sempre meno influenza. L’organizzazione orbita intorno alla Cina, come indica il suo nome. Il consolidamento dell’alleanza Russia-Cina, con il suo lato geopolitico e geoenergetico (che comprende il già iniziato gasdotto per fornire gas russo a Pechino), è motivo di profonda preoccupazione a Washington, come analizzano alcuni media come The Washington Post.
Ma la recente visita di Xi in India  presuppone un passo decisivo nel disegno di un nuovo ordine globale. I dodici accordi firmati a Ahmedabad tra Modi e Xi, che vanno dagli investimenti al commercio fino alla cooperazione per l’energia nucleare, fanno parte del “processo storico di rivitalizzazione nazionale” in entrambe le nazioni emergenti, come ha affermato il ministro cinese agli esteri Wang Yi (Xinhua, 19.9.2014).
La potenza dell’alleanza tra India e Cina sfida i presunti allineamenti ideologici e ha radice nelle necessità geopolitiche di potenze che affrontano problemi e nemici comuni.
Nel maggio di quest’anno ha assunto il potere Narendra Modi in rappresentanza del Bharatiya Janata Party (BJP), che ha vinto le elezioni generali contro il Congresso Nazionale Indiano (CNI) guidato dall’ex primo ministro Manmohan Singh. Sulla carta il CNI funge da forza progressista, erede della famiglia Gandhi e di Jawaharlal Nehru, alleata con  socialdemocratici e comunisti, mentre il BJP è considerato nazionalista e conservatore.
Ma negli allineamenti geopolitici le ideologie hanno poco da dire. Modi sta mostrando una profonda comprensione delle tendenze storiche in questo periodo di cambiamento del sistema-mondo e, in modo particolare, del ruolo che tocca giocare al continente asiatico. La cooperazione tra la OCS è giunta anche al terreno militare. A fine agosto è stato realizzato “un esercizio antiterrorista internazionale” in Mongolia interna (Cina) a cui hanno partecipato settemila soldati di Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan (Diario del Pueblo, 24.8.2014).
Economia, o la via della seta
Se la OCS è la risposta asiatica alla presenza destabilizzatrice degli Stati Uniti nella regione, la Via della Seta è la risposta economica all’accerchiamento che essi pretendono di imporre sulla Cina, chiamato “pivot verso l’Asia” dall’amministrazione di Barak Obama. Ma è molto di più: significa l’alleanza di Russia e Cina con l’Europa, in concreto con la Germania.
La nuova Via della Seta unisce due potenti centri industriali: Chongqing in Cina con Duisburg in Germania, attraversando Kazakistan, Russia e Bielorussia, eludendo così le zone più conflittuali a sud del Mar Caspio come Afganistan, Iran e Turchia. E’ destinata ad essere la più grande via commerciale del mondo, la cui ferrovia taglia il tempo dei trasporti marittimi da cinque settimane a soli quindici giorni. Si prevede che la Cina diventerà il primo partner commerciale della Germania, il che presuppone un dislocamento geopolitico di grande importanza.
Sta venendo tracciata anche la Via della Seta marittima, che attraversa l’Oceano Indiano, e il Cinturone Economico della via terrestre. La rotta marittima è, in un certo senso, la riattivazione del “collare di perle“, un sistema di porti che attorniava l’India e assicurava il commercio cinese verso l’Europa.
Ma è anche la risposta all’Associazione Transpacifica (TPP in inglese), iniziativa degli Stati Uniti che esclude la Cina e comprende  Giappone, Australia, Nuova Zelanda, più quattro membri della AEAN (Brunei, Malaysia, Singapore e Vietnam) e i paesi dell’Alleanza del Pacifico (Perù, Messico, Cile e probabilmente Colombia). La strategia di Washington consiste nell’isolare la Cina generando conflitti intorno a lei (col Giappone e il Vietnam, principalmente), scusa per militarizzare  i mari della Cina, chiudendo così il cerchio commerciale, politico e militare intorno ad  una potenza che nel 2012 è diventata la principale importatrice di petrolio del mondo, superando gli Stati Uniti.
Questo spiega l’accordo energetico con la Russia, che è l’unico modo in cui la Cina può assicurarsi un rifornimento sicuro. Ma spiega anche il tracciato della nuova Via della Seta, sia quella terrestre che quella marittima. L’80% del petrolio che la Cina importa passa attraverso lo Stretto di Malacca (un angusto corridoio di 800 km. che unisce gli Oceani Pacifico e Indiano tra Indonesia e Malaysia), facilmente bloccabile in caso di guerra.
Per questo la Cina sta costruendo una rete portuaria che comprende porti, basi e stazioni di osservazione in Sri Lanka, Bangladesh e Birmania. Tra questi paesi c’è un porto strategico in Pakistan, Gwadar, la “gola” del Golfo Persico, a 72 km. dalla frontiera con l’Iran e a circa 400 km. dal più importante corridoio di trasporto del petrolio molto vicino allo strategico stretto di Ormuz. Il porto è stato costruito e finanziato dalla Cina ed è gestito dall’impresa statale China Overseas Port Holding Company (COPHC).
Il porto è visto dagli osservatori come il primo punto di appoggio della Cina in Medio Oriente” scriveva la stampa occidentale il giorno dell’inaugurazione (BBC News, 20.3.2007). La regione che circonda il porto di Gwadar contiene due terzi delle riserve mondiali di petrolio. Di lì passa il 30% del petrolio del mondo (ma l’80% di quello che la Cina riceve) e si trova sulla strada più corta verso l’Asia.
La Cina guadagna anche spazi nel cuore dell’Occidente. Il governo britannico ha dato via libera per rafforzare Londra quale centro di commercio mondiale e di investimenti in yuan, la moneta cinese. Ancor più, “il governo britannico si trasformerà nel primo paese occidentale ad emettere un buono sovrano in moneta cinese“, cosa che si deve interpretare come “appoggio alle ambizioni della Cina di utilizzare la sua moneta su scala globale” (Market Watch, 15.9.2014).
Potenza militare
Le sanzioni alla Russia sono un atto di guerra” ragione il redattore capo della rivista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 199.2014). Intanto The Economist considera la OCS come “una specie di NATO guidata dalla Cina“.
E’ evidente che la guerra tra grandi potenze non è ormai più vista come una remota possibilità.
Ognuno, quindi, fa il suo gioco. La Cina  e l’Iran realizzano le loro prime esercitazioni navali congiunte nel Golfo Persico, dove partecipano “navi dell’Armata cinese coinvolte nella protezione della navigazione nel golfo di Aden” (Russia Today, 22.9.2014). La Cina è ora il primo compratore di crudo saudita e non permetterà che le strade che la riforniscono restino nelle mani di forze nemiche.
A fine agosto è trapelato che Russia e Cina stanno negoziando un “accordo militare storico” che comprende l’acquisto da parte del paese asiatico di sottomarini diesel ‘nascosti’, con “interscambio di tecnologia“, mentre continuano i negoziati per la vendita di caccia Sukhoi-35 e sistemi di difesa aerea S-400, considerati i più avanzati del mondo ( Russia Today, 19.8.2014).
Finora i russi si sono mostrati reticenti a vendere certe armi alla Cina, perché questa le copia e finisce per fabbricare i propri prototipi. A loro volta India e Russia, che hanno una vasta cooperazione militare che comprende sottomarini nucleari e portaerei, si dispongono a fabbricare insieme un caccia di quinta generazione.
Siamo davanti ad un punto molto sensibile, su cui Washington ha alcune difficoltà. Anche se continua ad avere il più grande bilancio della difesa del mondo (circa 600 mila milioni di dollari all’anno, a fronte dei poco più di 100 mila della Cina e poco meno dei 100 mila della Russia), questo bilancio è declinante mentre quello dei suoi avversari cresce. La Cina è passata da poco più di 5 mila milioni di dollari all’anno in investimenti militari del 1990 a 110 mila milioni nel 2012.
Ma l’importante non è quanto si spende, ma come si spende” sostiene un periodico statunitense (The Fiscal Times, 16.9.2014). Secondo la pubblicazione, le enormi spese militari del Pentagono vengono destinate a mantenere la sua costosa flotta di 11 portaerei, alla modernizzazione di vecchi sistemi e a progetti falliti come il caccia F-35.
Intanto Cina e Russia investono in moderni sottomarini nucleari e nella guerra cibernetica. Le armi anti-navi cinesi sono molto meno care che una portaerei, ma possono affondarla o renderla inutilizzabile anche se il Pentagono le considera inespugnabili.
Contrasti
Le autorità della Difesa degli Stati Uniti sono afflitte da innumerevoli denunce di malversazioni dei bilanci.
Nello scorso luglio la flotta degli F-35 non ha potuto volare per falle a un motore, dopo vari problemi ai sistemi di software, agli armamenti e all’assetto. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo il costo del progetto è schizzato a 400.000 milioni di dollari, il progetto di armamento più caro della storia del Pentagono, nonostante il fatto che il debutto del caccia sia stato cancellato in due esibizioni aeree nel Regno Unito (El Periodico, 11.7.2014)
La una volta potente Boeing è un buon esempio dei problemi difensivi del Pentagono. La scommessa che l’F-35 fosse sviluppato dalla Lockheed Martin sta drenando i fondi del Pentagono al di fuori della Boeing, che era l’impresa principale della forza aerea. Di fatto la branca della difesa della Boeing si è ristretta al 56% della sua produzione totale nel 2003, ad appena il 38% nel 2013 e si stima che in pochi anni non produrrà più aerei da combattimento, essendo fallita la sua ricerca di mercati alternativi in Brasile, India e Corea del Sud (Wall Street Journal, 20.9.2014). Boeing chiuderà la sua fabbrica di cargo C-18 a Long Beach e può chiudere quella degli F-18  Saint Louis nel 2017 se non ottiene più commesse.
In sintesi, la politica estera della Casa Bianca è erratica, mentre quella dei suoi avversari ha un orizzonte definito.
Il giornalista Robert Parry analizza come i neo-conservatori siano riusciti a bloccare la “strategia realista” di Obama, consistente nel collaborare con Vladimir Putin per dipanare il caos geopolitico in Medio Oriente. I neocons continuano a scommettere sulla caduta di Bashar al Assad e spingono per creare situazioni caotiche, come quella che vive la Libia, invece che tollerare l’esistenza di regimi avversari (Consortiumnews.com, 19.9.2014).
Vari analisti sostengono che la fabbricazione di crisi è quanto di meglio sa fare la superpotenza e che questo può essere l’unico modo per contenere la sua decadenza. Il conflitto in Ucraina, dove hanno spinto la caduta di un presidente eletto, punta ad isolare la Russia dall’Europa. L’attacco allo Stato Islamico cerca di spingerlo sempre più verso nord.
Tutte e due le operazioni puntano a danneggiare il tracciato della Via della Seta, considerata una delle travi maestre del nuovo ordine mondiale.


FONTE: megachip.info
Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria “G. Tagarelli”
Fonte originale: http://alainet.org/active/77463&lang=es
Data dell’articolo originale: 26/09/2014
Tratto da: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=13618

 

———————————

Testo originale in Spagnolo:

 

El comienzo del nuevo orden mundial: Asiacentrismo

Raúl Zibechi

Aunque las crisis en Medio Oriente y Ucrania se roban los titulares mediáticos, son apenas los emergentes de un movimiento telúrico mucho mayor: el nacimiento de un nuevo orden mundial pos-estadounidense, centrado en Asia, en base a la triple alianza China-Rusia-India.
Uno de los núcleos del colonialismo y del imperialismo, consiste en prohibirle hacer a los países periféricos lo que acostumbran hacer los países del centro. Cuando eso ya no funciona, es porque el viejo orden centrado en la relación centro-periferia está dando paso a nuevas relaciones internacionales.
Las mismas potencias occidentales que ponen el grito en el cielo por la intervención de Rusia en Ucrania, bombardean Siria sin la autorización de su gobierno, con la excusa de combatir a una organización terrorista, el Estado Islámico, en cuya creación esas mismas potencias jugaron un papel relevante.
Que China y Rusia rechacen este tipo de acciones bélicas, que otrora se cubrían por lo menos con la aprobación del Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas, no es ya novedad alguna. Que el primer ministro de India, Narendra Modi, haya dicho a la cadena CNN, horas antes de su visita a Estados Unidos, que Rusia tiene “intereses legítimos en Ucrania”, es ya cosa más seria. No sólo se negó a criticar la anexión de Crimea por Rusia, sino que mostró “confianza” en cómo Pekín está manejando las disputas territoriales en los mares del sur de China (The Brics Post, 22 de setiembre de 2014).
Es como si un nuevo aire de Bandung (la conferencia que en 1955 alentó la descolonización) estuviera barriendo el planeta. “Si usted mira en detalle los últimos cinco o diez siglos, verá que China e India han crecido a ritmos similares. Sus contribuciones al PIB mundial han aumentado en paralelo y han caído en paralelo. La era actual pertenece a Asia”, dijo Modi. Estaba haciendo un discurso anticolonial con una mirada de larga duración, en los mismos días en que se produjo la visita del presidente chino Xi Jinping a India, quienes consolidaron una potente alianza entre los dos mayores países de la región.
Política, o la OCS
 
El gran cambio es que India pidió la integración plena a la Organización de Cooperación de Shanghai (OCS), durante la reciente cumbre realizada el 11 y 12 de setiembre en Dushanbe, capital de Tayikistán. Hasta ese momento era sólo observadora.
La OCS fue creada en 2001 por Rusia, China, Kazajstán, Kirguistán, Tayikistán y Uzbekistán con el objetivo de garantizar la seguridad regional y combatir el terrorismo, el separatismo y el extremismo, definidos como las “tres fuerzas malignas”. En el futuro podrán sumarse Irán y Pakistán, aunque esos pasos serán complejos en vista de la disputa que mantienen India y Pakistán en sus respectivas fronteras.
En los hechos, la OCS es un desafío al liderazgo estadounidense en una región donde la superpotencia tiene cada vez menos influencia. La organización orbita en torno a China, como su nombre lo indica. La solidificación de la alianza Rusia-China con su vertiente geopolítica y geoenergética (que incluye el ya iniciado gasoducto para proveer gas ruso a Pekín), es motivo de honda preocupación en Washington, según lo vienen analizando algunos medios como The Washington Post.
Pero la reciente visita de Xi a la India supone un paso decisivo en el diseño de un nuevo orden global. Los doce acuerdos firmados en Ahmedabad entre Modi y Xi, que abarcan desde las inversiones y el comercio hasta la cooperación en energía nuclear, forman parte del “proceso histórico de revitalización nacional” en ambas naciones emergentes, según afirmó el ministro chino de Relaciones Exteriores Wang Yi (Xinhua, 19 de setiembre de 2014).
La potencia de la alianza entre India y China, desafía los supuestos alineamientos ideológicos y se afinca en las necesidades geopolíticas de potencias que enfrentan problemas, y enemigos, comunes. En mayo de este año asumió el poder Narendra Modi en representación del Bharatiya Janata Party (BJP), que venciera en las elecciones generales al Congreso Nacional Indio (CNI) liderado por el ex primer ministro Manmohan Singh. En los papeles, el CNI funge como una fuerza progresista, heredera de la familia Gandhi y de Jawaharlal Nehru, aliada con socialdemócratas y comunistas, mientras el BJP es considerado nacionalista y conservador.
Sin embargo, en los alineamientos geopolíticos las ideologías tienen poco que decir. Modi está mostrando una profunda comprensión de las tendencias históricas en este período de viraje del sistema-mundo y, de modo muy particular, del papel que le toca jugar al continente asiático. La cooperación en la OCS llegó incluso al terreno militar. A fines de agosto se realizó “un ejercicio antiterrorista internacional” en Mogolia interior, China, en el que participaron siete mil soldados de China, Rusia, Kazajistán, Kirguizistán y Tayikistán (Diario del Pueblo, 24 de agosto de 2014).
Economía o la ruta de la seda
Si la OCS es la respuesta asiática a la presencia desestabilizadora de Estados Unidos en la región, la Ruta de la Seda es la respuesta económica al cerco que pretende imponer sobre China, denominado “pivote hacia Asia” por la administración de Barack Obama. Pero es mucho más: significa la alianza de Rusia y China con Europa, en concreto con Alemania.
La nueva Ruta de la Seda une dos potentes centros industriales: Chongqing en China con Duisburgo en Alemania, atravesando Kazajstán, Rusia y Bielorrusia, eludiendo de ese modo las zonas más conflictivas al sur del mar Caspio como Afganistán, Irán y Turquía. Está destinada a ser la mayor ruta comercial del mundo, cuya línea férrea ya recorta el tiempo de transporte marítimo de cinco semanas a sólo quince días. Se prevé que China se convertirá en el primer socio comercial de Alemania, lo que supone un dislocamiento geopolítico de gran trascendencia.
Se está trazando además la Ruta de la Seda Marítima, que atraviesa el océano Índico, y el Cinturón Económico de la ruta terrestre. La ruta marítima es, de algún modo, la reactivación del “collar de perlas”, un sistema de puertos que rodeaba a la India y aseguraba el comercio chino hacia Europa.
Pero es también la respuesta a la Asociación Transpacífico (TPP por sus siglas en inglés), iniciativa de los Estados Unidos que excluye a China e incluye a Japón, Australia, Nueva Zelanda, más cuatro miembros de la AEAN (Brunei, Malasia, Singapur y Vietnam) y los países de la Alianza del Pacifico (Perú, México, Chile y probablemente Colombia). La estrategia de Washington consiste en aislar a China generando conflictos a su alrededor (con Japón y Vietnam principalmente), excusa para militarizar los mares de China, cerrando así el cerco comercial, político y militar en torno a una potencia que en 2012 se convirtió en la principal importadora de petróleo del mundo, superando a Estados Unidos.
Esto explica el acuerdo energético con Rusia, que es el único modo como China puede asegurarse un abastecimiento seguro. Pero también explica el trazado de la nueva Ruta de la Seda, tanto la terrestre como la marítima. El 80 por ciento del petróleo que importa China pasa a través del Estrecho de Malaca (un angosto corredor de 800 kilómetros que une los océanos Pacífico e Índico entre Indonesia y Malasia), fácilmente obstruible en caso de guerra.
Para eso China va construyendo una red portuaria, que incluye puertos, bases y estaciones de observación en Sri Lanka, Bangladesh y Birmania. Entre ellas un puerto estratégico en Pakistán, Gwadar, la “garganta” del Golfo Pérsico, a 72 kilómetros de la frontera con Irán y a unos 400 kilómetros del más importante corredor de transporte de petróleo, muy cerca del estratégico estrecho de Ormuz. El puerto fue construido y financiado por China y es operado por la empresa estatal China Overseas Port Holding Company (COPHC).
“El puerto es visto por los observadores como el primer punto de apoyo de China en Oriente Medio”, estimaba la prensa occidental el día de la inauguración (BBC News, 20 de marzo de 2007). La región circundante al puerto de Gwadar, contiene dos tercios de las reservas mundiales de petróleo. Por allí pasa el 30 por ciento del petróleo del mundo (pero el 80 por ciento del que recibe China) y está en la ruta más corta hacia Asia.
China gana espacios, también, en el corazón de Occidente. El gobierno británico ha dado pasos para reforzar a Londres como centro de comercio mundial y de inversiones en yuanes, la moneda china. Más aún, “el gobierno británico se convertirá en el primer país occidental en emitir un bono soberano en la moneda china” en lo que debe interpretarse como “el apoyo a las ambiciones de China a utilizar su moneda a escala global” (Market Watch, 15 de setiembre de 2014).
Potencia militar
 
“Las sanciones a Rusia son un acto de guerra”, razona redactor jefe de la revista Executive Intelligence Review, Jeff Steinberg (EIR, 19 de setiembre de 2014). En tanto, The Economist considera a la OCS como “una especie de OTAN liderada por China”.
Es evidente que la guerra entre las grandes potencias ya no es visualizada como una posibilidad remota. Cada uno hace, por tanto su juego. China e Irán realizan sus primeros ejercicios navales conjuntos en el Golfo Pérsico, donde participan “buques de la Armada china involucrados en la protección de la navegación en el golfo de Adén” (Russia Today, 22 de setiembre de 2014). China es ahora el primer comprador de crudo saudí y no va a permitir que las rutas que la abastecen queden en manos de fuerzas enemigas.
A fines de agosto trascendió que Rusia y China están negociando un “acuerdo militar histórico” que incluye la compra por el país asiático de submarinos diesel furtivos con“intercambio de tecnologías”, a la vez que siguen negociando la venta de cazas Sukhoi-35 y sistemas de defensa antiaérea S-400, considerados los más avanzados del mundo (Russia Today, 19 de agosto de 2014). Hasta ahora los rusos se han mostrado reticentes a vender ciertas armas a China porque ésta las clona y termina fabricando sus propios prototipos. A su vez, India y Rusia, que mantienen una extensa cooperación militar que incluye submarinos nucleares y portaaviones, se disponen a fabricar conjuntamente un caza de quinta generación.
Estamos ante un punto muy sensible, en el que Washington tiene algunas dificultades. Aunque sigue teniendo el mayor presupuesto de defensa del mundo (unos 600 mil millones de dólares anuales, frente poco más de cien mil de China y algo menos de cien mil de Rusia), ese presupuesto es declinante mientras el de sus adversarios crece. China pasó de poco más de 5 mil millones de dólares anuales de inversión militar en 1990 a 110 mil millones en 2012.
“Pero lo importante no es cuánto se gasta sino cómo se gasta”, sostiene un periódico estadounidense (The Fiscal Times, 16 de setiembre de 2014). Según la publicación, los enormes gastos militares del Pentágono se destinan a mantener su costosa flota de once portaaviones, a la modernización de antiguos sistemas y a proyectos fallidos como el caza F-35. En tanto, China y Rusia invierten en modernos submarinos nucleares y en guerra cibernética. Las armas antibuque chinas son mucho más baratas que un portaaviones, pero pueden hundirlo o inutilizarlo aunque el Pentágono los considere inexpugnables.
Contrastes
 
 Múltiples denuncias aquejan a las autoridades de defensa de los Estados Unidos de malversación de los presupuestos. En julio pasado la flota de F-35 no pudo volar por fallas en un motor, luego de varios percances en los sistemas de software, armas y aviónica. Tras dos décadas de concepción y desarrollo, el coste del proyecto se ha disparado a 400.000 millones de dólares, el proyecto armamentístico más caro de la historia del Pentágono, pese a lo cual ha sido cancelado el debut del caza en dos exhibiciones aéreas en el Reino Unido (El Periódico, 11 de julio de 2014).
La otrora poderosa Boeing es una buena muestra de los problemas defensivos del Pentágono. La apuesta a que el F-35 lo desarrollara Lockheed Martin, está drenando los fondos del Pentágono fuera de la Boeing, que era la empresa insignia de la fuerza aérea. De hecho, la franja de defensa de la Boeing se estrechó del 56 por ciento de su producción total en 2003, a apenas el 38 por ciento en 2013 y se estima que en pocos años ya no producirá aviones de combate, al haber fracasado en su búsqueda de mercados alternativos en Brasil, India y Corea del Sur (Wall Street Journal, 20 de setiembre de 2014). Boeing cerrará su fábrica de cargueros C-17 en Long Beach y puede cerrar la de F-18 en Saint Louis en 2017 si no consigue más encomiendas.
Finalmente, la política exterior de la Casa Blanca es errática, mientras la de sus competidores tiene un horizonte definido. El periodista Robert Parry analiza cómo los neoconservadores lograron bloquear la “estrategia realista” de Obama, consistente en colaborar con Vladimir Putin para desenredar el caos geopolítico en Oriente Medio. Los neoconsiguen apostando a la caída de Bachar al Assad y se inclinan por crear situaciones caóticas, como la que vive Libia, antes que tolerar la existencia de regímenes adversos (Consortiumnews.com, 19 de setiembre de 2014).
Diversos analistas sostienen que la fabricación de crisis es lo que mejor sabe hacer la superpotencia y que puede ser el único modo de contener su decadencia. El conflicto en Ucrania, donde forzaron la caída de un presidente electo, apunta a aislar a Rusia de Europa. El ataque al Estado Islámico, busca empujarlo cada vez más hacia el norte. Ambas operaciones atentan contra el trazado de la Ruta de la Seda, considerada una de las vigas maestras del nuevo orden mundial.
Raúl Zibechi, periodista uruguayo, escribe en Brecha y La Jornada y es colaborador de ALAI.

http://alainet.org/active/77463&lang=es

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Discussione

Un pensiero su “L’inizio del nuovo ordine mondiale: Asiacentrismo

  1. Ma quale Asiacentrismo. Bisogna vedere se l’idea di un cambio di rotta verso un sistema multipolare sarà tollerato da papà USA e figli Europa

    Mi piace

    Pubblicato da Alessandro | 12/10/2014, 16:36

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