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Concluso il Congresso CGIL: tutti i documenti.

camusso-congressoInizia il secondo mandato di Susanna Camusso. E’ l’ultimo atto dell’assise che si è svolta dal 6 all’8 maggio al Palacongressi di Rimini alla presenza di oltre 900 delegati. Su 151 aventi diritto del direttivo, i votanti sono stati 143: 105 sì, 36 no, 2 astenuti (da rassegna.it). Il nuovo comitato direttivo della Cgil, appena eletto dal XVII congresso, ha confermato Susanna Camusso alla guida del sindacato di Corso d’Italia. Su 151 aventi diritto, votanti 143, 105 sì, 36 no, astenuti due. E’ l’ultimo atto dell’assise che si è svolta dal 6 all’8 maggio al Palacongressi di Rimini alla presenza di oltre 900 delegati.- TUTTI I DOCUMENTI APPROVATI e l’intervento conclusivo di Susanna Camusso
 
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Congresso Cgil / Documento 1, Camusso

DOCUMENTO CONCLUSIVO DEL XVII CONGRESSO NAZIONALE DELLA CGIL approvato dalla maggioranza della Commissione Politica

Il XVII Congresso della CGIL riunito a Rimini il 6, 7, 8 maggio 2014 approva la relazione e le conclusioni del Segretario Generale e assume il dibattito. I contenuti della Premessa e le Azioni del documento congressuale “Il lavoro decide il futuro” sono parte integrante del presente documento. 

Il Paese è ancora nel mezzo di una crisi economica e sociale profondissima, le condizioni di milioni di persone si aggravano e aumentano le diseguaglianze economiche, sociali e territoriali, con il Mezzogiorno sempre più impoverito. E’ necessario un piano straordinario di investimenti produttivi, sostenuto anche dalla finanza pubblica, per intraprendere la via della crescita, dello sviluppo e di un rinnovato welfare per offrire nuove prospettive di lavoro e di occupazione. Creare lavoro significa incidere sulla qualità dello sviluppo. 

Nell’assumere il Piano straordinario europeo di investimenti proposto dalla CES, la critica radicale alle politiche di austerità e rigore, la necessità del progetto dell’Europa sociale e politica, la CGIL conferma e rilancia il proprio “Piano del Lavoro”, asse strategico della sua iniziativa, nel quale sono indicate le linee innovative di intervento necessarie per confermare l’Italia come un grande paese a vocazione industriale e manifatturiera, chiamando a raccolta tutte le risorse pubbliche e private disponibili. 

Per il Paese occorre un’idea di sviluppo industriale che richiede una responsabilità politica ed economica dello Stato insieme a politiche di welfare, anch’esso motore di sviluppo. L’orizzonte da perseguire è quello di una crescita sostenibile fondata sull’innovazione di processo e di prodotto, sulla ricerca, su una infrastrutturazione di qualità, sulla difesa del territorio, sul risanamento ambientale, sulla riqualificazione del patrimonio pubblico, sull’efficienza e la qualità del sistema dei servizi e dell’istruzione. 

Particolare attenzione va rivolta ai servizi alla persona e alla difesa del diritto alla salute. Assi portanti e volano per una nuova politica di sviluppo del Paese sono anche la valorizzazione dei beni paesaggistici e culturali, del turismo, della cultura, di una nuova qualità dei processi di sviluppo e trasformazione delle città. Questi interventi devono costituire gli elementi di un progetto straordinario per il lavoro, pubblico e privato, capace di offrire una qualificata occupazione per i giovani e una possibilità di reimpiego per tutti coloro che hanno perso il lavoro. 

E’ in corso un tentativo volto a ridimensionare il ruolo dei soggetti della rappresentanza sociale. Si tratta di un atto di conservazione e di indebolimento dei livelli di democrazia e partecipazione nel Paese, tanto più sbagliato -a maggior ragione di fronte alle discutibili ipotesi di riforme istituzionali attualmente in discussione- in quanto la CGIL non ha mai fatto venir meno la spinta al cambiamento. 

Pur nella condizione di pesante crisi abbiamo difeso il lavoro. La contrattazione è la condizione imprescindibile per rafforzare il ruolo negoziale e di soggetto confederale e generale della CGIL, nei luoghi di lavoro e nel territorio. Con i Governi intendiamo confrontarci e contrattare, in quanto portatori di interessi generali fondamentali per il Paese. La CGIL rilancia la propria contrattazione nei luoghi di lavoro e nel territorio. 

Una contrattazione fondata sull’inclusione, cioè sulla possibilità che tutti i soggetti del mondo del lavoro possano avere diritti e opportunità di crescita sociale e civile; sui diritti di genere; su una contrattazione sociale e territoriale quale luogo di relazione fondamentale tra diritti del lavoro e di cittadinanza e di lotta alla povertà e all’esclusione sociale. 

Intendiamo affermare la necessità di contrattare a partire dalle figure più deboli del mercato del lavoro: precari, parasubordinati, lavoratori poveri e discontinui, giovani che vivono una condizione di debolezza sociale, lavoratori degli appalti e dei sub-appalti e che operano in condizioni di marginalità. La CGIL è impegnata per una iniziativa vertenziale sul tema degli appalti fondata sulla responsabilità sociale e solidale d’impresa, sulle tutele occupazionali nei cambi d’appalto, salvaguardando qualità dei servizi, delle opere e dei diritti contrattuali, nonché per la lotta contro il caporalato e per la legalità. 

Contrattare a partire dal diritto per l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, pubblici e privati, ad avere un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, determinando così potere d’acquisto delle retribuzioni e diritti universali su tutto il territorio nazionale e affermando il diritto di informazione e consultazione per i processi di ristrutturazione e localizzazione produttiva. Rappresentare l’insieme delle condizioni di lavoro per ricomporre gli interessi e costruire condizioni di unità e di lotta contro ogni deriva corporativa e discriminatoria. 

Una nuova unità e una nuova confederalità dovranno essere i tratti distintivi della prossima stagione di conquiste per lavoratori e pensionati. Le misure adottate dai precedenti governi in materia previdenziale si sono dimostrate ingiuste e socialmente inique ed hanno comportato condizioni sociali inaccettabili per larghe fasce di lavoratori e lavoratrici, ritardando ulteriormente l’ingresso nel mondo del lavoro e la possibilità di una pensione adeguata per le giovani generazioni, oltre che penalizzazioni per i pensionati. 

La CGIL rivendica una profonda revisione delle attuali norme, attraverso un nuovo sistema pensionistico basato sulla flessibilità e la libertà di scelta delle persone, sulle condizioni effettive e gravose del lavoro svolto, sul riconoscimento dei tempi dedicati al lavoro di cura, alla formazione e alla riqualificazione delle persone. 

Sulla base di questi principi, la CGIL propone a CISL e UIL una “piattaforma rivendicativa” da portare alla consultazione dei lavoratori e dei pensionati e al confronto con il Governo. Il previsto intervento per aumentare il reddito disponibile di una parte del lavoro dipendente è una prima misura utile che va necessariamente estesa ai redditi più bassi, ai pensionati, agli incapienti, al lavoro precario. Ai fini dell’efficacia dei suoi reali effetti, questo intervento di politica fiscale va collocato in una riforma complessiva del sistema, per un riequilibrio tra i redditi fondato sull’effettiva progressività e redistribuzione. 

A tal fine, sono necessarie la tassazione sul patrimonio e sulle transazioni finanziarie, la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, agli sprechi, alle inefficienze. Gli interventi che si stanno affermando sul mercato del lavoro continuano a perseguire una via che si è dimostrata inefficace e per molti versi fallimentare. 

Il futuro riordino delle norme di legge deve favorire e incentivare il lavoro stabile e qualificato e definire i diritti universali per tutte le tipologie di rapporto di lavoro. La proposta della CGIL di riforma degli ammortizzatori sociali costituisce una garanzia di sostegno al reddito per l’insieme dei lavoratori e delle lavoratrici, a prescindere dal loro rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato, nelle fasi di inoccupazione e sospensione dei rapporti di lavoro, con l’estensione della contribuzione per imprese e lavoratori. 

E’ quindi necessario modulare la durata e la disponibilità degli ammortizzatori sociali, in raccordo con gli effettivi processi di riorganizzazione e di creazione di nuove opportunità di lavoro nell’impresa e nel territorio. 

Il rilancio del ruolo contrattuale del sindacato confederale deve fondarsi sulla partecipazione democratica dei lavoratori e delle lavoratrici, superando difficoltà ed errori del recente passato. Le norme che si sono affermate con i recenti accordi interconfederali e con il Testo Unico in materia di democrazia e rappresentanza devono diventare prassi dell’insieme della CGIL. 

Il diritto di definire piattaforme e approvare accordi da parte dei lavoratori e delle lavoratrici rappresenta un significativo avanzamento democratico nella storia del sindacato confederale italiano e pone una reale barriera contro la deriva degli accordi separati. La fase dei prossimi rinnovi contrattuali sarà determinante per l’applicazione delle norme: per questo, tutta la CGIL è impegnata affinché vi sia uno stretto e democratico rapporto tra categorie e confederazione. 

Presupposto fondamentale è il rafforzamento della presenza in ogni luogo di lavoro delle RSU e l’aumento degli iscritti e delle iscritte alla CGIL, oltre che l’estensione a tutti i settori delle regole in materia di democrazia e rappresentanza. Esserci e contare nei luoghi di lavoro e nel territorio è la sfida della CGIL per i prossimi anni. 

Anche per questo è necessario un processo di reinsediamento confederale, che faccia del territorio il luogo centrale della propria azione contrattuale e di tutela collettiva ed individuale, da cui consegue un ripensamento della struttura organizzativa, oltre che un rinnovamento anche generazionale dei gruppi dirigenti, che coniughi esperienza e capacità di interpretare i cambiamenti. 

Il XVII Congresso impegna il Comitato Direttivo eletto a svolgere entro il 2015 la Conferenza d’Organizzazione. 


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Congresso Cgil 

Documento n. 2 – XVII Congresso Nicola Nicolosi, Maurizio Landini, Domenico Moccia

Lo svolgimento del XVII Congresso della CGIL è la fotografia dello stato di crisi della nostra Organizzazione.

E questo per tre ragioni:

– Solo il 17% degli iscritti ha partecipato e votato in modo palese nelle assemblee congressuali, e quindi ha avuto, teoricamente, la possibilità di ascoltare la presentazione dei documenti congressuali e degli emendamenti.
Teoricamente perché è impossibile in un’ora di assemblea fornire ai lavoratori, alle lavoratrici e pensionati gli strumenti di valutazione delle diverse posizioni, svolgere il dibattito e quindi votare.

– Lo scarto tra l’insieme dei votanti e quelli che hanno partecipato e votato gli emendamenti nelle assemblee è di circa 760mila iscritti, che si sono espressi successivamente con il voto segreto sui due documenti alternativi senza presentazione, discussione e voto sugli emendamenti.
Nel riepilogo dei dati del Congresso diffusi dalla CGIL,l’assenza di qualsiasi pronunciamento sugli emendamenti è stata considerata d’ufficio come voto contrario agli stessi. In altri termini, chi tace, dissente.
Si è così costruita una platea congressuale che non c’entra nulla con il voto degli iscritti.

-Anche prendendo per buona la media di partecipazione del 32% , risulterebbe che il 68% dei nostri iscritti non ha partecipato in nessun modo alla discussione congressuale: in nome di chi assumiamo oggi delle decisioni impegnative per i prossimi quattro anni?

Si conferma che le norme di vita interna dell’Organizzazione, al cospetto di una situazione politica, istituzionale e sociale profondamente cambiata, si configurano come una parodia dell’esercizio della democrazia che ha poco a che vedere con i soggetti che vogliamo rappresentare ma risponde alle logiche e agli assetti dei gruppi dirigenti.

Noi non siamo altra cosa. Noi siamo parte della crisi profonda della rappresentanza politica e sociale, del distacco da aree crescenti di povertà, di precarietà. In definitiva dal complesso del mondo del lavoro.

Avevamo ritenuto che fosse possibile evitare un congresso con mozioni alternative, pur mantenendo giudizi diversi sulle scelte compiute dalla CGIL in questi ultimi anni. Siamo, infatti, l’unico Paese Europeo dove è stato possibile un vero e proprio massacro sociale, senza alcun contrasto reale da parte delle Organizzazioni Sindacali.

Avevamo scelto lo strumento degli emendamenti su punti particolarmente importanti e contribuito a elaborare una premessa comune che riconosceva debolezze e limiti delle nostre scelte, proprio per favorire un libero confronto nella nostra Organizzazione.

Cosi non è stato, a partire da metodo e merito dell’accordo del 10 gennaio 2014, sul Testo Unico sulla Rappresentanza immediatamente successivo alla elaborazione dei documenti congressuali.

Il Congresso è stato stravolto, perchè il confronto auspicato nella premessa della mozione “Il lavoro decide il futuro” si è concluso prima ancora di cominciare, per l’atto compiuto dalla segretaria generale della CGIL.
Un atto che vale più di ogni documento, perchè conferma e porta a compimento le scelte di questi ultimi anni, prefigurando un modello sindacale e una idea della confederalità che non ci appartiene.

Un atto compiuto, per non fare torto alla intelligenza di ognuno di noi, nella piena consapevolezza di ciò che avrebbe determinato nella Organizzazione: si è pensato, ancora una volta, di risolvere le diverse posizioni esistenti, eliminando qualsiasi discussione preventiva, saltando qualsiasi coinvolgimento del gruppo dirigente nella elaborazione del testo conclusivo, come se si trattasse di una trattativa clandestina e di proprietà di due o tre dirigenti.

A questa scelta sono state piegate le stesse norme statutarie per renderle funzionali ad una idea gerarchica e piramidale della confederalità.
Tutte le conquiste degli anni ’60 e ’70, sono state cancellate e sostituite, attraverso la legislazione e gli accordi sindacali, da un assetto sociale fondato sulla precarietà, sulla disoccupazione,sullo svuotamento di significato del Contratto Nazionale, disegnando un sindacato di mercato, in linea con le esigenze di ogni singola impresa. E’ a ciò funzionale la cancellazione della soggettività dei lavoratori, della democrazia, del diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di decidere sulle loro condizioni, sui loro contratti.

Nel Testo Unico sulla Rappresentanza è stato considerato naturale che le Organizzazioni Sindacali – che per altro rappresentano una minoranza dei lavoratori – possano decidere con la Confindustria, per sé e per gli altri, ruolo, funzione, esigibilità, sanzioni dei contratti, deroghe e le stesse libertà sindacali, senza che i diretti interessati abbiano potuto esprimersi e decidere.

Nel 2009, a fronte dell’accordo separato sulla struttura contrattuale, la CGIL proclamò gli scioperi generali per chiedere il referendum e lo praticò come scelta dell’Organizzazione.
La democrazia non è di proprietà delle Organizzazioni Sindacali che la esercitano a seconda delle convenienze politiche.
La democrazia è un diritto dei lavoratori e delle lavoratrici da affermare per legge.

L’unità sindacale si costruisce su queste basi e non è accettabile il comportamento di CISL e UIL,peraltro sanzionato dalla Corte Costituzionale come discriminatorio della libertà sindacale negli stabilimenti FIAT.

Democrazia, unità sindacale, rappresentanza e confederalità vanno oggi riscritte: è nel vuoto di questa discussione il fallimento di questo congresso.
La confederalità non si sostanzia nella torsione autoritaria delle forme di vita interna della Organizzazione, ma esiste se è capace di esprimere, a partire dagli interessi del lavoro dipendente, un progetto generale di cambiamento della società e dell’Europa.

Oggi, a differenza del passato, è questo il collante identitario dell’Organizzazione.
Andrebbe su questo misurata la confederalità e non, come troppo spesso succede, sull’autoritarismo gerarchico, sulla pratica di atti compiuti e sull’utilizzo del voto a maggioranza nel Comitato Direttivo Nazionale come una clava per risolvere e annullare la dialettica interna.

Questo Congresso rappresenta un’altra occasione mancata per svolgere un vero confronto democratico, con il coinvolgimento reale dei nostri iscritti sulla crisi del sindacato,su come riorganizzare la rappresentanza sociale, su quali scelte rivendicative e contrattuali mettere in campo.

Una Cgil democratica che si confronta coi propri iscritti senza aspettare le scadenze congressuali, in una sintesi possibile tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa,che si fonda sul pluralismo e adotta il metodo democratico nella costruzione dei gruppi dirigenti, favorendo esplicitamente la libera competizione tra visioni di politica sindacale e tra stili di direzione, che si apre all’esterno, all’interlocuzione ed al rapporto con le molteplici esperienze di auto-organizzazione nei territori.

Una Cgil che sceglie la totale trasparenza della rendicontazione attraverso la pubblicazione on line di tutti gli introiti (da deleghe, quote di servizio, bilateralità, sistema servizi e da ogni altra eventuale forma di finanziamento) e di ogni operazione di spesa ordinaria e straordinaria;che pubblica tutte le tabelle retributive di ogni ordine e grado, a partire dal segretario generale, e predispone un’anagrafe appositamente dedicata alla pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi e del patrimonio di tutti i dirigenti e funzionari delle strutture. Un Sindacato che basa la sua politica delle risorse sulla responsabilità dei centri di spesa e sulla solidarietà interna e adotta un sistema di controllo interno su tutta l’attività amministrativa e gestionale anche assegnando ai segretari generali pro-tempore l’attribuzione di una specifica responsabilità di rendicontazione su base annuale e di fine mandato.

Una Cgil che si dà un Codice Etico formalizzando regole comportamentali individuali e modificando gli strumenti interni di monitoraggio, di controllo nonchè gli organismi giudicanti e sanzionatori, dotandoli di terzietà, autonomia e autorevolezza rispetto ai soggetti detentori del potere decisionale.

L’autoconservazione, l’arroccamento difensivo è una pulsione propria di tutte le grandi burocrazie: si alimenta illusoriamente proprio di fronte al crescere delle difficoltà nel rapporto con le persone che vogliamo rappresentare e che danno legittimità al nostro esistere, determinando così un vero e proprio corto circuito.
Anche di questo ci parla lo svolgimento di questo Congresso, la selezione dei delegati nel succedersi delle diverse istanze congressuali, gli atti irresponsabili e intimidatori del ricorso al parere del Collegio Statutario e le pagine a pagamento di quotidiani per attaccare personalmente un dirigente sindacale.

Per l’insieme di queste ragioni e per la chiarezza dovuta nei confronti delle lavoratrici dei lavoratori e dei pensionati, non è possibile una conclusione unitaria della mozione “Il lavoro decide il futuro”.

Il Congresso ha cambiato natura per una scelta precisa da parte della segretaria generale.
Gli emendamenti che abbiamo presentato sono inevitabilmente diventati altra cosa rispetto all’inizio dei lavori congressuali, e non sono stati oggetto di un vero confronto.
Emendamenti su capitoli fondamentali, dalla necessità di aprire una vertenza sul sistema previdenziale che preveda la flessibilità in uscita a partire dai 60anni e il ripristino delle pensioni di anzianità, il reddito minimo che sostituisce l’indennità di disoccupazione, la contrattazione con l’accorpamento di contratti e categorie, l’obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro e la democrazia interna ed esterna alla CGIL nel rapporto con gli iscritti e con l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori.

Il voto congressuale laddove è stato esercitato, presentando anche le nostre proposte, testimonia dell’ampiezza del consenso che abbiamo ricevuto, pur scontando il fatto deplorevole che in molte aziende esse non sono neanche state illustrate.

I temi di merito contenuti negli emendamenti e la nostra contrarietà all’accordo sul Testo Unico sulla Rappresentanza, configurano una idea diversa sul presente e sul futuro della CGIL.
Quest’idea deve continuare a vivere nella nostra Organizzazione e nel rapporto con il mondo del lavoro dipendente.

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Congresso Cgil / Documento 3, Giorgio Cremaschi


Il fiscal compact e le politiche d’austerità di BCE e Unione Europea stanno condannando alla miseria decine di milioni di lavoratrici e lavoratori e larghe fasce sociali, tagliando salari e pensioni, diritti e occupazione, servizi e stato sociale. Occorre lottare contro questa Unione Europea, contro i suoi trattati eretti a difesa dell’interesse di banche, finanza e speculatori. Senza questa rottura non si potrà affermare la necessaria unità e solidarietà di classe delle lavoratrici e dei lavoratori d’Europa e non si potrà uscire dalla crisi.

Il congresso nazionale della Cgil promuove una mobilitazione straordinaria del mondo del lavoro a livello europeo per la rottura delle politiche d’austerità. Bisogna dare sostegno e prospettiva alle tante lotte in Europa in difesa di salari e diritti, contro le delocalizzazioni e i licenziamenti, a partire dall’adesione alla prossima manifestazione del 17 maggio contro le privatizzazioni e in difesa dei beni comuni e alle mobilitazioni relative al contro-semestre di Presidenza italiana della Ue. 

Inoltre, il congresso della Cgil si oppone a qualsiasi coinvolgimento italiano a sostegno del governo reazionario di Kiev in possibili interventi, con o senza la Nato, nella questione ucraina. 

In Italia, l’accordo del 10 gennaio rappresenta lo strumento per istituzionalizzare le politiche d’austerità al mondo del lavoro e con esso viene accolto e esteso il modello autoritario di Marchionne. L’accordo è in totale continuità con le intese del 28 giugno 2011 e del 31 maggio 2013 e ne assume i principi di fondo; cioè la derogabilità dai contratti nazionali, la piena esigibilità delle intese e le sanzioni per chi li contrasta. Questo cambia la natura del sindacato, consegnando le lavoratrici e i lavoratori al dominio assoluto dell’impresa, su condizioni di lavoro e orari, salari e diritti. 

La firma della Cgil è avvenuta senza alcun mandato democratico, contro la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha dato ragione alla Fiom contro Fiat ed è lesiva dei valori e delle regole della stessa Cgil. 
Il sistema che viene definito dal TU sulla rappresentanza non può essere praticato soltanto in parte, né emendato o corretto. L’accordo va cancellato. Il congresso nazionale della Cgil dà mandato al nuovo gruppo dirigente di aprire una vertenza generale sul tema della contrattazione e della rappresentanza, per la difesa dei diritti e delle libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori. Il congresso nazionale della Cgil conferma quindi la necessità di ottenere una legge sulla rappresentanza e la democrazia sindacale.

Dietro la demagogia del governo Renzi si profila una vera e propria svolta autoritaria. Il progetto di revisione della legge elettorale e i tentativi di manomissione in senso reazionario della Costituzione, la crescente repressione e criminalizzazione del conflitto sociale sono il segno di una torsione autoritaria. E’ in questo quadro che, da un lato, si alimentano episodi disgustosi come quello degli applausi al congresso del Sap rivolti ai quattro poliziotti responsabili dell’omicidio di Aldrovandi; dall’altro, si arrestano con l’accusa di terrorismo quattro militanti No Tav per aver – forse! – manomesso un compressore. La Cgil aderisce e partecipa alla manifestazione in loro solidarietà il 10 maggio a Torino. 

Dal punto di vista del lavoro, il governo Renzi continua l’attacco ai diritti e alle tutele delle lavoratrici e dei lavoratori. Dalla drastica riduzione della spesa sociale all’attacco ai dipendenti pubblici, dal contratto unico al taglio del cuneo fiscale, Renzi si appresta a imporre un’accelerazione tesa a cancellare ogni elemento di contrasto al dominio dell’impresa e del mercato. Il congresso della Cgil esprime totale avversità al decreto Renzi/Poletti denominato jobs act, con il quale si condannano milioni di lavoratrici e lavoratori a una condizione di precarietà strutturale. 

Il modello va contrastato nella sua complessità. Sul terreno legale, assumendo l’iniziativa dei Giuristi Democratici che hanno denunciato l’Italia per violazione delle norme comunitarie. Sul terreno sociale, costruendo una grande mobilitazione.

Il provvedimento che dovrebbe assegnare gli 80 euro ai redditi più bassi, oltre a escludere vaste fasce di mondo del lavoro, pensionati e disoccupati, non è – come vorrebbe apparire – un atto di giustizia sociale, ma parte di un disegno complessivo di riduzione drastica della spesa pubblica e sociale.

Il congresso della Cgil proclama un vero sciopero generale contro la politica economica e sociale del governo Renzi, contro le politiche del padronato, costruito attraverso un percorso di partecipazione e di definizione di una piattaforma generale del mondo del lavoro a partire da questi temi:

– l’abrogazione della legge Fornero su pensioni e ammortizzatori sociali;
– la riconquista dell’art.18;
– la cancellazione dell’art.8;
– un nuovo intervento pubblico in economia e la nazionalizzazione delle grandi imprese in crisi;
– il reddito sociale e il salario minimo;
– un piano straordinario sull’occupazione, a partire dal blocco dei licenziamenti e dalla riduzione degli orari;
– la ricostruzione di una pratica rivendicativa che aumenti i salari;
– contro Tav e grandi opere;
– contro le privatizzazioni;
– contro le spese militari, dagli F35 agli Eurofighter;
– contro il jobs act e la precarietà;
– contro i trattati imposti dalla Troika e dai governi italiani.

Il congresso ha reso evidente la profonda crisi della Cgil e delle sue categorie. Di fronte al precipitare della condizione dei lavoratori, dei giovani e dei pensionati il gruppo dirigente ha reagito sostituendo il dispotismo al confronto, l’esclusione alla partecipazione, l’autocelebrazione al bilancio delle scelte. Si è deciso di non affrontare il tema di fondo che riguarda la ricostruzione di una teoria e una pratica rivendicativa capace di ridare senso e valore all’iniziativa sindacale. 

La crisi della Cgil è crisi di idee e di cultura, di identità e di coscienza. Lo dimostra ampiamente il fatto di aver invitato Moretti e aver negato la parola ai familiari delle 32 vittime della strage di Viareggio. 

Questa crisi è emersa nettamente nelle assemblee di base. La partecipazione reale è stata ai minimi storici, nonostante il dato finale di votanti, assolutamente non credibile. Prova ne è che la commissione nazionale di garanzia – per la prima volta nella storia della nostra organizzazione – ha preteso di deliberare il dato conclusivo, nonostante la metà dei suoi componenti non abbia partecipato alla votazione per protesta. Il congresso nazionale della Cgil ritiene dunque di istituire una commissione paritetica d’inchiesta con il mandato di verificare la regolarità del congresso. 

Infine, il congresso della Cgil riconferma la piena attualità del concetto di indipendenza del sindacato dalla politica e dal padronato e ritiene necessario che si affronti sino in fondo il tema della crisi della rappresentanza e dell’adeguatezza dei propri strumenti.

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Cgil, il documento conclusivo approvato dall’assemblea congressuale


Rimini, 8 maggio – “Un piano straordinario di investimenti produttivi, sostenuto anche dalla finanza pubblica, per intraprendere la via della crescita, dello sviluppo e di un rinnovato welfare per offrire nuove prospettive di lavoro e di occupazione”. Il tutto nella linea del Piano del Lavoro della Cgil, “asse strategico della sua iniziativa, nel quale sono indicate le linee innovative di intervento necessarie per confermare l’Italia come un grande paese a vocazione industriale e manifatturiere, chiamando a raccolta tutte le risorse pubbliche e private disponibili”. 

Così recita il documento conclusivo del XVII congresso nazionale della Cgil ‘Il lavoro decide il futuro’ approvato dai delegati dell’assemblea congressuale con 615 voti mentre 92 voti sono andati al documento con primi firmatari Maurizio Landini, Domenico Moccia e Nicola Nicolosi, e 19 al documento con primo firmatario Sergio Bellavita.

Il 17° congresso, come si legge nell’incipt del documento firmato da Susanna Camusso, “approva la relazione e le conclusioni del segretario generale e assume il dibattito. I contenuti della premessa e le azioni del documento congressuale ‘Il lavoro decide il futuro’ sono parte integrante” del documento approvato. Nel testo si legge inoltre che è “in corso un tentativo volto a ridimensionare il ruolo dei soggetti della rappresentanza sociale. 

Si tratta di un atto di conservazione e di indebolimento dei livelli di democrazia e partecipazione nel Paese, tanto più sbagliato, a maggior ragione di fronte alle discutibili ipotesi di riforme istituzionali attualmente in discussione, in quanto la Cgil non ha mai fatto venire meno la spinta al cambiamento. 

Pur nella condizione di pesante crisi abbiamo difeso il lavoro”. Per la Cgil, inoltre, “la contrattazione è la condizione imprescindibile per rafforzare il ruolo negoziale e di soggetto confederale e generale della Cgil, nei luoghi di lavoro e nel territorio. Con i governi intendiamo confrontarci e contrattare, in quanto portatori di interessi generali fondamentali per il Paese”.

Il sindacato di corso d’Italia rilancia “la propria contrattazione nei luoghi di lavoro e nel territorio. Una contrattazione fondata sull’inclusione, cioè sulla possibilità che tutti i soggetti del mondo del lavoro possano avere diritti e opportunità di crescita sociale e civile, sui diritti di genere, su una contrattazione sociale e territoriale quale luogo di relazione fondamentale tra diritte del lavoro e di cittadinanza e di lotta alla povertà e all’esclusione sociale”. Contrattare a partire dalle figure più deboli del mercato del lavoro, insieme ad “una iniziativa vertenziale sul tema degli appalti”. 

Quanto alle pensioni, nel documento approvato si legge: “La Cgil rivendica una profonda revisione delle attuali norme, attraverso un nuovo sistema pensionistico basato sulla flessibilità e la libertà di scelta delle persone, sulle condizioni effettive e gravose del lavoro svolto, sul riconoscimento dei tempi dedicati al lavoro di cura, alla formazione e alla riqualificazione delle persone”. 

Sulla base di questi principi, “la Cgil propone a Cisl e Uil una piattaforma rivendicativa da portale alla consultazione dei lavoratori e dei pensionati e al confronto con il governo”. Circa l’intervento del governo sull’Irpef, si precisa che “va collocato in una riforma complessiva del sistema, per un riequilibrio tra i redditi fondato sull’effettiva progressività e redistribuzione. 

A tal fine, sono necessarie la tassazione sul patrimonio e sulle transazioni finanziarie, la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, agli sprechi, alle inefficienze”.

Sul tema lavoro, la Cgil sostiene che gli interventi del governo “continuano a perseguire una via che si è dimostrata inefficace e per molti versi fallimentare” mentre il futuro riordino legislativo “deve favorire e incentivare il lavoro stabile e qualificato e definire i diritti universali per tutte le tipologie di rapporto di lavoro”. 

Inoltre la proposta della Cgil di riforma degli ammortizzatori sociali “costituisce una garanzia di sostegno al reddito per l’insieme dei lavoratori a prescindere dal loro rapporto di lavoro subordinato o parasubordinato, nelle fasi di inoccupazione e sospensione dei rapporti di lavoro, con l’estensione della contribuzione per imprese e lavoratori”. Infine, un passaggio sul Testo Unico, e sui recenti accordi interconfederali, che, si legge nel documento, “devono diventare prassi dell’insieme della Cgil. 

Il diritto di definire piattaforme e approvare accordi da parte dei lavoratori rappresenta un significativo avanzamento democratico nella storia del sindacato confederale e pone una reale barriera contro la deriva degli accordi separati. La fase dei prossimi rinnovi contrattuali sarà determinante per l’applicazione delle norme: per questo, tutta la Cgil è impegnata affinché vi sia uno stretto e democratico rapporto tra categorie e confederazione. 

Presupposto fondamentale è il rafforzamento della presenza in ogni luogo di lavoro delle Rsu e l’aumento degli iscritti e delle iscritte alla Cgil, oltre che l’estensione a tutti i settori delle regole in materia di democrazia e rappresentanza”. Ultimo punto del documento legato all’organizzazione. “Esserci e contare nei luoghi di lavoro e nel territorio è la sfida della Cgil per i prossimi anni. 

Anche per questo è necessario un processo di reinsediamento confederale, che faccia del territorio il luogo centrale della propria azione contrattuale e di tutela collettiva ed individuale, da cui consegue un ripensamento della struttura organizzativa, oltre che un rinnovamento anche generazionale dei gruppi dirigenti, che coniughi esperienza e capacità di interpretare i cambiamenti. Il XVII Congresso impegna il Comitato direttivo eletto a svolgere entro il 2015 la Conferenza d’Organizzazione”.

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Cgil: i delegati votano i documenti politici

Dopo aver approvato la composizione delle varie commissioni, con il voto dei documenti politici da parte dei delegati, si sono conclusi gli adempimenti del XVII congresso nazionale della Cgil. Il documento politico “Il lavoro decide il futuro”, con prima firmataria Susanna Camusso ha ottenuto 615 voti. Il documento con primi firmatari Nicolosi, Landini e Moccia” ha ottenuto 92 voti. Il documento con primo firmatario Giorgio Cremaschi ha ottenuto 19 voti. Gli astenuti sono stati due.


Cgil: il voto del congresso alle tre liste per il direttivo

I 953 delegati al congresso nazionale hanno votato il direttivo nazionale: 747 si sono espressi per la lista 1 (80,5%), primo firmatario Susanna Camusso, 155 hanno votato la lista 2 (16,7%), primo firmatario Ciro D’Alessio, 26 sono stati i voti per la lista 3 (2,8%), primo firmatario Sergio Bellavita. Diciannove sono state le schede bianche, mentre 6 delegati non hanno espresso il voto.

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Tutte le anime del lavoro nella casa comune Cgil di Giovanni Rispoli

È vestita di rosso, Susanna Camusso, quando va alla tribuna per chiudere il XVII Congresso della Cgil. Il rosso, simbolo antico di speranza, simbolo di appartenenza, colore di quelle due parole, “compagne e compagni”, che il segretario generale della Cgil pronuncia subito, non casualmente – viste le “statistiche” apparse in questa giorni sui media – all’inizio del suo intervento.

Un discorso che è partito subito dal tema, discusso non solo a Rimini, dello stato di salute della Cgil, tema spesso adoperato in maniera strumentale, come se il sindacato fosse un organismo alieno, estraneo alla realtà in cui vive. 

La Cgil non è il partito liquido di Renzi o Grillo, è un sindacato, il più grande sindacato dei lavoratori. Se il lavoro non c’è, se aumentano i disoccupati, “la Cgil non può stare bene”. Il punto di partenza di qualsiasi sensata discussione sul lavoro e la sua rappresentanza non può essere che questo: la grande trasformazione, “già avvenuta”, che ha cambiato in profondità il paese, la sua struttura produttiva, divorando e precarizzando il lavoro. Una trasformazione che ha interessato, con l’economia, la sfera stessa della politica. E che non ha prodotto solo l’eclisse della concertazione – finita da tempo, come si è ricordato più volte – ma degli interlocutori di sempre del sindacato: novità – non certo positiva – nella già cattive nuove della crisi.

Si è chiusa un’epoca. Ma questo, se significa interrogarsi sulla scatola degli attrezzi del sindacato, non mette in discussione, anzi dà più forza all’idea di un Piano del lavoro: alla proposta che la Cgil ha lanciato nella conferenza di programma dei primi del 2013. 

È il lavoro il paradigma della crescita: “O si crea lavoro o la crescita non ha senso”. E creare lavoro, appunto, significa rimettere in moto gli investimenti pubblici da un lato, puntare con forza alla dimensione territoriale dall’altro: produrre un circolo virtuoso in cui le domande dei cittadini possano mettere in moto – si pensi al ciclo dei rifiuti – le occasioni per la nascita di imprese, ricerca e occupazione. Condizione prima – fatto non secondario – per l’emergere di un modello culturale diverso da quello, dominante, del consumo come condizione dell’identità della persona. Questo è il Piano del lavoro: un’idea di cittadinanza, oltre che di sviluppo, capace di porre un argine al progressivo impoverimento del paese, dare gambe alla lotta contro le crescenti diseguaglianze e invertire il pessimo trend delle regioni meridionali. 
Un’impresa complessa, com’è evidente, che richiede un sindacato forte e radicato. “Vorrei ricordare – ha osservato Camusso pensando all’accordo Buozzi-Mazzini del settembre ’43 – che uno dei primissimi atti dell’Italia già liberata fu la ricostituzione delle Commissioni interne. Quando si dice che i permessi sono un costo e bisogna tagliare, si afferma un teoria più generale: è la democrazia, considerata un costo, che bisogna tagliare!”. I grandi cambiamenti – come insegna la storia delle lotte operaie, fattore decisivo delle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro – sono il frutto della democrazia, della valorizzazione dei saperi diffusi, non “della mente illuminata dei gruppi dirigenti”. È da qui che si deve partire per la ricostruzione dei legami di solidarietà. “La destrutturazione del lavoro non è stata un fatto transitorio”. E se il precariato è così vasto e diffuso, il tema dei diritti universali è assolutamente centrale. “Si può fare tutto per legge? Tutto questo non pone problemi nuovi anche per la struttura contrattuale così come l’abbiamo immaginata?”. Bisogna provare a sperimentare, allora, senza avere paura di mettere in discussione vecchi schemi.

E di uno schema consolidato, è parso dire Camusso, sembra essere anche il modo in cui – il riferimento era all’intervento di Maurizio Landini – è stata affrontata la vertenza delle pensioni proposta nella relazione introduttiva. “Si può pensare di Cisl e Uil tante cose, ma davvero si crede sia possibile una vertenza della sola Cgil?”. Le parole dette da Bonanni e Angeletti “sono un avanzamento importante”, non si può far cadere nel vuoto la loro disponibilità. Così come non si può ritornare – sempre a proposito di pensioni – al punto di partenza: la strada è quella di una vertenza capace di costruire un prospettiva solidale, il traguardo di una pensione decente per tutti.

Il rischio dello schematismo, ancora, è presente anche in alcune delle riflessioni sul salario minimo. La soluzione non può essere quella di perseguire l’obiettivo ognuno nel proprio paese, la soluzione è una norma europea: “Costruire un punto minimo che valga per tutta l’Europa, che sottragga alle multinazionali la possibilità di fare dumping”. Una questione, com’è evidente, che rimanda al tema della contrattazione inclusiva e del lavoro povero, lungamente affrontato nella relazione introduttiva. E insieme, su un altro versante, della contrattazione sociale, decisiva per il Mezzogiorno e l’articolazione del Piano del lavoro.

È una situazione inedita, in conclusione, quella in cui si sviluppa oggi l’iniziativa del sindacato. Un contesto che chiede “di cambiare, di scommettere sull’innovazione, di decidere in che verso andare partendo dagli strumenti che abbiamo a disposizione”. Fondamentale, guardando appunto alla strumentazione, il Testo unico sulla rappresentanza. “Ci siamo confrontati – ha ricordato Camusso – e abbiamo fatto la consultazione”. Ora non si può continuare all’infinito. In Cgil si è sempre discusso, si continua a discutere anche del ’75 e dell’accordo sul punto unico di contingenza. “Adesso occorre un passo avanti. Bisogna sapere che ci sono degli accordi che vanno applicati, nel caso specifico da estendere ad altri settori. Poi possono sempre essere migliorati”. Nella consapevolezza, anche qui, che qualcosa è cambiato: che “c’è tutto un campo in cui lavorare: l’elezione delle Rsu e l’affermazione della Cgil”. “E sapendo che c’è un’etica dell’organizzazione. E’ lo Statuto confederale”.

Democrazia, partecipazione, modalità della discussione all’interno della Cgil, formazione delle decisioni. Anche qui il sindacato di Corso d’Italia non deve adeguarsi allo stile dominante, al leaderismo e alla personalizzazione della politica. “Non è vero che esisti solo se sei segretario generale”. Non sono le primarie, se la vita democratica dell’organizzazione ha necessità di essere arricchita, la strada giusta. “Noi pensiamo piuttosto a una riduzione del ruolo del segretario generale, a una maggiore responsabilità collettiva”. Che è il modo migliore “di interpretare le tante anime del mondo del lavoro”: le tante anime che da sempre dànno forza, ricchezza alla “casa comune” della Cgil.

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Il lavoro decide il futuro. Le conclusioni di Susanna Camusso – See more at:

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