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Eurorussia: unire Europa e Russia

di Agostino Spataro
In un momento altamente critico delle relazione fra la Russia e l’Unione Europea e la Nato, nel vivo di questa fiacca campagna elettorale europea, dal “pozzo” in cui mi trovo, desidero affacciare l’ipotesi, ardita in verità, di unire l’Unione Europea e la Russia, sperando che qualcuno ci mediti sopra.

Un’idea che, se avviata, potrebbe modificare radicalmente la prospettiva delle nostre relazioni con la Russia: dalle tensioni attuali, dal possibile conflitto (da evitare ad ogni costo) alla cooperazione, all’integrazione, all’unione.

Ovviamente, la realizzazione dell’ipotesi va vista nel medio-lungo termine e tenendo conto degli sviluppi, e delle conseguenze, degli accordi per il Nuovo ordine internazionale. E senza lasciarsi influenzare dalle “contingenze” ossia dai personaggi, dai metodi e dalle circostanze politiche e militari attuali (“questione ucraina”) che, in quella prospettiva, saranno superati.

In ogni caso, ritengo che già cominciarne a parlare sarebbe di grande aiuto per la pace e un  grande beneficio per le due entità e per i loro popoli.

Ma ecco, di seguito, l’ipotesi come l’ho, sinteticamente, formulata nel mio recente libro I giardini della nobile brigata. Vedi link.

“Per alcuni l’Europa non è un continente, ma solo una propaggine dell’Asia verso l’Atlantico e il Mediterraneo. Fisicamente, così è. Tut­tavia, da tremila anni, l’Europa è fonte e sede di una delle più grandi civiltà umane. Purtroppo, oggi, è in declino e molti, amici e concor­renti, cercano di anticiparne la caduta, per spolparsi le sue ricchezze materiali e immateriali.

Più che una speranza ben riposta, il futuro dell’Europa è un problema mal posto, poiché resta incerto e succube di forze e interessi ostili e contrapposti.

La soluzione? La risposta non è facile. Abbozzò un’ipotesi, così di getto, che forse risente della contingenza.

Per evitare la disgregazione della U.E. , la prima cosa da fare è quella di cambiare registro politico, per un’Europa dei popoli e non delle consorterie mul­tinazionali.

Sulla base di tale correzione, dovrà proseguire l’allargamento fin dove è pos­sibile nell’ambito europeo, senza più provocare o favorire tensioni per conto terzi.

In secondo luogo, l’Europa deve progettare, e realizzare, l’unione con la Russia. Sì, avete letto bene, con la sterminata Russia che ci viene presentata come l’eterno nemico. Oggi, un’idea simile potrà apparire paradossale, fuori da ogni ragionevole previsione.

Tuttavia, avrebbe un senso, una logica direi, se considerata per il me­dio/lungo termine e alla luce delle nuove riaggregazioni (spartizioni?) mondiali che stanno avvenendo su basi continentali e non più ideologi­che o di reddito: Nord- Sud, Est- Ovest, ecc.

Nel nuovo scenario in formazione,  l’U.E., barcollante e squilibrata al suo interno, ri­schia di apparire un “continente” in bilico, alla deriva.

Se l’Europa desidera uscire da tale condizione dovrà ag­gregarsi per creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale.

Con chi? Gli Usa sono lontani e i loro interessi non sempre comba­ciano con quelli europei; l’ipotesi euro-mediterranea è stata fatta fallire per volere degli Usa e per subalternità francese.

Non resta che la Russia ossia con un Paese- continente che dispone di territori sterminati e di enormi riserve energetiche e metallifere, di bo­schi, di acque, di terre vergini, di mari pescosi, ecc.

Risorse importanti, strategiche che, unite al grande patrimonio europeo (tecnologie, saperi, scienze, professioni, tradizioni democratiche, ecc), potrebbero costituire il punto di partenza per dare vita a “EuroRussia”, a una nuova “regione” geo economica mondiale, dall’Atlantico al Pacifico, al Mediterraneo.

Ovviamente, questo è solo uno spunto, una “bella utopia”. I giochi di guerra, gli intrighi per il nuovo ordine mondiale sono in corso da tempo. E sono ancora aperti. Il problema è come vi si partecipa, se da protagonisti o da comprimari.

All’orizzonte si profila una nuova bipartizione del mondo, con Cina e Usa come capifila. Taluno prevede una tripartizione, inserendo la Russia nel terzetto. Nessuno pronostica un ruolo primario dell’U.E., condannata a restare sottoposta agli Usa.

Non sappiamo quali saranno la collocazione, il ruolo di Russia e del’Europa fra 30/50 anni. Una cosa sembra sicura: divise, potranno solo sperare che uno dei due capifila le inviti ad accodarsi.”

3 maggio 2014

 

Agostino Spataro, bibliografia in :

montefamoso.blogspot.it/2014/04/agostino-spataro-bibliografia.html

—————

 

“Dedicato ai grandi visionari del passato e del presente, perché da loro verrà il futuro del mondo.”

SCHEDA DEL LIBRO: Il libro, pagine 186, codice ISBN: 9788891074195, prezzo di copertina Euro 14, è vendita nella catena delle Librerie Feltrinelli o su ilmiolibro.it e in altre librerie online. E’ anche su Amazon in edizione Kindle (e-book) a 2, 20 Euro.


L’INDICE SOSTITUITO CON 19 GIARDINI 

Alcuni passaggi da: “IL GIARDINO DELLE PIETRE CADUTE”

Che tristezza la vita senza Marx ! Mi domando, vi domando: come mai quell’ebreo ateo e barbuto ci ha stregato, per 150 anni, facendoci sognare un mondo nuovo che pareva a portata di mano? Miliardi di uomini e donne vi hanno creduto e per esso combattuto. Tantissimi sono morti trucidati evocando il suo nome: comunismo. Prima di Marx, solo il Cristo ci dicono i vangeli era riuscito a infondere, a promettere ai suoi seguaci (a quel tempo non molti) un’idea di salvezza ultraterrena. Marx, invece, ha spostato l’appuntamento sulla Terra. Per oltre 150 anni, abbiamo camminato uniti, proletari e intellettuali, la forza del lavoro e l’intelligenza del mondo. Tutti uguali, tutti più forti. L’utopia divenne futuro possibile. Mi domando e vi domando: siamo stati tutti visionari, folli? E per così lungo tempo? No, la follia non può durare un tempo così lungo. Perché mai, allora? Che tristezza, compagni, la vita senza Marx…

Ecatombe delle lingue Il trionfo mondiale della lingua inglese provocherà un’ecatombe delle altre lingue. Avremo un paio di lingue imperiali e, forse, alcuni dialetti. Come per i defunti, si spererà nella resurrezione delle lingue. La nuova Babele? (1998)

Vertice senza base non si regge In Nuova Zelanda, i bianchi (in prevalenza anglosassoni) appaiono come una razza cristallizzata, anemica raccolta in un club esclusivo saldamente insediato al vertice di una società composta, in maggioranza, di maori e di “musi gialli” come qui chiamano gli immigrati cinesi e indocinesi. Un vertice senza base propria è destinato a crollare. Prima o poi.

Civiltà La civiltà degli altri ci terrorizza poiché, sconoscendola, la percepiamo come minaccia. Perciò, vorremmo che la “nostra” più rasserenante civiltà domini sulle altre.

La città fantasma Infine giungemmo ai piedi della collina di roccia arenaria sulla quale s’innalza la seconda Mareb. La città è disabitata, ma quasi intatta. I palazzi di sei, sette piani sono ancora in piedi, la cinta muraria, invece, è sventrata in più punti. Le origini di questa città- fantasma si perdono nella notte dei secoli, la sua vita è stata scandita da eventi, prevalentemente, funesti che hanno sconvolto la regione: guerre e conseguenti rappresaglie fra tribù rivali. A ogni guerra seguivano il saccheggio e, talvolta, la distruzione da parte dei vincitori. È una città morta, abitata dai fantasmi di un passato, anche recente, che la vide al centro di feroci battaglie, durante la guerra civile (1962/68) fra i realisti seguaci dell’Imam (sovrano) e i rivoluzionari di tendenza nasseriana. Qui si decisero le sorti della rivoluzione repubblicana. Mareb fu una munita roccaforte dei realisti, sostenuti dall’Arabia Saudita e da alcune potenze occidentali. Quando cadde, l’Imam riparò in Inghilterra, mentre i suoi seguaci si dispersero nei vasti deserti dei dintorni. Per i vinti era la città del disonore e della sconfitta, per i vincitori l’ultimo simbolo di un passato millenario da aborrire. Città esecranda e covo di realisti sanguinari, non vollero degnarla di una morte onorevole: la lasciarono là, intatta, a imputridire.

Sicilia militarizzata Povera Sicilia! Di nuovo, terra di conquista e di rapina. Partito o movimento? La clamorosa affermazione elettorale del “grillismo” ha riproposto un antico dilemma: partito o movimento? Nella fase attuale, la tradizionale forma partito vive una crisi drammatica, forse irreversibile. D’altra parte, nemmeno i movimenti, alla fin fine, risultano abbastanza convincenti. In realtà, partiti e movimenti tendono a eludere il problema centrale che è quello di progettare una fase superiore della democrazia ossia forme nuove della partecipazione democratica dei cittadini alle scelte politiche e strategiche, all’ elezione degli organi costituzionali. Perché così vogliono i padroni (committenti di entrambi) per non avere le mani legate da fastidiose pretese democratiche. La questione non si pone solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. Da lungo tempo è presente in Argentina, dove predomina il “peronismo” ossia il movimento per eccellenza, cui molti, nel mondo, si riferiscono senza ammetterlo. Perciò, segnalo il punto di vista del prof. J.P. Feinmann il quale, partendo appunto dalla realtà argentina, delinea le differenze sostanziali tra partito e movimento. Ecco una sintesi. Un partito è una parte, una parte non è il tutto. Il partito, dunque, è una parte che ha deciso di differenziarsi. Un partito è una differenza. Una differenza con tutto l’altro che è. Qualcuno appartiene a un partito perché aderisce a una determinata visione della politica. Questa “determinazione” da al partito una maggiore tendenza identitaria… Un partito è una fissità: è qualcosa e, essendolo, non è, non può essere molte cose. Un partito non assomma, ma toglie. Fissa un’identità, forse un’ideologia, però, per esserlo, esclude troppo. La pratica del “duce” è l’unità dei diversi. Unire i diversi e sommare. Sommare é accumulare potere. Un movimento è elastico, si muove, si espande, incorpora, non esclude. Un movimento più che essere, diviene. Il movimento non “è”, il movimento è azione, mobilità, inclusione costante, espansione illimitata. Il movimento è divenire puro. Il partito “è”: ha un’ identità chiara però non si espande, non somma, non diviene. Il movimento non “è”: si muove, diviene. La sua identità è debole. Da qui la sua vicinanza col populismo. Un partito si basa su una teoria, questa teoria esprime la sua razionalità. Un movimento populista si esprime con una serie di formulazioni vitali, di valore, di proposte che cercano di suscitare più l’adesione sentimentale, l’emozionalità che la fredda apoditticità (?) della ragione. Perciò, si richiede la figura del leader come punto unico di confluenza. (da J. P. Feinmann in “Pagina 12” del 24/7/2004, Buenos Aires)

Petrolio Le vie del petrolio sono molto scivolose, infide. Molti vi sono caduti. Altri cadranno. Secondo le nuove inchieste, anche in Italia vi potrebbero essere state vittime illustri: da Enrico Mattei, primo presidente dell’Eni, a Pier Paolo Pasolini, autore di “Petrolio”, appunto.

Folla ingravidata Sembra che la folla sia stata ingravidata, quando prima potrebbe partorire un nuovo duce. Speriamo in un aborto! Se la destra governa mediante la sinistra Talvolta, è accaduto che la destra, non quella dei partiti ma quella che comanda per davvero, per attuare il suo programma antisociale ne abbia affidata l’esecuzione a un governo di “sinistra”. Il contrario non si è mai verificato.

L’Odissea degli ex Pci Parlando ad Agrigento, Massimo D’Alema è ricorso alla metafora delle peripezie di Ulisse e di Enea per spiegare al popolo scontento il sofferto passaggio dal Pci al Pds, al Pd. A molti, l’accostamento apparve improprio. Fra i due casi, l’unica coincidenza sta nella durata delle rispettive tribolazioni: 20 anni. Il confronto, infatti, è improponibile. Poiché se Ulisse ritornò a Itaca e riprese il potere, se Enea, dopo Cartagine, approdò a Trapani e infine sulle coste laziali e diede origini al processo che porterà alla fondazione di Roma, nessuno garantisce che la navicella del Pd riuscirà ad approdare indenne in qualche spiaggia e a realizzare il sogno del vecchio Pci.

Informazione fai da te In tempi di comunicazione istantanea, di controllo, di spionaggio di massa (alcune centrali sanno tutto di ciascuno di noi), stranamente si registra un’incapacità dei media a scoprire e denunciare le magagne dei quattro potenti che dominano il mondo. Incapacità o tradimento della missione? In realtà, la sensazione più avvertita è quella di un’informazione faziosa, carente e pertanto inaffidabile. Un’informazione che si è mangiata tutta la credibilità di cui godeva, fin dai tempi antichi quando il “giornale “ era il Vangelo. “L’ha scritto il giornale!” E tanto bastava per accreditare una notizia come verità indiscutibile. Spiace rilevarlo, ma oggi non è più così: continua a diffondersi la convinzione che non ci possa più aspettare nulla di vero, di obiettivo dal “giornale” o dal telegiornale. E così, la gente si arrangia, si confeziona la notizia, il suo personale bollettino quotidiano. A scapito delle tirature, degli ascolti. Si smontano le edicole. La foto più triste che ho veduto, di recente, è stata quella di una gru che sradica l’edicola di piazza Gallo, ad Agrigento e un camion se la porta chissà dove. Per anni, quella fu la mia fonte quotidiana.

La spina e la presa Per far fronte ai consumi energetici (191 MTep), l’Italia deve importare enormi quantitativi di petrolio e di gas dai Paesi produttori, in prevalenza arabi. Una dipendenza eccessiva, costosa in termini finanziari ed ecologici, che dovrebbe indurci al risparmio e alla ricerca delle fonti alternative, a pensarci due volte prima di prendere l’automobile, di aprire il gas o d’inserire la spina in una presa elettrica. Un esercizio mentale utile che ci aiuterebbe a ricordare anche da dove parte la materia prima che fa girare i nostri contatori. Meglio ancora se, con una mappa e la spina in mano, proviamo a risalire alla fonte, al giacimento che ci rifornisce. Avremo, così, la sensazione d’inserire la spina non nella presa domestica, ma nel pozzo di petrolio o di gas di tale o tal’altro deserto arabo e/o africano. Un percorso a ritroso necessario per capire l’importanza capitale di questi popoli e Paesi nostri fornitori. Senza, mai dimenticare un particolare: noi abbiamo la spina e loro hanno la presa.

(2013) Le madri del Sud Le rispuntò una lacrima. “Eh! Cosa vuoi fare Carmè? Ammalarti di malinconia? Non sei la sola a essere tormentata da questa mancanza. In paese, nessuno può dirsi veramente immune da questo malanno. Tu li hai nel Veneto. Ed io? I miei figli dove si trovano, Carmè? In Venezuela. Da quarant’anni che sono alla stranìa e, in tutto questo tempo, li ho visti tre o quattro volte. Prego Iddio che me li faccia abbracciare per l’ultima volta, prima di morire” “Certo che anche vossia…che strazio al cuore! riprese Carmela Ma mi domando e dico: perché solo noi, le madri della bassa Italia, non ci possiamo godere i figli e i nipoti? Dove sta scritto che quelli dell’alta Italia si possono godere i loro, e i nostri, figli per giunta forniti di laurea e diploma? La nostra gioventù rubata. Si rubata senza pagare dazio. Questi che parlano di “Roma ladrona”, lo sanno quanto ci rubano, a noi del sud, per ogni figlio che emigra al nord? L’hanno fatto mai il conto di quanto ci costa crescere un figlio? Giustizia e castigo, Signuri! Ossica…” Espressione tremenda, specie se pronunciata da una madre ferita. La stessa che vidi scritta, ripetuta in bella forma, sul selciato di plaza de Mayo, a Buenos Aires. Anche laggiù, nel Sud più profondo, è questo l’urlo delle madri alle quali hanno rubato, e massacrato, i figli! (da “Pasta e famiglia”)

Libertà dal…lavoro Fra le libertà acquisite nei Paesi ex socialisti dell’Europa orientale, c’è quella dal lavoro che, prima, era obbligatorio, costrittivo. Oggi, la gente è libera di non lavorare. Molti, infatti, non lavorano ed emigrano all’estero per trovare un lavoro, anche da schiavi.

L’opposizione stanca Il PD è un ectoplasma ingombrante, amorfo, incompiuto, inconcludente. Formalmente, è collocato all’opposizione ma non ha voglia di farla. Meglio sarebbe che andasse al governo, anche con Berlusconi, così lascerebbe il campo a una nuova, vera opposizione di sinistra.

Il cambiamento In politica, il cambiamento verrà dall’esterno del sistema dei partiti, perché all’interno il sangue non circola più.

Fiori di creta L’evoluzione della civiltà floreale è passata dai fiori di creta ai fiori di plastica. Indistruttibili, eterni. Mai fiori di campo.

Il rispetto Il rispetto è uno dei figli generati da quella strana coppia formata dalla paura e dal servilismo. In genere, si rispetta qualcuno perché se ne ha timore o, talvolta, per servilismo volontario, per il piacere di servirlo. Raramente, si rispetta qualcuno per le sue virtù, per la sua bontà d’animo. Anche verso Dio molti hanno più timore che rispetto.

La morte del denaro Stiamo assistendo alla lenta morte del denaro come valore di scambio.

Il sole malato Ore cinque del mattino. Il popolo degli uccelli canta la sveglia. Già a quest’ora, hanno tanto da fare. Ma che cosa? Boh! Si agitano come in caserma, quando il trombettiere suona la sveglia e il reggimento scatta in piedi, corre a destra e a manca, alla doccia, alla mensa, alle esercitazioni… Devono farlo! Questo è lo spettacolo cui assisto ogni mattina, quando mi affaccio alla finestra per lodare il Sole che nasce sopra Aragona. Solo una sbirciatina, perché in faccia, non si può guardare. Lo sguardo non reggerebbe alla sua vista. Ancor meno fissarlo, la sua luce ti accecherebbe. Come quella di Dio, secondo i credenti. Così è sempre stato. In questi giorni, invece, posso fissarlo a lungo e senza danno. Il Sole non splende come suole. È velato, svogliato, malinconico. Sembra malato.

La lotta di una sola classe La vera protezione che, oggi, manca agli operai e, in generale, ai lavoratori dipendenti, non è soltanto quella sui posti di lavoro dove si continua a morire, ma, prima di tutto, la tutela politica e sindacale. Ormai, la funzione politica e produttiva del lavoro non è più riconosciuta. La classe operaia è stata degradata da classe a massa indistinta. L’unica classe rimasta in campo, vittoriosa, è quella dei padroni che proseguono la loro guerra, praticamente senza più avversari. Si è passati dalla lotta fra le classi alla lotta di una sola classe. Come se a una competizione partecipasse soltanto un concorrente. Egli vincerà, ma che razza di vittoria sarà la sua?

Vecchia Europa? E’ vero. Da un certo tempo, l’Europa appare fiacca, stanca, spaventata. Mostra, evidenti, i segni del declino economico, morale e soprattutto demografico. Rischia di perdere il suo ruolo, primario e non sempre positivo, nel mondo. Ironia della storia, l’Europa, fautrice del colonialismo “civilizzatore”, potrebbe divenire preda dell’espansionismo strisciante di varia provenienza. Qualche avvisaglia si è avuta in passato quando i grandi imperi del Sud (specie islamici) si espansero verso il cuore dell’Europa e per poco non la conquistarono. Oggi, tale pericolo non è all’ordine del giorno. Tuttavia, diversi indicatori segnalano una preoccupante decadenza. A cominciare dal ricorso all’uso eccessivo dell’aggettivo “vecchio” che induce al pessimismo e permea lo spirito pubblico. Da qui, la vulgata del “vecchio Continente”, della “vecchia Europa”. E batti e ribatti, dopo/con la vecchiaia viene la morte! Vulgata da sfatare, a mio parere, giacché l’Europa non è un vero continente (taluni sostengono che sia un’appendice dell’Asia) e, in ogni caso, non è più vecchio di altri. Da quel che è dato sapere, la formazione geologica degli attuali “continenti” è, pressappoco, coeva. Se si vuol fare derivare la “vecchiezza” dalla durata della sua civiltà, c’è da osservare che quella asiatica (dal medio all’estremo oriente) è molto più vetusta di quella europea.

Vinti e affascinati “Generalmente, i vinti sono affascinati dai loro vincitori” (Ibn Khaldoum)

Eurorussia: unire Europa e Russia Per alcuni l’Europa non è un continente, ma solo una propaggine dell’Asia verso l’Atlantico e il Mediterraneo. Fisicamente, così è. Tuttavia, da tremila anni, l’Europa è fonte e sede di una delle più grandi civiltà umane. Purtroppo, oggi, è in declino e molti, amici e concorrenti, cercano di anticiparne la caduta, per spolparsi le sue ricchezze materiali e immateriali. Più che una speranza ben riposta, il futuro dell’Europa è un problema mal posto, poiché resta incerto e succube di forze e interessi ostili e contrapposti. La soluzione? La risposta non è facile. Abbozzò un’ipotesi, così di getto, che forse risente della contingenza. Per evitare la disgregazione della U.E. , la prima cosa da fare è quella di cambiare registro politico, per un’Europa dei popoli e non delle consorterie multinazionali. Sulla base di tale correzione, dovrà proseguire l’allargamento fin dove è possibile nell’ambito europeo, senza più provocare o favorire ten-sioni per conto terzi. In secondo luogo, l’Europa deve progettare, e realizzare, l’unione con la Russia. Sì, avete letto bene, con la sterminata Russia che ci viene presentata come l’eterno nemico. Oggi, un’idea simile potrà apparire paradossale, fuori da ogni ragionevole previsione. Tuttavia, avrebbe un senso, una logica direi, se considerata per il medio/lungo termine e alla luce delle nuove riaggregazioni (spartizioni?) mondiali che stanno avvenendo su basi continentali e non più ideologiche o di reddito: Nord- Sud, Est- Ovest, ecc. Nel nuovo scenario in formazione, l’U.E., barcollante e squilibrata al suo interno, rischia di apparire un “continente” in bilico, alla deriva. Se l’Europa desidera uscire da tale condizione dovrà aggregarsi per creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale. Con chi? Gli Usa sono lontani e i loro interessi non sempre combaciano con quelli europei; l’ipotesi euro-mediterranea è stata fatta fallire per volere degli Usa e per subalternità francese. Non resta che la Russia ossia con un Paese/continente che dispone di territori sterminati e di enormi riserve energetiche e metallifere, di boschi, di acque, di terre vergini, di mari pescosi, ecc. Risorse importanti, strategiche che, unite al grande patrimonio europeo (tecnologie, saperi, scienze, professioni, tradizioni democratiche, ecc), potrebbero costituire il punto di partenza per dare vita a “EuroRussia”, a una nuova “regione” geo economica mondiale, dall’Atlantico al Pacifico, al Mediterraneo. Ovviamente, questo è solo uno spunto, una “bella utopia”. I giochi di guerra, gli intrighi per il nuovo ordine mondiale sono in corso da tempo. E sono ancora aperti. Il problema è come vi si partecipa, se da protagonisti o da comprimari. All’orizzonte si profila una nuova bipartizione del mondo, con Cina e Usa come capifila. Taluno prevede una tripartizione, inserendo la Russia nel terzetto. Nessuno pronostica un ruolo primario dell’U.E., condannata a restare sottoposta agli Usa. Non sappiamo quale saranno la collocazione, il ruolo di Russia e del’Europa fra 30/50 anni. Una cosa sembra sicura: divise, potranno solo sperare che uno dei due capifila le inviti ad accodarsi. (marzo 2014)

Il crollo del muro Sono trascorsi 25 anni dal crollo del muro di Berlino. I soliti benpensanti, fra ingenuità e furbizie, vogliono far credere che, col muro, siano crollate tutte le ideologie. Almeno le due principali e antagoniste: quella socialista d’ispirazione marxista e quella capitalista. Il nuovo secolo vedrà l’umanità libera dal giogo della contrapposizione ideologica, degli odi di classe, anche se sarà attanagliata da nuove, immense povertà, da guerre e malattie, da pericolose spinte nazionalistiche, razzistiche, fondamentaliste religiose, da disastri naturali in gran parte annunciati e non prevenuti. In realtà, ha vinto il neo-liberismo il quale sta imponendo al mondo le sue regole, i suoi interessi e le sue aberranti logiche. Come un rullo compressore, sta smantellando gli equilibri internazionali politici, economici e militari e i sistemi delle relazioni sociali e culturali preesistenti. A Berlino è crollata una certa idea del socialismo, quello realizzato nei paesi dell’est europeo che, forse, sarebbe più corretto chiamare statalismo illiberale ossia un’esperienza specifica, storicamente determinata, implosa perché ha esaurito la sua “spinta propulsiva”, come notò Enrico Berlinguer. Tuttavia, il crollo non ha travolto l’idea fondamentale, lo spirito umanitario del socialismo che, per quanto si voglia diffamare, rinnegare, rimuovere dalla coscienza dei lavoratori e dei popoli, continua ad aleggiare sopra le nostre sconfitte e le nostre solitudini. Prima o poi, statene certi, questo “spirito” scenderà in noi e riprenderemo il cammino interrotto.

 

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