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Renzi: 80 euro coi soldi delle pensioni

3 cartedi G.Z. Karl
In tanti si sono sempre domandati come fosse possibile che Renzi, diversamente da Letta, fosse così abile da trovare 80 euro da destinare ai lavoratori subordinati che si trovano nella fascia di reddito tra 18.000 e 24.000 euro. Bene, intanto va detto che era immaginabile che Renzi, alla stessa maniera di Berlusconi di cui in fondo è il pargolo, prediligesse l’obiettivo rispetto alle sue modalità realizzative. Inoltre, era prevedibile che la tempistica di realizzazione degli obiettivi facesse premio su qualunque altra considerazione. Questo è il “politico” di Matteo Renzi in termini di metodologia. Nulla di sorprendente, lo sapevamo già. Né si rimane sorpresi nel constatare che questo è in definitiva quanto lo stesso Berlusconi era solito fare quando era lui al governo. Invece, stupisce francamente che non se ne siano accorti i militanti del PD che lo hanno votato alle scorse primarie.

Comunque, passiamo oltre e vediamo come questi 80 euro verranno trovati. Con la firma del Capo dello Stato (il quale non ci ha trovato niente da ridire, sarà forse un caso?), è stato infatti promulgato, e poi pubblicato in Gazzetta Ufficiale, il Decreto Legge n. 66 del 24 aprile 2014. Sorge, a titolo preliminare, una domanda: ma Renzi non era quello che, rispondendo a Grillo nell’incontro per la formazione del Governo, disse che lui non era quello che aveva fatto tanti decreti legge in passato e che non era ancora entrato in Parlamento, come a dire che lui non c’entrava niente con certe prassi? La coerenza, all’evidenza, gli fa difetto, ma anche qui passiamo oltre.

Ci sono alcuni elementi di questo decreto che attirano immediatamente l’attenzione, se solo ci si peritasse di leggerlo, anche di chi non è necessariamente un economista (e forse è un vantaggio talvolta):

1)     alle persone che si trovano nella fascia di reddito sopra indicata verrà riconosciuto un credito di imposta pari a 640 euro per il solo anno 2014; in altre parole, il decreto in esame non cambia né la struttura dell’IRPEF né la struttura delle detrazioni e, quindi, i lavoratori compresi in questa fascia di reddito si vedranno aumentare la busta paga di 80 euro al mese, come per magia, a sistema fiscale invariato;

2)     verrebbe da chiedersi come sia possibile che non cambiando niente si ottengano 80 euro; è chiaro che alla prima sorpresa seguono ulteriori sorprese; chi deve elargire questi famosi 80 euro? Lo Stato verrebbe da dire; calma la risposta è un po’ più complicata, perché se lo Stato non cambia la struttura fiscale non può essere in prima battuta il fisco; si tratta, molto più banalmente, delle imprese che come sostituti di imposta sono tenute a riconoscere e liquidare il credito ai lavoratori;

3)     si potrebbe pensare a qualche forma di giustizia sociale, stando alla comunicazione di Matteo Renzi; qui, però, viene il bello perché le imprese non fanno mai niente per niente e dunque non dovranno metterci del loro, bensì per liquidare gli 80 euro dovranno, da un lato, agire sulle ritenute d’acconto gravanti sui lavoratori dipendenti, che dunque non verranno versate per essere invece girate ai lavoratori dipendenti, e qualora non ci sia capienza il sostituto d’imposta non verserà nella misura corrispondente i contributi previdenziali;

4)     qui già una persona sana di mente forse comincerebbe a mugugnare vedendo iniziare a sparire i soldi (magari non tutti, ma una parte) destinati alla propria pensione; naturalmente, non c’è da preoccuparsi, perché con Renzi siamo in mani affidabili e pertanto non è affatto vero che le pensioni di questi lavoratori sono messe in pericolo da un buco di qualche euro nelle casse dell’INPS,  o no?

Da buon padre di famiglia, il Governo ha infatti disposto (art. 1, comma, 6) che l’INPS si rivarrà, per i contributi non percepiti, sulle ritenute da versare all’Erario e così il gioco è fatto. Lo Stato dovrà farsi carico, in ultima analisi, di versare questi 80 euro. Potremmo allora pensare che va tutto bene e che finalmente si mettono in discussione le regole europee, che andremo in deficit senza doverci preoccupare del conflitto che nascerebbe inevitabilmente dal dover mettere a carico di qualcuno questa misura di giustizia sociale?

No, le cose non stanno proprio così. Mister Semplicità (o semplicismo, fate un po’ voi) dice che bisogna trovare queste famose coperture per fare i compiti a casa. Che vuol dire? Vuol dire semplicemente che non si deve andare (troppo) in deficit per pagare gli 80 euro, bisogna rimanere sotto la soglia del 3% del rapporto deficit pubblico/PIL. Occorre dunque che la misura sia finanziata attingendo alle voci del bilancio dello Stato. Certo, si potrebbe pensare che sia Bruxelles a chiedercelo (anche se noi abbiamo iniziato a stancarci di ascoltare quei personaggi). E in effetti ce lo chiede Bruxelles. Il problema però è un po’ più serio, per l’ennesima volta, di Bruxelles coi suoi parametri di politica economica privi di senso. Il problema è quello della sostenibilità del sistema, perché ci si è dimenticati di un piccolo particolare in questa discussione. Cioè che l’INPS versa all’erario a titolo di sostituto d’imposta le ritenute sui contributi previdenziali. Ma l’Erario è poi tenuto a ripianare i buchi dell’INPS, ove mai si aprissero. Il tutto senza peraltro che sia possibile, grazie all’insensatezza di Maastricht, accendere nuovi debiti.

Ulteriore piccolo dettaglio: il decreto in parola non quantifica le somme di cui stiamo discutendo. È probabile che al MEF abbiano preparato una tabella sui buchi che si apriranno nei conti dell’INPS e dell’Erario. Una persona comune potrebbe dire però che noi stiamo esagerando, in fondo è previsto un meccanismo di compensazione tra INPS ed Erario. Sì, certamente, peccato però che un conto siano i contributi previdenziali e un conto siano le ritenute sugli stessi contributi previdenziali. A occhio, pur in assenza di stime ufficiali, è del tutto evidente che il primo problema si scaricherà sul bilancio dell’INPS (e di conseguenza su tutti i lavoratori che versano nelle casse dell’INPS i contributi, non solo quelli che beneficeranno degli 80 euro; contenti di saperlo?) poiché il mancato incasso dell’INPS è superiore alla trattenuta a titolo di rivalsa che l’INPS potrà effettuare nei confronti dell’Erario (la ritenuta infatti è una percentuale dell’ammontare complessivo dei contributi che l’INPS non percepirà).

Altro punto da mettere in evidenza è l’argomento implicito nel decreto in esame, che è quello della curva di Laffer di reaganiana memoria, argomento che non ha mai funzionato storicamente. Ovverosia, abbasso le imposte e la crescita economica che ciò genererà servirà a ripianare il deficit che così si viene ad aprire. Peccato, però, che questa cura reaganiana-lafferiana abbia lasciato gli Stati Uniti (e il resto del mondo di riflesso) in grossi guai all’inizio degli anni ’90. Continua a stupirci, sia detto molto onestamente, il livello di ritardo di acculturazione del mondo politico italiano, in particolare del Partito Democratico, quando tutte queste informazioni sono facilmente reperibili su un manuale di studi universitario e oggigiorno finanche su internet.

In ogni caso, si potrebbe dire che il Decreto Legge n. 66 (ma signor Presidente della Repubblica quali erano i requisiti di necessità e urgenza di un simile provvedimento?) prevede le coperture per sostenere il bilancio dello Stato. Ebbene, spiace dirlo ma queste coperture non è che proprio ci siano e, dove ci sono, fanno un po’ tenerezza.

A una prima lettura del decreto, certo approssimativa (ma si tratta di un decreto contenente 51 articoli e tre tabelle; di qui forse anche qualche dubbio sull’omogeneità di un decreto del genere; signor Presidente della Repubblica, come sempre niente da dire a questo proposito vero?) siamo riusciti a trovare una cifra, cioè 2.100 milioni di euro. Questo taglio è certo e si tradurrà in un primo taglio “lineare” tra enti statali: 700 milioni in meno alle Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano; 700 milioni in meno a Province e Comuni divisi bonariamente ed equamente tra i due livelli di governo (ma le Province non dovevano sparire? Mah, noi speriamo intanto che non spariscano); 700 milioni in meno alle amministrazioni centrali dello Stato. Ma il PD non era quello che si lamentava dei tagli lineari di Tremonti? Passiamo oltre. Naturalmente non finisce qui, perché dovrà essere il Presidente del Consiglio dei Ministri, con suo decreto (vi ricorda qualcuno? Ovvio, Berlusconi) a stabilire come tagliare nelle amministrazioni centrali entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del Decreto Legge n. 66 del 2014. Frattanto, però, tanto per essere sicuri, questi 700 milioni sono già resi indisponibili, con un taglio secco operato quasi a metà anno. Tutto giusto per chi ha fretta, un po’ meno per chi ha a cuore i princìpi contenuti nell’art. 97 della Costituzione in materia di buon andamento dell’Amministrazione Pubblica. Qui, di grazia, vorremmo capire dal Signor Presidente della Repubblica se tali princìpi sono già stati aboliti a suo parere, grazie alle riforme costituzionali (tuttavia ancora tutte da approvare) da lui stesso propugnate. E meno male che bisognava andare verso i bilanci pluriennali e la programmazione nell’azione pubblica. Qui le Pubbliche Amministrazioni non possono programmare neanche a un mese a causa di un lavoro fatto così male da parte del Consiglio dei Ministri. Per non parlare dello spreco di risorse risultante dalla necessità di rinegoziare tutti i contratti in essere tra privati e pubblica amministrazione conseguente alla riduzione di risorse ora individuata, con nocumento anche dell’attività di impresa.

Un’altra cifra che siamo riusciti a trovare è quella relativa al Ministero della Difesa, con l’indicazione di dover risparmiare 400 milioni di euro sui programmi pluriennali per la difesa nazionale per l’anno 2014. A parte il fatto che potremmo essere tutti felici se al mondo non vi fossero più armi, in questo settore bisognerebbe una buona volta rilevare che: non vi è innanzitutto una discussione seria sull’organizzazione del circuito politico-amministrativo che, su questi temi, prende decisioni; poi, che non vi è alcuna discussione seria sul livello di spese accettabili per il Ministero della Difesa (ma quest’argomento è forse estendibile a tutte le altre amministrazioni centrali dello Stato); infine, che un giorno il Parlamento stabilisce una cosa, sempre in materia di difesa, dopo il Governo la disfa nel giro di 4 mesi e così via discorrendo, naturalmente senza che il Signor Presidente della Repubblica abbia nulla da dire a riguardo di cotanta incoerenza di azione sul piano politico e legislativo, ma lui è occupato a prendersela contro gli antimilitarismi di ritorno (dopo aver firmato il taglio comunque…). Contento lui. Resterebbe infine da chiedersi come il Ministero della Difesa affronterà questo taglio di 400 milioni. C’è qualche parlamentare volenteroso disposto a vedere come si evolverà il bilancio della Difesa in questo anno? Chi scrive teme che, in un modo o nell’altro, le cose non andranno proprio nel senso indicato dal decreto e per ovvie ragioni, perché i programmi pluriennali si fondano su contratti sottoscritti con aziende fornitrici internazionali private (ma non sarebbe meglio avere un’azienda pubblica nazionale nel settore in grado di sopportare questi costi?) e sottoposti a penalità e dunque o bisognerà pagare delle penalità o ancora i tagli saranno fatti quest’anno per poi pagare il conto i prossimi anni.

Il resto del decreto prevede poi tutta una serie di misure su cui sorvoliamo per brevità, sottolineandone il carattere di c.d. razionalizzazione (in Italia, una parola fallita, visto che la usiamo da 20 anni senza venirne a capo o forse anche in questo caso Maastricht c’entra qualcosa?) e che dovrebbero contribuire a un abbattimento della spesa pubblica, che vada a coprire le spese derivanti dagli 80 euro, ma senza che ve ne sia alcuna determinazione.

Il Decreto Legge n. 66 del 2014 contiene da ultimo una tabella, riferita all’art. 50, con l’indicazione di misure che tutti i ministeri (compreso quello dell’Istruzione e dell’Università) dovranno applicare nei prossimi anni in tema di tagli agli acquisti di beni e servizi. I nostri liberisti alle vongole saranno felicissimi di vedere tagli del genere alla spesa “improduttiva”. Ricordiamo infatti che i liberisti alle vongole sono pure moralisti. Peccato che non tengano conto che le misure di risparmio ivi indicate per i prossimi anni si tradurranno materialmente in meno beni e servizi, appunto, che le Amministrazioni pubbliche domandano alle IMPRESE PRIVATE e non è che questi tagli avvengano quando l’economia cresce del 3% l’anno. Avvengono quando la nostra crescita è poco sopra lo zero.

Già avremmo avuto molti dubbi sull’efficacia complessiva di una simile manovra se la fase espansiva delineata dalla manovra fosse stata pareggiata da una fase di tagli di spesa di analogo importo. E ciò perché è ben noto ormai, tranne che alla Commissione di Bruxelles, le cui previsioni di crescita del PIL greco sono state talmente sconfessate da far dubitare ormai persino dell’utilità dei soldi che paghiamo per mantenere un simile carrozzone, a Padoan e al resto del mondo politico italiano (in primis Renzi) che gli effetti del moltiplicatore della spesa pubblica sono più forti e rapidi degli effetti del moltiplicatore fiscale. Qui siamo di fronte a un caso, a prima vista, un po’ diverso. Vi è una manovra espansiva a cui dovrebbe corrispondere una manovra recessiva sul lato della spesa pubblica che non è possibile quantificare del tutto. Quindi, gli effetti di una simile manovra li vedremo verso la fine dell’anno e non è detto che non ci si debba preoccupare. Anzi, ci si deve preoccupare eccome, dal momento che nel quadro attuale, vale a dire di adesione ai parametri di Maastricht e senza aver formulato nessun piano di uscita dall’euro, un aumento del deficit pubblico a cui non corrisponda peraltro un aumento robusto della produzione, come è molto probabile, significa non solo destabilizzare il Governo (il che non ci dispiacerebbe, come è evidente), ma soprattutto significa mettere a rischio successivamente il nostro Paese di finire sotto la Trojka.

A conclusione di questa disamina, viene solo da chiedere agli “amici e compagni” del Partito Democratico: ma se una manovra simile, che mette a rischio i conti pensionistici, i conti pubblici e taglia scriteriatamente l’Amministrazione Pubblica l’avesse fatta Berlusconi, voi che avreste detto?

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Discussione

Un pensiero su “Renzi: 80 euro coi soldi delle pensioni

  1. Arriviamo al succo i pensionati che prendono sotto i 1000 euro vedranno gli 80 euro???

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    Pubblicato da MARIA LABARTINO | 29/05/2014, 00:26

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