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Germania: il caso Hoeness e la “formidabile” giustizia tedesca

caso Hoenessdi Massimo Demontis (Berlino)
È nota la retorica roboante delle corrispondenze di Repubblica da Berlino, ma non è vera la tesi della „tolleranza zero, anche per i vip, anzi specie per loro perché così funziona la giustizia in Germania soprattutto davanti ai casi di grave frode fiscale“. Quello di Uli Hoeness non è il primo e non sarà l’ultimo caso clamoroso di persone famose condannate per evasione fiscale. Hoeness però sarà il primo vip ad andare in carcere. Prima di lui nessuno di loro è finito dietro le sbarre. Grazie all’istituto della Selbstanzeige, dell’autodenuncia, secondo cui chi dimostra „pentimento operoso (o recesso attivo) “ ottiene un’attenuazione della pena. Altro che tolleranza zero!

Prima di Hoeness sono stati condannati con sospensione condizionale della pena Theo Sommer, editore del settimanale Die Zeit; Klaus Zumwinkel, ex amministratore delegato die Deutsche Post; l’ex star del tennis mondiale Boris Becker e poche settimane fa Alice Schwarzer, attivista femminista, giornalista, fondatrice e editore della rivista Emma.

L’inchiesta di Stern

La sfortuna di Hoeness non è il risultato di un pentimento operoso, né della tolleranza zero e nemmeno del funzionamento superlativo della giustizia tedesca.

È stata conseguenza – da un lato – della paura di essere colto con le mani nel sacco. Paura scatenata non dalla giustizia tedesca, bensì da un’inchiesta giornalistica del settimanale Stern pubblicata prima dell’autodenuncia di Hoeness presso l’ufficio delle imposte di Rosenheim, risalente al 17 gennaio 2013. Stern aveva parlato nella sua inchiesta intitolata „Il contocalcio segreto“, giocando con le parole per fare riferimento al mondo del pallone, di un caso di evasione fiscale di una persona famosa del mondo dello sport bavarese.

E dall’altro lato di una sentenza del Bundesgerichtshof, la corte di Cassazione tedesca, che nel 2012 ha stabilito che nonostante l’autodenuncia a partire da un’evasione fiscale di 1 milione di euro non è più possibile la sospensione condizionale della pena.

Condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere dal tribunale di Monaco di Baviera, il procuratore aveva chiesto 5 anni e mezzo, per aver evaso al fisco 27,2 milioni di euro, Uli Hoeness ha deciso di non ricorrere in appello. L’ex manager ieri ha diffuso un comunicato rendendo noto di essersi dimesso con effetto immediato da presidente del comitato esecutivo e da tutti gli altri incarichi presso la società calcistica Bayern Monaco, di accettare la sentenza e di essere pronto ad andare in carcere.

Nonostante la decisione di Hoeness di non ricorrere in appello, la sentenza non è ancora definitiva. Il pubblico ministero potrebbe decidere di non accettare la mite condanna del tribunale di Monaco e ricorrere contro di essa. In caso di ricorso della procura della Repubblica, il processo Hoeness finirebbe dinanza alla corte federale di Cassazione.

Frankfurter Allgemeine Zeitung: Hoeness ha paura

La decisione di Hoeness che, che contrasta con la richiesta dei suoi avvocati di sospensione del procedimento e di condanna con la condizionale, ha sollevato più di un sospetto. Lo scrive senza giri di parole il quotidiano online di Francoforte FAZ. Hoeness avrebbe accettato la sentenza perché ha paura di un eventuale ricorso della procura della Repubblica e di una riedizione del processo che potrebbe portare alla scoperta di „altri cadaveri nell’armadio“.

L’idolo dei fans del Bayern Monaco non andrà subito in prigione, nemmeno a sentenza passata in giudicato. Ci vorranno alcune settimane prima che le porte del carcere si chiudano alle sue spalle.

Dopo l’autodenuncia è rimasto al suo posto

Ha pianto in tribunale Uli Hoeness, 62 anni, parlando del più „grande errore della sua vita“. Tuttavia dopo l’autodenuncia ha mantenuto per mesi tutti gli incarichi nella società Bayern Monaco, sapendo che nessuno gli avrebbe posto un ultimatum o gli avrebbe chiesto di andarsene. Non lo aveva fatto il consiglio esecutivo della società e non lo avevano fatto i potenti sponsor della squadra, Adidas e Allianz in primis.

Oggi, come ieri, sono ancora in tanti, molti i potenti ma anche tanta gente comune – in Baviera e in tutta la Germania – a stare dalla parte di Hoeness, a cominciare da Horst Seehofer, capo del governo bavarese e leader della CSU. Sono in tanti a parlare di rispetto, a non capire, a giudicare troppo dura la condanna. Una condanna a 3 anni e 6 mesi di carcere. Una condanna lieve per l’entità dell’evasione fiscale.

L’opinione pubblica tedesca è divisa

Secondo alcuni troppo lieve, secondo altri eccessiva. Peter Hausmann, direttore del settimanale conservatore „Bayernkurier“ pubblicato dalla CSU, in un talk show ha detto che quello che „conta è il lavoro di tutta una vita“. E come Hausmann la pensa tanta gente normale, il popolo delle buste paga. Come se l’evasione fiscale fosse un reato marginale, quasi insignificante rispetto alla „grandezza“ dell’uomo.

Eppure stiamo parlando di 27,2 milioni di euro, una montagna di soldi sottratti alle casse dello stato. Che è come se fossero soldi sottratti direttamente dalle tasche dei contribuenti onesti, quei soldi nascosti dal manager del Bayern Monaco al fisco tedesco in una banca svizzera, in quel paradiso fiscale meta amata dagli evasori, non solo tedeschi.

Emozioni a parte, e in gioco ce ne sono davvero tante per tutto ciò che Hoeness ha costruito in 30 anni di carriera, per la rete di relazioni, di amicizie, per le numerose attività sociali che aveva messo in piedi, una doppia morale non è né accettabile né giustificabile con i successi di una vita per nessun cittadino di buon senso, sia esso tifoso del Bayern Monaco o semplicemente fans dell’ex calciatore famoso o anche solo ammiratore dell’Hoeness manager di successo.

Hoeness l’intoccabile, l’istanza morale

La caduta della stella Hoeness è una di quelle che lasciano il segno. Perché Hoeness, scrive il settimanale di Amburgo Der Spiegel, „in Germania stava diventando un’istanza morale, stava diventando altrettanto intoccabile come l’ex cancelliere Helmut Schmidt“. Una descrizione impegnativa, vera, che la dice lunga sul personaggio Hoeness, sul grado di popolarità, di rispetto, sulla capacità di polarizzare e sull’influenza a più livelli raggiunta dall’ex presidente del Bayern Monaco.

Circostanze non chiare

Ci sono ancora episodi poco chiari nel caso Hoeness. Perché un processo così veloce? Da dove vengono esattamente tutti i soldi?

Sono alcune delle domande che circolano nel dibattito pubblico. I soldi, come ha detto Hoeness, provengono da prestiti e da numerose speculazioni finanziarie alle quali il manager sarebbe stato avvezzo. Speculazioni gestite dal suo conto svizzero e mai denunciate al fisco tedesco.

Come sono finiti quei milioni di euro nella cassaforte della banca svizzera? Anche qui ci si aspettava che il processo illuminasse a giorno il percorso fatto per oltrepassare le alpi svizzere.

Autodenuncia. Il litigio e il dibattito continuano

Litigano i partiti. Die Linke ne chiede l’abolizione, il ministro delle Finanze Schaeuble lo considera uno strumento utile per scoprire i delinquenti, il governo vuole mantenerlo ma è per una riforma. Divisi giuristi ed esperti in materie economiche e tributarie.

Strano istituto l’autodenuncia, una sottigliezza giuridica che sembra creata apposta per proteggere i facoltosi e i benestanti evasori fiscali dallo stato e dal carcere dandogli la possibilità di farla franca con un „pentimento operoso“. È questa la tolleranza zero per i vip e il funzionamento perfetto della giustizia tedesca di cui parla Repubblica?

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