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La terza repubblica

renzi-pugnoda Sbilanciamoci.info (20.2.2014)
L’ascesa di Mat­teo Renzi a Palazzo Chigi inau­gura una nuova fase della poli­tica ita­liana. È avve­nuta attra­verso un colpo di palazzo, e in que­sto il gio­vane Renzi si è rive­lato un genuino erede della vec­chia Demo­cra­zia cri­stiana. È avve­nuta attra­verso una per­so­na­liz­za­zione estrema dell’azione poli­tica, con il soste­gno una­nime di gior­nali e tele­vi­sioni, e in que­sto Renzi si pre­senta come con­ti­nua­tore dello stile di Sil­vio Ber­lu­sconi, rice­ven­done l’investitura dal suo impero media­tico. È avve­nuta con la reto­rica del “nuo­vi­smo” – la pro­messa di una “grande riforma” al mese – che nasconde il vuoto di con­te­nuti, e in que­sto Renzi riper­corre le orme di Tony Blair quando prese la guida del New Labour e del governo bri­tan­nico.
Que­ste tre ere­dità sono alla base del pro­getto poli­tico espresso da Renzi e riflet­tono bene il blocco di inte­ressi che il nuovo lea­der rap­pre­senta: il ceto medio con­ser­va­tore dell’Italia pro­fonda, il mondo delle imprese pro­tette dallo stato, con la ren­dita immo­bi­liare in testa, la finanza inter­na­zio­nale della City e la sua agenda liberista.

La via che Mat­teo Renzi per­corre, salendo al Qui­ri­nale per avere l’investitura a pre­mier, è lastri­cata di suc­cessi. Ha “rot­ta­mato il vec­chio” nel Pd. Ha un accordo di ferro con Ber­lu­sconi – “resu­sci­tato” pro­prio da lui — sulle riforme della legge elet­to­rale e della Costi­tu­zione, garan­zia di un governo di legi­sla­tura, al di là del peri­me­tro ancora varia­bile della sua mag­gio­ranza par­la­men­tare. Ha l’appoggio di Con­fin­du­stria in casa e della grande finanza oltre i con­fini, che gli ha rega­lato spread in calo e rating in rialzo.
Ma il suo capo­la­voro è l’immagine di dina­mi­smo che tra­smette, la pro­messa di una pos­si­bi­lità di cam­bia­mento anche nella “palude” in cui si è tra­sfor­mata l’Italia. Ci hanno cre­duto i due milioni di elet­tori Pd che l’hanno scelto nelle pri­ma­rie. Ci cre­dono molti gio­vani, esa­spe­rati dall’immobilità del paese. Ci potreb­bero per­fino cre­dere un po’ imprese e ban­che, che potreb­bero tor­nare a inve­stire rega­lan­do­gli una mini-ripresa dell’economia. Forse ci crede lo stesso Renzi, che pensa di avere i mar­gini per grandi ope­ra­zioni — un red­dito minimo o un taglio delle tasse – e di poter sfo­rare il vin­colo del 3% nel rap­porto tra defi­cit pub­blico e Pil. I risul­tati del suo governo andranno valu­tati nel merito, ma la sua via resta cosparsa di trap­pole: quelle della “vec­chia poli­tica” ita­liana – rie­merse in que­sti giorni — e della rigi­dità della poli­tica euro­pea, che potrebbe azze­rare i suoi mar­gini di manovra.

Dove potrà con­durci allora quest’ “uomo solo al comando”? Nel suo docu­mento per il con­gresso Pd Renzi aveva pro­messo di «supe­rare l’austerity come reli­gione». Ora si dice che prima biso­gna fare riforme e tagli. Ma per­se­ve­rare nell’austerità – lo sap­piamo da sei anni — signi­fica aggra­vare la depres­sione e sci­vo­lare sem­pre più ai mar­gini dell’Europa. Verso un paese dove si taglia la spesa sociale e si rinun­cia ai diritti del lavoro: le riforme qui sono quelle ten­tate e non riu­scite al Ber­lu­sconi che voleva la libertà di licen­ziare e al Monti che voleva il con­tratto unico pre­ca­rio; la stessa agenda ora, invece di sca­te­nere pro­te­ste di massa prima e scet­ti­ci­smo poi, viene accolta con sol­lievo anche da chi ne verrà col­pito. Quanto ai nuovi posti di lavoro, non li hanno creati oggi i bassi salari e dif­fi­cil­mente li creerà domani l’entusiasmo per il Jobs Act.

E la poli­tica? La pro­messa è quella di gestire lo stato come una città, e di gestire il comune come un’azienda. Il sol­lievo di meno buro­cra­zia, meno regole per un paese che non le rispetta, più pri­va­tiz­za­zioni che non ci hanno mai rega­lato più effi­cienza.
Più che rove­sciare i vent’anni di declino eco­no­mico dell’Italia — ali­men­tati dalle poli­ti­che di Ber­lu­sconi come del cen­tro­si­ni­stra – il ren­zi­smo potrebbe diven­tare il modello per gestirlo. Potrebbe dare gover­na­bi­lità al paese, ras­si­cu­rare la finanza, pro­teg­gere i pri­vi­legi del dieci per cento più ricco e sven­to­lare pro­messe per il novanta per cento che sta peg­gio di prima. Il ren­zi­smo potrebbe inau­gu­rare la “terza repub­blica”, e met­tere in un angolo la democrazia.

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Discussione

Un pensiero su “La terza repubblica

  1. Commento quanto detto nell’articolo ““vec­chia poli­tica” ita­liana – rie­merse in que­sti giorni — e della rigi­dità della poli­tica euro­pea, che potrebbe azze­rare i suoi mar­gini di manovra.”.

    Che la politica ital. sia in crisi ora si vede, ma non basta, bisogna essere realisti e capire lo scenario. Se non lo capite, non ci sono via d’uscita ed allora sarebbe dura…

    UNA CRISI. DI PARTITO ? O DI SOCIETA’ ?

    Durante le crisi che si abbattono sulla società e sull’economia, un partito (il PD) entra in fibrillazione. Litigi più che discussioni, inquadrati nella difficoltà a far nascere un governo, quale risultato delle elezioni.

    Il leader del maggior partito esplora l’umore di possibili alleati. Tutti i politici discutono, come al solito, saltellando da un problema sociale grave ad un’emergenza profonda. Accuse e paroloni, sulla” necessità di cambiamento”. Le parole pîù sentite sono : “cooperazione, coesione, coraggio, responsabilità, equilibrio”.

    Di soluzioni per problemi annosi (spesso dovuti alla cattiva gestione pubblica), di proposte concrete e realistiche, di precisazioni per chiarire uno scenario preoccupante, neanche l’ombra…Siamo in Italia, ci piace litigare sui titoli di un documento, di cui non si legge il contenuto…..In compenso di fronte a tanti scenari o problemi, politici diversi enunciano, con faccia seria, verità diverse…

    Chi non ha paraocchi riesce a notare che il problema grosso, che ostacola la formazione di un governo, è il PD per primo, ma non va trascurato che la politica sembra non funzionare più !

    Se guardiamo lo stesso scenario dall’Europa, appare chiaro che:

    – la crisi del PD è solo il nocciolo della crisi di tutta una politica nazionale, che è diversa dal resto dell’Europa, anzi evolve “all’italiana”. Una politica che, per non avere tutti gli strumenti necessari a gestire un Paese, procura fallimenti, buchi nell’acqua, delusioni, obiettivi mancati. E sprechi conseguenti di risorse, con incrementi di imposte e tassazioni. Le stesse cause che generano i problemi di un partito hanno anche genarato la crisi del Paese….

    – la crisi della politica degli ultimi decenni non è che l’occhio di quel ciclone che si chiama “problema sociale italiano”, che riguarda tutto un popolo sfortunato, finora spinto ad insuccessi da diverse cause maledette.

    E durante queste tre crisi, quella di un partito, quella della politica e quella di tutto un popolo sfortunato, socialmente disastrato, di cosa discutono i media ed i cittadini ? Solo di quel che succede nel PD, senza chiarire, senza cercar di capire il legame fra le 3 crisi. Diogene ga cercato il realismo sociale in Italia……Non lo ha trovato !

    Non sarà necessario fare un passo indré (i cittadini, i media non lo faranno), o salire su una montagna, perché quel popolo capisca di essere stato mal governato, mal educato, dal dopoguerra fino ad oggi ? Con conseguenti casi di suicidi, di morti (sulle autostrade, sui passaggi zebrati, sul lavoro), per disastri sociali o personali, di perdite di lavoro, di opportunità e di speranza.

    Ulrich Realist REALISMO ! !

    ulrich33@orange.fr

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    Pubblicato da COMUNICAZIONE NON FUNZION. | 21/02/2014, 18:27

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