Ridotta l’area di circolazione del dollaro – Petrodollaro al capolinea – OPEC gas, yuan convertibile e “paniere di monete” per le materie primedi Tito Pulsinelli (Caracas)
Nel precedente biennio, la NATO si è dibattuta nell’impotenza di bombardare liberamente a la carte. E’ stato il punto di svolta e non solo per la Siria. L’arco di forze anti-occidentale ha consolidato l’esistenza d’un Medioriente assai dissimile da quello tracciato dalla cartografia globalista.
Per la prima volta, Washington e le due correnti del suo peculiare partito unico della finanza, ha misurato tutte le implicazioni della riduzione della propria egemonia. Stavolta in modo inoccultabile agli occhi e alle sensibilità dei profani, addirittura sul terreno-tabù della superiorità militare e – specificamente – del dominio aerospaziale. L’indiscusso potere distruttivo accumulato è risultato inappropriato per un’operazione presentata come regime change. Un ironico ministro della difesa russo ha così chiosato: “agitano un martello sulla testa di chiunque, annunciano “domani vi castigheremo, anzi no, meglio dopodomani …infine.. meglio che alcuni tipi votino per decidere se vi puniremo o no”.
Il mito del dominio illimitato ha riportato una seria ferita, che si aggiunge alle molte altre del preconizzato processo di “tracollo dai mille tagli”. La supremazia non si basa più sull’egemonia produttiva, nè sulle esportazioni, tantomeno sull’economia reale. La cruda e occultata realtà, invece, indica che a novembre scade il decennale contratto per la conversione di uranio arricchito stipulato con la Rusatom, per rifornire le 104 centrali nucleari degli Stati Uniti. E’ in ballo il prezzo del 40% dell’elettricità, mentre si sgonfia come una bolla mediatica di corto respiro, il trionfalismo sulla presunta autosufficienza energetica garantita dal fracking e dalla dissipazione delle risorse idriche.
Sfregiato il prestigio del dollaro, la sua insostituibilità è ora seriamente messa in dubbio, tanto che si contrae a vista d’occhio l’area della sua circolazione (1). Si fa strada l’evidenza che l’impero non riposa più su un solido sistema economico, non drogato dalla fantasmagorica “creatività finanziaria”. Ora si sgretola il segno monetario, ridotto ad arbitrario e illimitato flusso autoprodotto, privo di garanzie e controlli. Sono sotto attacco della critica pubblica gli apparati partoriti a Bretton Woods, oggi fortemente screditati (FMI) o pressochè obsoleti (OMC, BM). Le terapie da questi prescritte giovano solo a chi le rifiuta.
Il dollaro è l’emanazione di uno Stato super indebitato, che lo sostiene con le ragioni della forza armata, dei faraonici bilanci militari e con l’annichilazione di qualsiasi Paese osi sostituire il petrodollaro nell’esportazione di idrocarburi (Iraq,Libia). Per questa ragione, c’è l’impellenza permanente di legittimare conflitti e guerre per ristabilire una credibile deterrenza. Mancano, però, le imprese belliche nitidamente vittoriose, dopo i terrificanti ma lontani fasti di Hiroshima e Nagasaki, seguiti dalle sconfitte in Corea e Vietnam.
Con la notevole eccedenza di dollari e titoli ammassati nella sua riserva, più i 1300 miliardi che il regime di Washington deve alla Cina, questa ha esteso la sua zona di influenza commerciale ed economica persino in continenti dapprima impenetrabili. Non è più indispensabile il dollaro autoprodotto, tantomeno la costrizione a indebitarsi per disporne, poichè esistono altre vie d’accesso agli idrocarburi, materie prime, tecnologie e investimenti.
E’ ormai possibile acquisire armamenti di qualità, petrolio e gas dalla Russia, ed ottenere beni di consumo, tecnologie e investimenti finanziari cinesi. Senza i tassi d’usura usuali della banca privata, e i subdoli “condizionamenti politici” tipici del FMI.
Ci sono alternative a questo vorace meccanismo di pianificazione economica dall’esterno, sostitutivo della sovranità. La leva finanziaria sarà sempre meno una clava o grimaldello politico per sovvertire le nazioni. Altre strade alternative che frenano la destabilizzazione sono disponibili per i gruppi dirigenti nazionali sovranisti.
Il mondo attuale è lontano anni luce dal 1945 e l’effetto del crollo sovietico – culla del liberismo oltranzista – si è esaurito alle porte inviolabili della millenaria Siria. L’elite europea non se ne da per intesa e insiste a schierarsi con i perdenti, indugiando su novecenteschi “trattati transatlantici” o fusioni di mercato battezzate “NATO economica” (sic). Non avvedendosi che il liberismo realmente esistente è ora carestia a casa propria, mentre tutti gli altri sono in ripresa. Fuori porta ha piegato le ginocchia quando il BRICS, a direzione russo-cinese, e la maggior parte dei Paesi e dei movimenti sociali, hanno difeso la legalità internazionale e impedito una guerra rovinosa. Esce sconfitto l’avventurismo arrogante che ora paga il dazio, con la subitanea accelerazione per una nuova moneta di riserva internazionale.
Sembra che Obama si accontenterà di passare alla storia come l’unico presidente nero, quello che tutti i martedì firma la lista dei condannati da bersagliare con i droni. Non ha la stoffa per prendere le redini e collocare gli Stati Uniti nel posto reale che occupa nell’attuale panorama pluripolare. Gorbacheov lo sovrasta in coraggio e per il potere reale di cui disponeva. Gli USA risentono di una atrofizzazione, con il rischio che la fronda populista e le tendenze antifederali e quelle soggiacenti dell’autoisolamento – presenti nel settore medio dei quadri dei due schieramenti politici – diventino un corrosivo fattore di paralizzante frammentazione.
La dirigenza europea – simile a un club neocoloniale – adotta con gioia le terapie punitive contro ceti medi e plebe, anche se l’alibi della riduzione del debito è agli antipodi della pratica di moltiplicarlo all’infinito, cara all’eterno “alleato siamese”. Tantomeno mostrano curiosità di sapere perchè i paesi emergenti siano oggi anche vincenti, e quanti tabu liberisti hanno osato infrangere per legittima difesa e per aprirsi un benigno cammino alterno. Il colpo di timone per ricominciare a fare la storia passa per l’identificazione della struttura reale del potere, premessa per recuperare la capacità d’opposizione reale contro le elites che de-industrializzano e smantellano un modello di socialità peculiare, di certo superiore al darwinismo e alla carestia.
(1) Accordo tra Cina e Giappone, seconda e la terza economia più grande del mondo, per condurre l’interscambio commerciale nelle loro rispettive valute.Accordo tra la Cina e ASEAN (Association of South East Asian Nations), che come blocco è il terzo partner commerciale cinese, mirerebbe a porre le fondamenta per rendere lo yuan una moneta regionale.
Accordo tra Cina e Russia per usare le loro valute nel loro interscambio commerciale.














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