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L’UNCTAD raccomanda ai paesi emergenti e in via di sviluppo di rafforzare la domanda interna e non affidarsi ad economie trainate dall’export

UNCTAD

Nei giorni scorsi, nell’ambito della sessantesima sessione del suo ufficio esecutivo, l’UNCTAD, Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo, ha presentato il Rapporto 2013 su Commercio e Sviluppo. Il rapporto, dal titolo “Correggere le dinamiche in cambiamento dell’economia mondiale”, sostiene che sono necessari cambiamenti fondamentali nelle politiche economiche prevalenti per riaggiustare quella che ora appare evidentemente come una crisi strutturale.

In particolare, secondo il rapporto, i paesi sviluppati devono agire in maniera più decisa per affrontare le cause della crisi, cioè la crescente diseguaglianza dei redditi, la diminuzione del ruolo economico degli Stati, il predominio di un settore finanziario troppo poco regolato, e un sistema internazionale caratterizzato da squilibri globali. Dall’altro lato, le economie in transizione e in via di sviluppo, la cui crescita è troppo dipendente dalle esportazioni, devono riconsiderare le loro strategie di sviluppo e fare maggiore affidamento sulla domanda interna e regionale.

Nella sua revisione delle tendenze dell’economia globale, il rapporto nota che la crescita mondiale – già rallentata dal 4,1% del 2010 al 2,8% del 2011 e quindi al 2,2% del 2012 – non conoscerà una ripresa, ma anzi una probabile ulteriore decelerazione al + 2,1% nell’anno in corso.

I paesi sviluppati continuano a stare al di sotto della media mondiale, con una crescita del PIL prevista del solo all’1%, come conseguenza delle diverse situazioni: crescita stabile in Giappone, modesta decelerazione negli Stati Uniti, ulteriore contrazione nell’Eurozona.

Le misure di stimolo nelle maggiori economie sviluppate si sono affidate a politiche monetarie espansive, ma, combinate con le politiche di austerità e la continuazione di una domanda privata negativa, non hanno avuto successo nel sostegno alla creazione di credito, di domanda aggregata e di crescita.

Alcuni paesi in via di sviluppo e in transizione sono stati in grado di mitigare l’impatto negativo della crisi economico e finanziaria delle economie sviluppate attraverso politiche anticicliche. Ma anche queste economie, di fronte al contesto globale privo di reali miglioramenti, hanno conosciuto crescenti difficoltà nell’evitare il rallentamento della loro crescita.

Secondo l’UNCTAD, la soluzione non è tornare alle strategie di crescita precedenti la crisi, dato che queste si basavano su una domanda insostenibile e su “castelli” finanziari.

In questo contesto, secondo il rapporto, l’espansione del commercio globale ha virtualmente raggiunto un punto di arresto, con il suo volume in crescita di meno del 2% nel 2012 e nel primo mese del 2013.

La debole attività economica dei paesi sviluppati è stata la causa principale di questa caduta del commercio internazionale, ma gli scambi hanno considerevolmente decelerato anche nelle economie in transizione e in via di sviluppo.

Il crollo del commercio globale nel 2008 e 2009 ha profondamente alterato le dinamiche commerciali, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. I volumi delle importazioni e delle esportazioni delle  economie sviluppate sono rimasti sotto i livelli pre-crisi, con la sola eccezione degli Stati Uniti dove le  esportazioni hanno superato il loro precedente picco dell’agosto 2008.

Il gruppo delle economie emergenti ha conosciuto un significativo rallentamento del passo di crescita del commercio e le previsioni per il 2013 rilevano la persistenza di questa situazione. Questa generale debolezza delle tendenze del commercio internazionale sottolinea la vulnerabilità che i paesi in via di sviluppo si trovano ad affrontare in tempi di bassa crescita delle economie sviluppate.

Siccome i paesi in via di sviluppo hanno avuto una crescita economica più veloce di quelli sviluppati, hanno visto un aumento significativo del loro peso nell’economia globale – la loro quota nella produzione mondiale è cresciuta dal 22% del 2000 al 36% del 2012, mentre la loro partecipazione alle esportazioni mondiali è salita, nello stesso arco di tempo, dal 32% al 45%.

Ci sono però pochi cambiamenti nelle due principali caratteristiche del commercio Sud – Sud, ovvero la forte concentrazione in Asia, in relazione al coinvolgimento di questi paesi nella catena globale di produzione, con i paesi sviluppati come destinazione finale; e il ruolo principale delle materie prime nell’espansione degli scambi Sud-Sud nei due passati decenni.

Questo dimostra, secondo l’UNCTAD, che il commercio Sud – Sud non è diventato un motore autonomo di crescita per i paesi in via di sviluppo.

Secondo l’UNCTAD, se i paesi in via di sviluppo si muovessero verso una strategia che desse uno ruolo pronunciato alla crescita della domanda interna, una quota crescente delle loro importazioni manifatturiere sarebbe destinata ai mercati interni piuttosto che essere nuovamente esportata verso i paesi sviluppati.
Uno spostamento di questo tipo aumenterebbe significativamente il contributo degli scambi Sud – Sud alla crescita economica dei paesi in via di sviluppo.

Per l’economia mondiale nel suo complesso, il Rapporto 2013 su Commercio e Sviluppo dell’UNCTAD sottolinea che politiche coordinate trainate dalla domanda, con i paesi in surplus che adottino più forti politiche di stimolo e gli altri paesi che abbandonino politiche di contrazione, produrrebbero risultati migliori in termini di crescita, distribuzione del reddito, occupazione, ri-equilibrio globale rispetto alle attuali politiche che mettono l’intero peso dell’aggiustamento sulle spalle dei paesi in deficit.

Secondo le simulazioni di scenari alternativi, anche se le economie sviluppate perseverassero nelle loro attuali politiche economiche, i paesi in via di sviluppo potrebbero migliorare le loro prestazioni economiche attraverso politiche coordinate di stimolo.
Quindi, una cooperazione regionale rafforzata ed una qualificazione degli scambi Sud – Sud possono essere un’importante componente delle strategie di sviluppo di questi paesi.

Le economie in via di sviluppo e in transizione devono muoversi verso una crescita più equilibrata e dare un ruolo maggiore alla domanda interna nelle loro strategie di sviluppo.
Il rapporto UNCTAD avverte, infatti, che un prolungato periodo di crescita lenta nei paesi sviluppati significherà una continuazione della crescita stagnante delle loro importazioni. Le economie in via di sviluppo e in transizione possono compensare le risultanti cadute nella loro crescita con politiche macroeconomiche anticicliche.

Ma nel lungo termine, i decisori politici hanno bisogno di riconsiderare le strategie di sviluppo che sono state sovra dipendenti dall’esportazione. Invece, dice il rapporto, le strategie di sviluppo devono mettere maggiore enfasi sul ruolo dei salari e del settore pubblico nei processi di sviluppo.
Prima dell’attuale grande recessione, la rampante domanda dei consumatori in alcuni paesi sviluppati ha consentito una rapida crescita delle esportazioni manifatturiere dai paesi che stanno sviluppando la loro industrializzazione che, d’altra parte, hanno fornito opportunità per l’esportazione di materie prime da parte di altri paesi in via di sviluppo. La natura espansiva – per quanto alla fine insostenibile – di questi sviluppi ha sostenuto la crescita globale. Il boom sembrava anche giustificare l’adozione di modelli di crescita orientati all’esportazione da parte delle economie in via di sviluppo e in transizione.

Tuttavia, questo tipo di modello non è più a lungo attuabile nell’attuale contesto di crescita lenta nelle economie sviluppate, avverte il rapporto. Per affrontare al prospettiva di un prolungato periodo di considerevole bassa crescita dell’export, i decisori politici devono dare un peso maggiore alla domanda interna.

Muoversi verso un percorso di crescita più equilibrato può compensare gli effetti negativi dell’andamento decrescente dell’esportazione verso i paesi sviluppati. Inoltre, questi percorsi possono essere perseguiti contemporaneamente da tutte le economie in via di sviluppo e in transizione senza gli effetti di danno concorrenziale agli altri paesi della stessa fascia e senza ricorrere alle misure di contrazione dei salari e di competizione fiscale legate alle strategie trainate dall’esportazione.

Infatti, se molte economie in via di sviluppo e in transizione danno contemporaneamente un maggior ruolo alla loro domanda interna nelle loro strategie di crescita, le loro economie possono diventare mercati l’una per l’altra, rafforzando il commercio regionale e Sud – Sud, e quindi una maggiore crescita per tutti.

In ogni caso, spostare il centro delle strategie di sviluppo verso la domanda interna, non significa minimizzare il ruolo delle esportazioni. Le esportazioni, in realtà, possono ulteriormente espandersi se diversi partner commerciali acquisiranno maggiori livelli di crescita economica allo stesso tempo.
In un simile contesto, i paesi ricchi di risorse naturali potrebbero essere in grado di continuare a beneficiare di prezzi storicamente alti delle materie prime. Ma – avverte il rapporto – devono assicurare che le risorse risultati siano utilizzate in nuove attività che assicurino la diversificazione della produzione e dell’export.

Il Rapporto individua le sfide per questi spostamenti nelle strategie di crescita.
L’insufficiente grandezza dei mercati dei paesi in via di sviluppo viene spesso citata come una ragione di scarsa praticabilità di una crescita orientata dalla domanda interna. Ma recenti proiezioni sulla crescita e la composizione di una “classe media globale” suggeriscono che alcune delle più popolose economie in via di sviluppo e in transizione possono ora avere la crescita nei consumi delle famiglie necessaria per compensare la maggior parte del declino della domanda di esportazione dai paesi sviluppati.

Il Rapporto sottolinea, comunque, che per realizzare questo potenziale dei consumi, i decisori politici devono rafforzare il potere d’acquisto interno e raggiungere un appropriato equilibrio tra la crescita dei consumi delle famiglie, gli investimenti privati e la spesa pubblica. Mentre le situazioni nazionali sono diverse, in generale è necessaria una nuova prospettiva nel ruolo dei salari e del settore pubblico.

Il Rapporto ricorda che le strategie trainate dall’esportazione enfatizzano l’aspetto del costo del lavoro.
Infatti, i salari sono rimasti ben indietro rispetto alla crescita della produttività nella maggior parte dei paesi negli scorsi decenni. Al contrario, una strategia che assegni un ruolo maggiore alla domanda interna enfatizzerebbe l’aspetto del reddito da salari, dato che si basa sulla spesa delle famiglie come più grande componente della domanda interna.

La creazione di occupazione combinata alla crescita dei salari in relazione alla produttività creerebbe una domanda interna sufficiente ad avvantaggiarsi pienamente della capacità produttiva, senza dover dipendere dalla continuità della crescita delle esportazioni.

Alcuni paesi in via di sviluppo hanno recentemente provato a rafforzare la spesa dei consumatori facilitando il credito al consumo, ma il Rapporto mette in guardia che un approccio di questo tipo può portare ad un eccessivo debito privato e ad insolvenza delle famiglie, come ampiamente dimostrato dalle recenti esperienze di un certo numero di paesi sviluppati.

Il Rapporto sostiene che il settore pubblico può rafforzare ulteriormente la domanda interna aumentando l’occupazione pubblica e realizzando investimenti. Inoltre, cambiamenti nella struttura fiscale e nella composizione della spesa pubblica possono modellare la distribuzione del potere d’acquisto verso quei gruppi di reddito che spendono una più larga parte dei loro redditi in consumi. Un’accresciuta domanda aggregata dal consumo privato e dal settore pubblico fornirebbe incentivo agli imprenditori ad investire nella crescita della capacità produttiva reale.

(Leopoldo Tartaglia – Uff. Politiche Globali CGIL)

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