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Che Parlamento avrà questa Europa in crisi?

parlamento europeo 2014di Roberto Musacchio
A crescere di più sarebbe il Gue-NGL, il gruppo della sinistra antiausterità, che passerebbe dagli attuali 35 seggi a ben 61. Bene anche i socialisti e democratici, che andrebbero da 184 a 219, recuperando anche oltre i 215 che avevano nel 2004. Naturalmente bisogna considerare che il Parlamento Europeo aveva 781 seggi nel 2004, 736 nel 2009 mentre ne avrà 751 nel 2014. In rialzo anche i verdi, da 55 a 63, tenendo però conto che il sondaggio colloca nel loro gruppo gli eletti di Grillo in Italia, ben 15. Male i popolari, da 265, ma erano 288 nel 2004, a 222. Altrettanto i liberali che dai 100 del 2004, divenuti 84 nell’attuale legislatura, crollerebbero a 65. Non bene neanche i conservatori riformisti, il gruppo costruito intorno ai tories inglesi, che scende da 55 a 48. Non avrebbe un expolit neanche la destra, scendendo anzi da 32 a 27. Di nuovi ci sarebbero i 26 seggi attribuiti agli euroscettici. In calo i non allineati, da 26 a 20.

Il sondaggio vale per quello che è. Una rilevazione resa pubblica da bimedia il 24 agosto scorso sulla base di sondaggi nazionali cumulati. Una metodologia che non registra quella che è la novità delle prossime elezioni europee, che si terranno dal 22 al 25 maggio del 2014, e che vedranno, almeno in teoria, l’indicazione da parte dei partiti europei di un programma comune e di leader proposti per l’elezione del Presidente della Commissione Europea che dovrà passare questa volta per il Parlamento.

Son dati dunque che registrano soprattutto quelle che sono le situazioni nazionali in questo momento. E tra queste situazioni nazionali c’è quella tedesca che avrà una sua fondamentale verifica il 22 settembre prossimo per la rielezione del Parlamento nazionale, con la Merkel abbondantemente favorita. Non c’è dubbio però che la questione Europa ormai pesi molto su quella che è la politica fin qui considerata nazionale. Naturalmente, in una competizione continentale il fattore Bruxelles, pro o contro l’austerità o l’euro o l’Unione tout court, inciderà ancora di più. E dunque si può ragionevolmente prevedere una sensibile radicalizzazione del voto, o del non voto.

Sta di fatto che già da questo sondaggio emergono materiali utili per un avvio di riflessione.  Partiamo da alcune tendenze che emergono. La prima è che c’è un successo significativo di quelle sinistre che sono state contro le politiche di austerità e che si ritrovano nel Gue. Vista dall’Italia la cosa appare quasi strana dato che da noi la condizione politica e elettorale di queste forze è quella che è; e infatti, allo stato attuale, non sono previsti arrivi a quel gruppo dal voto italiano. Ma la lettura dei vari territori parla di una ripresa, e di una crescita, di questo raggruppamento in quasi tutta Europa. Si va infatti dal primo posto di Syriza in Grecia, all’ottimo 14% in Spagna di una rinata Izquierda Unida, alle buone performance in Portogallo dei due partiti, comunista e bloco, al Front de gauche francese. Bene anche in vari paesi nordici, con una ripresa delle componenti di sinistra verde. In Germania la Linke è data al 7,5%, ma vedremo a giorni il suo peso reale, che sta crescendo nei sondaggi. Punte importanti anche nei Paesi dell’Est, alcune anche nuove come in Lettonia e Croazia. Il risultato è un 8,1% dei seggi che è quasi il raddoppio di ciò che pesa oggi il Gue.

I socialisti e democratici tornano a crescere. La ripresa è però molto a macchia di leopardo e assai favorita da una serie di buone previsioni nei Paesi dell’est. Pesano invece i cattivi risultati previsti in Grecia, Francia e anche Germania. Sta di fatto che il gruppo socialista e democratico recupera qualche punto in percentuale e con il 29,2 contende il primato ai popolari che scendono sotto il 30, al 29,6. Quello che emerge è però che i due grandi gruppi insieme stanno di non molto sopra la maggioranza dei seggi, essendo scesi dai 503 seggi del 2004, su 781, ai 449, su 736, del 2009, ai previsti  441, su 751. Se a questo aggiungiamo la caduta verticale dei liberali si ha che la tradizionale governabilità del PE, e il peso dei partiti che hanno sostenuto, sia pure in modi diversi, l’austerità è assai ridotto.

Ma è significativo che lo spostamento verso estrema destra e euroscettici appaia, per ora, in parte contenuto e principalmente ai danni dei popolari. E che il vento di rivolta dia più fiato alle vele di una sinistra che riprende il mare. Il che dovrebbe suggerire una campagna elettorale che non offra ai conservatori la sponda di un presunto fronte comune contro il nemico “antieuropeo”. E che anzi, al contrario, accentui il profilo alternativo all’attuale Europa dell’austerità per rafforzare quei segnali di possibile cambio di rotta che si potrebbero palesare.

Questa scelta appare a portata di mano di quella che è la sinistra che in Europa è stata contro  la gestione della Troika. Naturalmente si tratta per questo campo di compiere un vero balzo in avanti, che non è scontato, sia sul versante di una proposta politica, e di una capacità di azione, che si misuri realmente con la dimensione continentale, sia dal punto di vista di una autoriforma radicale della propria politica che vada incontro ai nuovi movimenti che, spesso da soli, hanno cominciato a praticare l’altra Europa.

Assai più difficile scommettere su una analoga capacità da parte dei socialisti e democratici. Non si tratta solo di un problema di volontà politica quanto piuttosto della natura che questi partiti sono andati assumendo fortemente segnata dal dogma della governabilità. L’incapacità ad affrontare il tema della rappresentanza e della progettualità nell’epoca della globalizzazione e dell’assalto al modello sociale europeo, li ha spinti a farsi forti soprattutto del loro essere strumento di una governabilità, per altro sempre più residuale a fronte di un governo assunto direttamente dal pilota automatico. E complessivamente subalterna all’ordine tedesco, che ne fa da architrave. Sta di fatto che non solo il Pasok è arrivato a schiantarsi pur di garantire i diktat della Troika, ma la SPD ha sostanzialmente avallato, con il voto e la non azione, le politiche della Merkel, a sua volta capace di fruire del lascito “liberale” di Schroeder. E la parabola di Hollande è davanti agli occhi di tutti, con la resa alla austerità, i propositi bellicisti in Siria e i sondaggi a picco, con relativo trionfo della destra.

La tentazione delle larghe intese, laddove se ne palesi il bisogno perché il restringersi drastico del consenso non consente più una alternanza sostanzialmente sulle stesse politiche, appare dunque fortissima non solo in Italia. Vedremo quale sarà l’esito del voto tedesco, dove né CDU né SPD le escludono. E poi sostanzialmente così è stato gestito tutta la governance europea e lo stesso Parlamento, compresi i suoi Presidenti alternatisi tra i due grandi gruppi.

Se l’esito del voto fosse quello ipotizzato dal sondaggio la tentazione del grande accordo, in realtà assai piccolo nei numeri, per un alternarsi a guidare la Commissione sarebbe fortissima. A meno che la campagna elettorale crei un discrimine reale e vi sia una affermazione tale della sinistra antiausterità e dei movimenti alternativi da aprire una vera contraddizione. E da far irrompere le vere grandi questioni e cioè quelle della rottura con l’austerità, della rifondazione democratica della Unione, e di una nuova centralità mediterranea a fronte dell’esausto asse franco-tedesco.

Per altro abbiamo ragionato su un sondaggio fatto nei termini che dicevo all’inizio e cioè a freddo. Tutto ci dice che quella del 2014 sarà invece una campagna durissima in cui la governance europea potrà apparire per quello che realmente è e cioè una sorta di Bisanzio. Che però non vuole cadere e che è disposta a tutto per evitarlo. Chi si stringerà a difesa di Bisanzio si prenderà la responsabilità del rischio di barbarie che incombe sul Continente che fu culla antica e moderna di civiltà. Per fortuna fuori di Bisanzio molti si incamminano, speriamo anche in Italia.

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