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BRASILE, la Riforma politica di Dilma Roussef: finanziamento pubblico per migliorare la democrazia

papadi Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
Dilma Roussef e il PT hanno capito che la strada per canalizzare le richieste di partecipazione giovanile espresse dai manifestanti e per avvicinare la politica alle necessità dei cittadini è la concretizzazione della  Riforma Politica, sempre rimandata: un dibattito vecchio di almeno venti anni ma ogni volta affossato in Parlamento. UN REPORTAGE SUL BRASILE CHE INTERESSA ANCHE L’ITALIA.

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Su un punto convengono Dilma Roussef, Lula e il Papa sudamericano – che ha deciso molto opportunamente di fare il primo bagno di folla all’estero nel paese leader dell’America Latina: la guarigione per i mali della società passa dal ripristino della politica, non dalla sua negazione.

“Il futuro esige oggi riabilitare la politica, una delle forme più alte di carità”, ha detto Papa Francesco davanti ad una platea gremita di dirigenti politici, istituzionali e imprenditoriali brasiliani, giorni fa nel Teatro Municipale di Rio de Janeiro, “questo senso etico è una sfida senza precedenti”. Sono gli stessi uomini dell’establishment che resistono fieramente a qualsiasi intervento su un sistema politico, come quell’attuale brasiliano, che favorisce la corruzione e il potere incontestato dei caciques.

Concetti similari erano stati espressi dall’ex presidente Lula da Silva a metà del mese di luglio in una conferenza rivolta ai giovani in un campus universitario: “Il peggio che può accadere nel mondo è che le persone accettino la negazione della politica” e ha invitato i ragazzi a “non rifiutare i partiti” ma, al contrario, ad “entrare in politica, perché all’interno di ognuno di voi c’è il politico perfetto che desiderate. Al di là di questo non esiste una soluzione”.

In un editoriale pubblicato recentemente sulla web del New York Times, riflettendo sulle proteste che hanno sconvolto il Brasile, l’ex presidente Lula segnalava che “le preoccupazioni dei giovani non sono solo materiali. Vogliono un maggiore accesso alle attività ricreative e culturali. Ma soprattutto, chiedono istituzioni politiche più pulite e più trasparenti, senza le distorsioni del sistema politico ed elettorale anacronistico del Brasile, che ha recentemente dimostrato di essere incapace di gestire la riforma”. Lula sostiene senza esitazione la proposta di Dilma: un plebiscito popolare per garantire una riforma della politica.

dilma preocupada otraDopo l’iniziale stupore e tentennamenti di fronte alle massicce proteste di giugno, la Presidente Dilma Roussef ha cercato di cavalcare la tigre con una riforma del sistema politico che essenzialmente propone un cambiamento nella presentazione delle liste elettorali e – per quanto paradossale possa sembrare al lettore italiano – l’incorporazione del finanziamento pubblico per le campagne politiche. Oggi la politica è finanziata da miliardarie donazioni di privati, come negli Stati Uniti, con il risultato che lo Stato brasiliano è prigioniero dell’intricata rete degli interessi privati. Per quanto concerne le liste, la proposta di riforma di Dilma punta a rafforzare la governabilità, dando maggiore autonomia ai Partiti nella definizione delle candidature. Il sistema attuale per l’elezione al Parlamento è di tipo proporzionale, nel senso che l’elettore esprime la sua preferenza e poi, con i voti sommati di tutti i candidati dello stesso partito, si costruisce un quoziente che, quanto maggiore è, più posti fa ottenere per il singolo partito.

Nel fragore delle giornate più calde di fine giugno, Dilma ha convocato i 27 Governatori di Regione (Stati) e i 26 Sindaci delle città capoluogo a un grande “patto nazionale” per sollecitare al Parlamento l’approvazione di un referendum popolare  sulla proposta di convocazione di un’Assemblea Costituente, con l’unica missione di discutere di riforme politiche. “E’ necessario costruire una vasta riforma politica per ampliare gli orizzonti della cittadinanza“, diceva allora la Presidente, perché “il Brasile è maturo per avanzare” in quella direzione.

L’iniziativa è stata subito contestata da diverse sponde. I giuristi dell’Ordine di Avvocati (OAB) hanno voluto “manifestare alla Presidente il rischio istituzionale e il pericolo che significa per le istituzioni la convocazione di una costituente”, cercando di dimostrare che “allo lo scopo di fare una riforma politica è possibile, necessario, urgente, oltre che più veloce e più efficace, cambiare la legge elettorale e la legge sui partiti politici, senza alterare la Costituzione federale”, secondo quanto dichiarava il presidente dell’istituzione Marcos Vinicius Coelho  ai giornalisti.

Per rifiutare l’iniziativa i politici dell’opposizione hanno attaccato su un altro punto, allegando che uno dei poteri del Presidente è proprio quello di convocare l’assemblea costituente, senza il passaggio da un referendum popolare. E’ evidente che il percorso scelto dall’Esecutivo, convocando la partecipazione popolare per la riforma, vuole porsi come una strategia per forzare o vincolare il raggiungimento di un’iniziativa che è stata ripresentata al Parlamento senza successo diverse volte e nella forma di differenti progetti dal 1995.

La riforma politica è soltanto uno dei cinque capitoli che compongono il grande Patto Nazionale proposto da Dilma ai capi regionali, ma è sicuramente il traguardo più difficile per il Governo. Gli altri “patti” vogliono dare risposte ai problemi dei trasporti, la salute, l’educazione e la corruzione, cioè tutti i principali argomenti sollevati dai manifestanti e sui quali stanno emergendo alcuni primi consensi e risposte concrete. Si avanza sulla destinazione delle royalties sull’esplorazione e sfruttamento del petrolio oceanico, sui servizi pubblici di educazione e salute; sull’inasprimento delle pene per corruzione e malversazione di denaro pubblico; sugli investimenti nel settore trasporto con, ad esempio, la riduzione dei costi del diesel per il settore. Tuttavia la riforma politica è tema urticante tanto per gli oppositori come per molti alleati del Governo: intervenire sull’attuale logica di finanziamento privato ai partiti politici è una minaccia per gli interessi di molti parlamentari.
Stracciando la proposta originale di assemblea costituente, Dilma ci riprova sulla via del referendum o plebiscito (che secondo la legge richiede l’approvazione delle due Camere), allo scopo di raggiungere l’agognata riforma entro le elezioni di ottobre 2014. Il Partito Trabalhista (PT) sostiene questa posizione in Parlamento, con il supporto dei suoi alleati del Partito Democratico Laborista (PDT) e del Partito Comunista di Brasile (PCdB), ma la coltellata arriva da un altro alleato, quello di maggior peso parlamentare e fondamentale nell’architettura di potere dell’Esecutivo: il Partito del Movimento Democratico Brasiliano (PMDB).

Il gruppo del Vicepresidente della Repubblica, Michel Temer, e del Presidente della Camera di Deputati, Henrique Eduardo Alves, annunciò il 10 luglio che non ci sono le condizioni per realizzare le consultazioni prima di ottobre e che qualsiasi riforma sarà applicabile soltanto nelle elezioni municipali del 2016 e non in quelle generali del 2014. L’alleato più forte si univa così alle voci dell’opposizione politica, guidata dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso, del Partito della Socialdemocrazia (PSDB), che aveva manifestato immediatamente la sua contrarietà al metodo proposto da Roussef.

PPPP

Il sistema brasiliano favorisce la frammentazione delle forze e un altissimo regionalismo a livello politico: è difficile per i partiti raggiungere una presenza nazionale, perciò la capacità per allestire e condurre alleanze è cruciale per garantire la governabilità. IL PT, nonostante il suo consolidamento grazie all’esperienza di governo, ha dovuto costruire, per le elezioni del 2010, un’alleanza con il PMDB e altri partiti minori, come il PSB, il PDT, il PR e il PCdoB, che hanno contribuito con proprie candidature a seconda della rispettiva forza nei diversi stati regionali.

In ogni caso non soltanto gli alleati pongono ostacoli alla riforma di Dilma: questi sorgono anche nelle file del suo stesso partito. Il deputato PT per San Paolo, Candido Vaccarezza, presidente della commissione di lavoro parlamentare per l’analisi del progetto, manifestò che le modifiche non dovevano entrare in vigore per le prossime elezioni presidenziali, meritandosi quindi una contestazione del capogruppo del partito di governo,  José Guimaraes. Lo stesso Vaccarezza è autore di un progetto di legge per implementare un controllo elettronico bancario per identificare i finanziatori nelle campagne elettorali, un ruolo, questo di controllore, riservato finora alla giustizia elettorale mediante la semplice fiscalizzazione delle fatture consegnate dai partiti. Questa proposta a favore della “trasparenza” nei finanziamenti privati è stata accolta con dure critiche sia dai media (controllati dall’opposizione conservatrice) che dal potere giudiziario, che teme così perdere prerogative. 

Secondo il giornalista Rodrigo Vianna della pubblicazione brasiliana di sinistra Carta Maior, se fossero approvati i due item della riforma politica – finanziamento pubblico e lista elettorale unica –, la sinistra guadagnerebbe forza nelle future elezioni; è comprensibile quindi che i media conservatori si oppongano. Periodici come O Globo, Veja y Folha “possono attaccare dicendo che il voto su una lista completa significa la dittatura di partito, la dittatura del PT o che il PT vuole impedire al popolo di votare liberamente per i loro candidati” e possono opporsi al finanziamento pubblico sostenendo che “significa una maggiore spesa a favore dei politici corrotti” e che è “più giusto che ognuno si paghi la propria campagna invece che i costi ricadano sulle spalle del popolo”.

La riforma politica deve seguir adesso l’iter parlamentare, che si prospetta travagliato.

 

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I patti tra elite, chiave del funzionamento del sistema brasiliano

Gli avvenimenti delle recenti proteste di massa hanno stupito tutti gli analisti ed esperti della realtà brasiliana. Un tratto che ha caratterizzato finora il paese, differenziandolo degli altri paesi sudamericani, è il silenzio delle masse sullo spazio pubblico, l’assenza di mobilitazioni popolari nelle strade. Molti si sono soffermati sulla constatazione che sin dal 1992, quando le proteste rovesciarono l’allora Presidente Fernando Collor de Mello, non si vedevano accadimenti similari. Lo stesso vale per il movimento operaio: le mobilitazioni di massa convocate dai sindacati per lo scorso 11 luglio sono state le prime dallo sciopero generale del 1991!

Ciò che caratterizza la politica brasiliana sono i patti tra le elite, il vero potere che governa nel paese. Jose Natanson, un qualificato analista politico e giornalista argentino, fa un’illuminante riflessione sulle radici storiche di questa particolare idiosincrasia brasiliana, cioè  il fatto che “tutti i grandi cambiamenti si processano attraverso accordi di cupola  e in forma graduale, relativamente pacifica e di solito lentanei quali “il popolo mobilitato occupa un posto relativamente secondario”. E’ possibile risalire allo stesso processo d’indipendenza dove, a differenza delle lunghe e sanguinose guerre vissute dalle colonie ispaniche, il Brasile si separa dal Portogallo attraverso un accordo familiare all’interno della stessa monarchia portoghese. La stessa cosa vale per l’abolizione della schiavitù, che deve attendere fino il 1888 (l’ultimo paese del continente) ed è il prodotto di una decisione concordata, o con la nascita della repubblica nel 1899; o per il varguismo, versione brasiliana del populismo, “un movimento popolare, redistributivo e inclusivo, ma dove la componente della mobilitazione popolare appare marcatamente attenuata” rispetto al suo equivalente argentino del peronismo. Molto dopo, nei roventi anni ’60, il movimento guerrigliero sorto in Brasile è stato “entusiasta, diffuso e senza forza” paragonato con quelli cresciuti in Argentina, Uruguay o Cile e la stessa dittatura posteriore, anche se ha torturato e ucciso, non ha creato campi di concentramento o piani sistematici per rubare bambini (come accaduto in Argentina ndr). Anche al ripristino della democrazia si è arrivati mediante un processo concordato con i militari, tanto è vero che “il primo presidente democratico non è stato eletto con voto diretto, ma con il vecchio sistema di collegio elettorale creato dai militari”.

senadoPer Natanson la spiegazione di questa tradizione di cambiamenti graduali si trova nelle “caratteristiche di una struttura sociale in cui la distanza tra le classi è oceanica, mentre gli effetti sono paradossali: “se da un lato ha permesso al Brasile di evitare storie di sofferenza” come quelle registrate nei suoi vicini latinoamericani o negli stessi Stati Uniti con la guerra civile, “dall’altro ha fortemente limitato l’incidenza della popolazione nelle decisioni nazionali”.

Questa stessa tradizione di patti e accordi dall’alto, ha contaminato il funzionamento politico dell’alleanza progressista guidata dal PT, al governo dal 2003. Il Partito Trabalhista, e molte delle organizzazioni che lo accompagnarono negli anni di lotta, si è trasformato da partito di opposizione in partito di gestione, perdendo la capacità di canalizzare politicamente il malessere sociale, come ha riconosciuto lo stesso Lula nell’articolo sul New York Times, chiamando a una riforma politica dentro al suo stesso partito: “Anche il PT, che ho contribuito a fondare e che tanto ha fatto per modernizzare e democratizzare la politica in Brasile, ha bisogno di un profondo rinnovamento. Deve recuperare i suoi collegamenti quotidiani con i movimenti sociali e offrire nuove soluzioni per nuovi problemi, e fare entrambe le cose senza trattare i giovani in modo paternalistico”.

I governi di Lula e soprattutto di Dilma sono diventati “governi di sindacalisti e burocrati”. Il PT ha rinnovato, sempre seguendo la regola del gradualismo pacifico, l’elite politica, ma simultaneamente ha “creato nuove aree di confort per i dirigenti che oggi vivono assopiti al calore burocratico di uno Stato che è sempre stato molto generoso con coloro che ne fanno parte, dentro il Governo, ma anche nelle imprese statali, i consigli di amministrazione delle società private, le banche, le agenzie decentrate, i fondi pensione controllati dai sindacati … I tradizionali centri di resistenza anticonservatori – il movimento contadino, il sindacalismo militante, le chiese delle teologia della liberazione – ora fanno parte del nucleo di potere o sono i tuoi alleati”.

Un elemento aggiuntivo rilevato dagli analisti, è la trasformazione lungo questi anni della base sociale del partito di governo, quello che è stato caratterizzato come il passaggio dal pitismo (PT ndr) al lulismo (André Singer).   I principali sostegni elettorali del PT, mostrano i dati, sono cambiati dal nucleo tradizionale di lavoratori delle industrie moderne e settori medi liberali del sudest, agli abitanti del Nordest povero, assegnatari delle politiche sociali e programmi d’assistenza come il Bolsa Familia. Si tratta di un legame recente tra il leader e il sottoproletariato liberato dai caudillos conservatori popolari che li comandavano fino poco fa. Si tratta “tuttavia, di un legame fragile, perché è il riflesso di un inserimento che avviene essenzialmente attraverso il consumo e non è stato accompagnata da uno sforzo equivalente di costruzione di comunità militante e territoriale (come ha fatto, con tutti i suoi problemi, Chavez)”, segnala sempre Natanson.

Questi sono i problemi che deve risolvere Dilma e vuole farlo prima delle elezioni nazionali del 2014. Le stesse che, fino poco fa, tutti erano convinti che avrebbe vinto alla prima tornata, ma che oggi, con una perdita stimata nel 20% dei consensi, sono diventate una strada in salita per garantire, oltre il trionfo, la governabilità.

Una governabilità che appare oggi minacciata di continuo all’interno dell’alleanza di quasi 20 partiti con i quali deve co-governare, consultandosi e accordandosi con i 39 portafogli tra ministeri e segreterie con rango similare che sigillano questa alleanza. Un team di Governo nel quale c’è di tutto, “tranne un’identità comune a livello ideologico o programmatico. Si tratta di uno spazio di controversia tra interessi “di bassa lega”, dove spicca il peggio della politica, osserva un altro analista. “C’è il PT di Lula da Silva e Dilma; c’è il PMDB, un conglomerato di caciques regionali esperti nel ricatto politico e con un formidabile appetito d’incarichi, posizioni e soldi. Ci sono le destre più recalcitranti e alcuni rappresentanti delle sette evangeliche elettroniche, con un’ampia penetrazione attraverso la radio e la televisione, e ci sono i sopravvissuti del Partito Comunista del Brasile, che una volta era maoista ed ora nessuno può sapere esattamente che cosa sia. C’è il PSB, il Partito socialista brasiliano, che minaccia di lanciare un proprio candidato per la successione di Dilma, e ci sono quelli di un partito di nuova creazione, il Partito Social Democratico (PSD), il cui leader, l’ex sindaco di San Paolo, Gilberto Kassab, è stato enfatico nella sua definizione: “Non siamo un partito di destra, nè di sinistra né di centro.” (Eric Nepomuceno, “Dilma Roussef en su labirinto”, Pagina 12, 21/7/2013).

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E’ ora di voltare a sinistra!

Lula ha indicato la sua strada: recuperare i collegamenti con i movimenti sociali. Dilma, assediata invece dalle sue responsabilità di governo, si trova al bivio. Ci sono pressioni, soprattutto nell’ala sinistra e sindacale del PT, per candidare a Lula nel 2014, seguendo anche il verdetto dei sondaggi, che pongono all’ex presidente con un’intenzione di voto del 41%, abbastanza sopra il 33% di Dilma (la presidentessa aveva il 52,8% a giugno e addirittura il 65% a marzo). Lula però ha bloccato subito ogni rumore, affermando che non concorrerà nel 2014 e che il suo candidato è sempre Dilma.

abrazo lulaE’ opinione generalizzata che durante il governo Roussef, il Brasile ha rallentato e in certi casi fermato il processo di riforme iniziato da Lula e di avere – addirittura – sterzato a destra. Sono molti i dati a favore di questo argomento. Un’economia che favorisce le industrie estrattive altamente contaminanti delle miniere così come il sistema di fracking d’alto impatto ambientale per la soluzione del problema energetico del petrolio, è uno degli esempi. Dilma è accusata anche di aver praticamente fermato la riforma agraria decretata da Lula e di avvallare modifiche alle leggi sulla demarcazioni di terre indigene, misure entrambe a favore dell’avanzamento delle industria agro-alimentare di ogm e delle multinazionali, che esigono l’espulsione dei piccoli contadini o degli aborigeni dei loro territori. Processi similari si ripetono in ambito urbano, con i grandi investimenti del Piano Nazionale di Logistica (PNL) – per la realizzazione di autostrade, ferrovie, aeroporti e i tanto criticati megastadi per gli eventi del Mondiale di Calcio e delle Olimpiadi -, che hanno come conseguenza una lucrativa speculazione immobiliare e il relativo spostamento di popolazioni (e militarizzazione) delle baraccopoli e dei quartieri popolari. La presidentessa ha dimostrato di cedere alle pressioni dei gruppi evangelici, con forte rappresentanza in Parlamento, su proposte legislative fortemente lesive dei diritti civili in particolare delle donne, accusano altri. Un caso è quello dello Statuto del Nascituro, proposto dagli alleati dal PMDB, che oltre a stabilire l’inizio della vita dal concepimento, inasprendo di conseguenza le pene contro l’ivg (l’aborto è reato in Brasile), vorrebbe istituire l’assegno-stupro per le donne violentate, in modo di beneficiarle con una pensione dallo Stato o un contributo alimentare da parte degli stessi violentatori. Lo stesso alleato politico, che è la prima minoranza in Parlamento, aveva costretto a Dilma – in piena campagna del 2010 – a impegnarsi nel divieto e penalizzazione della ivg, considerando precedenti dichiarazioni di Roussef a favore di modifiche nelle legislazione. Altri arretramenti avvengono nell’ambito delle politiche di salute riproduttiva e nei diritti delle minoranze sessuali, come il blocco posto a campagne contro l’omofobia, a politiche di prevenzione sanitaria a favore delle lavoratrici sessuali, ecc.

Comunque,  sostengono altri, nemmeno il governo di Lula da Silva si è discostato mai totalmente dalle politiche ortodosse gradite ai mercati. Quando il PT ha assunto il potere, Lula “accettava le consuete restrizioni imposte dal neoliberismo ad un progetto di sviluppo economico e sociale”.  Queste includevano l’apertura finanziaria e una disciplina fiscale feroce per generare un ampio avanzo primario (per pagare i pesanti oneri finanziari) così come anche la presunta autonomia della banca centrale. Implicava inoltre non fare marcia indietro nel gran tema delle privatizzazioni e opporsi alle occupazioni di terra lanciate dai contadini del Movimento dei Senza Terra. “C’è stata una sola eccezione importante a questo modello: la politica salariale e i programmi sociali. Sotto i governi PT, gli stipendi sono cresciuti e hanno iniziato a recuperare un po’ di ciò che avevano perduto nei decenni precedenti. Molto è stato detto circa le politiche di welfare come il programma Bolsa Familia, ma quello che ha colpito maggiormente nella lotta contro la povertà è stato senza dubbio l’aumento dei salari”. (Alejandro Nadal, La Jornada, 3/7/2013)

Sia Lula che Dilma, segnala un altro commentatore, “applicarono una politica neo-sviluppista ed estrattivista di stampo neoliberista, addolcita dall’assistenza dello Stato ai poveri; favorirono gli affari dell’industria agroalimentaria nel settore rurale e delle grandi imprese nelle città. Il sostegno all’industria automobilistica, ad esempio, piantando canna per produrre etanolo invece di alimenti, o offrendo crediti per l’acquisto di autovetture, ha provocato il caos e l’inquinamento nelle città, così come la congestione crescente del traffico e l’abbandono del trasporto pubblico”.  (Guillermo Almeyra, La Jornada, 14.7.2013)

dilma preocupada1Per Dilma, tuttavia, le conseguenze politiche sono arrivate e pesanti. Dilma ha perso voti non soltanto tra i giovani della classe media, ma anche in altri gruppi urbani, specialmente nel sudest: quelli che“vivono in baraccopoli o quartieri più poveri della città, ricevendo meno del salario minimo o poco più”; “i lavoratori della salute e gli insegnanti della scuola pubblica, che lottano per salari più elevati; i residenti urbani che non hanno raggiunto la fantomatica classe media brasiliana”, così come anche, d’altra parte, “i lavoratori rurali e i lavoratori senza terra (MST e Via Campesina) per l’arresto della riforma agraria; l’insieme dei popoli indigeni per lo stop della delimitazione delle loro terre e l’avanzata del settore agroalimentare e minerario su di loro; i pescatori artigianali che subiscono l’inquinamento per rifiuti industriale dei fiumi e gli oceani; le donne a basso reddito per l’inflazione e le donne di reddito più elevato e con un certo livello di istruzione per l’assurdo “statuto del non nato”.

Al contrario, “il governo di Dilma ha ancora il sostegno dell’elite di lavoratori: impiegati di banche, petrolio, assemblaggio di automobili nei grandi centri industriali, come ad esempio Campinas (SP) o di Caxias do Sul (RS), funzionari pubblici privilegiati, ecc” . (Juan Luis Berterretche, Argenpress, 17/6/2013)

Nei giorni più caldi delle proteste, tutti abbiamo seguito con preoccupazione le notizie sul rifiuto e su altre dure reazioni di contrarietà espresse dai manifestanti contro il tentativo di colonne di militanti del PT, di alleati di sinistra (partiti socialista e comunista) e dei sindacati, di partecipare ai cortei  degli auto-convocati dalle reti sociali e da movimenti come Passe Livre o Anonymus. Dopo questi primi tentativi un po’ goffi, le forze popolari vicine al governo hanno voluto misurarsi un’altra volta con la loro (per troppo tempo accantonata) capacità di mobilitazione.

La CUT (Centrale Unica di Lavoratori) ha convocato l’11 luglio scorso una grande mobilizzazione sindacale di protesta, la prima dopo 22 anni, quando attraverso lo sciopero generale era stato costretto a rinunciare il presidente Collor di Mello. Alla denominata Giornata Nazionale delle Lotte hanno anche aderito e partecipato con i propri attivisti, le organizzazioni che hanno costituito la base sociale e politica per l’arrivo al potere del PT: il Movimento dei Sem Terra (MST), l’Unione Nazionale di Studenti (UNE) e lo stesso Partito dei Lavoratori (PT).

Diversi giornalisti hanno condannato la manifestazione, cercando di squalificarla come “protesta politica, non del popolo” in confronto con le proteste spontanee dei cittadini apolitici e senza partito. Tuttavia, lo scopo delle organizzazioni è stato piuttosto spingere Dilma a cambiare orientamento, rompendo compromessi con la destra e accogliendo le domande popolari finora inattese. La scommessa, quindi, è che il Governo capisca che è ora di voltare a sinistra.

Per il principale leader del Movimento dei Sem Terra (MST), João Pedro Stedile, “la rielezione di Dilma dipende dalle alleanze che farà da qui in seguito: se continua privilegiando accordi d’indole conservatore, la destra potrà vincerla presentando candidati che appaiano come il nuovo anche se non lo sono. L’elezione di Dilma sarebbe più sicura se lei ascoltasse le voci delle strade e promovessi i cambiamenti sociali che si sollecitano. Se lo facesse, il governo farebbe una svolta a sinistra e consoliderebbe il sostegno popolare per il 2014”. E’ ora di fronteggiare la classe dominante su tutti i piani: riformando la politica fiscale, promuovendo un progetto di democratizzazione dei media, attuando la sempre posticipata riforma politica e, naturalmente, promuovendo una riforma agraria per porre fine all’ agro-business delle multinazionali. Il modello di crescita brasiliano di questi anni ha creato difficoltà nell’alleanza con il MST, che porta avanti una piattaforma di riforma agraria popolare, difesa dell’agroecologia, sovranità alimentare, democratizzazione della terra e la costruzione di scuole per diffondere l’agricoltura ecologica.

L’altro obiettivo manifesto delle organizzazioni popolari convocanti è stato allontanare i pericoli di una potenziale crescita della destra o, forse di più, dell’emergere di forme di antipolitica che possano sboccare in populismi.

Rede2Si pensa soprattutto all’enorme crescita di consensi di Marina Silva, l’ex ministro dell’ ambiente di Lula, un’altra figura con una biografia da romanzo: cresciuta in una famiglia di seringueiros (gli sfruttati raccoglitori di caucciù nelle selve amazzoniche) non ha conosciuto scuole fino i 14 anni, ma poi è riuscita a diventare una pedagogista, una militante ecologista e una pastora evangelista. Quando ha abbandonato il PT, dopo 25 anni di militanza, ha corso per il Partito Verde nella campagna presidenziale del 2010, guadagnando a sorpresa il terzo posto e costringendo Dilma alla sfida del secondo turno elettorale. Lo scorso febbraio ha lanciato un nuovo partito, per il quale sta raccogliendo firme: la Rede Sustentabilidade o semplicemente Rede (La Rete), che include l’idea di associare la politica al protagonismo delle reti sociali (un modello che sembra pari pari quello italiano di Grillo) evocando, simultaneamente, la sua vocazione ambientalista. Anche questo partito è stato definito dalla sua leader come “né di destra, né di sinistra”, dichiarando che mira a “spezzare la logica che il Partito ha il monopolio della politica” offrendo, ad esempio, alla società un 30% del totale delle candidature affinché siano coperte da candidati indipendenti, cittadini non iscritti e che non abbiano vincoli di partito”.

Rede SilvaSecondo i sondaggi (è passata dal 12,5% al 20,7%) è la Silva la figura che riesce a capitalizzare il corpo elettorale perso da Dilma, più che il principale candidato dell’opposizione, il socialdemocratico Aécio Neves (PSDB), punito anche lui dalle proteste (dal 17% al 15,2%). Marina Silva guadagna consensi soprattutto nelle classi medie più abbienti. In più, diversi alleati del PT sembrano volere abbandonare Dilma per emigrare sulla nave di questa candidata o di altri oppositori, come Neves o il giovane Eduardo Campos, leader del PSB (Partito Socialista).

La CUT, non a caso, chiamando alla Giornata delle Lotte ci ha tenuto a puntualizzare soprattutto i rischi che nasconde ogni rifiuto delle organizzazioni politiche, come dichiarava il suo presidente Vagner Freitas: “Consideriamo conservatrice la protesta senza i partiti e senza i sindacati”. Si tratta non solo dell’organizzazione che ha dato origine a Lula, ma di quella dalla quale sono pervenuti l’80% dei ministri del suo governo. La posizione da tenere riguardo al Governo, tuttavia, è stato motivo di scontro all’interno delle organizzazioni sindacali aderenti alla convocazione, praticamente tutto lo spettro del movimento operaio brasiliano: le federazioni di opposizione Forza Sindacale (FS), di carattere burocratico e Conlutas (sinistra) volevano chiamare ad un vero e proprio sciopero generale contro il governo di Dilma Roussef.

Le rivendicazioni della giornata hanno incluso richieste specificamente sindacali, come l’aumento degli stipendi e riduzione degli orari di lavoro; questioni care al Movimento dei Sem Terra come la riforma agraria, ma anche domande dell’insieme della cittadinanza e presenti nell’agenda di reclami delle proteste cittadine precedenti: più investimenti nella sanità e nell’educazione e, ovviamente, trasporto pubblico di qualità. Anche se non ha raggiunto i livelli di partecipazione delle manifestazioni cittadine che la avevano preceduta, la giornata di lotta è riuscita a dimostrare la spinta e la forza dei lavoratori a favore di un approfondimento delle riforme popolari e democratiche, e, al contempo, è servita a sostenere il Governo contro i rischi di destabilizzare.

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Piove, governo ladro

Sono molto evidenti le manovre delle forze reazionarie per sfruttare l’onda di proteste a proprio vantaggio, attraverso uno strumento di grande potenza sul quale dominano indiscussi, cioè il monopolio sulla stampa, e focalizzando gli attacchi su un argomento unico, ma di alto reddito politico nelle classi medie, ovvero la corruzione (non per caso l’unico tema delle proteste di giugno assente della piattaforma della giornata sindacale).

E’ molto illustrativa l’evoluzione del trattamento delle proteste giovanili sui media della rete Globo, principale monopolio nel settore, evidenziato dallo studioso Laurindo Leal Filho in Carta Maior. In principio, quando non era ancora chiara la dimensione del movimento, la catena stampa mise il focus sulla violenza, subito dopo i vandali sono diventati “i cittadini”. Finché, di fronte alla magnitudine degli eventi, Globo produce un fatto storico per il Brasile: sostituisce la soap opera per la diretta TV delle proteste. Leal Filho sintetizza dicendo che “dopo una prima tappa di direzione da parte del Movimento Pase Libre, Globo è passato a condurre le proteste”.

Una delle grandi debolezze dei governi PT è non esser stato in grado di costituire canali alternativi di radio e TV capaci di equilibrare la concorrenza informativa, come invece ha fatto il kirchnerismo, con le difficoltà che sussistono ancora per l’applicazione della Legge sui Media argentina. Il PT ha parlato in diverse occasioni di progetti per regolamentare i media elettronici e audiovisivi, ma nessuno è arrivato mai allo stato parlamentare a causa degli impedimenti che sorgono da alleati come il PMDB.

L’opposizione a Dilma – come succede anche con Cristina in Argentina – non è fatta dai partiti, ma dai media: “ i media conservatori sono quelli che operano all’opposizione e dettano le regole del gioco”, ha sintetizzato un altro giornalista brasiliano. E il successo per instillare argomenti di carattere populista è scontato: secondo gli ultimi sondaggi l’81% dei brasiliani considera corrotti a tutti i politici.

La costruzione nei Media dello “scandalo” della corruzione in forma di “spettacolo è un tratto caratteristico della politica sudamericana dagli anni ’90 in poi, ed è oggi – dicevamo – il principale terreno di battaglia della destra contro i governi progressisti. Nello stesso periodo, il fenomeno della corruzione ha acquisito un luogo privilegiato anche in altri scenari politici, come l’europeo (Italia in testa: si pensi a Tangentopoli), ed è sicuramente uno degli elementi che più ha contribuito alla crisi, ovunque, delle istituzioni democratiche e dell’immagine della politica agli occhi dei cittadini. Tuttavia un elemento che distingue il problema in Sudamerica rispetto all’Europa, è che prima c’è la “messa in scena” del caso di corruzione politica da parte dei giornali, la TV, ecc. e soltanto dopo, caso mai, si arriva all’investigazione giudiziaria.

corrupcion_giudice barbozaLa Giustizia, in quanto istituzione altamente corporativa e tradizionalmente dominata dai ceti privilegiati, è il giocatore “politico” di seconda istanza in questa scena, che è politica ma senza partiti. Non per caso, la stampa monopolista brasiliana cerca di promuove la candidatura politica del primo presidente nero della Corte Suprema di Brasile, Joaquim Barboza, il giudice che ha raggiunto fama nazionale come relatore nel processo del “mensalao(concluso alla fine dell’anno scorso con 25 condanne), un grosso scandalo di corruzione che ha coinvolto il PT nel 2005, quando funzionari di governo vicinissimi a Lula sono stati accusati dalla stampa di pagare “mensilità” a legislatori dell’opposizione affinché approvassero progetti governativi.

Il Presidente Lula è riuscito a sopravvivere politicamente e a gestire la difficile situazione – che vedeva coinvolti nel caso tre figure principali del PT del primo governo: il suo braccio destro e ex ministro di Governo, Jose Dirceu; il Presidente del partito, Jose Genoino (entrambi ex guerriglieri durante la dittatura) e l’allora tesoriere Delubio Soares – promuovendo un positivo rinnovamento nelle file del partito.

Il sistema politico brasiliano fondato su accordi tra elite è confacente a queste forme degradate della vita pubblica, mentre la corruzione è un’arma infallibile per attaccare qualsiasi governo, perché – come spiega lo studioso del fenomeno Sebastian Pereyraattaccando la condotta individuale di un singolo funzionario si accusa un intero governo e un partito, o addirittura la classe politica e il sistema. La corruzione inoltre, in tanto inaccettabile dal punto di vista etico, annulla la possibilità di realizzare valutazioni misurate sulla performance di un funzionario, di un governo o di un ciclo storico: è il carattere “cancellatore” del tema della corruzione ciò che spiega il suo carattere anti-politico.

Le classi dominanti e i loro portavoce appaiono in TV ogni giorno esprimendo il loro grande obiettivo: usurare al massimo il governo, indebolendo le forme d’organizzazione della classe operaia, per sconfiggere tutte le modifiche strutturali proposte. Tutto ciò per vincere finalmente le elezioni e ricomporre l’egemonia totale del comando dello Stato, che adesso è in discussione. Nelle reti sociali, controllate dalla destra, alcuni gruppi fascisti cominciano a far circolare una petizione per l’impeachment di Dilma. Agitano anche il discorso contro la corruzione, che può finire per rivoltarsi contro di loro, perché la borghesia brasiliana, i loro imprenditori e politici sono i più corrotti e i maggiori corruttori. Sapete chi si è appropriato delle spese e investimenti giganti del Mondiale? La Rete Globo e le imprese di costruzioni“, segnalava anche il dirigente del MST Stedile. Un’investigazione parlamentare, infatti, ha coinvolto recentemente la stampa privata in casi palesi di corruzione.

corrupcion1Il PT dovrebbe conservare il Governo ma la governabilità e la guida del processo di riforme popolari e di carattere progressista sono sotto assedio. Sono molti e spesso velati gli attori che si disputano il controllo del Brasile: lo scenario religioso e la recente visita del Papa è un altro buon esempio.

Quello che era stato programmato come un evento di proiezione mondiale del Brasile, una prova di scena per le future grandi feste mondiali dello sport, è capitato in un momento delicatissimo. Il governo è riuscito a tenere isolate dal Papa le proteste degli auto-convocati che sono scattate puntuali, comprese le sfilate di donne seminude e coppie omosessuali a difesa del matrimonio gay, il diritto all’aborto e la politica anticoncezionale.

Per quanto riguarda la lettura politica, che qui c’interessa, nella Giornata Mondiale della Gioventù, Papa Francesco ha incoraggiato i giovani a protestare e a credere nella possibilità di cambiare la realtà; Dilma aveva ribadito che le proteste sono legittime, e che avrebbe ascoltato la voce delle strade. Il Papa ha chiesto ai politici di lavorare per i veri interessi del popolo, specialmente i più bisognosi; Dilma lotta con le unghie e con i denti per ottenere una riforma politica che il Parlamento si rifiuta ad accettare. Il Papa ha denunciato la corruzione e ha chiesto di combatterla in modo esaustivo; Dilma ha avvertito che sarà all’erta per qualsiasi deviazione di condotta nel suo governo.

Date le circostanze e il carisma popolare dell’uomo che arrivava in Brasile, era prevedibile che la Presidente cercasse un’alleanza “politica” con il Papa, dando all’avvenimento il carattere di visita di Stato e proponendo a Francesco l’avvio congiunto di una crociata per sconfiggere la povertà nel mondo, considerando l’esperienza brasiliana recente – aver liberato dalla fame oltre 30 milioni di brasiliani – e i rapporti storici del Brasile con le nazione africane. L’abile diplomazia vaticana si è divincolata dall’abbraccio, escludendo dall’agenda la visita ufficiale a Brasilia, sede del governo, e limitando il viaggio al carattere “pastorale” (Francesco non ha trovato il tempo neanche per incontrare l’ex presidente Lula, nonostante le intenzioni degli ospiti sudamericani). Il portavoce del Vaticano, Federico Lombardi, ha risolto la questione riconoscendo i “punti di sintonia” tra il governo di Brasile e il Vaticano nella lotta contro la fame e la povertà, ma affermando anche che “non esistono impegni di nessun tipo in questo senso”.

papa4Andato via il Papa, valgono le riflessioni amare di un giornalista: “E’ lecito supporre che il discorso governativo affermerà che il Papa ha riconosciuto i loro sforzi e che sono insieme nella loro lotta, ed è altrettanto legittimo supporre che l’opposizione dirà il contrario, cioè che il Papa ha messo in rilievo gli errori e i fallimenti del governo. La verità è che, per ora, niente di tutto questo ha importanza. La questione decisiva sarà l’anno prossimo, in campagna elettorale. Sicuramente non solo i cattolici, ma anche le sette evangeliche che si riproducono ogni settimana, si scaglieranno con forza contro l’aborto, il matrimonio omosessuale o l’adozione di bambini da parte di coppie dello stesso sesso. Allora, cattolici e pastori elettronici si daranno le mani, e i candidati progressisti saranno i loro obiettivi preferiti”. (Eric Nepomuceno, Pagina 12, 29/7/2013)

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A riflettori spenti

Intanto la trama degli avvenimenti va avanti. La Chiesa Cattolica, attraverso la Confederazione Nazionale di Vescovi del Brasile (CNBB), vuole rendere manifesto il suo impegno accanto alle necessità dei cittadini raccogliendo la maggior parte del milione e mezzo di firme della campagna Salute+10, alla quale partecipa assieme ad un centinaio di organizzazioni per sollecitare lo Stato a destinare il 10% delle entrate per la salute pubblica.

Proseguono questi giorni anche le proteste dei giovani nelle principali città, anche se con minore intensità. A Rio de Janeiro e San Paolo cortei giovanili, collegati ai movimenti e gruppi no-global e anarchici, rivendicavano la “riapparizione” di Amarildo de Souza, un muratore di 42 anni scomparso due settimane fa nella favela La Rocinha di Rio dopo esser stato avvicinato dalla Polizia per un interrogatorio. I manifestanti sollecitano anche la rinuncia dei governatori dello Stato di Rio di Janeiro, Sergio Cabral, del PMDB (il partito alleato del governo) e di San Paolo, Geraldo Alckmin (del partito oppositore socialdemocratico PSDB) in quanto  “repressori e corrotti”.

Le denunce di corruzione, infatti, raggiungono i politici di tutti i fronti. Il sopra menzionato governatore di San Paolo, assieme al suo predecessore deceduto, Mario Covas e ad un altro ex governatore, Jose Serra, lo stesso che è stato candidato presidenziale per il PSDB prima contro Lula e poi contro Dilma, sono stati denunciati dal giornale Folha di Sao Paulo per un multimiliardario scandalo di corruzione con l’azienda tedesca Siemens, per l’acquisto di 40 treni per il trasporto urbano. (Da aggiungere che l’impresa tedesca è stata coinvolta in casi di corruzione in numerosi paesi: Venezuela, Cina, Israel, Bangladesh, Nigeria, Argentina, Vietnam, Russia, Messico, Kuwait, Grecia…)

Alla fine della scorsa settimana le proteste giovanili erano anche alle porte del Foro di San Paolo, l’incontro annuale dei leader della sinistra latinoamericana fondato quasi 20 anni fa da Lula e Fidel Castro. Rispondendo in qualche modo ai manifestanti, Lula da Silva ha affermato che la sinistra è invecchiata un po’ dappertutto e che nel caso europeo si è “ridotta”, perché “somiglia ormai alla destra”. Non ha risparmiato critiche al PT e ha avvertito i suoi dirigenti di non cadere negli errori di altre formazioni di sinistra, perché “soltanto una cosa può salvare a un partito che ha presso il potere: non perdere il contatto con la gente“, mentre si domandava quali messaggi offre il PT alla società e ai giovani che manifestano da settimane nelle strade.

Dilma già aveva segnalato, nel messaggio di benvenuto inviato per l’apertura del Foro, che “stiamo ascoltando le voci della strada” perché “siamo consapevoli che le manifestazioni fanno parte del nostro processo di miglioramenti sociali. Non chiedono di tornare indietro al passato, ma di andare avanti per un futuro con più diritti, più democrazia e più conquiste sociali”.

Alcune segnali positive ci sono. Proprio a questa città di San Paolo, cuore industriale del paese e delle proteste, Dilma è arrivata giorni fa per offrire un importante contributo di fondi federali (4 milioni di dollari) destinato al miglioramento dei servizi d’alloggio, acqua, fognature e trasporto, tra cui la costruzione di un corridoio di 99 chilometri per gli autobus urbani. Sul piano dei diritti civili, Dilma ha resistito alle pressioni dei gruppi religiosi e non ha posto il veto alla legge approvata in questi giorni dal Parlamento a favore delle donne violentate, garantendo a queste vittime l’acceso alla pillola abortiva “del giorno dopo”. Un significativo passo avanti, considerando quanto la Presidente dimostrava di cedere ai suoi alleati conservatori e alla destra su questo terreno.

Il Foro di San Paolo ha concluso le sue sedute domenica scorsa con una dichiarazione finale che esamina le diverse sfide della sinistra in America Latina e, nell’ultimo punto si solidarizza con la posizione del governo brasiliano denunciando “la manovre politiche della destra brasiliana, attraverso i media e altri mezzi, indirizzate a sabotare il governo del presidente Dilma Rousseff e a terminare questa esperienza contrassegnata dai grandi progressi raggiunti negli ultimi dieci anni. Siamo solidali con la posizione del presidente Dilma Rousseff e le forze di sinistra e progressiste brasiliane che riconoscono l’importanza della voce delle strade, per avanzare sul sentiero dei cambiamenti ed evitare che quel sentiero conduca ad un arretramento nelle conquiste raggiunte”. Prima, nelle premesse, il Foro aveva riconosciuto la legittimità delle domande dei manifestanti che “rivelano la necessità di ampliare le opportunità di partecipazione e di espressione politica dei settori sociali che hanno raggiunto il progresso economico attraverso le politiche attuate dal governo”, riconoscendo come un dovere per la sinistra latinoamericana che “i nostri partiti e le organizzazioni sociali devono essere in grado di afferrare questi cambiamenti e trovare un modo per aprire questi spazi”.

Pochi giorni prima Lula aveva inaugurato il Foro con un’affermazione di fiducia: “L’America Latina è il faro della nuova sinistra. Sono convinto che possiamo costruire un nuovo modello per la sinistra”. Lo vogliamo in molti.

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