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La Turchia al bivio tra ritorno alla normalità e svolta autoritaria

piazza Taksimdi G.K. Zanetta
Come era lecito prevedere, il ritorno di Erdogan dal suo viaggio in nord Africa ha contribuito a reincendiare l’atmosfera in Turchia. L’operazione di sgombero di piazza Taksim avvenuta martedì 11 giugno è stata, di sicuro, partorita dalla sua mente. Mentre con una mano fingeva di aprire ai manifestanti, con la solita dose di ipocrisia che lo contraddistingue, Erdogan con l’altra mano, quella più sincera, preparava il piano di sgombero violento della piazza.

Gli effetti di questa follia si sono visti: 20 ore di scontri nella piazza principale di Istanbul, difesa a spada tratta da gente del più vario tipo. Va detto, a onor del vero, che se all’inizio dietro la protesta del Gezi Park sembrava esserci la mano dell’opposizione, alla prova dei fatti, specialmente nella giornata di ieri, così non si è rivelato. La protesta è stata portata avanti ed è tuttora portata avanti da gruppi politici estremamente minoritari, ma alquanto combattivi, tra cui alcuni partiti di ispirazione socialista e comunista, sostenuti da strati di popolazione che si oppone, per le più varie ragioni, al Governo.

Nei fatti la protesta di questi giorni non ha consentito nell’immediato la saldatura tra le forze di opposizione, principalmente il BDP e il CHP. L’ispirazione kemalista di fondo di una parte del movimento di protesta ha reso diffidente il BDP che, a buon diritto, vede in Ataturk uno dei repressori del popolo curdo. Ciò è quanto si riesce a capire anche dopo che il Presidente del BDP, Demirtas, ha dato lettura di una lettera di Ocalan dal carcere di Imrali sui fatti avvenuti in queste settimane.

Per altro verso, il CHP ha gettato alle ortiche un’occasione clamorosa di guidare e unificare il fronte delle opposizioni a Erdogan. Si tratta, è purtroppo innegabile, di un partito lento, scarso di analisi, impregnato di ideologie vecchie e fuori dalla storia (come il kemalismo) e incapace di incalzare sulla velocità il partito di governo, l’AKP. Sorprende che il CHP non sia riuscito neppure a organizzare una manifestazione a Smirne, una delle sue roccaforti tradizionali. La sorpresa è ancora più grande giacché a Smirne, in pratica, la polizia si è ritirata dalla città silenziosamente. All’inizio si poteva pensare che l’assenza della Polizia dalla città fosse dipesa da una gestione più accorta, a livello locale, dell’ordine pubblico, tesa in altre parole a togliere ai manifestanti smirnioti il nemico su cui mirare. Molto più probabilmente, in verità, una volta calmata la situazione in città, il Ministero dell’Interno turco ha progressivamente ritirato il contingente di polizia da Smirne per ridistribuirlo sui fronti più caldi di Ankara  e Istanbul. Gli effetti repressivi si sono visti in entrambe le città. Di qui la sorpresa, in chi scrive, per il comportamento del CHP. Organizzando una grande manifestazione a Smirne, esso avrebbe messo il Governo in grande difficoltà di gestione tecnica dell’ordine pubblico per via del fatto che gli effettivi di polizia in Turchia non sono numerosi (gli effettivi dell’esercito, cioè, vanno a scapito degli effettivi di polizia, ma salvo colpi di Stato, l’esercito non è chiamato alla gestione dell’ordine pubblico), consentendo peraltro di alleggerire parallelamente la pressione sui dimostranti di Ankara e Istanbul.

I motivi per cui il CHP non ha provato a mettere in pratica una simile linea di azione possono essere i più vari, oltre a quelli già indicati, tra cui la volontà di non incendiare ulteriormente gli animi e tentare di garantire un ritorno alla normalità. Occorre però dire che uno dei motivi, di carattere psico-sociale, può anche essere il terrore che si è impadronito della popolazione dopo lo scoppio di violenza governativa contro i manifestanti. È possibile difatti notare in questi giorni che le persone parlano molto malvolentieri di ciò che sta avvenendo e quasi fingono che niente stia succedendo. Ciò non è meramente attribuibile al fatto che i turchi sono abituati a doppi standard comunicativi, ma pare imputabile soprattutto al fatto che la popolazione, memore dei colpi di Stato del passato con le scomparse forzate che ne seguivano, è stata profondamente colpita dall’attitudine violenta di un Governo che è sembrato voler imporre al paese una svolta di stampo fascista.

È quindi probabile che (anche) questa sindrome abbia colpito il CHP nell’elaborazione della sua tattica politica.

Sul versante governativo, il bilancio è apparentemente vittorioso sul piano interno, ma totalmente fallimentare sul piano esterno e non è detto che Erdogan riesca a sopravvivere ai mesi a venire così facilmente come in passato. Anzitutto, nonostante il Governo abbia cercato di attribuire agli avversari la responsabilità dello sfascio, è a tutti evidente che è il Governo stesso a portare, con la sua linea autoritaria, la responsabilità prima di quanto accaduto. Anzi, essa ricade in primo luogo su Erdogan stesso, il quale non ha perso il brutto vizio di continuare a fare il Sindaco di Istanbul (città che governò in passato da Sindaco) privando con ciò di autonomia l’attuale Sindaco e imponendo sempre la sua visione delle cose col suo modo di fare brutale e arrogante.

È del tutto evidente che la Turchia, quest’anno, soffrirà economicamente le conseguenze di quanto avvenuto. Già si vedono le prime conseguenze alla Borsa di Istanbul. La Turchia, inoltre, perderà con ogni probabilità quote di mercato turistico, essendosi giocata l’immagine faticosamente costruita (sulla sabbia, come si vede) di paese stabile. Di ciò ne patiranno le conseguenze alcune parti della popolazione che, in specie nel periodo estivo, vive dei proventi di questo tipo di attività.

L’immagine della Turchia, dal punto di vista politico internazionale, esce oltremodo ammaccata dalla situazione (che poi non è detto che sia finita). Persino gli Stati Uniti, tradizionale alleato della Turchia, hanno iniziato a mostrare i propri dubbi sulla condotta di Erdogan. D’altronde, questo esperimento di democrazia islamica, come si è ripetutamente affermato senza ragione in questi anni, ha prodotto nel giro di pochi giorni 5000 feriti e 4 morti a causa dell’attività repressiva condotta dal Governo, in aggiunta ad arresti di avvocati e censura diretta o indiretta verso la stampa. A riprova oltretutto che le elezioni da sole non bastano a dire che si è in presenza di un regime “democratico” così come oggi noi lo intendiamo, vale a dire come regime istituzionale fondato sulla legge e che riconosce i diritti delle persone, a partire da quelli delle minoranze.

Senza dubbio Erdogan farà ricorso all’aiuto degli sceicchi del Golfo che continuano evidentemente a finanziarlo, sebbene in tanti facciano finta di non vedere, per fronteggiare la crisi. Ma ciò non farà altro che inasprire gli animi all’interno del suo partito e, più in generale, nel paese, in particolar modo in quella parte del paese che si sente, a torto o a ragione, minacciata dall’avanzare dell’islamismo. Dagli Stati Uniti uno dei capi dei movimenti che sono confluiti nell’AKP, Gulen, ha già iniziato a prendere le distanze da Erdogan. Sarà da vedere quali saranno le conseguenze di una potenziale rottura definitiva tra Erdogan e Gulen, che potrebbe essere catastrofica per l’AKP.

Infine, nel giudicare la Turchia non bisognerebbe mai dimenticare la prospettiva storica che può giovare a inquadrare i fatti di attualità. Benedetto Croce aprì il suo volume intitolato “La storia d’Europa nel secolo XIX” con una lunga introduzione sulla storia della libertà, stabilendo come motore della storia la religione della libertà. Che si condivida o meno tale approccio, che resta certamente criticabile, andrebbe però osservato che la Turchia, all’epoca Impero Ottomano, rimase fuori da quella storia della libertà che fu anche la storia dell’Europa in passato, dal momento che la Turchia opprimeva le popolazioni slavo-balcaniche, né ebbe un movimento interno a carattere costituzionale e liberale. Il movimento dei giovani turchi venne troppo tardi e, per di più, molti dei suoi esponenti, ad iniziare dallo stesso Ataturk, animati da un nazionalismo ai limiti del becero, non hanno brillato per tolleranza nei confronti degli armeni, per dire proprio il minimo. Ciò contribuisce a spiegare l’attuale cultura politica turca non esattamente liberale, mentre al solito in tanti fanno finta che lo sia, anche e soprattutto di Erdogan e chi lo circonda, il quale ha voluto imporre con la forza una soluzione al problema nato con Gezi Park.

Gli unici che escono positivamente da questa vicenda sono i ragazzi che si sono opposti al modello consumista, tutto cemento e centri commerciali, e illiberale di Erdogan. Può darsi che alcuni di loro siano a tutt’oggi portatori di modelli culturali non condivisibili, come il kemalismo, ma almeno hanno prodotto una scintilla di libertà in un paese anestetizzato da una cultura televisiva che supera in imbecillità la tv italiana. Quantomeno sono riusciti a dimostrare una combattività senza pari. Onore al merito.

Discussione

Un pensiero su “La Turchia al bivio tra ritorno alla normalità e svolta autoritaria

  1. Se la Turchia fosse entrata in Europa nel 2006, non avrebbe i problemi della lira turca e il nuovo partito dei giovani turchi eviterebbe la potrebbe salvare come ponte fra Oriente e occidente, una zona antica, da visitare turisticamente, senza lupi grigi

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    Pubblicato da valeria manini | 13/06/2013, 11:43

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