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Mario Draghi e le contraddizioni dell’Unione Europea

Guglielmo Forges Davanzati da Micromegaonline – È da tempo che la gran parte della stampa tedesca vede in Draghi un pericoloso inflazionista, oltre che un sistematico “sabotatore” della linea del rigore. Ma nelle condizioni date appare davvero arduo immaginare che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici. Dietro questo dibattito si scorgono in realtà i conflitti intercapitalistici alla base dell’architettura istituzionale europea.

Le reazioni tedesche alla decisione di Mario Draghi di ridurre il tasso di rifinanziamento (il tasso al quale le banche europee accedono al credito della BCE) dallo 0.75% allo 0.5% e, ancor più, di portare il c.d. tasso di deposito (il tasso sui depositi bancari custoditi dalla BCE) a valori negativi per stimolare l’erogazione di credito da parte delle banche commerciali hanno reso ancora più palesi i conflitti intercapitalistici che si celano al fondo dell’architettura istituzionale europea, per come essa è oggi strutturata. E’ da tempo che la gran parte della stampa tedesca vede in Draghi un pericoloso inflazionista, oltre che un sistematico “sabotatore” della linea del rigore.

La linea Draghi viene interpretata come finalizzata a “salvare” Paesi dell’eurozona, il cui “salvataggio” dovrebbe, per contro, essere il risultato del far bene i loro “compiti a casa”. Ed è considerata una linea dannosa per la Germania, dal momento che i salvataggi comporterebbero aumenti della pressione fiscale. Qui occorre sgombrare il campo da un equivoco. Il salvataggio dei Paesi a rischio default è garantito dal “Fondo Europeo per la Stabilità Finaziaria” (il c.d. fondo salva Stati), al quale, in rapporto al PIL, è l’Italia a essere il primo finanziatore, seguita da Germania e Francia.

La linea Draghi è anche interpretata come potenzialmente inflazionistica. Si ricorderà, su questo aspetto, l’intervista rilasciata dal prof. Manfred Neumann al quotidiano Süddeutsche Zeitung, nella quale Neumann, relatore al dottorato dell’attuale presidente della Bundesbank Weidmann, sostiene che la politica monetaria seguita dalla BCE rischia di portare il tasso di inflazione in Germania a livelli inaccettabili, paventando il rischio di iperinflazione e richiamando la tragica esperienza della Repubblica di Weimar. Si tratta di una tesi che, soprattutto nelle condizioni attuali, può essere accettata solo in quanto recepisce il senso comune. In una condizione di elevata (e crescente) disoccupazione e bassa (e decrescente) inflazione, appare davvero arduo immaginare che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici. Il tasso di inflazione nei Paesi dell’area dell’euro è attestato all’1,2%, in netto calo rispetto allo scorso anno e ai minimi da più di tre anni, a fronte delle politiche monetarie espansive adottate nel periodo considerato. Il tasso di disoccupazione supera il 12%.

L’idea che la riduzione dei tassi di interesse produca effetti inflazionistici può essere considerata valida, al più, soltanto in una condizione nella quale tutte le risorse sono impiegate e sono impiegate in modo efficiente. In più, la prescrizione di politica monetaria che ne deriva – ridurre l’offerta di moneta, aumentando i tassi di interesse per garantire la stabilità dei prezzi – regge solo se si considera data la velocità di circolazione della moneta (ovvero la frequenza media con la quale un’unità monetaria viene spesa in un dato intervallo di tempo). Tuttavia, in condizioni di crisi da caduta della domanda aggregata, la velocità di circolazione della moneta tende a ridursi, così che, sul piano analitico, non si può assumere che essa sia data.

Ed è esattamente quanto sta accadendo: In più, è semmai un aumento del tasso di interesse – in quanto si traduce in un aumento delle passività finanziarie delle imprese – a poter produrre un aumento dei prezzi, così che, per contro, da una riduzione dei tassi di interesse vi è semmai da attendersi una riduzione (o un non aumento) del livello generale dei prezzi. In tal senso, l’inflazione ha natura conflittuale, ovvero dipende, in ultima analisi, da variazioni della distribuzione del reddito e, in particolare, del potere di mercato delle imprese.

Va rilevato che, per come è oggi strutturata la politica monetaria, appare arduo ritenere che la riduzione del prime rate da parte della Banca Centrale automaticamente si traduca in un aumento dell’offerta di moneta e che a una riduzione dei tassi di interesse faccia seguito automaticamente un aumento degli investimenti.

Ciò per due ragioni. In primo luogo, per quanto possa essere vera la convinzione di Keynes secondo la quale “si può portare un cavallo alla fonte, ma non si può obbligarlo a bere”, è certamente indiscutibile che una politica monetaria espansiva costituisce una condizione permissiva per l’aumento degli investimenti e dell’occupazione. E’ una condizione permissiva – ma non cogente – dal momento che la variabile che maggiormente influenza gli investimenti sono le aspettative, così che non vi è da attendersi che politiche di espansione monetaria si traducano automaticamente in aumenti degli investimenti.

In secondo luogo, così come è impossibile obbligare un’impresa a investire, è impossibile – in un mercato del credito ampiamente deregolamentato – obbligare una banca a finanziare gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie. Di fatto, le banche europee restringono l’offerta di credito per ragioni precauzionali e per moventi speculativi. In altri termini, in una condizione di caduta della domanda aggregata, diventa conveniente finanziare le sole imprese i cui progetti di investimento garantiscono una ragionevole certezza di produrre profitti. Di norma, si tratta di imprese di grandi dimensioni, alle quali le banche presuntivamente attribuiscono una bassa (o nulla) probabilità di fallimento. Per contro, risulta conveniente non accordare finanziamenti a imprese di piccole dimensioni, che normalmente operano su mercati interni, dal momento che la compressione dei consumi rende per queste più difficile la realizzazione di profitti.

Vi è di più. Le banche possono trovare conveniente allocare risorse nel mercato dei titoli, realizzando utili mediante una pura attività speculativa. Su fonte ABI, si rileva che le banche italiane sono impegnate in transazioni di titoli del nostro debito pubblico per un ammontare circa pari a 350 miliardi di euro, equivalente a oltre il 20% delle transazioni complessive.

Questi rilievi meritano di essere considerati dal momento che costituiscono un rilevante vulnus analitico nella dottrina della Bundesbank. Una dottrina che appare a tal punto screditata sul piano dell’analisi economica da potere valere, al più, come tentativo di legittimazione “scientifica” delle politiche desiderate dal Governo Merkel. In tal senso, il punto in discussione assume valenza propriamente politica: la decisione di Mario Draghi va contro gli interessi dell’industria tedesca, per la seguente ragione. Nel caso in cui la riduzione del prime rate si traduca in un aumento dell’offerta di credito, ciò avvantaggerebbe essenzialmente le imprese collocate nei Paesi periferici dell’Unione Monetaria Europea, dal momento che la restrizione del credito è già più intensa in queste aree e che le dimensioni medie d’impresa sono notevolmente inferiori a quelle tedesche. Dovrebbe derivarne che le imprese collocate nelle aree periferiche diventerebbero meno vulnerabili, e, dunque, meno esposte a operazioni di acquisizione da parte dei capitali “forti”.

E’ fisiologico che, in una fase di crisi, venga meno – per dirla con Marx – la “fratellanza” che di norma caratterizza i rapporti intercapitalistici. Nel caso specifico dell’Unione Monetaria Europea, sembra ormai di capire che l’accentuarsi dei conflitti sia di entità e durata tali da rendere sempre più lontano il processo di unificazione politica – da più parti invocato – e renda sempre più vicino il momento della deflagrazione.

Fonte: keynesblog.com/

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