di Tonino D’Orazio
La commissione dei saggi voluta da Napolitano ci ripropone due vecchie storie. La prima una grande coalizione. La seconda una legge elettorale “nuova”, con il presidenzialismo, o, per meglio intorbidire le acque, il semi-presidenzialismo, alla francese. Un presidente “semi”, la solita mediazione italiana affinché non sia mai qualcosa di chiaro.
Siamo già riusciti a fare sì che i due rami del parlamento si annullino e per far funzionare un esecutivo, il governo, ci debbano essere le peggiori amalgami ideali e politiche. La mercificazione degli interessi o lo stallo istituzionale.
Che si possa far svolgere una funzione diversa al ramo del Senato non è una cosa indecente, anzi, purché le funzioni siano chiare. Mettersi d’accordo su questo, però, sembra difficile, e tutti i fallimenti delle commissioni bicamerali sono presenti alla nostra memoria. Più facile trovare un presidente che comandi su tutti, piuttosto che la collegialità delle decisioni. Analogamente per i collegi elettorali: toccano o a l’uno o all’altro. E’ il massimo del bipolarismo. In Francia? Toccano o ai conservatori o ai socialisti. Gli altri sono quasi sempre fuori.
In Italia, quello che è preoccupante è la corrispondenza con la fase finale del programma fascista della loggia massonica della P2 di Gelli, ormai in atto, con un forte sgretolamento della Costituzione. Dopo aver imposto una cultura non partecipativa ma sempre più di vertice, di capi, gli unici che possono velocizzare le decisioni e abbiano potere di far funzionare le cose, (commissariamento, leaderismo dell’ altrimenti non si “va avanti”), siamo arrivati ai tecnici, imposti dal presidente, che possono rimpiazzare esecutivi e commissioni parlamentari.
Siamo già di fatto in un ambiguo presidenzialismo, e la terminologia strombazzata “governo del presidente”, “governo di scopo” già non inquieta più nessuno.
Lo stesso sistema elettorale non fa che propugnare un leader, in un falso democratico e costituzionale clamoroso, addirittura già designato elettoralmente capo dell’esecutivo, a cui il Parlamento dovrà per forza affidare il governo perché il “popolo lo vuole”, eliminando di fatto la rappresentanza di livello.
Anzi la cultura e il sistema partono già all’interno dei partiti i quali propugnano un capo, o un leader, o un segretario magari eletto in primarie “private”, perché di partito, che potrà, dovrà, diventare capo del governo.
Da notare che anche la parola “Presidente del Consiglio” sta scomparendo nella dizione quotidiana di alcuni giornali, sostituita da “capo del governo”. Tutto il potere a uno solo, di triste memoria. E’ una nozione culturale proprietaria. Come il “capo dello stato” e non il presidente della repubblica.
E’ la difficile posizione di Bersani. Ha vinto le sue primarie per governare il paese, e pur non avendo vinto le vere elezioni repubblicane, il parlamento non glielo vuol riconoscere e il presidente nicchia e ciurla perché in testa non ha altro che l’inciucio e il disastro (negato) della “continuità” prima di andare via.
In seguito a questo concetto gli stessi cittadini sono costretti a votare per uomini o donne decisi, o mediati, dal leader. La metà della nostra Costituzione può considerarsi espropriata, in nome di una efficienza che, fra l’altro, non ha funzionato.
Ormai i tempi sono maturi per inserire questo concetto di “capo” in Costituzione, e tutti i leader si adoperano a mettere fra le varie urgenze tutte le “riforme” possibili per sgretolarla definitivamente. In questo c’è anche un asse tra Pdl e Pd a definire la nostra Costituzione “obsoleta”, propugnando non solo la trasformazione degli aggiustamenti per un migliore funzionamento dello stato, pur necessario, ma anche sui valori e gli ideali in essa contenuti.
Non dimentichiamo che i neofascisti, i banchieri e gli industriali, hanno governato il paese in questi ultimi vent’anni. Così che il fiscal compact, che mette a disposizione di paesi terzi la nostra economia e autonomia, anche parlamentare, non hanno esitato minimamente ad inserirlo in Costituzione nella forma del nuovo luogo comune di “pareggio di bilancio”.
La modifica è tale che sembra che nessun referendum possa ormai cancellarla, a meno di uscire dall’euro facendola così decadere di fatto. Anzi la “modifica della Costituzione”, senza entrare nei dettagli perché si vedrà dopo “cosa fare”, rientra in un eventuale patto di governo Pdl-Pd voluto dal piduista Berlusconi.
Si può anche presupporre una cessione di autonomia del nostro paese, in parte, ma solo verso organismi europei federali e parlamentari con poteri effettivi di armonizzazione fra gli stati dell’Unione e soprattutto eletti democraticamente. Non verso plenipotenziari tecnocrati, gente che nessuno ha eletto.
Grazie presidente garante! Si goda le sue tre o quattro pensioni, abbia la decenza di non percepire ulteriori emolumenti come senatore a vita e speri che la storia non scavi troppo nel suo grigio settennato.
Se l’Europa di oggi è fondata solo sull’euro e sul massacro del sociale e dei lavoratori, essa non merita l’ interesso storico e ideale rivenduto come costruzione degli Stati Uniti d’Europa. L’euro poteva rappresentare una parte non indifferente, ma secondaria, non di preminenza assoluta. L’Europa oggi rappresenta per molti popoli sempre più il nemico, eccetto per i ricchi che comunque hanno già trasferito, tutti, le loro ricchezze altrove. Bel risultato!
Non vale la pena costruire questo tipo di Europa che ci stanno somministrando forzosamente e si deve ritenere giusta l’ipotesi di uscire da questo sgorbio storico che dal trattato puramente mercantile di Lisbona ci ha fatto già perdere vent’anni e forse pure mezzo secolo. Bisogna ricominciare da tre, anche sulle macerie, se si hanno altri ideali e un po’ più nobili.
Bisogna ricominciare dal concetto di comunità, termine che rimanda a quello di solidarietà. Qualunque referendum tendente a farci uscire dalla gabbia costruita intorno a noi viene definito eversivo. Sono riusciti, per il momento, a non farlo fare alla Grecia. Per l’Italia, proprio di questo eventuale referendum si è preoccupato l’altro giorno l’ambasciatore tedesco chiedendone ragione in un incontro specifico, (richiesto e con apprensione), ai capigruppo parlamentari del Movimento Cinque Stelle, che tra l’altro non lo hanno affatto rassicurato.
Anzi hanno ribadito che verrà chiesto il parere al popolo perché c’è un problema di democrazia. E’ la dimostrazione che non tutto può essere delegato e quando questa rappresentanza non è condivisa si può e si deve tornare al popolo. A meno di considerarlo sempre scemo, impaurito e incapace.














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