vendola delusodi Nicola Melloni (Londra)
Nichi Vendola e SEL stanno un pò scomparendo da questa campagna elettorale, evocati più che altro da Monti come spauracchio per diminuire i voti alla coalizione di centro-sinistra. Pensando a quel che sembrava potesse diventare Vendola 1 anno e mezzo fa, c’è da sorprendersi. Allora SEL vinceva primarie su primarie, candidava sindaci e vinceva le amministrative a Milano, Genova, Cagliari. E di Vendola si parlava come reale candidato alla leadership del centrosinistra.
In realtà al grande clamore mediatico e all’innegabile centralità politica non sono mai corrisposti altrettanti voti nelle urne. Ipervalutata nei sondaggi, sempre tra il 6 ed il 9, SEL non riusciva quasi mai a superare il 5%, spesso di pochi decimi più in alto di Rifondazione. Ma politicamente la strategia di Vendola era vincente, radicale nei contenuti, affidabile nella sostanza. Una spina nel fianco del PD, una speranza per chi voleva finalmente provare a cambiare la politica nel Paese.

Poi però l’affidabilità ha cominciato a prevalere sulla radicalità. Già alle elezioni a Napoli e Palermo, SEL sbagliò completamente tattica, appoggiando candidati inquadrabili e venendo sonoramente punita dagli elettori. Una lezione assolutamente ignorata. Infatti, Vendola continuava il suo personale percorso di maturazione (?) politica. Addio sinistra radicale, ecco il nuovo orizzonte del PSE. Scelta quantomeno bizzarra, ed in contrasto con le parole d’ordine spacciate dal leader di SEL. In piazza si opponeva al fiscal compact, nel palazzo guardava a quei partiti che invece lo appoggiavano, il PD certo, ma, appunto, pure tutto il gruppo dirigente dei socialisti europei. Legittimo, ma poco coerente. Soprattutto senza nessuna vera spiegazione politica. Da Gramsci e Marx si stava passando a Gobetti e al socialismo liberale, proprio mentre, con la crisi, la critica del capitalismo si rimponeva al centro del dibattito politico. Alla mancanza di analisi si rimediava soltanto con una pressante presenza mediatica.

Vendola, anche senza una strategia coerente, continuava a fare l’ala sinistra della coalizione, e per qualche tempo questo aveva sembrato dargli ragione. Ma l’adesione all’alleanza col PD, senza se e senza ma si è rivelata una scelta poco lungimirante. Quando Bersani decise di scaricare Di Pietro, con un programma molto simile a quello di SEL, Vendola si vide costretto ad abbozzare. E con l’IDV veniva cacciata anche il resto della sinistra radicale, che SEL aveva comunque sempre osteggiato per motivi elettorali. Aveva un bel da raccogliere le firme per il referendum contro la riforma Fornero, alla fine SEL si allineava al PD, che quella riforma aveva votato, mollando al loro destino le rimanenti forze che sostenevano il referendum.
Erano i tempi d’oro in cui il PDL era al 14% e Rivoluzione Civile non esisteva, e PD e SEL si sentivano invincibili e senza problemi. Ma qualcosa cominciava a scricchiolare. Alle primarie del centrosinistra Vendola ottenne un risultato molto povero, surclassato da Renzi e fin da subito sdraiato sulle posizioni bersaniane, e dunque ignorato dalla maggioranza degli elettori. Poco dopo iniziò la campagna elettorale, Berlusconi ricominciò a fare paura e Ingroia cominciò, pur con colpevole ritardo, a riorganizzare la sinistra radicale.

Ora SEL è in costante calo nei sondaggi e Vendola lamenta il protagonismo di Rivoluzione Civile, rifacendosi a quei tristi discorsi sul voto utile. Era meglio se la sinistra fosse stata unita, ci dice ora. Ma la sua storia degli ultimi 5 anni è costellata di divisioni e rotture. Prima spaccando Rifondazione Comunista per farsi un partito personale. Poi avvallando l’esclusione della sinistra radicale voluta dal PD. Vendola aveva tutte le carte in regola per riorganizzare quell’area politica e portarla ad un nuovo protagonismo, ma ha preferito appiattirsi sulle posizioni dei democratici. Certo, il programma di SEL è decisamente più a sinistra di quello del PD e in molti punti simile a quello di RC. Ma è sostanzialmente irrilevante, perchè il PD è il dominus dell’alleanza e, come confermato da Bersani in una famosa intervista al Wall Street Journal, nella coalizione si decide a maggioranza e il PD ha il 30% e SEL il 5 (facciamo 3 o 4…). Vendola contribuirà al programma su alcuni temi importanti, come diritti civili ed ecologia. Ma sui temi sociali e del lavoro dovrà abituarsi a fare il carabiniere: uso ad ubbidir tacendo.
Non è un caso se gli elettori lo stanno abbandonando a favore di Ingroia: almeno sanno che se votano qualcuno che si dice contro la riforma Fornero e il fiscal compact non si ritroveranno poi in Parlamento dei rappresentanti costretti ad avvallare il programma del PD che va in ben altra direzione.

La paura fa 90 e ora SEL, da centrale nel dibattito politico è divenuta marginale ed irrilevante. Attacca RC ma perde amministratori locali. Accusa Rivoluzione Civile di essere un cartello elettorale senza un programma comune, ma questo è vero per SEL e PD non certo per RC che ha alcuni punti fermi essenziali in cui gli elettori di sinistra si riconoscono. Lotta alla precarietà, reintegro dell’art.18, no agli F35, no al finanziamento alle scuole private, contrarietà al fiscal compact, si ai diritti civili. Tutte cose in cui, almeno parzialmente, convergerebbe anche SEL che però si è alleata con chi, nella maggior parte dei casi, non ne vuol sapere.
Prima si è cacciato a calci in culo chi poteva dare fastidio, ed ora ci si lamenta che si sia organizzato per fare una vera opposizione di sinistra. Troppo tardi e troppo comodo caro Vendola. Invece della coerenza e dell’omogeneità politica hai preferito la rendita comoda, chiudendo la porta in faccia al resto della sinistra e sacrificando il programma sull’altare della fedeltà al PD. Mostrando così chiaramente che l’unico vero voto inutile è quello per SEL.

Fonte: Resistenzainternazionale.blogspot.it


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2 risposte a “Caro Vendola, chi è causa del suo mal, pianga se stesso”

  1. Avatar Igor
    Igor

    Tratto dal sito della Fondazione Bordiga.
    Un passo di un’intervista ad Amadeo Bordiga, reperibile facilmente su internet.

    19. Come spiega, nel 1925, l’accordo ideologico che legò Gramsci ad un liberale, Gobetti, sulla base comune della lotta antifascista?

    A proposito dei rapporti tra Antonio Gramsci e il suo amico Piero Gobetti, direttore del periodico Rivoluzione Liberale, posso riferire di un mio intervento personale verso Gramsci cui una volta mi rivolsi per dirgli: “Antonio, ti chiedo un gran piacere; procurami una collezione completa del giornale di Gobetti. Voglio farne un’attenta analisi ed una critica profonda dal nostro punto di vista di comunisti rivoluzionari”. Antonio intuì che il mio proposito era proprio di dimostrare impossibile e pericolosa ogni intesa per una campagna comune contro il fascismo con un dichiarato liberale, come era il Gobetti. Col migliore dei suoi sorrisi che illuminava i suoi espressivi occhi azzurri, mi rispose subito: “Non lo fare, Amadeo; sono io che te ne prego”. Ammetto di avere ceduto a quel tacito invito tanto amichevole e di non avere mai scritta quella che in gergo giornalistico si sarebbe dovuta chiamare la stroncatura dell’assurdo liberalismo rivoluzionario.

    La risposta poi va avanti con altre cose. Come si vede dall’intervista, Bordiga voleva stroncare Gobetti, ma Gramsci gli chiese di non farlo per ragioni che potevano essere umane e politiche. Nei Quaderni del Carcere, Gramsci definisce Gobetti uno straordinario organizzatore di cultura.
    Caro Nicola, io tutto questo passaggio da Gramsci a Gobetti come se fossero due rappresentanti di posizioni nettamente inconciliabili e alternative onestamente proprio non lo vedo.
    Salvo naturalmente voler riprodurre l’ennesima volta ennesimi stereotipi ideologici che sono pronto a comprendere, ma non a giustificare, beninteso, solo per via della campagna elettorale. Oltretutto, avrei sperato che RC (Rifondazione Comunista o Rivoluzione Civile o tutte e due?) avesse superato questi stereotipi davvero alquanto banali.
    Che tristezza una sinistra fatta così. Quella di Bordiga era persino meglio di questa, come si legge dal passo dell’intervista sopra riportato.
    Igor

  2. Avatar Simone Rossi

    Caro Igor,

    Ammetterai che negli anni 20,30,40 il nemico, della democrazia e del popolo, era il fascismo e che tanto a Gramsci quanto a Gobetti interessava innanzitutto evitare l’instaurazione del regime fascista e riportare il regime democratico in Italia. Oltre ad un’eventuale stima reciproca, dubito che tra i due ci potesse essere una visione di intenti sulla gestione dell’economia.

    Oggi, pur essendo presente il fascismo, il pericolo maggiore per la libertà dei cittadini e per la democrazia si chiama liberismo, che agisce attraverso le istituzioni finanziarie e politiche della UE, attraverso il FMI ed i cosiddetti mercati. Con i partiti principali, a fare da manovalanza. A differenza di Gobetti, il PD oggi è organico al progetto liberista. Conseguentemente la scelta di chi, come SEL, si allea acriticamente al PD difficilmente trova un parallelo con quanto descritto da te.

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