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“Cambiare si può”: l’assemblea del 1 dicembre per una lista alternativa

cambiare si puòdi Livio Pepino
La campagna “Cambiare si può” è nata esattamente 25 giorni fa, il 6 novembre. In tre settimane è cresciuta fino ad arrivare a questa assemblea, supportata da oltre 5.000 adesioni e circondata da un interesse crescente, ed è oggi una realtà, pur ancora alla ricerca di una organizzazione adeguata alle necessità di una campagna elettorale. L’assemblea di oggi è il primo passo per completare e rendere percorribile questo progetto. È dunque un’assemblea costituente. Limitando gli interventi a sei minuti ciascuno potremo averne 45: molti, ma certo insufficienti per dare spazio a tutti coloro che hanno idee e contributi da portare. Per questo abbiamo chiesto ai rappresentanti delle realtà organizzate – che hanno altre possibilità di parlare – di stare, questa volta, ad ascoltare, lasciando spazio a chi, per lo più, non ha parola. Per questo faremo scorrere su uno schermo, in teatro, gli interventi di chi ha inviato un testo scritto. Per questo soprattutto l’assemblea non sarà il momento finale ma quello iniziale di un confronto che proseguirà nei prossimi giorni, sui territori.

A me il compito di cominciare richiamando le ragioni per cui ci siamo lanciati in questa impresa, rispondendo agli interrogativi che ci sono stati posti e sottoponendo all’assemblea le principali questioni che ci stanno di fronte.

1. Siamo nati – lo dico brutalmente – per evitare che il pensiero dominante diventi pensiero unico e si consolidi la convinzione, veicolata quotidianamente anche dalle alte cariche dello stato, che l’agenda del dopo elezioni sia necessitata e già scritta all’insegna del montismo. Siamo nati per dire e per far crescere sul territorio e nelle istituzioni la percezione che esiste un’altra agenda, possibile e più realistica di quella dei professori della Bocconi e dei banchieri europei. Un’agenda che prevede un’uscita dalla crisi fondata sulla rinegoziazione delle politiche economiche europee (in un nuovo asse tra i paesi mediterranei), su una diversa politica fiscale, sul ritiro da tutte le operazioni di guerra e sull’abbattimento delle spese militari, sulla definitiva rinuncia alle grandi opere, sulla previsione di un tetto massimo per i compensi pubblici e privati, sulla riconversione di ampi settori dell’economia, su migliaia di piccole opere di utilità collettiva, su un piano di riassetto del territorio nazionale e dei suoi usi e su quanto abbiamo più ampiamente precisato nel nostro documento costitutivo.

Ciò ha una conseguenza obbligata ed evidente su cui, peraltro, qualcuno continua a interrogarci. A questo interrogativo rispondiamo in modo esplicito. Noi crediamo che sia tempo di dismettere, una volta per tutte, i pasticci, i non detti, i tatticismi, i “voti utili”, il perseguimento del meno peggio…, cioè la politica che ci ha portati al disastro attuale anche della sinistra. Diciamolo chiaramente. Chi ritiene che il Governo Monti sia stato la salvezza del paese e che non ci fosse una possibilità diversa di affrontare la crisi, che i diktat dell’Europa delle banche siano un boccone amaro ma inevitabile, che il futuro del Paese stia nelle grandi opere, insomma il centro sinistra rappresentato dalle primarie, è lontano da noi le mille miglia. Stiamo su pianeti diversi, che non tollerano incertezze, ambiguità, strizzatine d’occhio sul dopo elezioni. Lo diciamo non per settarismo o per intolleranza, o perché ci sfuggono le differenze tra gli attori dell’attuale scena politica, ma per dovere di chiarezza e per rispetto delle posizioni di ciascuno: soprattutto dei cittadini il cui riavvicinamento al voto e alle istituzioni non si incentiva certo con slogan ambigui fatti per tenersi le mani libere.

La questione dei contenuti è, ovviamente, quella prioritaria ma c’è anche un problema di metodo. Lo diciamo senza mezzi termini: non solo i partiti tradizionali ma la stessa forma partito, che pure è stata l’asse portante dello sviluppo della democrazia del dopoguerra, è oggi superata, finita, travolta dagli eventi. E quel che è finito non si può resuscitare. Occorrono forme diverse, nuovi modi di partecipazione, una revisione dei sistemi della rappresentanza che partano dal basso e consentano a tutti di partecipare realmente.

Operazione difficile ma necessaria. Per questo l’aggregazione che vogliamo costruire in vista delle elezioni o sarà totalmente ripensata rispetto al passato o non sarà. Ripensata nelle forme, nel nome, nei simboli, nei rappresentanti, nei candidati (che non potranno in nessun modo essere o anche solo apparire il riciclo di esperienze passate). Non uso il termine rinnovamento, snaturato com’è dall’uso spregiudicato e disinvolto che ne ha fatto (e ne fa) che persegue il consolidamento dei poteri forti a scapito dei deboli, ma vado direttamente alla sostanza con un esempio Occorre contrastare il mantra dei nostri tempi: il leaderismo.

Certo, se il sistema elettorale ce lo imporrà avremo anche noi un candidato premier, e sarà autorevole, credibile e mediaticamente forte. Ma non è questo il problema principale e, in ogni caso, il nostro candidato premier sarà uno tra gli altri e non il padrone della aggregazione che costruiremo.2. Abbiamo un progetto ambizioso, un progetto di società alternativo che vuole diventare egemone. Sappiamo che non esistono bacchette magiche e non amiamo – a differenza di altri – spacciare illusioni. Ma le dure lezioni e le sconfitte degli ultimi decenni (che hanno annullato conquiste ritenute definitivamente acquisite) dimostrano anche a chi non vuol vedere che senza un progetto complessivo e coerente di società si perde tutto. Per questo non ci interessa il piccolo cabotaggio (che, tradotto in cifre, significa 10 o 15 parlamentari). Non abbiamo posizioni da difendere, funzionari da mantenere, apparati da finanziare e non è per questo che vogliamo concorrere alle elezioni. Vogliamo un mondo diverso e consideriamo questo obiettivo il vero realismo: quello stesso realismo che ha portato alla vittoria referendaria sull’acqua pubblica e contro il nucleare, quel realismo che sa investire sul protagonismo dei vari movimenti che hanno attraversato il paese negli ultimi decenni. Di qui, non da una sciocca presunzione, la scelta di pensare in grande e di rifuggire dalla costruzione dell’ennesimo, inutile, partitino della sinistra.

Molti, moltissimi, in queste settimane ci hanno ripetuto un ritornello: «avete ragione, condividiamo quello che dite, ma in questa situazione e con il poco tempo a disposizione non ce la si può fare!». È un’obiezione seria che richiede una risposta, rimessa a questa assemblea. Io mi limito a dire che non siamo né ingenui né sognatori. Sappiamo che per superare la soglia di sbarramento attuale del 4 per cento per la Camera occorre un milione di mezzo di voti (e che ne occorrono alcune centinaia di migliaia in più se quella soglia verrà portata al 5 per cento). Ne siamo ben consapevoli e sappiamo contare fino a cento (quanti sono i giorni che mancano al voto)… Per questo siamo qui non a lanciare slogan ma a sottoporre all’assemblea un programma di lavoro e una verifica responsabile della sua praticabilità.

Concorrere alle elezioni pone il problema del rapporto con le formazioni politiche e i partiti che, come noi, hanno contrastato e contrastano le politiche del governo Monti e che – anche con la loro presenza a questa assemblea – mostrano attenzione al progetto “Cambiare si può”. C’è al riguardo, come è normale che sia, un dibattito aperto che – credo – attraverserà l’assemblea. Per favorirne il dispiegarsi dico la mia personale – sottolineo, personale – posizione. Guai a riproporre confederazioni, alleanze, cartelli, che evocano solo storie di fallimenti. Chi – anche tra le forze politiche – coglie la novità della fase deve cogliere la necessità di una aggregazione nuova, unica e diversa da quelle che l’hanno preceduta. Di una aggregazione che non sia la sommatoria di vecchie strutture (e dei loro errori) e nella quale tutti quelli che vi partecipano (singoli o organizzati) sono riconosciuti nella loro identità (sono cioè partecipi e non ospiti) ma accettano di contaminarsi reciprocamente in un processo di superamento, almeno in questa occasione, dei particolarismi e delle logiche identitarie. Il fatto nuovo non sta solo nell’escludere che la formazione delle lista avvenga attraverso spartizioni lottizzatorie tra le segreterie di vecchi e nuovi partiti: sarebbe già molto ma non basta. Il salto è più radicale e rimanda, appunto, a un’aggregazione con caratteri di visibile discontinuità rispetto al passato. La mia speranza è che la generosità e l’intelligenza di tutti la consentano.3. Termino con pochi flash di metodo per il seguito di questo percorso, al fine di offrire spunti di discussione all’assemblea e di favorire, in sede di conclusioni, indicazioni chiare per il futuro (un futuro che deve cominciare alle 18.00 di oggi…):

a) le prossime due settimane devono segnare la nascita del progetto nei territori con il censimento e la raccolta delle energie disponibili, la discussione più ampia e partecipata delle linee programmatiche e organizzative, l’individuazione delle disponibilità a compiti organizzativi e di coordinamento. A questo fine è opportuno lanciare fin da ora una sorta di cambiare si può day da sviluppare entro 10 giorni in tutti i territori possibili, con assemblee pubbliche convocate da una pluralità di associazioni, movimenti, realtà locali;

b) questo processo deve trovare un momento di sintesi e di confronto in una assemblea aperta di rappresentanti territoriali da tenersi entro il 20 dicembre in cui verificare la fattibilità dell’impresa e, in caso positivo, definire progetto, nome, simbolo, struttura organizzativa e relativi responsabili;

c) per coordinare e seguire questo progetto occorre individuare un comitato provvisorio (legittimato dall’assemblea) che gestisca, anche attraverso i necessari rapporti, questa fase di passaggio sino alla nuova assemblea.

Buon lavoro a tutti noi!

1 dicembre 2012

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FONTE: Cambiaresipuo.net

Video dell’Assemblea su : http://www.libera.tv/index.php

Discussione

4 pensieri su ““Cambiare si può”: l’assemblea del 1 dicembre per una lista alternativa

  1. “Cambiare si può”: cocci e buone intenzioni
    di Marco Santopadre (Contropiano.org)

    Pienone e grandi aspettative all’assemblea nazionale organizzata a Roma dai promotori dell’appello dei 70. Critiche ai leaderismi e ovazioni per De Magistris e Ingroia. Bordate a Monti, al PD, alle primarie e a un Vendola sconfitto. Resta il nodo del target sociale del nuovo progetto politico.

    Tanta folla e qualche inconveniente che obbliga l’assemblea ad aprire con un po’ di ritardo e a contingentare i tempi degli interventi – ma non è un male – per permettere ad almeno una quarantina di persone di parlare dopo l’introduzione. Una folla di dirigenti politici, innanzi tutto. In particolare di Rifondazione Comunista, sia a livello locale sia nazionale, col segretario Paolo Ferrero che siede attento in prima fila. E poi esponenti di alcuni dei ‘movimenti’ politici che in questi anni sono apparsi e scomparsi, come ad esempio i ‘girotondi’ o i forum sociali. E poi ancora alcuni esponenti d’area di partiti come il Pdci o Sel e attivisti di alcuni centri sociali. Delegati dei sindacati, soprattutto della Fiom (ma non di quelli di base) e di quei movimenti referendari che in qualche modo dalla battaglia in difesa dei beni comuni hanno riattivato un arcipelago di soggettività che prima ha dato vita ad Alba e ora al cosiddetto ‘Appello dei 70’. A curiosare tanti giornalisti, più di quelli che gli organizzatori si aspettavano. Nel teatro Vittoria a Testaccio, nel cuore di Roma, è difficile entrare, la capienza massima consentita è stata raggiunta già di prima mattina e un filtro predisposto da alcuni volontari aspetta che qualcuno esca per permettere ad altri di entrare. Ma un altoparlante sistemato all’ingresso permette a qualche decina di ritardatari – o claustrofobici? – di ascoltare comunque gli interventi di 6 minuti che scandiscono la mattinata.

    Aperta da un intervento di Livio Pepino che in maniera secca e senza fronzoli chiarisce che a suo parere la forma partito è andata in crisi e va messa definitivamente in soffitta, e che la nuova aggregazione dovrà essere caratterizzata da una netta discontinuità rispetto alle forze politiche esistenti. Rifuggendo il ‘rinnovamento’ – categoria snaturata dai partiti, chiarisce Pepino – e soprattutto il ‘leaderismo’ e la spartizione delle candidature tra le segreterie dei partiti, per dar vita a una proposta politica complessiva capace di raccogliere 1,5 milioni di voti in appena 100 giorni (2 milioni, se la riforma del sistema elettorale aumenterà la soglia di sbarramento al 5%).

    Poi subito gli interventi. Antonio di Luca, operaio della Fiat di Pomigliano prima licenziato e poi reintegrato da una sentenza della Corte d’Appello di Roma rivendica il percorso della Fiom e non disdegna bordate: contro Napolitano, silente di fronte alla gestione autoritaria e incostituzionale dell’azienda da parte di Marchionne; contro le primarie di Pd e di Sel, “entrati in una gabbia e in un recinto conservatore”; contro il fiscal compact, il Mes, l’austerity e i tagli imposti da Bce, Commissione Europea e Fmi. Tra gli applausi Di Luca incita a partecipare a ‘Cambiare si può’ “non per farsi strada ma per fare strada”, per unire tutti i soggetti anticapitalisti all’opposizione di Monti e denuncia lo scambio tra salute e lavoro e tra diritti e lavoro.

    Dar conto di tutti gli interventi è impossibile. Dirigenti, intellettuali, giornalisti, sindaci e attivisti di provenienza diversa si susseguono al microfono in maniera rapida, alcuni intervengono tramite brevi video. Da Sandro Medici che perora la causa della sua candidatura alle imminenti comunali di Roma a un giovane delle Officine Corsare di Torino che invita i presenti a non piazzarsi troppo lontani dal centrosinistra; da Maha, una ragazza tunisina che chiede all’assemblea di permettere anche agli immigrati di dare il proprio contributo all’Italia e ai loro paesi di origine fino alla No Tav Gianna de Masi, che lancia bordate contro i risultati delle politiche di Berlusconi prima e di Monti poi, in un lungo elenco di accuse e denunce che rappresenta il filo conduttore della giornata. Dalla gestione repressiva dei conflitti alle spese militari, dal finanziamento di grandi opere inutili e dannose al taglio di cultura, istruzione e sanità, dalla richiesta di ritiro delle truppe italiane da tutti i teatri di guerra a un piano d’investimenti nel settore pubblico.

    Anche le battutacce sulle primarie e le critiche alla gestione di Sel da parte di Nichi Vendola, uscito sconfitto dal primo turno rivelatosi un referendum tutto interno al PD, non mancano. “Le primarie del PD dimostrano che non solo non siamo usciti dal Berlusconismo ma che anzi la politica-spettacolo ha conquistato pienamente anche il centrosinistra” denuncia il fiorentino Andrea Bagni che propone per ‘Cambiare si può’ un mix di antiliberismo e democrazia radicale. “E’ stato un grave errore partecipare alle primarie – accusa la consigliera No Dal Molin di Vicenza Cinzia Bottene – che non hanno spostato a sinistra di una virgola il Pd ma anzi hanno accreditato tra molte persone l’idea che quel partito sia di centrosinistra’”.

    Non si apprezzano particolari differenze fin quando non interviene Paolo Flores D’Arcais che rivendica l’esperienza dei ‘girotondi’ (con una parte della sala che rumoreggia) e che pone in maniera esplicita il problema della credibilità del nuovo progetto che secondo il direttore di Micromega non può che derivare dalla scelta immediata di una leadership autorevole che eviti che ognuno dei compagni di strada spacchi il capello in quattro come d’abitudine a sinistra. Per Flores D’Arcais occorre dare rappresentanza politica alle lotte e alle vertenze degli ultimi dieci-quindici anni ma sarebbe meglio saltare un turno e rimandare il lancio della lista elettorale alla prossima volta, “quando il PD avrà mal governato e i grillini avranno fatto una cattiva opposizione”. Spiega D’Arcais: “Mentre i partiti di sinistra si moderavano per attirare voti moderati i movimenti nelle piazze attraevano e coinvolgevano persone moderate grazie alle proprie mobilitazioni e alle proprie proposte radicali”.

    Dopo di lui interviene Luigi de Magistris, e anche se fino a quel momento le reprimende contro leaderismi e personalismi si erano sprecate non manca l’ovazione per il sindaco di Napoli. Che in un crescendo difende prima la sua esperienza di governo – in materia di acqua, di rifiuti e di cultura, in particolare –e poi attacca l’idea che la politica la possano e debbano fare solo coloro che hanno la fedina penale pulita. “La questione morale non è questione di casellario giudiziario” dice in polemica implicita col movimento di Grillo, ricordando che se fosse così i colletti bianchi che gestiscono le mafie non avrebbero problemi. Tra gli applausi sinceri della sala De Magistris avverte però che lui ci starà solo se la nuova aggregazione si presenterà alle elezioni per vincere e non per testimonianza, perché grida “la rivoluzione si fa governando”.

    Dopo di lui a riattivare l’attenzione dei presenti è il molto atteso Antonio Ingroia – è un caso che i due personaggi più attesi e applauditi siano due magistrati? – che arriva a fine mattinata e interviene poco prima delle 15. Con un discorso molto pacato, di stampo antiberlusconiano, secondo il quale “venti anni di berlusconismo hanno creato una frattura quasi insanabile tra le istituzioni e i cittadini”. “È per ricomporre questa frattura che considero lodevole la vostra iniziativa” chiarisce Ingroia che aggiunge: “l’attuale classe dirigente non può sconfiggere la mafia”. E poi la promessa: “Non mi sono mai tirato indietro. E sarò con voi, dal Guatemala o, si vedrà, dall’Italia.

    Mentre scriviamo gli interventi non si sono ancora conclusi, l’assemblea si concluderà intorno alle 18 con la sintesi di Marco Revelli. Ma a metà giornata sembra chiaro che insieme ai cocci di una sinistra in crisi di prospettive e spesso situazionista, al teatro Vittoria ci sono pezzi interessanti e sinceri di conflitto, di vertenze, di critica radicale a Monti e al montismo. Ma non mancano i punti di vista diversi su questioni chiave, come le forme di organizzazione interna e gli interlocutori. Secondo alcuni i partiti vicini alle aspirazioni dell’aggregazione dovrebbero sciogliersi in essa, mentre per altri occorre cercare una alleanza in forme ‘nuove’ non meglio identificate.
    Ma la grande differenza risiede nel ‘target’ sociale e politico del nuovo progetto: rappresentare una presunta maggioranza degli italiani stufi di una certa politica e quindi disposti a voltare pagina. Oppure mettere insieme i pezzi di una sinistra che altrimenti rimarrebbe di nuovo senza rappresentanza. Una terza ipotesi – ricomporre e dare rappresentanza a un blocco sociale pesantemente colpito dal governo dei poteri forti, al di là dei ceti politici di una sinistra rissosa e senza idee – non sembra essere al centro del dibattito.
    Sul quale pesano le decisioni future di alcune forze politiche, che dovranno aspettare di capire con quale legge si andrà a votare. E di alcuni pezzi di ceto politico che sceglieranno all’ultimo minuto utile se tentare la carta di una aggregazione politica esterna all’asse PD-SEL oppure cercare di ritagliarsi uno spazio di manovra all’interno del centrosinistra.
    Se il dibattito suscitato dal “l’appello dei 70” riuscisse a chiarire che comunque ogni spazio di alterità politica non può che nascere da una soggettività indipendente e conflittuale rispetto al PD e ai suoi cespugli sarebbe comunque già una cosa positiva…

    Fonte: http://www.contropiano.org/it/news-politica/item/12986-%E2%80%9Ccambiare-si-pu%C3%B2%E2%80%9D-cocci-e-buone-intenzioni

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    Pubblicato da cambiailmondo | 03/12/2012, 23:18
  2. I video dell’assemblea sono su: http://www.libera.tv/index.php

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    Pubblicato da cambiailmondo | 03/12/2012, 23:22

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