SOSPENSIONE DELLA DEMOCRAZIA COL FAVORE DELLA CRISI
STRIDENTE IRONIA, INCENTIVO O EPITAFFIO? L’ATTRIBUZIONE DEL PREMIO NOBEL PER LA PACE ALL’UNIONE EUROPEA, IL 12 OTTOBRE SCORSO, NON MANCHERÀ DI SUSCITARE PERPLESSITÀ QUANDO, CONTEMPORANEAMENTE, LA BANCA CENTRALE EUROPEA E LA COMMISSIONE DI BRUXELLES CONDUCONO UNA GUERRA DI BILANCIO CONTRO VARI PAESI MEMBRI. UN RICONOSCIMENTO CHE, COMUNQUE SIA, RICHIEDE UNA RIFLESSIONE SULLA NATURA DEL REGIME POLITICO DELL’UNIONE.
di CÉDRIC DURANO e RAZMIG KEUCHEYAN  (Rispettivamente docente di economia all’università Paris-XIII e docente di sociologia all’università Paris-Sorbonne (Parigi lV).

SE BUTTIAMO a terra un cristallo, questo si rompe, ma non in qualsiasi modo: secondo le sue direzioni di sfaldamento, si rompe in pezzi la cui delimitazione, sebbene invisibile, era comunque predeterminata dalla struttura del cristallo (1)». Questa constatazione fatta da Sigmund Freud negli anni ’30 a proposito dei malati mentali si applica anche ai malati politici, e in primo luogo all’Unione europea, una struttura piena di crepe e incrinature.

La crisi economica iniziata nel 2007 ha messo in luce le contraddizioni inerenti alla costruzione europea. In particolare, ha mostrato che l’Unione si appoggiava a un regime politico autoritario, suscettibile di sospendere le procedure democratiche invocando l’urgenza economica o finanziaria. Negli ultimi quattro anni, istituzioni che sfuggono a ogni controllo popolare, quali la Banca centrale europea (Bce) e la Commissione europea, hanno – con la collaborazione attiva delle classi dominanti di questi paesi – dettato la rotta da seguire alle popolazioni irlandese, ungherese, rumena, greca, italiana, spagnola portoghese, francese, ecc. Il trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance (Tscg), il controllo dei bilanci degli Stati membri e la sorveglianza delle banche da parte dell’Unione vanno nella stessa direzione (2). Che dire di questa forma di governo dei popoli senza i popoli?

Per capire la natura del nuovo regime politico europeo, occorre ripercorrere le quattro fasi della crisi. Tutto ha inizio nell’agosto 2007. Quando la più grossa banca francese, Bnp Paribas, annuncia il congelamento degli attivi di tre suoi fondi d’investimento dichiarando di non essere in grado di valutarli, l’Unione europea non dispone di risorse finanziarie proprie che le consentano di intervenire: sebbene la moneta unica abbia provocato l’emergenza di banche che operano su scala del continente, la supervisione della loro attività rimane prerogativa degli Stati. La Bce immette importanti quantitativi di liquidità, senza che sia tuttora prevista una profonda riforma del sistema finanziario.

Il fallimento della quarta banca di investimento del mondo, Lehman Brothers, nel settembre 2008, segna l’inizio della seconda fase della crisi. Essa porta il sistema finanziario internazionale sull’orlo del fallimento, e suscita una forte contrazione del credito (credit crunch). Per la prima volta dal dopoguerra, l’economia mondiale precipita nella recessione.

La risposta arriva inizialmente dal G20 e dalle banche centrali delle principali economie del pianeta: tutti ammettono la necessità di misure provvisorie per contrastare tale ciclicità. Durante il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre 2008, i governi annunciano la ricapitalizzazione degli istituti di credito in difficoltà, e promettono di garantire i prestiti bancari. A livello dell’Unione europea, due sono le istituzioni che si affermano: la Bce e la direzione generale della concorrenza (Dgc). Esse rappresentano i veri centri di pilotaggio nella bufera. Poiché non hanno una legittimità elettorale, il loro rafforzamento si intensifica in modo inversamente proporzionale al livello di democrazia dell’Unione.

Terza fase: a fine 2009, l’Europa diventa l’epicentro della crisi globale. Si innesta una spirale infernale: decollo dei tassi d’interesse del debito pubblico dei paesi della periferia, generalizzazione delle misure di austerità, crescita in lutto o in caduta libera. Nella tormenta, paesi sovrani incastrati in una moneta unica si ritrovano alla mercé di attacchi speculativi poiché la Bce rifiuta di fare da garante.

DA NAPOLEONE BONAPARTE A MARIO DRAGHI

MAGGIO 2010. Il primo piano di salvaguardia della Grecia mette Atene sotto la tutela della «troika»: Fondo monetario internazionale (Fmi), Bce e Commissione europea. Seguendo le sue orme, impazziscono i tassi d’interesse dell’Irlanda e del Portogallo, seguiti da quelli spagnoli e italiani, invalidando l’ipotesi che vorrebbe che la Grecia fosse un caso particolare. Nello stesso momento, nasce un Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf). Nonostante l’opposizione di parte delle élite continentali, la Bce allarga il suo campo di prerogative e inizia a riacquistare buoni del Tesoro sul mercato secondario.

Questi cambiamenti sposano gli interessi della finanza. Klaus Regling prende la direzione del Fesf. Ex dirigente dell’FMI, del ministero tedesco delle finanze e della Commissione europea, egli ha compiuto parte della sua carriera nella finanza privata, ha lavorato negli anni ottanta per l’Associazione federale delle banche tedesche, ha diretto un fondo speculativo (hedge fund) a Londra tra il 1999 e il 2001 ed è stato consulente privato a Bruxelles.

Quello di Jacques de Larosière è un caso simile. Ex direttore generale dell’FMI, alto funzionario del Tesoro francese, poi consigliere di Michel Pébereau presidente-direttore generale di Bnp Paribas, egli ha diretto nel febbraio 2009 il gruppo di esperti l’autore di un rapporto sulla riforma dell’architettura finanziaria europea consegnato alla Commissione europea. Tra gli otto membri del gruppo, quattro hanno o hanno avuto legami con alcuni istituti finanziari: Goldman Sachs, Bnp Paribas, Lehman Brothers e Citigroup.

Nel corso della quarta fase, che inizia nel luglio 2011, la crisi dei debiti sovrani della periferia dell’Europa si estende ad alcuni paesi del cuore storico dell’Unione, come l’Italia dove i tassi d’interesse del debito impazziscono nei confronti di quelli pagati dalla Germania. Di nuovo tutto il continente precipita nella recessione, mentre i paesi del Sud sprofondano nella depressione. Contemporaneamente la crisi diventa sempre più politica. Le tensioni si inaspriscono a livello internazionale tra paesi europei, e soprattutto all’interno delle società più scosse dalle turbolenze economiche: Spagna, Italia, Portogallo e Grecia.

In questa fase, l’Istituto della finanza internazionale (Iif) ha svolto una funzione cruciale. Questo organismo, sorta di lobby dei grandi istituti finanziari mondiali, ha influito con tutto il suo peso sui rappresentanti dei governi nazionali e dell’Unione. È stato direttamente coinvolto nei negoziati sulla riforma dell’architettura finanziaria europea, riuscendo ad esempio a far fallire la proposta di una nuova tassa per il settore bancario (3).

Quando, nell’ottobre 2011, il primo ministro greco Georges Papandreu annuncia di voler convocare un referendum sul nuovo piano di aiuti, i governi europei diventano minacciosi. Per la prima volta, Nicolas Sarkozy allude all’eventualità di una uscita dall’euro per la Grecia. Papandreu si dimette ed è sostituito da Lucas Papademos, ex banchiere centrale ad Atene e Francoforte, a capo di un «governo di unità nazionale».

In Italia, Silvio Berlusconi subisce una sorte simile. Nel novembre 2011, il commissario agli affari economici e monetari Olii Rehn esige dal paese drastiche riforme economiche e fiscali, e Berlusconi è costretto a dimettersi. Lo sostituisce Mario Monti, un clone transalpino di Papademos, Larosière e Regling. Ex commissario europeo incaricato della concorrenza, Monti ha presieduto lo European Money and Finance Forum, un think tank che raggruppa finanzieri, politici e universitari, e ha fornito la sua consulenza a Goldman Sachs e a Coca Cola.

L’incapacità   dei   governi   nazionali che non sanno come far fronte alla bufera porta a una accelerazione dell’integrazione europea. Il nuovo trattato in corso di ratifica stringe in una camicia di forza i bilanci nazionali, sottoponendo le nazioni alla rigida sorveglianza della Commissione e degli altri governi. Il principio secondo il quale «la sovranità sì ferma quando si ferma la solvibilità» trasforma quasi in protettorati i paesi sottoposti a un programma di assistenza. Ad Atene, Lisbona e Dublino, gli uomini in nero della «troika» dettano il ritmo delle misure da adottare, mettendo in luce i rapporti neocoloniali cui sono sottoposti i paesi della periferia. Sostenuti dal nuovo potere in Francia, la Spagna e l’Italia hanno strappato al vertice europeo del giugno 2012 una vaga promessa di alleggerimento della messa sotto tutela per il futuro. Queste illusioni sono svanite con le recenti dichiarazioni di Mario Draghi, che intende concedere la completa garanzia della Bce – di cui è diventato governatore nel novembre 2011 – solo in cambio di una totale ubbidienza delle autorità nazionali alle ingiunzioni della «troika» (4).

È così che, dall’inizio della crisi, l’Unione europea non ha smesso di presentare caratteristiche di un regime autoritario. Governi eletti costretti a dimettersi e sostituiti da tecnocrati privi di legittimità democratica; preminenza di istituzioni presunte «neutrali», come la Bce; cancellazione del ruolo del Parlamento europeo, il cui presidente socialdemocratico tedesco, Martin Schulz, cerca invano di farne riconoscere la funzione (5); annullamento dei referendum: intrusioni del settore privato nelle scelte politiche… Per capire questa dinamica antidemocratica, che si potrebbe rovesciare solo con un vasto movimento sociale su scala del continente, può essere utile citare un contemporaneo di Freud, anch’egli acuto osservatore della crisi di civiltà degli anni ’30, Antonio Gramsci.

Secondo Gramsci, durante le grandi crisi del capitalismo passano in secondo piano le istituzioni che dipendono dal suffragio universale, come i Parlamenti. Inversamente, le circostanze rafforzano «la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dell’alta finanza, della Chiesa, e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell’opinione pubblica (6)». In tempi normali, tutte queste istanze non sono restie a lasciare il comando alle istituzioni democratiche. Ma in una situazione di crisi le cose cambiano: da un lato, si acuiscono le contraddizioni inerenti alle istituzioni legittime sul piano elettorale, indebolendone le capacità decisionali richieste dall’accelerazione del ritmo della politica; dall’altro, l’opinione pubblica è notevolmente fluttuante e minaccia di orientarsi verso le soluzioni più radicali.

Gramsci chiama «cesarismo» questa propensione dei regimi democratici a manifestare tendenze autoritarie in tempi di crisi. Nell’800, e nella prima metà del ‘900, è spesso all’interno degli eserciti che sono emersi elementi cesaristi – così per Napoleone Bonaparte, Otto von Bismarck e Benito Mussolini, tre figure emblematiche di questo fenomeno. Del resto il cesarismo prende il suo nome da un carismatico generale romano che, valicando il Rubicone, ha cancellato la frontiera tra il militare e il politico. Tuttavia Gramsci aveva previsto che anche protagonisti non militari potessero esercitare la funzione di cesare: è il caso della Chiesa, della finanza o della burocrazia statale. L’autore dei Quaderni dal carcere nota ad esempio la natura frammentata della nazione sorta dal Risorgimento italiano nell’800: la sua costituzione per aggregazione di territori successivamente annessi avviene senza un reale coinvolgimento delle masse popolari. L’unità è assicurata soltanto dalla burocrazia di Stato, che svolge la funzione di cesare senza la quale le forze centrifughe farebbero scoppiare l’insieme.

Le dinamiche oggi in atto all’interno dell’Unione europea evocano una forma di cesarismo non militare, bensì finanziario e burocratico. L’unità dell’Europa, entità politica dalla sovranità frammentata, è garantita soltanto dalla burocrazia di Bruxelles e dall’intromissione strutturale della finanza internazionale nel suo funzionamento. E i presunti «progressi» compiuti sulla via dell’integrazione negli ultimi tre anni accentuano questa caratteristica.

Questo cesarismo non è una invenzione recente. Dopo la seconda guerra mondiale, alcune istituzioni non democratiche, tra cui le corti costituzionali o le banche centrali indipendenti, sono diventate sempre più potenti nell’Europa occidentale. All’epoca, l’idea che anima le élite continentali è che i totalitarismi «gemelli» – nazismo e stalinismo – derivano dagli «eccessi» della democrazia, ragione per cui occorre proteggerla dalla propria insensatezza. Fin dall’origine, il progetto europeo si iscrive in questa logica di messa a distanza dei popoli. Ma l’accelerazione brutale operata dal 2009 ha radicalizzato il processo: l’unione economica e monetaria a diventata uno strumento autoritario di gestione delle contraddizioni economiche e sociali prodotte dalla crisi.

Di conseguenza, la scelta che si offre ormai non è più tra il proseguimento della costruzione europea e il ritorno a un livello nazionale come vorrebbero farci credere i media dominanti e gli intellettuali euro-liberali, ma due opzioni antagoniste: il cesarismo o la democrazia.

————-

Note

(1) Sigmund Freud, Nouvelles Conférences d’introduction a la psychanalyse, Gallimard, Parigi, 1984

(2)  Si legga Raoiil Mare Jennar, «Europa, due trattati per un colpo di stato», e «Le chiare conseguenze di un trattato opaco», Le Monde diplomatique/il manifesto, rispettivamente giugno e ottobre 2012.

(3) Financial Times, Londra, 20 luglio 2011.

(4) Financial Times, 7 settembre 2012.

(5) Le Monde, 19 gennaio 2012.

(6)  Antonio Granisci, Guerra di movimento e guerra di posizione, testi dai Quaderni dal carcere, scelti e commentati da Razmi Keucheyan, La Fabrique, Parigi, 2012. Si legga «Granisci, un pensiero che diventa mondo», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2012.

(7) Gir. Jan Werner Muller, Contestìng Democracy. Politicai Ideas in Twentieth-Century Europe, Yale University Press, New Haven, 2011.

(Traduzione di M.-G.G.)

Fonte: Le Monde diplomatique/il manifesto


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