di Rino Giuliani
“Uno spettro si aggira per l’Europa: il Populismo. Cosa sia di preciso nessuno lo ha capito“. Lo si può leggere in un saggio apparso su sinistrainrete.info ( vedi anche Cambiailmondo ndr). E’ questo l’incipit del testo nel quale dopo un lungo periplo tra i populismi veri o presunti, di America Latina, e di Europa si manifesta la totale sfiducia in tutte le “presunte forze della rappresentanza politica” italiane cui si imputa “un grande patto di punto fisso (punto fijo)” mirato a lasciare intatti i vincoli alla economia nazionale, europei o, se vogliamo, dei cosiddetti “mercati,”, anche in presenza di una possibile alternanza nel governo del paese.
“A meno che – è questa la chiusa del saggio – un populista non demagogico e magari collettivo, non emerga dal fango melmoso in cui siamo caduti, a rappresentare la massa dei riottosi e dei non votanti (circa il 40%) e a rinverdire il principio costituzionale (populista) secondo cui la sovranità, tuttavia, appartiene al popolo e che la Repubblica è, tuttavia, fondata sul lavoro”.
E’ davvero possibile che, a pochi mesi dalle prossime elezioni, ci sia una persona, “populista non demagogico” o un “populista non demagogico magari collettivo“, inteso come forze organizzate in grado di far nascere una nuova forza politica (potremmo dire, principe collettivo, piuttosto che populista collettivo), con l’apporto sostanziale di tutti coloro che, riconoscendosi e facendosi rappresentare da una guida personale e carismatica, con motivazioni di destra e di sinistra vorrebbero astenersi dal voto.
Un accadimento del genere , stando all’auspicio dell’articolo, sarebbe in grado di “rinverdire” il principio costituzionale secondo il quale la sovranità è del popolo (che però, e bene ricordarlo, è sovrano se la esercita in un sistema pluralistico e di separazione dei poteri).
Davvero siamo al punto che vanno buttati, insieme. l’acqua sporca ed il bambino?
Ma davvero l’Italia di oggi in crisi non ha bisogno di partiti ma di una persona o di un gruppo di persone che a patto di evitare la demagogia, si organizza come vuole, democraticamente o meno, in forma “liquida”, attraverso la rete oppure dandosi una struttura leggera di “partito gazzella” portando cittadini titolari della sovranità, i “riottosi” e “i non votanti” a votare la lista dei populisti.
L’esercizio della democrazia, come giustamente ricordato nel saggio, deve potersi fondare sulla partecipazione ma la partecipazione non consiste nell’assenza del pluralismo dei partiti (anche se Simon Weil sosteneva fosse possibile) né è esaltata dal ricorso ordinario e ripetuto al voto diretto di presidenti del Consiglio e di presidenti della Repubblica o ai referendum tanto preferiti proprio dai populisti di destra e di sinistra. Nell’articolo, poi, ci si domanda: quale sinistra, quale destra?
Un giusto tema da affrontare ma a partire dal fatto che il seguito che oggi hanno le elites populiste non è, come si afferma la conseguenza esclusiva degli errori o della “distruzione” della sinistra così come è semplicistico arrivare alla conclusione che “l’unica cosa che differenzia Grillo dall’arco costituzionale è la critica serrata, e facile, alle degenerazioni politiche degli altri”.
Ogni populista passa sempre da questo stadio che tuttavia non è il solo.
C’è molto ed altro di più nell’azione populista di Grillo e ci sono altri populisti attivi sulla scena italiana: da Berlusconi a Di Pietro.
Gino Germani certo scrive del populismo avendo presente Peron e l’Argentina che avvia la sua modernizzazione, peraltro, incompiuta. Quella analisi, ancorché la critica allo strutturalismo di Germani abbia mostrato di avere più di una freccia nella faretra, si mostrerebbe ancora oggi efficace se esercitata sul peronismo dopo Peron e sui caudillismi di America Latina: da Fujmori a Chavez.
Forse in Italia siamo arrivati al punto che a causa dell’autoreferenzialità dei partiti politici occorrono proposte nuove ma non è più sufficiente oggi formularle a misura del solo perimetro nazionale. Occorre vederle parimenti funzionare a livello europeo.
I partiti italiani che si sono formati dopo il ’94, si caratterizzano, perlopiù, per la gestione personalistica, per l’assenza di regole democratiche che escludono il potere dal basso del popolo. Il sistema democratico odierno seguita a funzionare muovendosi dall’alto verso il basso e non viceversa.
Questo modo di fare è una anomalia che ha avvantaggiato numerosi partiti, populisti in modo più o meno accentuato, a partire dal partito di Berlusconi a quello di Di Pietro ed ora al “movimento” di Grillo.
Le istituzioni, hanno subito diversi attacchi da parte di partiti che hanno governato negli ultimi venti anni con il fine anche di conformarle ad impostazioni che non sono democratiche e che contraddicono i principi costituzionali.
Sistema maggioritario e proporzionale non sono buoni o cattivi in sé.
La svolta maggioritaria che si è avuta in Italia, la personalizzazione della politica, il cambiamento delle basi culturali ed economiche, l’affermarsi di una realtà in cui dominano individualizzazione e frammentazione delle identità, hanno tuttavia prodotto partiti che non mirano al vero ingresso del popolo nelle istituzioni, ma, anzi, si muovono dal di dentro delle istituzioni ed al governo in attuazione di impegni presi con titolari di interessi corporativi o localistici da appagare con il sottogoverno e finalizzati a ottenere e fidelizzare consenso per il partito.
Ricorda Calise come la vera novità di fine secolo sia rappresentata dal consenso elettoralistico che nel tempo è stato cercato per il partito e via via, poi, sempre più al servizio di leadership personali.
La democrazia dei partiti di prima del ’94, la cui attuazione è stata soggetta a severe critiche, si è trasformata in un sistema che non da spazio per una crescita del civismo e del senso di responsabilità, anzi viene avanti una critica di fondo all’idea stessa di rappresentanza mentre, al contempo, è aperto anche un inedito conflitto tra i diversi poteri dello stato.
Ha iniziato Berlusconi in Parlamento e lo sta facendo oggi fuori dal parlamento Grillo il cui populismo ha radici e trae motivazioni nel centrodestra e nel centrosinistra.
Non pochi, limitando sia proporre “tabula rasa” del sistema politico obiettano che è inutile ricercare soluzioni a partire dal riesame , sia pure finalmente costruttivo e dalla ricomposizione , dei torti e delle ragioni dello scontro dentro la sinistra italiana, politica e sociale.
La via d’uscita, in verità, non può essere la deriva referendaria, l’organizzazione telematica del consenso, l’esclusivo appello populista al popolo tra una elezione e l’altra e la delega a fare nelle istituzioni come già avvenuto con Berlusconi.
La canalizzazione della domanda sociale non trova nei partiti sbocchi adeguati. La strada di altre forme partecipative talora occasionali (girotondi) talora per “campagne” importanti e serie, per l’acqua, per il voto agli immigrati, per il protagonismo delle donne, risultano inefficaci senza una rappresentanza politica generale che le faccia pesare nelle istituzioni.
I cosiddetti movimenti della “politica sotterranea”, che si legano di volta in volta a contesti nazionali (quale quello degli Indignati), secondo alcuni, rappresenterebbero la forma in cui si manifesterebbe la positività dell’antipolitica. Il rifiuto della politica tradizionale e la richiesta di democrazia senza i partiti, secondo alcuni, apparentemente li accomunerebbe al populismo di Grillo. Sarebbe tempo perso , si dice, confrontarsi con loro.
Alessandro Bramucci sulla scia del libro di Mary Kaldor osserva, al contrario che le forze politiche devono dare spazio ed aprire un confronto con la “politica sotterranea” in quanto sottrae energie a quei populismi antieuropei che premono per l’opposto. Non sarà possibile risolvere la crisi economica senza prima risolvere la crisi della democrazia; entrambe si presentano innanzi tutto con una dimensione europea. L’Europa deve diventare il nuovo spazio per re-immaginare la democrazia, e la “politica sotterranea” rappresenta, a giudizio di Bramucci, un punto di partenza.
Se si guarda invece alla lotta politica per le prossime elezioni siciliane si vede come la stessa rappresenti invece, plasticamente, il paradigma di una stagione nella quale la democrazia formale viene contraddetta da quella materiale ivi consolidata. Un enorme trasformismo alla ricerca del massimo consenso che è l’effetto di una partecipazione passiva a fini di scambio, di utilizzo di risorse pubbliche per interessi particolari. Problemi gravi non isolati se si guarda alla recentissima crisi della Regione Lazio.
Vanno bene per questo le leadership personali in grado di promettere protezione di interessi (di una zona , di una fascia di popolazione, di un’area di mestieri) e che a tale fine si impegnano a distribuire risorse pubbliche.
I partiti spesso sono e finiscono per essere percepiti come public utilities, non interessati a rappresentare le domande sociali. Come osserva Pasquino quello che sta accadendo “assomiglia più ad una sorta di privatizzazione del pubblico e delle sue risorse”, non vi è più alcun indirizzo politico delle forze politiche agli apparati dello stato o alle tecnocrazie delle imprese.
Il partito come rappresentanza organizzata in molti casi è un guscio vuoto che è riempito dal riconoscimento della figura personale del leader. E quello che accade, addirittura con atto notarile, anche nel cosiddetto movimento di Grillo.
I nuovisti di ogni scuola di pensiero hanno spiegato che tale scelta era il perno per garantire una governabilità delle istituzioni, un tratto della modernità mentre, nei fatti si è in presenza della ripetizione, ai nostri giorni del tipo di partiti di rappresentanza individuale del liberalismo al governo per decenni, dopo l’unità d’Italia, a legame debole e a carattere localistico centrato sulla mediazione delle risorse pubbliche.
La volontà del popolo oggi viene alterata da sistemi semimaggioritari che in alcune circostanze possono risultare elettoralmente più vantaggiosi per questo o quel partito ma tutto ciò non farà di quel modello il sistema che maggiormente garantisce alla fine l’attuazione della sovranità popolare
Un sistema di partiti caratterizzato dalla frammentazione è da tempo un dato strutturale del sistema politico.
Dalla semi frantumazione e dalla instabilità delle due eterogenee coalizioni dell’attuale sistema multi partito si può uscire decidendo la fine di una transizione che non è mai transitata?
Non dovrebbe suscitare scandalo il fatto di puntare ad un bipolarismo maturo, dell’alternanza, sviluppando una dinamica politica che recuperi diversi tratti caratteristici della cosiddetta seconda repubblica rivisitando la tradizione del pensiero democratico di non pochi costituzionalisti ed amministrativisti laici e cattolici.
Quello che serve è, soprattutto, un programma di politiche alternative che, collegandosi agli avvenimenti più recenti della crisi finanziaria mondiale, funzioni a livello europeo.
Non si deve rinunciare alla possibilità di una revisione equitativa del sistema di vincoli che oggi condizionano le scelte che il Parlamento deve fare. Va posto l’impegno per una revisione del sistema di vincoli che si vorrebbe permanenti per tutti meno che per quelli per i quali assiomaticamente si viene affermando sia consentito di sottrarsi , de localizzando dove si possono fare più alti dividendi.
Questo programma lo deve assumere una coalizione di forze politiche in grado di farlo proprio e di impegnarsi per attuarlo.
La partecipazione attiva, il protagonismo dei cittadini, una effettiva loro incidenza nelle decisioni dei partiti deve accompagnare una rinnovata rappresentanza dei partiti dentro e fuori le istituzioni. Un parlamento di nominati è ancora possibile ma non è la soluzione che ci allontanerà dai rischi di un populismo governante.
Vi è poi bisogno, nel breve – medio periodo, di un piano del lavoro e, nel frattempo, del concreto rilancio qualificato delle imprese che dipendono dallo stato e che lo stato può rilanciare (senza mettere in crisi l’obiettivo della riduzione del disavanzo del bilancio pubblico), facendo ricorso alla Cassa Depositi e Prestiti. E’ ora che lo Stato smetta di essere, assistenziale nei fatti, colpisca burocratismi e gruppi corporativi, colpisca la rendita e i grandi patrimoni, svolga una funzione regolatrice, chiami immediatamente alle responsabilità verso il paese le grandi aziende a lungo foraggiate .Il libero mercato non è in grado di autogovernarsi. Lo sviluppo passa attraverso un protagonismo riformatore dello stato. Lo stato si deve ricordare che un welfare qualificato è parte essenziale delle politiche di sviluppo che vanno poste in essere.
Per questo lo stato deve varare riforme, ridurre la burocrazia non temendo i cambiamenti, senza i quali la politica e l’economia si fossilizzano. E’ evidente che la crisi in atto ha prodotto una crescente disuguaglianza tra un gruppo ristretto di persone sempre più ricche, e una stragrande maggioranza di sempre più poveri. Questo dato oggettivo ripropone la necessità di un contributo maggiore delle fasce molto alte di reddito per il bene comune. Il governo Monti al riguardo ha mostrato troppe timidezze ed incertezze, Forse nel governo ci si dispiace che anche i ricchi piangano.
I lavoratori subordinati ed autonomi sotto la soglia della povertà, i ceti medi pauperizzati, i proprietari di aziende piccole e medie colpite dalla crisi, i giovani senza occupazione non trarranno alcun vantaggio dall’indebolimento costante delle istituzioni che arriva dalle azioni della cosiddetta antipolitica, che è piuttosto un’altra politica.
Non si può neanche confidare soltanto nel tipo di rapporti fra classi sociali quando si è alla ricerca di una chiave per trovare la soluzione della crisi.
Molto dipende dalle istituzioni che si hanno. Molto dipende dai comportamenti dei cittadini.
Robinson, di Harvard e Acemoglu del Mit nel loro libro “Perché le nazioni falliscono” scrivono: “Le nazioni fioriscono se sono “inclusive“, cioè se sviluppano politiche e istituzioni condivise, che offrano pari opportunità, incoraggino le innovazioni e distribuiscano ampiamente il potere; invece le nazioni falliscono se sono “esclusive”, ossia se le loro istituzioni concentrano ricchezze e poteri nelle mani di pochi, a danno dei più. L’indebolimento delle istituzioni può essere la scorciatoia verso il totalitarismo che calpesta libertà civili e diritti umani. Dobbiamo invertire una tendenza alla quale concorrono i nostri populisti.
Mario Baudino su La Stampa nel suo articolo; Che cosa è la Grande Crisi in cui ci troviamo? cita Paolo Ferrero che da la ricetta comunista: “Consiste nella lotta di classe allo stato puro che si combatte su scala mondiale: una lotta condotta dai capitalisti contro i lavoratori, i pensionati, i giovani; in una parola, contro i popoli”. Ferrero incalza: la finanziarizzazione dell’economia e la globalizzazione sono stati tentativi – falliti – delle classi dominanti di aggirare i limiti interni al meccanismo di accumulazione capitalistico.
Ma tutto davvero dipende dal processo di accumulazione del capitale e dai rapporti di forza fra le classi disegnate da Carl Marx?
Scrive Orlando Lentini in un saggio di prossima pubblicazione per Carocci editore:“, anche il caso italiano va considerato come un adattamento locale a modelli disponibili, con l’aggiunta di innovazioni parziali o anche rilevanti, che ne definiscono efficacia e limiti. Istituzionalizzazione, funzionamento e pratica della democrazia sono inoltre soggetti all’interpretazione, secondo il weberiano senso intenzionato dell’agire, che i cittadini ogni giorno ne danno. Questo vale soprattutto per gli effetti perversi di reificazione, leggi ferree delle oligarchie, delle associazioni con fini particolaristici, familismo, appartenenze che includono per escludere, interessi inconfessabili, corruzione, etc. Non c’è bisogno di essere funzionalisti o teorici della modernizzazione per capire che le democrazie senza universalismo nel ricambio sociale e politico sono sempre malate”.(Orlando Lentini- Democrazia e democraticismo in Italia – )
L’autore prosegue con una argomentazione interessante e stimolante sulla quale, per brevità non ci si dilunga ma che pure meriterebbe una interlocuzione adeguata. “Il lato soggettivo della democrazia è il grado di interiorizzazione del complesso di norme e valori e del sistema di aspettative condiviso che rende possibile l’autogoverno. Una volta interiorizzato il modello, tuttavia, le interpretazioni possono essere svariate, e la loro adeguatezza si misura non su orientamenti di destra, sinistra o centro, ma sul rispetto delle kelseniane “regole del gioco”, un grado di formalismo decisamente funzionale”.
E’ l’ora di stabilire, a nostro giudizio, quale sia il “profilo identitario” di una sinistra italiana del nostro tempo che si collochi nel solco del socialismo europeo, ovviamente nelle specifiche condizioni date, quale debba essere il modello economico alternativo a quello neoliberista e quali debbano essere i programmi conseguenti anziché ricadere nelle aspirazioni palingenetiche affidate ai populisti che non c’entrano nulla con la sinistra riformatrice.
La nostra comunità non è definita dalla semplice collocazione nel territorio italiano ma dalle comuni idee condivise. La nostra Costituzione è una forte referenza per la nostra comune identità.
Per i programmi dovremmo guardare con attitudine empirica alla Svezia degli anni ’50 dove le intese per il rilancio dell’economia, promosse dall’economista socialdemocratico Meidner portarono 30 anni di prosperità .
La strada possibile oggi in Italia è analoga a quella di Meidner o a quella che, ai tempi della modernizzazione del nostro paese si aprì a seguito del necessitato ma fecondo incontro fra Turati e Giolitti, quella di una alleanza sociale con chi ci sta per rilanciare economia e lavoro, comprendendo nelle intese da fare e la borghesia imprenditoriale delle piccole imprese che vive del proprio lavoro, non specula e non evade le tasse.
Per fare ciò ci vuole progettualità, senso civico diffuso, “virtù” mazziniane che non sarebbero dispiaciute al Gramsci che scrive del Machiavelli dei ” Discorsi sopra la prima decade di Tito Livio.”
Ovviamente come osserva Salvemini l’azione cosciente non sempre porta dove vorrebbero coloro che coscientemente la promuovono ma là dove date le condizioni oggettive, può andare.
Ha un senso oggi, dopo il saggio del ’74 sulle classi sociali di Sylos Labini parlare di lotta di classe come fa l’autore del citato saggio? “Ben altre le teorie di un Nietzsche o di un Marx, la cui apertura e onestà intellettuale implica la possibilità di lotta tra volontà di potenza, o tra ermeneutiche, oppure, il che è complementare, tra classi sociali. E sostengono che questa lotta è immanente”.L’autore inoltre domanda: “Tra la fine del conflitto e la permanenza del conflitto, in quale universo preferireste vivere” ?Ovviamente tutti preferirebbero vivere in una società che non ha bisogno dei conflitti sociali ma come è noto, (“historia magistra vitae”), i sistemi comunistici che nel deterministico annuncio dei rivoluzionari ci avevano garantito il verificarsi di tale condizione dopo la lotta “classe contro classe” e dopo la dittatura del proletariato, non hanno mostrato di aver voluto quello che si erano impegnati ad attuare.
Per questo prevale la convinzione che il conflitto sociale è ineliminabile, fa bene ed alla fine rafforza anche le istituzioni democratiche repubblicane.
Nel citato saggio la lotta di classe è vista come immanente ma chi sono coloro che la devono farla? Braccianti ed operai, già “motori della storia” sono oggi una ristretta minoranza, assolutamente incapace di “fare la rivoluzione”, le professioni hanno un ruolo determinante. Al loro interno vanno fatte le necessarie distinzioni se pensiamo ad alleanze ed a blocchi sociali di rinnovamento della società italiana ed europea.
Da tempo il dominio della finanza sulla società e del capitale sul lavoro colpisce le condizioni di vita di vasti ceti: lavoratori dipendenti ed autonomi, artigiani, commercianti, professionisti.
Osserva Giovanni Baccalini :” Per le tre ultime categorie citate(artigiani, commercianti, professionisti) vi è una parte profondamente connessa con chi vive, invece, di posizioni di rendita personale, immobiliare o finanziaria e che vede crescere con questi ultimi benessere e ricchezza, ma una larga parte che soffrono, come la maggior parte della società, la depauperazione figlia del liberismo e della globalizzazione. Si è andato nei fatti creando in Europa un blocco sociale maggioritario interessato ad un profondo cambiamento delle politiche economiche, ma tra tali ceti non vi è la consapevolezza dei cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nella composizione sociale, né esistono forze politiche, almeno in Italia, che si sforzino di far chiarezza nell’opinione pubblica e di proporre programmi politici in grado di far convergere le forze sociali interessate a difendersi dal capitalismo di rapina che domina le economie contemporanee”.
Dobbiamo costruire il cambiamento ripensando la sostanza del concetto “lavoro” ampliandone i confini. La stessa teoria economica: Terra, Capitale e Lavoro va ripensata.
Aggiungiamoci l’area oggi chiamata dei “beni comuni” e quella dei servizi che formano il Welfare.
Esiste anche il lavoro produttivo non manuale e cioè della produzione di beni non fisici ma altrettanto “concreti” di quelli prodotti da lavoro operaio. E’ l’esperienza di molti informatici, di tanti lavoratori dello spettacolo e dei media, che producono beni che sono venduti e da cui gli imprenditori ricavano un profitto, ne più né meno di quello che ricavano dai beni prodotti dal lavoro operaio e che non sono servizi.
I disoccupati, poi , in primo luogo i giovani disoccupati devono avere risposte . Bisogna per questo promuovere la massima accessibilità al lavoro, tramite l’educazione, la difesa del merito, la apertura dei mercati del lavoro e tutto quanto favorisce l’accesso al lavoro. I disoccupati sono parte integrante di un blocco sociale riformatore.
Il lavoro non è solo merce ma anche ben altro come ognuno sa. I populismi si evitano se si da mano a programmi di riforme di struttura seri e visibili ed estesamente condivisi.
Le idee, se consideriamo gli effetti sociali non sono neutre e neutre non sono le forme di produzione (nelle quali si annida sempre l’autoritarismo) che possono essere plasmate dai cittadini , sopratutto da quelli che lavorano e sono in grado di introdurre le necessarie innovazioni. Una economia di mercato nella quale lo stato svolge un ruolo regolatore è sicuramente importante se tale regolamentazione funziona in Italia ma anche a livello europeo attraverso istituzioni europee democratiche forti.
Un consolidamento del processo di integrazione oggi bersagliato da avversari ed euroscettici, è essenziale così come un sempre maggiore coordinamento delle politiche fiscali, in modo da ridurre gli squilibri finanziari tra gli stati membri, evitando in tal modo di lasciare tale compito a misure di recupero temporanee che minano la solidarietà tra le popolazioni.
Il processo di legittimazione degli stati nazionali passa attraverso un processo costituente europeo validato dalla assunzione di misure di legittimazione popolare.
E’ questa la precondizione essenziale in grado di legittimare, a sua volta l’utilizzo di strumenti economici adeguati a restituire ai popoli d’Europa la sovranità sottratta dai mercati finanziari.
Il socialismo che è stata la risposta al capitalismo industriale ed all’emergere della questione sociale è il soggetto che può dar senso (in Europa come in Italia) alla idea di sinistra, come trasformazione dei rapporti sociali e che si fonda sulla finalizzazione e sul governo del conflitto sociale.
In coloro cui la sinistra appare essere stata “distrutta” è’ comprensibile il senso di solitudine e di impotenza di irreversibilità propria di chi, non trovando una convincente via d’uscita spera in una salvifica funzione del populismo.
Ma quale sinistra è stata distrutta? E’ la guerra di classe e non la lotta di classe del socialismo democratico quella che è uscita fuori tempo. E’ stato rifiutato il linguaggio militare, la visione militare dell’annientamento dell’avversario che presupponeva l’esistenza di una avanguardia che si auto legittimava.
Il processo di autoemancipazione dei lavoratori, un movimento dal basso verso l’alto, per abbattere gli ostacoli che si frappongono a questa emancipazione resta tuttora valido.
Accanto alla dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione , c’è anche quella tra struttura e sovrastruttura, tra politica ed economia (che il postkeynesismo ha reso manifesta). C’è un continuo rapporto di interazione e retroazione tra soggetto ed oggetto (il rovesciamento della prassi).
Il socialismo democratico e revisionista di De Man ed Hilferding degli anni ’20 ha evidenziato come accanto alla motivazione strettamente economica c’è n’è un’altra nel conflitto capitale-lavoro.
La tradizione comunista italiana (che avrebbe potuto trasformarsi nell’incontro con la tradizione socialista e socialdemocratica , con quella azionista e repubblicana) dopo aver preferito nel passato non mescolarsi ad altri misurandosi per comodità prevalentemente con il crocianesimo – e dopo il muro di Berlino inventandosi improbabili Cosa 2 e similarità – ha finito per rincorrere l’americanismo, il politicismo posttogliattiano, il massimalismo ed il radicalismo inconcludente.
C’è da domandarsi non se la sinistra abbia partorito il populismo di Grillo ma se sia stato lo spirito di conservazione delle elites del vecchio PCI a produrre, sia pure in parte, la disaffezione verso la politica gestita in questi oltre venti anni da ceti senza rapporto con la volontà popolare e protesi alla autoconservazione di privilegi che oggi sono diventati il dolce piombo con cui vanno a fondo portando però al fondo estese classi sociali pauperizzate anche se pronte a risollevare la bandiera della libertà e della giustizia sociale.
Il dilemma identitario resta aperto nel P.D. non colmato prima dalla scelta della “questione morale” di Berlinguer poi da quella del movimentismo all’epoca di Occhetto e poi di nuovo con la nuova a questione morale posta al berlusconismo.
Permane la vecchia “divisività delegittimante” di cui scrive Luciano Cafagna ereditata dai decenni precedenti e rilanciata dall’anticomunismo di Berlusconi cui si risponde con la questione morale anziché con una strategia politica alternativa.
Il dichiarato decesso della socialdemocrazia dato per vero quanto quello vero del comunismo realizzato ha dato di nuovo vita ad una concezione antagonista dell’identità politica che non solo non ha sbloccato quella “democrazia bloccata” dalla guerra fredda ma ha fatto crescere diverse forma di populismo.
Se poi si viene alla lunga fase di transizione dalla repubblica dei partiti a quella caratterizzata fino ad oggi dal ruolo egemone del populista Berlusconi c’è da chiedersi, come fa anche Simona Colarizi “se è in quale misura (il) movimentismo nelle sue varie forme sia riconducibile alla categoria del populismo – o meglio, sottolinea la Colarizi – del neopopulismo dal momento che il contesto generale appare profondamente cambiato rispetto alle insorgenze populiste del secolo scorso”.” La lunga stagione di movimenti contro i partiti e la classe politica- osserva la Colarizi . e soprattutto il ruolo da loro esercitato nel disfacimento della prima repubblica , pongono interrogativi ancora aperti sulla natura di questi fenomeni del resto non circoscrivibili al solo caso italiano”. (Simona Colarizi “politica ed antipolitica dalla prima alla seconda repubblica -sissco.it).
La mobilitazione antipartitocrazia dei radicali degli anni ’70, le iniziative referendarie di Segni, la rete di Leoluca Orlando ed il Centro dei gesuiti di Palermo, la “sinistra sommersa” o dei club, la Lega trovano, via via, un potente megafono nell’infotainement dei tribunali mediatici di piazza. Nel dibattito sulla crescita del populismo non si è a sufficienza indagato quanto responsabilità abbiano avuto programmi televisivi divenuti veri e propri format.
Dopo le macerie dei vecchi partiti il populismo in versione giustizialista, che ha preso il posto dei partiti del vecchio”arco costituzionale” non riesce a fondare un nuovo assetto condiviso da forze anche fra loro potenzialmente alternative.
Il dominio di Berlusconi si prolunga o si interrompe in nome suo o contro il suo nome.
Il nuovo centrosinistra resta prigioniero delle vecchie parole d’ordine movimentiste sostituendo Berlusconi al nemico Craxi andando però a mettersi nella trappola comunismo/anticomunismo, società civile buona / sistema berlusconiano pessimo.
Oggi poi è arrivato Grillo che teorizza l’inesistenza di ogni differenza fra i partiti. La percentuale di possibili astenuti al voto, apparentemente sembra porre il suggello di veridicità alle sue teorizzazioni..
Grillo è un populista che si organizza o un disinteressato difensore delle prerogative sovrane del popolo italiano?
Ma se invece l’epiteto di populista, come sostenuto nel citato saggio apparso fosse solo una falsa accusa che da destra è stato e viene rivolta a tutti quei leaders che non hanno accettato lo sfruttamento economico e la subalternità del loro paese da parte di potenze economico- politiche ?
E’ questo infatti un robusto anche se non esclusivo conduttore del più volte citato saggio apparso su “sinistra in rete.it (che è anche una posizione di principio) è che tutti quelli che , a diverso titolo, in diversi contesti territoriali ed in diverse epoche si sono contrapposti al liberismo, lo hanno combattuto e spesso sconfitto dai liberisti sono chiamati, con intenti di discredito, populisti dopo essere passati nella fase intermedia in cui, non avendo ancora cambiato i rapporti di produzione, l’epiteto era quello di demagogo.
Molto probabile che una lettura onnicomprensiva del termine “populismo” e “populista” possa soltanto indurre in analisi erronee, giudizi aprioristici o fuorvianti ed in ricette assolutamente inadeguate alla complessità della situazione mondiale, europea ed italiana .
Lo stesso si può dire del termine ” demagogo” dell’aggettivo”demagogico”.
Preso nella sua accezione di “pensiero popolare” il populismo appare fenomeno più complesso, che ha le sue radici e le sue autentiche cause. La diversità tra i movimenti populisti che hanno attraversato la storia rende difficile fare dei paragoni se non rinunciando a trarne un’analisi comune. Tuttavia l’analisi comune fatta nel citato saggio non ha fondamento dal momento che rende uniformi processi storici nati ed impostisi in paesi fra loro diversi su motivazioni sociopolitiche diverse ed in epoche diverse.
Secondo Ernesto Laclau il populismo non è un movimento socio-critico e nemmeno un regime statale, ma un fenomeno di tipo ideologico che può esistere all’interno delle organizzazioni e dei regimi, delle classi e delle formazioni politiche più varie e divergenti. Di qui la necessità di analizzare l’ideologia al di là della particolare adesione di una classe sociale. (Ernesto Laclau, Politica e idéologia en la teoria marxista, Siglo, Mexico, 1968).
L’approccio “cumulativo”, o “strutturalista”, parsoniano che Gino Germani ha utilizzato dando dignità di teoria generale a studi sin ad allora di tipo empirico, prevalso dagli anni Sessanta e costruito su una molteplicità di fattori esplicativi in cima ai quali si collocavano le strutture socio-economiche, aveva colto fenomeni tipicamente “periferici”, peculiari della modernizzazione tardiva dell’Argentina di Peron, e dunque diversi nella sostanza da altri processi storici che altrove erano a loro volta stati chiamati populisti.
Possono essere valutate d’importanza secondaria talune caratteristiche politiche comuni ai populismi della metà del XX secolo quale l’esercizio personalista e libero da vincoli istituzionali dell’autorità, la pulsione plebiscitaria o il peculiare rapporto emotivo e simbolico tra un leader carismatico e i suoi seguaci.
Quasi tutti i leaders elencati nel citato saggio non sono santini di un indistinto Pantheon della sinistra, hanno in comune l’adesione di una base interclassista, manifestano ed attuano una vocazione industrialista e protezionista (spesso necessitata come ci ricorda il noto saggio di Eduardo Galeano “Le vene aperte dell’America”), puntano a far leva su un robusto intervento statale nell’economia per trasferire risorse dal settore esportatore a quello urbano-industriale, per ridistribuire ricchezza a favore dei ceti medi ed operai, plasmando così la tipica formazione multiclass dei populismi latinoamericani.
Di certo Allende socialista e marxista c’entra poco con il tragitto del populista Chavez. che in un indimenticabile discorso di oltre due ore al primo Social forum di Porto Alegre, citava, tra gli altri suoi ispiratori Gesù, Madre Teresa di Calcutta, Mao e Fidel Castro.
Non è comparabile con quanto emerso dall’America latina il populismo (che peraltro è fenomeno ubiquo), quando emergente dal contesto europeo di democrazia consolidata e dove si manifesta come reazione all’invadenza dei partiti, dell’insieme di norme e istituzioni ritenute sottratte alla deliberazione diretta del popolo,
I populisti sorti negli ultimi venti anni in Italia, paese da un pezzo entrato nella modernità, emergono dalla crisi di credibilità delle istituzioni.
Gianfranco Pasquino ha introdotto un’importante distinzione tra il populismo come situazione storico-politica concreta ed il populismo come ideologia.
Alla prima apparterrebbe il populismo classico latinoamericano che interviene in un’opera di integrazione delle masse al verificarsi di precise condizioni socioeconomiche, l’altra, per quanto vaga e non riconducibile a un corpus dottrinale elaborato e coerente, in sostanza riconducibile a due caratteristiche essenziali: la nozione di supremazia del popolo e quella del rapporto diretto tra di esso e un leader.
In estrema sintesi l’idealtipo di populismo è quello definito come manipolazione strumentale del principio della ‘sovranità popolare’. La pratica invece presenta mille varianti, e va analizzata variante per variante, evitando un metodo comparativo che porta solo confusione e complicazioni. Quindi nella pratica dovremmo parlare di diversi populismi con diversi esiti. L’orientamento populista di un politico ( o gruppo politico) poi, può avere programmi di governo i più svariati e anche questi vanno valutati caso per caso.
In Italia quello che appare è che l’una e l’altra accezione delineata da Pasquino fanno parte della più complessiva iniziativa politica di chi non vuole più riconoscersi nelle istituzioni disegnate dalla Costituzione repubblicana e pensa ad altro.
Una Costituzione può sicuramente essere e sarà oggetto di manutenzione ma tale manutenzione non può essere utilizzata come grimaldello per scardinarla.
A tal fine il problema che ci si pone già da oggi, evitando i comportamenti incongrui del recente passato dei due partiti egemoni del bipolarismo esistente , è quello dei contenuti, del lineare percorso e della armonizzazione delle diverse parti di una riforma democratica degli assetti istituzionali del sistema: legge elettorale, forma di governo e forma di stato. In una cornice di persistenza e di mutamento la svolta maggioritaria delle elites non solo non ha portato a stabilizzare un bipolarismo imperfetto anzi ha accentuato alcuni caratteri negativi del sistema precedente fondato sul proporzionale: polarizzazione ideologica artificiale comunismo/anticomunismo, berlusconismo/antiberlusconismo, aumentata frammentazione politica, tendenze centrifughe soprattutto al nord ma anche al sud, deresponsabilizzazione delle maggioranze di governo e delle opposizioni.
La frammentazione si può ridurre ma sarebbe velleitario tentare di eliminarla in quanto corrispondente in alcuni casi ad effettive distinzioni(basate su principi estesamente condivisi) che ritroviamo dentro i singoli partiti e nelle distinte quanto mobili coalizioni.
Impegnativo ma non impossibile è il conciliare uno schieramento, un soggetto politico di coalizione che tenga conto e porti a compatibilità in un programma che guardi al socialismo europeo contenuti di cultura politica diversi evitando, al contempo,il prevalere di forze centripete e tentazioni di terze forze .Il centro in tutti questi anni da parte dei diversi partiti dello schieramento politico è stato visto come il topos di elezione della competizione con gli altri. I risultati in termini di autoreferenzialità dei partiti e di estesa omologazione fra le forze politiche ma anche di antipolitica sono sotto gli occhi di tutti.
Che più di uno abbia pensato e seguiti a pensare che la inesausta rincorsa “moderata” verso un centro accrescerà consensi elettorali e riconoscenza delle gerarchie ecclesiastiche la dice lunga sulla persistenza nell’errore politico e sulla fragilità del senso dello stato e della sua autonomia nel Parlamento, sovrano organo di legislazione.
Che alcuni espressione di ceti più che benestanti, a prevalenza di estrazione confindustriale, pensino che il centro debba essere di nuovo il luogo della rappresentanza politica è certamente legittimo ma oggi politicamente senza sostanziale motivazione.
Dopo aver ascoltato dagli esponenti dell’attuale governo(di cui i citati sono i paladini “senza ma e senza se”) la difesa del diritto delle imprese ad andare a delocalizzare dove i loro profitti sono maggiori e dopo aver preso atto del modo residuale come viene affrontato il tema del diritto al lavoro, a fronte di tanto attivismo dei centristi vecchi nuovi e nuovissimi, appare evidente che l’esteso mondo di chi vive del proprio lavoro deve ritrovare una rappresentanza che nel governare il paese riporti al centro lavoro e welfare con un programma alternativo a quello dei liberisti politici e tecnici , rispettabili nelle loro idee che vanno combattute evidenziando gli esiti distruttivi della ricchezza, la povertà che determinano, l’ingiustizia sociale prodotta.
L’insicurezza del futuro non incoraggia il protagonismo dei lavoratori molto attivo nelle fasi in cui si pone il tema della distribuzione della ricchezza prodotta. Oggi in una società resa più povera, l’azione collettiva è scoraggiata, la spinta al cambiamento si limita a singoli obiettivi o si muove in delimitati ambiti locali. Riprendere la strada maestra della consapevolezza del ruolo nazionale del mondo del lavoro è la strada obbligata.
La crisi che il populismo intende cavalcare è accentuata dal peggioramento del mercato del lavoro, dalla esistenza di nuove figure produttive meno protette sul mercato del lavoro e sul luogo di lavoro. In questo caso subentra la responsabilità del sindacato, grande protagonista sociale, uno dei pilastri della democrazia.
E’ il sindacato che deve dare loro rappresentanza e voce atteso che maggiore è la loro difficoltà a mobilitarsi in difesa dei propri diritti perché la facilità di condizionamento, la mancanza di tempo e di sedi non ne favoriscono la volontà, che tuttavia esiste, di mobilitazione e di trasformazione in un cosciente movimento di lavoratori.
La cosiddetta democrazia on line o la “politica sotterranea” dei movimenti, cui pure va dedicata molta attenzione, anche se divenissero modelli permanenti di azione politica non potrebbero certo vicariare o efficacemente duplicare la funzione emancipatrice della organizzazione sindacale soprattutto se unita.
Il recupero di sovranità dei cittadini rispetto alle possibili derive populistiche va giocato anche sul terreno dei sistemi elettorali.
Le opinioni sono diverse. Sul dato tecnico si giocano partite squisitamente politiche e di potere.
Il bilancio dei sistemi elettorali maggioritari adottati dal 1993 non è esaltante: dal bipolarismo coattivo, all’accresciuto numero dei partiti, ai governi poco stabili e inefficienti Con essi prende piede l’elemento populistico-plebiscitario rappresentato dalla indicazione del leader a scapito dell’effettiva scelta dei parlamentari da parte del corpo elettorale.
S’insiste in parlamento nel proporre sistemi maggioritari o ibridi che non risolvono il problema del rapporto fra partiti e società italiana.
L’adozione di un sistema proporzionale corretto come quello tedesco, che potrebbe contribuire a ricostruire il legame tra partiti ed interessi sociali e dare vita a governi basati su effettive convergenze programmatiche non viene preso in esame per il prevalere di logiche particolari.
Come osserva il prof Mauro Volpi la cosiddetta seconda repubblica “è stata alimentata da una serie di miti fondativi( la governabilità come mera stabilità e durata degli esecutivi, l’elezione popolare di fatto, di governo e presidente del Consiglio per poter sciogliere le Camere quando venga meno la maggioranza, il sistema maggioritario come precondizione indispensabile per dar vita ad un bipolarismo)che hanno mostrato progressivamente la loro inconsistenza, ma sono riusciti comunque a pregiudicare il ruolo dei corpi intermedi, sia dei partiti, trasformati in oligarchie o in partiti personali o padronali, sia del Parlamento, cioè dell’organo rappresentativo”, della società e del pluralismo, spogliato di fatto del potere legislativo e privo di efficaci strumenti di controllo sul Governo”(costituzionalismo.it).
C’è da sperare che una fase nuova di diritti e di doveri civici possa subentrare a quella odierna fatta di indifferenza o di ostilità al ruolo di autogoverno del popolo .
*) Rino Giuliani è vicepresidente dell’Istituto Fernando Santi














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