di Frank Barbaro * (Adelaide)
Sembra quasi certo che le pressioni indotte dalla crisi economica mondiale sui lavoratori e sul tenore di vita degli australiani si accentuerà a causa delle carenze di bilancio del governo federale. La previsione del governo di una caduta di 20 miliardi di dollari australiani nelle esportazioni minerarie (in gran parte verso Cina e altri paesi asiatici n.d.t.) ha dato forza a quella che finora era stata solo una pudica richiesta da parte di alcuni ambienti del business nazionale, di una riforma delle relazioni industriali (IR), argomentata come condizione necessaria al sostegno della salute economica del paese.
E’ così forte, questa volontà di riforma delle relazioni industriali (IR), che i suoi sostenitori evidentemente non sentono neanche il bisogno di mascherare il suo reale ed effettivo obiettivo: la riduzione dei salari.
La donna più ricca del mondo, Gina Rinehart, è stata tra i primi a indicare pubblicamente il tipo di riforma IR che voleva, in un suo video di 10 minuti sul sito web del Club di Sydney Mining. Nel video, ha detto che i governi australiani hanno bisogno di essere realistici circa la loro situazione debitoria e debbono alzare la competitività internazionale del paese invece di promuovere la “lotta di classe”.
Era così forte il suo intento di propaganda, che non si è resa conto, o non ha prestato attenzione, alla contraddizione intrinseca e all’illogicità di ciò che ha detto:
“Il Business tradizionalenon va più bene; non quando i concorrenti dell’Africa Occidentale sono in grado di offrire ai nostri principali clienti un costo medio di produzione per una tonnellata di minerale di ferro, che è di 100 Dollari sotto il prezzo offerto da un produttore emergente nella regione del Pilbara (Regione mineraria australiana -ndt). Inoltre, gli africani vogliono lavorare e sono disposti a lavorare per meno di 2 dollari al giorno. “
L’appello a migliorare la competitività dell’Australia viene guidato anche da politici conservatori, come il premier del Queensland, Campbell Newman che ha identificato le IR come un ostacolo per il progresso. Non è estraneo il fatto che il suo governo, a corto di liquidità, non ha avuto problemi a trovare quasi 1 milione di dollari per finanziare tre incarichi aggiuntivi, di sua fiducia, nella Commissione per le Relazioni Industriali del Queensland.
Gli sviluppi di questi scenari rispecchiano la direzione politica richiesta da altri governi stranieri, come nel caso degli istituti di credito dell’ eurozona, verso la Grecia. La Commissione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale vogliono che il governo greco introduca una settimana lavorativa di sei giorni come parte delle condizioni di austerità, per concedere un secondo piano di salvataggio. In una lettera trapelata e ampiamente diffusa, i creditori della Grecia nell’Eurozona, in cambio del salvataggio, insistono su radicali riforme del mercato del lavoro, dalla riduzione dei salari minimi, alla eliminazione dei limiti di lavoro straordinario, ad orari di lavoro flessibili.
Il discorso su come migliorare economie in fase di stallo e vacillanti sta tornando a proposte e a pratiche che non mettono in alcuna discussione le cause della malattia.
Al contrario, le proposte mostrano le stesse caratteristiche delle politiche e dei modelli che hanno creato il caos sociale, economico, finanziario e ambientale globale. Il Capitale conservatore punta a guadagnare tempo e distanza per avere l’alibi di passare all’offensiva.
L’Australia è senza dubbio messa meglio di paesi come i cosiddetti PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) o quelli del Terzo Mondo.
Ma la schiavitù del debito minaccia tutti i governi; è una strada ben nota per i paesi del sud del mondo, i cui traumi post-coloniali avrebbero dovuto essere affrontati col dialogo Nord-Sud e poi da campagne come la ‘Make Poverty History’.
Le prospettive australiane sono attualmente migliori rispetto alla maggior parte delle altre nazioni industrializzate e quindi è fondamentale non sprecare questa posizione vantaggiosa. Esse forniscono un’occasione d’oro per esplorare alternative sostenibili che migliorino le condizioni di vita, di sicurezza e consentano la riparazione dei danni ambientali.
L’enfasi sulla crescita e la produttività all’interno del sistema attuale è a breve termine, di per sé pericolosa e serve gli interessi di pochi a scapito dei molti che sono costretti a vivere una vita stressante o infelice. Tuttavia, vi è un ampio spazio per la crescita, la produttività e il lavoro, se le politiche del governo sono orientate verso il benessere pubblico.
La sostituzione di dannose pratiche produttive, il rinnovo di sistemi obsoleti e l’avvio di nuovi metodi e attività per soddisfare le esigenze attuali offrono enormi opportunità di crescita che sia sostenibile.
Tuttavia, questo non sarà possibile nel contesto di un modello di mercato competitivo in cui, a livello globale, vengono contrapposti lavoratori contro altri lavoratori in una corsa verso il basso della base salariale che crea ulteriori disparità e impoverimento.
Vi è una forte tendenza emergente in Occidente, come era stato già sperimentato per i paesi cronicamente poveri, per la cancellazione dei debiti impagabili ai creditori privati, come le banche che hanno già mietuto grandi profitti. Ciò potrebbe dare ai governi lo spazio di respirazione per un nuovo inizio verso la promozione di modalità produttive e di servizi che forniscano così un’alternativa alla prosecuzione di meccanismi di mercato e finanziari che si sono dimostrati ostili al benessere delle persone, delle comunità e dell’ambiente naturale.
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Traduzione: R.Ricci
*)- Giornalista freelance e direttore di Nuovo Paese, mensile della FILEF Australia (Adelaide)
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Testo orginale:
Waging on the Race for the Cheapest
by Frank Barbaro
It seems almost certain that pressures on Australian workers and living standards from the global economic crisis will become more pronounced due to Federal Government budgetary shortfalls. The recent Government slashing of $20 billion from its forecasts for mining exports has breathed life into what so far had been a demure demand from some business quarters for industrial relations reform, arguably to improve economic health.
So confident is this new resolve for IR reform that its proponents evidently do not feel the need to mask its real intent – wage reduction.
The world’s richest woman Gina Rinehart was among the first to publicly indicate the type of IR reform she wanted, in her 10 minute video on the Sydney Mining Club’s website. In the video she said Australian governments needed to be realistic about their debts and had to lift the country’s international competitiveness instead of just promoting ‘class warfare’. So purposeful was her propaganda that she was not aware or did not care about the inherent contradiction and illogicality of what she said:
“Business as usual will not do, not when West African competitors can offer our biggest customers an average capital cost for a tonne of iron ore that’s $100 under the price offered by an emerging producer in the Pilbara. Furthermore Africans want to work and its workers are willing to work for less than $2 per day.”
The call to improve Australia’s competitive edge is also being spearheaded by conservative politicians, such as Queensland Premier Campbell Newman who has identified IR as a stumbling block to progress. It is not unrelated that his cash-strapped government had no problem finding almost $1 million for three additional appointments of its liking to Queensland’s Industrial Relations Commission.
These scene-setting developments mirror the policy direction that is being demanded of overseas governments as in the case of Greece’s lenders. The European Commission, the European Central Bank and the International Monetary Fund want the Greek Government to introduce a six-day working week as part of the austerity terms for a second bailout. In a widely reported leaked letter Greece’s Eurozone creditors in return for the bailout insist on radical labour market reforms, from minimum wages to overtime limits to flexible working hours.
The talk of how to improve stalled and faltering economies is returning to proposals and practices that do not challenge causes of the malaise.
Instead, proposals display the same characteristics of policies and systems that created the social, economic, financial and environmental global mess. Conservative capital is banking on some time and distance to give it the alibi to go on the offensive.
Australia is undoubtedly better off than countries like the derogatorily designated PIGS (Portugal, Ireland, Greece and Spain) or the Third World.
The enslavement to debt threatening all governments is a road well known to the Third World whose post-colonial traumas were to have been addressed by the North-South dialogue and later by the ‘Make Poverty History’ campaign.
Australia’s prospects are even better than most other industrialized nations and therefore it is vital not to squander this advantageous position. It provides a golden opportunity to explore sustainable alternatives that enhance living conditions, add security and enable environmental repair.
The emphasis on growth and productivity within the current system is short term, inherently hazardous and serves the interests of the few at the expense of the many who live stressful or miserable lives. However, there is a scope for ample growth, productivity and work if government policies are geared towards public welfare. Replacing harmful productive practices, renewing outdated systems and initiating new methods and activities to meet current needs offer enormous opportunities for growth that is sustainable.
However, this will not be possible under a competitive market model where, globally, worker is pitted against worker in a race to the bottom of the wage heap that creates further inequalities and impoverishment.
There is a strong case emerging in the West, as it had become clear for chronically poor countries, for the cancellation of unpayable debts to private creditors, such as banks that have already reaped large rewards. This would give governments the breathing spacing for a fresh start in promoting productive practices and services, thereby providing an alternative to the continuation of market and financial mechanisms that have been hostile to the wellbeing of individuals, communities and the natural environment.














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