di Francesco Lo Piccolo
Il Progetto GRUNDTVIG “VOCI DI DENTRO”, dal nome dell’associazione capofila, è arrivato a metà del percorso. Italiani dell’associazione Voci di dentro di Chieti e dell’associazione Città dei giovani di Firenze, lituani di Agapao-Kris di Siauliai, turchi di Hotelcilik di Diyarbakir e sloveni di Papilot di Lubiana, dopo essersi conosciuti in occasione del primo meeting a Chieti il 12 e il 13 dicembre 2011, hanno proseguito il loro percorso incontrandosi a Siauliai.
In Italia ci sono ancora carceri che hanno cementati sulle mura di cinta i cocci di bottiglia. Diciamo che funziona da deterrente a eventuali fughe. A Siauliai, in Lithuania, nel carcere che ho visitato alcune settimane fa con alcuni soci dell’associazione Voci di dentro nell’ambito di un progetto Grundtvig, invece dei cocci di bottiglia usano il filo spinato. Non mi è piaciuto. L’impressione negativa si è poi rafforzata alla vista dei cani alla catena e sentendo i loro latrati che mi hanno accompagnato a lungo mentre attraversavo il cortile del carcere. Anche in Italia gli istituti di pena non sono un granché, anche da noi le strutture sono vecchie – basta pensare a Poggioreale – , ma lì a Siauliai, in quel piccolo istituto di pena che si trova a un chilometro dal centro della città, in un mondo dove d’estate c’è luce fino alle 11 e mezza di sera, e dove per strada non c‘è anima viva e dove c’è troppo silenzio, lì mentre entravo dentro la struttura detentiva vera e propria, datata 1911, ho avuto la sensazione di essere in un film sui campi di concentramento nazisti, a Dachau o in un Gulag staliniano. Insomma, non è questo il modo con cui vanno trattate le persone accusate di aver commesso dei reati. Accusate e non ancora condannate, perché in questo istituto protetto da un muro di cinta che è una lunga parete di mattoncini rossi, ci sono solo detenuti che ancora non sono stati portati davanti al giudice.
Seicento persone in una struttura dove c’è posto per 400, come ci ha rivelato la guida, il sergente Remigius. La maggior parte sono giovani e recidivi e prima di venire portati all’interno, nella loro cella, sono sottoposti alla perquisizione personale. Anche qui l’effetto è orribile. La stanza della perquisizione si trova sotto strada, è un buco al quale ci si arriva calpestando vecchi gradini consumati da migliaia e migliaia di scarpe. È un locale senza finestre, illuminato da luce artificiale, dentro c’è una macchina tipo quelle che si trovano in aeroporto per il controllo dei bagagli e che qui viene usata per fare lo screening agli indumenti del detenuto. Tutti gli indumenti, mutande comprese, perché l’uomo, nudo, aspetta dentro una cabina doccia in muratura aperta davanti.
Il resto, il tipo di controllo che viene fatto sulle persone, lo si può intuire. Remigius ci ha poi accompagnati all’interno e ci ha fatto vedere una cella attualmente non abitata perché non ancora ristrutturata. Cominciamo con le dimensioni: circa sei metri di lunghezza e tre scarsi di larghezza. Ovvio che vado a memoria, ma questo è quello che ricordo. Ricordo che i letti sono in ferro – non sono tanto diversi dai letti che ci sono nelle carceri italiane – e sono disposti ai lati lunghi del rettangolo, due file da quattro letti ciascuna per un totale di otto letti. Dunque cella da otto. Un passo in avanti rispetto a 12 anni fa quando c’erano celle da trenta persone. In fondo c’è la finestra con la grata, e all’inizio il gabinetto alla turca con “vista sui letti”. Alle pareti classiche
scritte, qui anche una grande falce e martello con stella. Dice Remigius: “Le celle sono state ristrutturate dopo il 2000, il gabinetto ora è separato”. Ho cercato di immaginare la ristrutturazione, il risultato non mi è sembrato migliore. Perché, al di là del numero dei detenuti per cella, in una “segreta” come questa la vita è come una tortura: qui gli otto detenuti ci devono stare 23 ore al giorno su 24; qui devono fare tutto, murati dentro perché la porta della cella non è con le sbarre, ma è il classico blindo tutto di ferro con un piccolo spioncino all’altezza degli occhi. Dicevo 23 su 24 ore, perché una volta al giorno per un’ora hanno diritto all’ora d’aria. Beh, ho visto il locale dove avviene l’ora d’aria: è una cella in tutto e per tutto identica a quella dove vivono le altre 23 ore: è all’ultimo piano dell’edificio e non ha il tetto che è sostituito con una inferriata. In gergo è detta la fossa dei leoni.
E qui, in questa cella senza tetto, e in celle identiche ci vengono portati gli otto di ciascuna cella. E questo per mesi, anni, anche fino a tre anni e più, perché anche qui in Lithuania i tempi della giustizia sono quelli che sono: lunghi, estenuanti, terribili.
Anche tre anni di carcere in questa struttura senza speranze, dove al massimo, una volta al mese, puoi avere la possibilità di accedere a un’area computer dove puoi scrivere una lettera, guardarti un film sullo schermo del Pc, naturalmente da solo. I più giovani, spiega il sergente Remigius, preferiscono consumare il loro tempo con i videogiochi. Ho visto la stanza, ammetto che è molto più gradevole della cella. Mi è sembrato di vedere anche un termosifone. Ma devo dire che in giro per la struttura, almeno per quello che mi hanno concesso di vedere, di termosifoni non ne ho visti poi così tanti. E qui il clima non è certo mediterraneo: d’inverno tra gennaio e febbraio le minime arrivano a -25. Solo la costruzione di un nuovo carcere tipo scandinavo – costruzione prevista entro il 2017 – potrebbe portare a un vero cambiamento. Ma il piano è stato sospeso per mancanza di fondi causa crisi.
La visita è durata un paio d’ore, all’inizio ci hanno anche mostrato il piccole museo della struttura, dove in un armadio a vetro sono conservati cimeli della storia del carcere: coltelli fatti con l’accendino, scarpe dove sono nascosti cellulari; cerbottane per far arrivare i messaggi all’esterno, sistemi di fuga. Qui ci è stato consentito fare delle foto; tra le tante abbiamo scattato quella che ritrae una cella come era nel 1990, ventidue anni fa, poco prima della proclamazione
dell’indipendenza. Penso a quello che ho visto durante la visita, riguardo la vecchia foto.
E non vedo una grande differenza.
…………………………………………………………………………………………………….
Scheda Video.
http://www.programmallp.it/box_contenuto.php?id_cnt=2565&id_from=1&style=grundtvig&pag=1
SCHEDA.
Il Progetto GRUNDTVIG “VOCI DI DENTRO”, dal nome dell’associazione capofila, è arrivato a metà del percorso. Italiani dell’associazione Voci di dentro di Chieti e dell’associazione Città dei giovani di Firenze, lituani di Agapao-Kris di Siauliai, turchi di Hotelcilik di Diyarbakir e sloveni di Papilot di Lubiana, dopo essersi conosciuti in occasione del primo meeting a Chieti il 12 e il 13 dicembre 2011, hanno proseguito il loro percorso incontrandosi Siauliai.
Una “due giorni” che si è svolta il 4 e il 5 giugno 2012 utile per un maggiore affiatamento fra partner e interessante per scambiarsi esperienze e condividere buone pratiche. Alla base di tutto c’è la volontà di mettere in piedi iniziative ad ampio raggio che riguardano il mondo carcerario volte al recupero e reinserimento di detenuti ed ex detenuti e a rimuovere nella società gli ostacoli costituiti soprattutto da pregiudizi e stereotipi.
Tutto questo con la convinzione che il carcere non è un modo separato, da ignorare o dimenticare, ma è frutto della stessa società. In particolare sono due le azioni che animano in generale l’attività di Voci di dentro di Chieti: 1)trasmettere a chi compie reati la cultura della legalità e offrire chance e opportunità di reinserimento; 2)operare nella società per eliminare lo stereotipo sul carcerato, facendo comprendere che una cosa è l’errore e un’altra è l’errante. Due ambiti di intervento che partono da un presupposto e cioè che la pena non può consistere in trattamenti contrari alla dignità umana. Parole spesso disattese in Italia e anche all’estero. In grandissima sintesi basta dire che in Italia le carceri ospitano quasi 70 mila persone mentre c’è posto per 40 mila e che di queste 70 mila oltre 13 mila sono in attesa di processo. Ma, come detto, anche all’estero non va poi tanto meglio. Almeno per quanto abbiamo visto con i nostri occhi in un carcere della Lithuania durante la visita in un istituto per detenuti in attesa di giudizio che abbiamo fatto a Siauliai grazie ai nostri partner lituani Linas Androponovas e Andreus Karpovas. Visita quanto mai illuminante tanto da poter dire che così facendo sarà ben difficile ottenere l’auspicato recupero.
Ma torniamo al progetto nell’ambito del programma Grundtvig. Giusto alcuni giorni fa è stata stampata una brochure in inglese di quattro pagine (inserita all’interno del magazine di Voci di dentro) dove é descritto il senso del progetto e gli obiettivi. Non solo, nelle quattro pagine, nelle quali ci sono anche alcuni immagini dei due meeting, c’è un breve report degli interventi dei partner e due articoli in inglese scritti in carcere da un detenuto africano. Dall’inizio dell’anno, inoltre, è attivo un sito internet anche questo in lingua inglese (www.voicesfrominside.eu) che fa da raccoglitore e diffusore delle attività dei partner.
Attività che possiamo così sintetizzare: Voci di dentro di Chieti, tra le altre cose, ha realizzato un corso di informatica partito lo scorso novembre (terminerà a luglio) al quale hanno accesso 6 detenuti in articolo 21 e un detenuto ai domiciliari affidato a Voci di dentro dall’Ufficio esecuzione penale esterna. Un gruppo che oltre ad apprendere le basi del linguaggio del pc, l’uso dei media come telecamere e macchine fotografiche, linguaggio web e altro, ha imparato regole e soprattutto autostima. Ma ha anche potuto relazionarsi con la società civile in quanto per il pranzo si sono serviti di una caffetteria tavola calda del centro solitamente usata da funzionari e impiegati con i quali hanno avuto scambi, conoscenze e rispetto in quanto si sono presentati per quello che erano ovvero detenuti inseriti in un programma di reinserimento. Una buona pratica che mostra il lato migliore delle persone, sia persone detenute e non. Agapao-Kris stanno portando avanti programmi di riabilitazione per persone disagiate e/o che hanno fatto uso di sostanze stupefacenti. Le persone assistite hanno dai 18 ai 65 anni.
Il recupero viene fatto senza uso di sostanze tipo metadone e con corsi di computer, di inglese e inserendoli dove possibile in una scuola professionale in Siauliai. L’associazione ha inoltre in gestione due comunità dove vengono svolti lavori agricoli, si allevano animali, si coltivano prodotti da serra. Progetti che tuttavia stanno incontrando grosse difficoltà per mancanza di fondi governativi e per una certa restia da parte della società ad accettare questa diversa visione dell’ex detenuto. Hotelcilik ha organizzato dei corsi all’interno di un carcere di Diyarbakir. Anche in questo caso lo scopo è quello di dare una opportunità di lavoro per i detenuti una volta fuori dal carcere.
Operazione tuttavia anche questa non facile anche se, come sostengono i partner , la società turca in genere non ha grossi pregiudizi nei confronti degli ex detenuti i quali, peraltro, sono sostenuti da diversi programmi di reinserimento attuati dallo stesso governo. Interventi vengono anche realizzati a favore di donne vittime di violenza. Papilot, forte della sua struttura organizzativa fatta di psicologi, terapisti e e professionisti nella riabilitazione, si sta occupando di inserire nella società le persone svantaggiate e soprattutto di assistere anche le vittime delle violenze.
A breve verrà inserito sul sito un articolo-intervista a un detenuto. La città dei giovani che affronta con le sue equipe situazioni di disagio giovanile e accompagna in un percorso di crescita anche ragazzi senza genitori molti dei quali stranieri, sta realizzando una intervista agli operatori di un carcere minorile. Dunque tutti interventi che vanno tutti in una doppia direzione: dentro il carcere ovvero rispetto ai detenuti e fuori dal carcere per vincere pregiudizi e diffidenze della società. E il sito realizzato ha anche questo scopo. In esso viene mostrato anche il lato migliore dei detenuti che sono all’interno di un percorso di reinserimento. Voci di dentro ad esempio ha postato dei video ripresi in carcere a Chieti e a Vasto dove i detenuti parlano di sé e si raccontano.
E ci sono anche dei contributi audio con letture di testi che riguardano gli errori fatti, riflessioni sulla colpa e sulla responsabilità e letture di racconti. Tra i video postati sul sito, in italiano in questo caso, anche le riflessioni di tre detenuti intervenuti a un convegno organizzato all’interno di una scuola professionale su legalità, rispetto delle regole, rispetto di valori condivisi. Tra i video anche un breve foto-reportage sul secondo meeting e una intervista realizzata da Hotelcilik a un ex detenuto turco che ha aperto una lavanderia. E una breve presentazione di tutti i partner in lingua inglese. Tutto questo alla luce di alcune considerazioni: il carcere duro incattivisce, il carcere tipo hotel non è un valido deterrente; non è la durezza della pena che può reinserire chi ha commesso dei reati, ma lo è la certezza della pena; il carcere è il frutto della semina, ecco perché è più che mai necessario rimuovere nella società le cause della devianza. E il progetto Voci di dentro, grazie al programma Grundtvig, va in questa direzione. Terzo meeting in novembre in Turchia.













Lascia un commento