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EPPUR SI MUOVE… Torna lo Stato imprenditore ?

Un’intervista a Susanna Camusso su l’Unità rilancia il dibattito intorno al ruolo dello Stato come imprenditore. Un segno inequivocabile che, almeno sul piano dell’egemonia culturale, il neoliberismo è finito e che nuovi spazi di riflessione considerati fino a ieri impronunciabili, seppure timidamente, si stanno aprendo. Da puntualizzare molte cose al riguardo: ad esempio, il rapporto che deve intercorrere tra intervento pubblico e beni comuni, tra controllo democratico e direzione dello sviluppo, tra Europa (neoliberista) e Italia…. affinché un nuovo protagonismo statuale non finisca col soddisfare gli obiettivi della ritirata strategica del capitale, annunciati,  anche, nelle ultime pseudo-previsioni delle agenzie di rating.

 

«SOLO QUI IN ITALIA IL PUBBLICO È IL MALE»

De Cecco: il pubblico non è il male. . Tornare a un’interazione nell’economia mista «è un fatto positivo», ma vedo «alcuni limiti dello Stato»

(da L’Unità del 22-8-12)

«Tornare a parlare di un ruolo attivo dello Stato nell’imprenditoria è senz’ altro un fatto positivo, anche se c’è da dire che pur nella dissennata e lunga stagione delle privatizzazioni l’idea dell’intervento pubblico non è mai definitivamente tramontata. Ad esempio, è cronaca di queste settimane il ventilato ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale del Monte dei Paschi. Piuttosto, da osservatore di una certa età non posso fare a meno di evidenziare lo scostamento fra teoria economica e concreto comportamento dei governi e dei singoli che tanto spesso ha penalizzato il nostro Paese». Marcello De Cecco, economista con una lunga stagione d’insegnamento presso la Scuola Normale di Pisa, non nasconde il suo pessimismo. Pur nella condivisione di vari elementi del dibattito sulla presenza dello Stato nell’economia, iniziato con l’intervista a l’Unità di Susanna Camusso, i “conti” del professore abruzzese alla fine non tornano sempre per lo stesso motivo, il fattore umano.

Quali sono gli elementi concreti che non la convincono?

«Se parliamo di una presenza diretta dello Stato nell’attività industriale, posso cominciare con una battuta dicendo che rispetto all’Iri del 1933 adesso manca il duce… Per carità sia benedetta la democrazia, però un conto è il sacrosanto confronto parlamentare un altro è la perenne litigiosità dei partiti a cui siamo ormai abituati da decenni. Immaginiamo che questo governo, od uno futuro, decidesse di lavorare su un diretto intervento dello Stato nell’imprenditoria. Ne seguirebbe un putiferio di dibattiti, polemiche, accuse e controaccuse. Tutte cose non certo a beneficio del Paese ma di quella decina di soggetti forti, forse anche meno, che orientano giorno per giorno le speculazioni dei mercati. Fenomeni che abbiamo ben imparato a conoscere con l’altalena degli spread. Insomma, con tutta probabilità alla fine non se ne farebbe niente con il risultato di avere ancora una volta arricchito soggetti che si trovano fuori dall’Italia».

Ancora una volta?

«Nel nostro Paese sono in tanti ad avere la memoria corta, mentre trovo che sia di grande insegnamento ritornare agli avvenimenti degli anni Ottanta e Novanta, quelli che hanno innescato e prodotto la stagione delle grandi privatizzazioni. Una stagione sulla quale condivido il giudizio assolutamente negativo espresso da Giuseppe Berta. Un autentico salto nel buio che ci ha portato a sacrificare quell’esperienza di economia mista, con interazione fra attività pubblica e privata, che ha accompagnato lo sviluppo della nazione per decenni. Un modello che, pur fra alti e bassi, aveva funzionato, ma il cui recupero adesso mi sembra purtroppo problematico».

Cominciamo da quella scelta sbagliata: perché fu fatta?

«Perché erano gli anni nei quali ambivamo a recitare un ruolo di primo piano nel rinnovamento dell’Europa, a partire dalla nostra presenza nella prima pattuglia dei Paesi che avrebbero adottato la moneta unica. Ed allora dovemmo uniformarci a quella che era la filosofia liberista già dominante in tutto il continente, con il corredo di privatizzazioni a tappeto compiute grazie alla costosissima mediazione di “merchant bank” estere, per lo più anglosassoni. E sempre in quegli anni, in nome della stessa logica, si è assistito ad un altro fenomeno deteriore».

Quale?

«L’internazionalizzazione del nostro debito pubblico, arrivata nel momento di picco fino ad una quota del 70%, che ha poi complicato ulteriormente questa fase di crisi. Tanto, si diceva, i soldi che gli italiani non metteranno più sui titoli di Stato potranno impiegarli nei fondi d’investimento o nei fondi pensione, che a loro volta li investiranno anche nel capitale delle aziende privatizzate. Un castello di carte che alla prova del tempo non ha retto, e per capirlo basta paragonare il rendimento negli ultimi vent’anni dei Bot o dei Cct rispetto a quello ben più basso dei fondi».

Perché è scettico sul recupero di quel modello di economia mista?

«Perché per ritornare ad un significativo intervento pubblico nell’imprenditoria occorre avere innanzitutto uno Stato, e con tutta franchezza in quest’Italia io uno Stato non lo vedo».

Un giudizio pesante…

«Ma purtroppo basato sui fatti. Della litigiosità della politica ho detto, poi c’è da mettere nel conto la riforma costituzionale che ha di fatto annichilito il controllo della spesa pubblica da parte dell’apparato centrale a favore delle Regioni. E quest’ultime, purtroppo, hanno già dimostrato più volte sul campo di funzionare ben peggio della burocrazia statale. Senza dimenticare che alla base di tutto c’è la formazione e la motivazione delle persone».

Ed anche qui non siamo messi bene…

«Nell’intervento di Giulio Sapelli ho apprezzato l’idea di uno Stato che crea e gestisce nuove aziende nei settori imprenditoriali più promettenti. Ma chi ci mettiamo dentro queste imprese? Manager e funzionari sottopagati e demotivati? La verità è che paghiamo caro, da molti anni, un approccio concettualmente sbagliato. Da noi se il pubblico non funziona si pensa che l’unica soluzione è privatizzarlo. In altri Paesi, la Francia ad esempio, la risposta è un’altra: facciamolo funzionare meglio».

(Di MARCO VENTIMIGLIA)

UN’IDEOLOGIA HA CANCELLATO LO STATO-ATTORE

(da L’Unità del 20-8-12)

Con l’emergenza finanziaria e gli scandali di Tangentopoli a dominare le prime pagine dei giornali, per una fetta consistente dei cittadini italiani la liquidazione delle partecipazioni statali – si trattasse di servizi, infrastrutture, assicurazioni o banche – era rapidamente diventata una decisione giusta. Questo non soltanto per risanare il dissestato bilancio pubblico, ma anche per creare le premesse di una nuova stagione della storia nazionale, non più soffocata dalla ossessiva presenza dei partiti corrotti, ma libera, moderna, efficiente e finalmente pronta ad accogliere quei capitali stranieri necessari per finanziare sviluppo e occupazione. L’esperienza storica del nostro Paese ha dimostrato quanto fossero illusorie – se non addirittura ingenue – molte di quelle attese degli anni Novanta.Tuttavia, non è difficile cogliere la metamorfosi che le istituzioni pubbliche hanno subito nel corso dell’ultimo ventennio sulla scorta dell’egemonia cultura e politica del pensiero unico reaganian-thatcheriano. La struttura dello Stato come attore economico – quindi potenzialmente proattivo e redistributivo – è stata scardinata, trasformandola in una mera istituzione regolamentativa, limitata negli strumenti e incapace di incidere con forza sulla vita economica del Paese. Lo Stato ha smesso di «fare» e si è ridotto a controllare e regolamentare i modi e le forme con cui il privato «fa», rendendosi però sempre più dipendente da quest’ultimo.Le conseguenze nefaste di questa mutazione si sono cominciate a misurare proprio con l’arrivo della crisi economica e finanziaria. In mancanza di istituzioni pubbliche capaci di operare direttamente, gli aiuti stanziati dai singoli governi nazionali a sostegno del settore privato sono dovuti transitare necessariamente per quello stesso sistema finanziario privato che era stato corresponsabile della crisi, e che non ci ha pensato due volte ad utilizzare quell’inatteso flusso di denaro pubblico per tornare a speculare, paradossalmente contro gli stessi Stati che li stavano aiutando.

Per quanto riguarda il nostro Paese, non si può negare che il processo di smembramento e cessione di attività produttive pubbliche abbia avuto pesanti conseguenze sull’economia nazionale. La media e l’alta tecnologia, per non parlare della ricerca, che per decenni erano rimaste concentrate quasi esclusivamente nel settore delle partecipazioni statali, non hanno trovato capitali privati capaci di garantirne la sopravvivenza sul territorio italiano.

Le esternalità positive di cui beneficiava la fitta rete di piccole e medie imprese del settore manifatturiero italiano sono andate progressivamente scemando, lasciando spesso spazio agli enormi danni ambientali e sociali di tecnologie produttive inefficienti su cui una certa imprenditoria privata ha lungamente prosperato e i cui costi sono finiti interamente a carico della collettività. Il caso dell’Ilva di Taranto è in tal senso emblematico. E bene ha fatto Susanna Camusso nella sua intervista di ieri a l’Unità a prendere in considerazione la prospettiva di una proprietà pubblica di alcuni asset strategici per l’interesse nazionale.

La ricerca nei settori ad alta tecnologia, la disponibilità di prodotti di base e la fornitura di energia a prezzo contenuto sono necessità irrinunciabili per le industrie manifatturiere italiane. Se il settore privato non è in grado di garantire tali produzioni senza esternalità negative per le persone e per l’ambiente è giusto che ci pensi direttamente lo Stato nelle forme che si riterranno più opportune.

La privatizzazione dei profitti e la socializzazione dei costi è stato un binomio che ha caratterizzato a lungo il nostro Paese. Ma è una alternativa che – proprio nell’interesse dell’Italia – non possiamo più prendere in considerazione.

(Di Ronny Mazzocchi)

 

PIÙ STATO NEL MERCATO: IL MODELLO È L’ENI, NON L’IRI

Intervista a Giulio Sapelli

(da L’Unità del 22-8-12)

«Per salvaguardare il patrimonio industriale del Paese è bene che, laddove serve, intervenga direttamente lo Stato, rilevando quote di aziende private ed investendo in grandi progetti industriali».

Nell’intervista pubblicata ieri, Susanna Camusso ha riportato in vita un concetto che sembrava sepolto in lunghi anni di liberismo: il capitale pubblico al servizio della crescita come antidoto alla crisi. Giulio Sapelli raccoglie quella che non reputa affatto una provocazione. «Tutt’altro – dice il docente di Storia Economica all’Università Statale di Milano – le parole della Camusso hanno il grande pregio di sottolineare la necessità di una svolta rispetto al pensiero a lungo dominante, quello che reputa la presenza dello Stato nell’attività economica un nemico della crescita. Mi permetto invece di dissentire relativamente alla modalità con cui bisognerebbe agire».

Per quale ragione? «Se ho ben capito le parole del segretario della Cgil, l’idea è quella di un’azione duplice: da un lato l’assunzione da parte dello Stato di un ruolo attivo in grandi progetti industriali, dall’altro l’ingresso nel capitale di aziende in difficoltà con l’obiettivo di traghettarle fuori dalla crisi. Ecco, se il primo punto mi vede assolutamente d’accordo, sul secondo ho una diversa visione delle cose».

Partiamo allora da questa divergenza di vedute. «L’idea dello Stato che prende il timone di aziende alla deriva appartiene ad un passato neppure recente. Non è pensabile, per capirci, dare vita ad una nuova Iri, quella che nel pieno della Grande crisi fra le due guerre salvò fabbriche e banche dal fallimento, creando allo stesso tempo i presupposti per la creazione di vari “carrozzoni” assistiti ed infiltrati dalla politica che tanti danni hanno fatto al Paese nei decenni successivi. Con questo non voglio dire che il governo si debba girare dall’altra parte rispetto alle società in difficoltà, ma gli strumenti per intervenire sono altri».

Vale a dire? «Uno strumento forte è sicuramente il varo di provvedimenti mirati di defiscalizzazione con i quali concedere ossigeno finanziario alle imprese che non hanno liquidità sufficiente per l’attività ordinaria e/o per gli investimenti».

E in casi drammatici, come quello attualissimo dell’Ilva di Taranto, che cosa si fa?«Di fronte ad un’azienda che ha bisogno immediatamente di un grande finanziamento, nel caso in questione per procedere ad un’enorme bonifica, la via maestra per fornire le risorse che il privato non è in grado di reperire è semplicemente quella del prestito. Pensiamo ad un esempio che ci è molto familiare, quello della Chrysler salvata da Obama con i soldi dei contribuenti americani e poi rilevata dalla Fiat».

Ritorniamo all’evocazione di uno Stato imprenditore… «Ecco, su questo Susanna Camusso ha il merito, come ho detto, di aver riproposto una questione finita colpevolmente nell’oblio ed invece di stretta attualità. Il problema è che nelle grandi economie mondiali coloro che prendono le decisioni spesso non leggono testi storici dai quali avrebbero molto da imparare. Si renderebbero conto che nei momenti di grande crisi, come quello che stiamo vivendo ormai da quasi un decennio, ben prima del fallimento della Lehman Brothers, l’intervento dello Stato nell’imprenditoria non è una bestemmia ma una necessità. Dirò di più, è il vero volano per fare ripartire la crescita».

Ma se è sbagliato rilevare le aziende in crisi, in quale modo deve svolgersi quest’intervento? «In un modo consono ai tempi che stiamo vivendo, un’epoca di grande trasformazione sotto la spinta dell’incessante rinnovamento tecnologico. Ed allora il modello è quello di uno Stato imprenditore che dà vita a nuove aziende in settori con un’elevata potenzialità di sviluppo, ad esempio le attività all’interno della cosiddetta “green economy” piuttosto che quelle legate all’adozione della banda larga su scala nazionale. Tutto questo agendo con degli inderogabili principi di governance grazie ai quali evitare gli errori del passato».

Che cosa significa? «Occorre che alla guida di queste nuove aziende vengano nominati degli amministratori delegati dotati di un potere monocratico. Manager che devono rispondere del loro operato unicamente sulla base dei risultati ottenuti e non certo per la loro sensibilità alle convenienze della politica».

Non stiamo parlando di un libro dei sogni? «Non credo, sia perché ritengo che i tempi, a partire dalla consapevolezza di un profondo cambiamento, sono maturi, sia perché la stessa storia italiana ci fornisce un esempio illuminante dello Stato che si fa imprenditore sulla base di principi giusti e vincenti».

Qual è? «L’Eni di Enrico Mattei. Voglio però aggiungere che, oltre al ritorno dello Stato imprenditore, nell’economia italiana è necessario anche il rafforzamento di quello che è un nostro patrimonio peculiare. Mi riferisco alla presenza di imprese la cui priorità d’azione non è il raggiungimento del profitto, in primis le cooperative che vanno in qualche modo “restituite” alla loro missione».

Perché? «Perché compito di una cooperativa non è certo quello di evitare il fallimento della famiglia Ligresti, bensì svolgere un’indispensabile azione di sussidiarietà nel contesto economico. È tempo che il movimento cooperativo si scrolli di dosso la subalternità creatasi negli anni rispetto al modello capitalistico».

«LO STATO INTERVENGA. ANCHE COMPRANDO QUOTE DI AZIENDE»

«La Cassa depositi e prestiti compri quote di società in crisi e poi le ricollochi sul mercato» «O il governo è in grado di fare le cose necessarie, oppure è meglio andare subito al voto»

Intervista a Susanna Camusso

(da L’Unità del 19-8-12)

Segretario Camusso, passato il Ferragosto la tenuta dell’euro torna a traballare. È preoccupata? «Paradossalmente si inseguono falchi di vario genere che sembrano non avere in mente cosa vorrebbe davvero significare la fine della moneta che regge comunque una delle più importanti economie del mondo. In alcune uscite vedo uno spirito vendicativo da parte di esponenti di nazioni che hanno prosperato anche sui debiti dei Paesi del Mediterraneo. Dal quadro comunque esce tutta la debolezza della costruzione europea: il tema vero è quello di una moneta senza Stato e governo, con una banca centrale che non ha i poteri delle banche nazionali. Questa è la vera sfida che va affrontata, il resto sono solo tentativi di via di fuga».

Voi sindacati sembra però non riusciate a farvi sentire… «Sebbene la crisi rischi di farci tornare a linee difensive a livello di singoli Stati, abbiamo una posizione unitaria di contrarietà al Fiscal Compact a cui hanno contribuito in maniera fondamentale i sindacati di Francia e Germania. Anche senza grande effetto mediatico, la Confederazione europea sta preparando l’appuntamento del 25 settembre a Madrid dove ci ritroveremo tutti per contestare la politica rigorista e per esprimere solidarietà alla Spagna».

Monti intanto ha rilanciato il tema della Spending review dicendo di aspettarsi molto dal piano di tagli di Bondi: si parla di altri 10 miliardi… «Contrastare gli sprechi e selezionare la spesa sarebbe un’idea giusta. Peccato che già per il primo decreto si trattava solo di tagli lineari e tagli all’occupazione. Faccio notare che il taglio delle società che lavorano per Comuni ed enti locali è semplicemente un taglio di posti di lavoro che produrrà disoccupazione e recessione. Per noi spreco è quando si inventano società pubbliche solo per creare posti nei consigli di amministrazione. Un segnale che andrebbe dato per esempio è quello di pagare i manager pubblici con titoli di Stato».

La ministra Fornero invece parla di «dignità del lavoro» e «autunno caldo». Un colpo di sole o sta cambiando qualcosa? «Io mi auguro che invece siano parole figlie di una riflessione sul fatto che il più grande problema del Paese è il lavoro che non c’è e come questo si coniughi con i diritti delle persone. Ma ci vuole coerenza tra dichiarazioni e fatti e finora non c’è stata. Per settembre la preoccupazione è altissima, vediamo incombere gravissimi problemi anche tra le piccole imprese e le conseguenze che anche i provvedimenti sbagliati presi nella riforma del lavoro sulla riduzione degli ammortizzatori sociali peggioreranno la situazione. Le scelte del governo sono state solo politiche di rigore e non di sviluppo. Ci continuano a raccontare che il decreto Sviluppo e le riforme strutturali daranno risultati negli anni prossimi e invece qua stiamo affondando di mese in mese. Servono provvedimenti qui e ora per difendere quel poco di lavoro che è rimasto e ricominciare a redistribuire reddito, che è l’unica strada per lo sviluppo».

Dunque voi chiedete un cambio di rotta deciso e provvedimenti immediati? «Ci si deve dire con onestà che Paese vogliamo essere. Siamo sempre la seconda economia industriale in Europa: vogliamo rimanerlo? Se sì, serve salvaguardare il nostro patrimonio industriale. E, visto che per la crisi investimenti esteri non ce ne sono e molti imprenditori italiani stanno scappando dal Paese, io credo che sia meglio decidere che sia direttamente lo Stato ad investire».

Uno Stato interventista che nazionalizza aziende private? Ma con quali fondi?«Ad esempio attraverso la Cassa depositi e prestiti per comprare quote di società, per poi ricollocarle sul mercato a crisi passata. Oppure finanziando direttamente progetti industriali che ci consentano di mantenere in Italia settori fondamentali».

Sta pensando anche alla Fiat? «Noto che la stagione di innamoramento collettivo per il suo amministratore delegato sembra al tramonto. Per decenni la politica ha difeso la Fiat come unico produttore possibile di auto in Italia. L’Ad ha salvato la Chrysler grazie ai fondi di Obama, ma non ha certamente salvato la Fiat. È ora di rompere quest’idea e di creare le condizioni per cui ci siano altri produttori in Italia».

Ecco, lei crede che tutte queste riforme si possano approvare entro fine legislatura? Il governo è abbastanza forte o sarebbe meglio andare a votare per creare subito le condizioni per una svolta? «Credo che un governo tecnico in quanto tale abbia sempre dei problemi di durata anche a causa della maggioranza composita che lo sostiene. Basta vedere le difficoltà che incontra su un tema importantissimo come la legge sulla corruzione, dove una parte significativa della maggioranza si mette di traverso. Quindi o si riescono in tempi brevissimi a superare questi ostacoli o c’è il pericolo di non riuscire a fare quelle scelte importanti di cui abbiamo bisogno. In questo caso penso sia meglio non approfondire la recessione del Paese e andare subito al voto».

Il governo intanto ha rispolverato l’espressione politica industriale per l’IIva. La responsabilità della situazione è più della politica o dell’azienda? «Il governo è intervenuto facendo una cosa giusta e necessaria, impegnandosi per la bonifica. L’azienda invece è ancora troppo reticente sugli investimenti, sia sul piano della quantità che della qualità. Noi abbiamo chiesto di aprire una vera e propria vertenza con la nuova dirigenza per definire in maniera precisa gli interventi necessari e la loro entità. Sapendo che manipoliamo una vicenda molto intricata e delicata, è però reale il rischio di bloccarsi in una contrapposizione tra lavoro e salute che rischia di far passare l’idea nefasta che ogni produzione è negativa e mette a repentaglio l’ambiente».

Discussione

Un pensiero su “EPPUR SI MUOVE… Torna lo Stato imprenditore ?

  1. Il partito delle agenzie di rating vota per il governo Monti

    Le previsioni delle agenzie Moody’s e Fitch vedono l’Italia al “giro di boa” già nel 2013. Ma leggendo il rapporto qualcosa non torna: sperticati elogi a Monti ma previsioni di crescita basse per il prossimo anno. E una considerazione: la linea intrapresa dal governo sarebbe l’unica in grado di portare l’Italia fuori dalle secche della crisi globale

    Ecco dove era nascosta la «luce in fondo al tunnel» che prima Mario Monti e poi Corrado Passera hanno asserito negli ultimi due giorni d’aver visto. Non c’entrava la fede (parlando di fronte alla platea di Cl, a Rimini, poteva anche sembrarlo), ma i report di Moody’s e Fitch resi noti ieri mattina, il cui contenuto doveva essere in qualche modo esser stato anticipato al governo.
    I siti dei media che sostengono il governo hanno immediatamente enfatizzato la notizia annunciando la buona novella. Titoli come «Italia fuori dalla crisi nel 2013» si sono sprecati. A leggere i rapporti, però, viene fuori qualcosa di molto diverso. E meno allegro.
    Intanto, viene spiegato che la crisi del debito europeo, «nel migliore dei casi è solo a metà strada», anche se tutti i paesi in difficoltà hanno intrapreso la strada del rigore di bilancio e delle «riforme strutturali». Dopo di che vengono distinti due gruppi di Piigs: quelli che stanno relativamente meglio (Italia, Spagna e Portogallo) e quindi possono aspirare a girare la boa già il prossimo anno; e quelli che debbono lavorare molto più a lungo (Irlanda e ovviamente Grecia), costretti perciò a raggiungere il fondo soltanto nel 2016. Non proprio un buon augurio.
    Per quanto riguarda il nostro paese, non si capisce da dove venga la previsione che «l’Italia potrebbe vedere tornare nel 2013 la dinamica del Pil a livelli pre-crisi», dato che il tasso di crescita per quell’anno dovrebbe rimanere «fra lo 0% e il -0,5%». Aggravando in recessione, dunque, altro che «recuperare i livelli pre-crisi».
    Anche per quanto riguarda l’evoluzione dei prossimi mesi, entrambe le agenzie di rating non lasciano margini: «c’è un considerevole livello di rischio associato con l’implementazione di queste riforme che può essere mitigato solo da una forte impegno a livello nazionale e dalla capacità di controllare e dirigere il processo di riforma» con l’aiuto esterno (Bce, Ue, Fmi: la troika che ha devastato la Grecia). Nessuno scostamento dal percorso intrapreso, insomma, o «potremmo vedere ulteriori tagli del rating». Anzi, lo stesso Monti – che pure viene accreditato di «tantissima credibilità» – viene rudemente invitato a far «vedere ulteriori progressi entro la fine dell’anno». Altrimenti…
    Perché allora i fan del governo «tecnico» fanno tanto gli ottimisti? Per una buona ragione: il direttore operativo di Fitch, nello spiegare il rapporto, ha fatto coincidere il «massimo rischio» per l’Italia con la fine del mandato di governo di Monti & co. Un modo nemmeno tanto ellittico, e sicuramente minaccioso, di dire che questo modo di governare e queste «riforme» sono l’unica possibilità di evitare di tornare sotto attacco.
    Sulla serietà delle analisi di queste agenzie si potrebbe ricordare il consiglio di Mario Draghi, un anno e mezzo fa, davanti al Pm di Trani: «bisogna fare a meno delle agenzie di rating: sono altamente carenti e discreditate». Su almeno due versanti. Sul piano proprietario, sono partecipate da grandi banche o gruppi finanziari su cui sono chiamate a esprimere i loro temuti «giudizi» (come se Berlusconi dovesse valutare Mediaset). Moody’s, per esempio, vede come azionista principale Warren Buffett – l’«oracolo di Omaha» – che risulta anche tra i principali grandi elettori di Barack Obama. Una crisi europea, che inevitabilmente trascinerebbe con sé gli Usa (già non in buona salute per proprio conto, vedi il report di S&P), in piena campagna elettorale non sarebbe la cosa più gradita.
    Anche sul piano metodologico le carenze balzano agli occhi. Il report di Moody’s si dilunga in un paragone con le crisi degli anni ’90 di Svezia e Finlandia, dimenticando che – oltre a «riforme» che in quel caso non hanno granché intaccato il tradizionale welfare scandinavo – quei due paesi potevano agire anche sulla svalutazione delle loro monete. Mentre i nostri Piigs attuali, ovviamente, no. Non è un dettaglio secondario, ma uno strumento di politica monetaria – nell’Italia democristiana – a lungo piuttosto efficace.
    Le piazze finanziarie hanno comunque colto soprattutto il segnale-chiave: le agenzie di rating consigliano di non continuare a speculare contro l’Europa, per ora. In più, si attende una mossa decisiva della Bce sugli spread, anche se la Germania sta gridando da giorni il proprio disaccordo. Quindi buoni guadagni sul mercato azionario (Milano +”%) e spread al minimo degli ultimi mesi per i bond italiani e spagnoli. Per «uscire dalla crisi», invece, con un piede sul tubo dell’ossigeno, ci vorranno ulteriori «sacrifici» e tanto, tanto tempo.

    http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/8317/

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    Pubblicato da cambiailmondo | 22/08/2012, 12:14

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