di Adriana Bernardotti  (Buenos Aires)
L’Argentina, il paese che – ignorando i ripetuti ammonimenti dei fori internazionali – sostiene a livello legislativo un modello sindacale che esclude il pluralismo e stabilisce il monopolio della rappresentanza attraverso il riconoscimento di un’unica centrale di lavoratori, s’incammina a vedere il suo movimento operaio diviso in cinque confederazioni. Lo scorso giovedì abbiamo assistito alla frattura della CGT, la Confederazione Generale dei Lavoratori ufficiale diretta dal potente leader del settore dei camionisti Hugo Moyano, che è stato fino a poco fa uno dei bastioni di sostegno dei governi kirchneristi e che adesso è passato all’opposizione.

L’atto di rottura è stata l’elezione di Moyano per un terzo mandato come Segretario Generale, in un Congresso contestato da diverse federazioni sindacali e invalidato dalle autorità del Ministero del Lavoro. I sindacati contrari alla conduzione del camionista hanno convocato un nuovo congresso per il prossimo 3 ottobre, dove molto probabilmente sceglieranno il metalmeccanico Antonio Calò come Segretario, con il riconoscimento ufficiale del governo.

Resta separata la CGT Azul y Blanca, una frazione d’orientamento antigovernativo condotta dal gastronomo Luis Barrionuevo, staccatasi nel 2008 in occasione del conflitto politico con le organizzazioni dei proprietari agricoli.

Completano questo quadro le due organizzazioni che si contendono la CTA (Central de Trabajadores de la Argentina), la centrale dissidente che lotta da anni per un suo riconoscimento legale e che nel settembre del 2010 si è divisa a partire dagli orientamenti da assumere rispetto all’attuale governo, tra un settore filogovernativo (CTA di Hugo Yasky) e un altro decisamente oppositore (CTA di Pablo Michelli).

Infine, fuori da questo schema, dobbiamo menzionare la crescita dei sindacati di base, vincolati spesso ai partiti trotskisti e maoisti, che sostengono posizioni di carattere classista e combattivo e in alcuni casi dimostrano un grande potere di adesione alle loro azioni di protesta e mobilitazione (lavoratori delle metropolitane, industrie alimentari, della gomma, del petrolio).

L’allontanamento tra Moyano e il Governo conclude un processo che si era fatto visibile dopo la morte di Nestor Kirchner (ott. 2010). L’alleanza strategica con il leader sindacale, centrale nella costruzione politica di Nestor – e che aveva consentito, ad esempio, di contenere crisi politiche come quella del 2008 con il settore rurale[i] – poggiava sull’impressionante crescita dell’occupazione, i rilevanti incrementi salariali, gli avanzamenti nel terreno dei rapporti industriali e nella distribuzione dei redditi in una fase di crescita economica.

Il nuovo stile imposto dalla gestione di Cristina e le sue palesi intenzioni di ritagliare l’incidenza politica del sindacalista, in una congiuntura condizionata inoltre dalle avvisaglie della crisi economica, portarono subito ad un’incrinatura dei rapporti. Alla fine del 2011, quando Cristina assume il suo secondo mandato presidenziale, la spaccatura da ambo le parti era evidente: il sindacalismo non era riuscito a guadagnare nomine di peso nelle liste elettorali, e il tentativo del governo di imporre tetti agli incrementi salariali nei futuri rinnovi contrattuali, portarono  Moyano a contestare apertamente la Presidente e a rinunciare ai suoi incarichi dentro il Partito Justicialista (peronista).

L’episodio che ha segnato il punto di “non ritorno”, tuttavia, è stato lo sciopero della Federazione dei Camionisti e Trasportatori, condotta dal figlio Pablo Moyano, lo scorso 20 giugno: in una giornata, tra l’altro festiva in Argentina, il paese è rimasto senza benzina, senza autobus di lunga percorrenza, senza soldi nei Bancomat, con difficoltà per l’approvvigionamento di alimenti nei supermercati e dei giornali nelle edicole e senza raccolta della spazzatura, poiché tutti questi servizi sono controllati dal potentissimo sindacato dei camionisti.

Subito dopo, il 27 giugno, Hugo Moyano convocava il primo sciopero generale contro il governo con un atto nella Piazza di Maggio, per richiedere l’innalzamento della base imponibile sulla quale si applica l’imposta sui redditi dei salariati.

Il potere di Moyano è rimasto comunque ampiamente deteriorato nella contesa con il Governo. Non sono stati molti i sindacati di categoria di peso che lo hanno accompagnato fino al passo finale della rottura. Al contrario, abbiamo visto in questi giorni il progressivo distaccamento di diversi dei suoi alleati, fedeli invece ad una tradizione sindacale come quella argentina dove il tutto si gioca nei rapporti con lo Stato.

Impossibile, d’altra parte, fare una lettura degli orientamenti ideologici delle organizzazioni che sono rimaste dall’ una o dall’altra parte nella recente frattura. Accompagna a Moyano, ad esempio, il sindacato dei braccianti (UATRE), noto per la sua connivenza con il lavoro nero e gli interessi dei grandi possidenti terrieri, così come per aver sostenuto posizioni politiche reazionarie in tutti questi anni, in particolare nel conflitto con i proprietari rurali del 2008 che ha visto, al contrario, il leader dei camionisti posizionarsi come l’alleato fondamentale di Nestor Kirchner.

Confluiranno invece in quella che sarà la CGT riconosciuta ufficialmente, i grandi sindacati tradizionalmente vincolati al modello affaristico e alle politiche neoliberiste degli anni novanta, durante i governi di Menem: i cosiddetti “Grassi”(commercio, sanità, elettricità, alimentazione, ecc) – contro i quali, si deve ricordare, era cresciuta la figura di Moyano all’intensificarsi della lotta in difesa dei diritti dei lavoratori -, gli “indipendenti” (edilizia, acqua, pubblico impiego nazionale), importanti sindacati dell’industria “non allineati” (metallurgia e meccanica), assieme ad altri ex-alleati di Moyano che lo hanno abbandonato all’ultimo minuto, come i tassisti e i ferrovieri.

Paradossalmente, si tratta per lo più del considerato – in modo spregiativo- “sindacalismo imprenditoriale”, non gradito al kirchnerismo, ma che adesso dovrebbe diventare il suo compagno di strada assieme alla frazione della CTA che in questo momento resta come l’unico fermo alleato a livello sindacale.

Piuttosto, quello che caratterizza il nuovo percorso del vecchio leader della CGT, è la collocazione di netto confronto politico. Temi considerati tabù nell’agenda ufficiale e innalzati come principali bandiere dall’opposizione, come l’inflazione o l’insicurezza, hanno fatto repentinamente ingresso nel discorso di Moyano, assieme a quelli più tradizionali come l’imposta sui redditi, l’universalizzazione dei sussidi familiari, il pagamento dei contributi pubblici addebitati alle mutue sindacali. “Vogliamo che la Presidente inizi a dare risposta alle richieste, altrimenti cominciamo a pensare in termini politici. Se non ci fossero risposte a quelli che hanno contribuito al trionfo della Presidente, dovremmo ripensare il futuro voto del prossimo anno”, ha avvertito con tono di minaccia davanti alla platea del Congresso di giovedì[ii].

 

 

 

Una storia di fratture

La Confederazione Generale dei Lavoratori (CGL), nata nel 1930 da un’alleanza tra socialisti, indipendenti e comunisti, ha assunto il peronismo come marchio d’identità dal primo governo di Juan D. Peròn (1946-52).  Percorrendo la sua storia, vediamo che sono stati molti i momenti di divisione e che normalmente hanno coinciso con circostanze politiche di forte perdita del potere sindacale o di repressione, ad esempio durante le varie dittature.

Nel 1968 la frattura tra il sindacalismo combattivo della CGT degli Argentini e la CGT ufficiale, condiscendente con la dittatura, delinea uno schema che si ritroverà in altre congiunture. Nel sanguinario governo militare del 1976-1983, troviamo la centrale divisa tra CGT- Brasil e CGT- Azopardo (denominate così dalla localizzazione dei rispettivi uffici), la prima di profilo oppositore e la seconda dialogante con il regime.

Con il recupero della democrazia, la centrale si unifica nella sede storica di Azopardo, tuttavia non  passa molto che si verificano nuove divisioni: agli inizi del governo di Menem quella tra CGT-Azopardo e CGT- San Martin (1989-1992); poco dopo, nel 1994 , sorge in contrasto con le politiche menemiste il Movimento de Trabajadores Argentinos (MTA), dove comincia a brillare la figura di Moyano, il quale comunque non romperà con la CGT ufficiale fino al governo del radicale De la Rua, quando darà vita alla CGT dissidente (2000-2003).

Inoltre è importante risaltare che già nel 1991 nasceva la Centrale dei Lavoratori Argentini (CTA), in forte opposizione alle politiche neoliberiste, dalla confluenza di diverse correnti sindacali di sinistra o comunque progressiste (social-cristiani, peronisti, marxisti). A differenza delle divisioni precedenti, la CTA aspira a costituirsi come centrale di nuovo tipo, indipendente dallo Stato e dai partiti politici. Per tanto, mette in discussione direttamente il modello di confederazione unica in Argentina e con questo obiettivo intraprende azioni legali contro il Governo che hanno trovato riscontri nell’OIL e altri fori internazionali[iii].

Nel 2003, con l’avvio del ciclo kirchnerista, il prestigio guadagnato nelle battaglie contro il neoliberalismo è servito al leader dei camionisti per conquistare la massima carica nella CGT, un’altra volta unificata e in forte sintonia politica con il governo. Nel 2008 giungeva la prima frattura, questa volta da destra e a sostegno delle forze d’opposizione coalizzate durante la crisi politica con i proprietari terrieri: la CGT Azul y Blanca, condotta dagli alimentaristi con altri sindacati più piccoli.

A sua volta la CTA, che aveva sperato dal kirchnerismo – senza successo – l’agognato e promesso riconoscimento come centrale sindacale, sperimenta nel congresso di settembre del 2010 una frattura: il motivo, anche in questo caso, è il comportamento da tenere riguardo al Governo nazionale e il risultato è la separazione in due gruppi che rivendicano la direzione della Centrale, uno che accompagna le politiche ufficiali e l’altro fortemente oppositore e potenziale alleato della CGT di Moyano.

Per spiegare la reiterata tendenza alle divisioni della centrale ufficiale, è stata osservata una prima ragione di ordine istituzionale. A differenza di quanto succede nei paesi dell’Europa Occidentale, la legislazione argentina promuove lo sviluppo di potenti sindacati per settore d’attività, mentre allo stesso tempo, incentiva una confederazione debole, con scarsi strumenti per governare e disciplinare la vita dei sindacati membri.

Andres Schipani, uno studioso della materia, rileva che un elemento curioso delle ultime fratture è che esse si producano in una fase di forte crescita del potere di negoziazione sindacale e di progressi per la classe lavoratrice nel suo insieme, come sono i governi kirchneristi. Per spiegare le attuali circostanze, propone altri fattori da considerare nell’analisi.

Esiste, in primo luogo, un elemento strutturale vincolato alle politiche economiche degli ultimi anni: la rinnovata crescita dell’industria nazionale, abbandonate le politiche ortodosse dell’era precedente e promosse invece misure protezionistiche, ha sostenuto un’esplosione dell’occupazione in settori come il tessile, il metalmeccanico, l’automobilistico e quindi la riconquista di un ruolo strategico dalle corrispettive organizzazioni settoriali.

Ciò spiega, ad esempio, come il dirigente dei metalmeccanici A. Calò, un sindacato che nell’era menemista aveva perso 90.000 iscritti, possa oggi disputare l’egemonia della CGT a Moyano, il leader dei camionisti che, al contrario, aveva visto salire la sua stella in una fase in cui l’apertura economica, la deindustrializzazione, lo stimolo alle attività nei servizi e il commercio, lo smantellamento delle ferrovie, avevano condotto alla crescente rilevanza del trasporto su gomma e all’egemonia del sindacato dei camionisti.

Ci sarebbero inoltre, secondo questo analista, ragioni di carattere politico-strutturale date dal tipo di rapporto stabilito tra Partito Justicialista e movimento sindacale, che incoraggerebbero le divisioni. In quest’ambito il peronismo menemista ha introdotto una modificazione di grandi conseguenze: la delimitazione del sindacalismo ad un ruolo di attore meramente corporativo e la sua esclusione delle attività di partito nel justicialismo (Peronismo). L’abbandono della tradizionale regola non-scritta del peronismo, per la quale un terzo dei candidati nelle liste elettorali doveva avere provenienza sindacale, inciterebbe le divisioni perché non da sfogo alle ambizioni politiche dei sindacalisti, spingendoli a concorrere per l’unico ruolo di rilevanza in questo terreno, la Segreteria Generale della CGT.

Abbiamo visto, infatti, che la questione della rappresentanza politica e la partecipazione nelle liste dei deputati e senatori è stato uno dei principali motivi di frizioni tra Moyano e Cristina. La Presidente, più che il marito Nestor, sembra una decisa sostenitrice dell’idea di mantenere il sindacalismo confinato alla sfera delle relazioni industriali e ciò potrebbe spiegare, anche, una maggiore facilità di rapporti con i vecchi dirigenti degli anni novanta, anche loro convinti della funzione prevalentemente corporativa e a favore degli interessi particolari delle organizzazioni sindacali. Durante gli anni di Nestor, le ambizioni di Moyano erano state contenute con l’offerta d’incarichi di direzione dentro il Partito, gli stessi a cui ha rinunciato l’anno scorso perché il partito – sono le sue parole- “è una guscio vuoto, a cui manca il peronismo e che il potere politico gestisce al suo piacimento”, in chiara allusione alla conduzione di Cristina[iv].

Quali prospettive?

Nel discorso di Moyano appare la rivendicazione del “vero peronismo”. Questo sarebbe tradito da Cristina con la sua politica autocratica e con lo spalleggiamento, dentro il governo, di figure senza traiettoria nel “movimento” o di ragazzi giovani che s’identificano nel “camporismo”, di vaghe reminiscenze rivoluzionarie secondo i modelli degli anni ‘70[v].

Su questa linea di pensiero non è solo, al contrario concordano pezzi significativi dell’opposizione che cerca di creare alternative politiche sempre a partire del movimento peronista. La grande incognita del futuro politico argentino è la successione del kirchnerismo, che oggi appare davvero molto difficile da visualizzare considerando le caratteristiche del regime politico. Molti dei più strenui sostenitori del governo vorrebbero promuovere un terzo mandato, per il quale sarebbe necessario modificare prima la Costituzione, con tutte le tensioni politiche che ne deriverebbero.

L’unico pretendente dentro il peronismo che ha manifestato le sue intenzioni ad una candidatura presidenziale è il governatore della provincia di Buenos Aires, Daniel Scioli, e con questo gesto si è attirato le ire della Presidente. Nella logica fortemente accentratrice del Governo, il suo comportamento non solo è apparso come inadeguato o azzardato, ma lo ha convertito nel principale nemico di queste settimane; comunque, non è un segreto per nessuno che dietro a Scioli si trincerano il peronismo tradizionale e altri settori della destra del panorama politico.

Non è un caso dunque che Moyano sia uscito, dopo la sua rottura politica e sindacale, in difesa del governatore di Buenos Aires, con il quale molti vedono un potenziale asse politico critico del governo, da una prospettiva peronista.

Gli analisti sono incerti sulle conseguenze di questa frattura sindacale, ma in generale prevalgono le opinioni pessimiste. Per Mario Wainfeld, analista del giornale progressista Pagina12, con lo scontro tra il gruppo di governo e Scioli-Moyano “ci avviamo al declino di una tappa della governabilità kirchnerista, iniziata verso la metà della presidenza di Nestor Kirchner e caratterizzata dal collegamento con i governatori, gli intendenti e il movimento operaio, cioè con il peronismo concreto”[vi].

Sono preoccupati anche gli imprenditori, secondo quanto emerge dalle dichiarazioni dei titolari delle camere d’industria: di fronte alla crisi internazionale e ai segnali di decelerazione dell’economia, la divisione della CGT fa temere un incremento della conflitto sociale. Il progetto governativo di convocare un Consiglio Economico Sociale per moderare, mediante il meccanismo del dialogo sociale, gli incrementi salariali e l’aumento dei prezzi in un contesto critico come l’attuale, dovrà molto probabilmente essere accantonato per il momento.

La conseguenza più seria per il governo, afferma Schipani, “è che per la prima volta dal conflitto agrario del 2008, esso rischia di perdere il controllo della protesta popolare. Dai cinque sindacati di cui sopra, solo uno (la CTA di Yasky) esibisce una forte fedeltà al Governo. E mentre i “Gordos” e gli “indipendenti” mostrano un atteggiamento più pragmatico, il resto si colloca su un fronte avverso.

La CTA di Micheli e i sindacati dei trasporti che comanda Moyano, sono tra le organizzazioni con una maggiore capacità di organizzare cortei e manifestazioni di piazza in Argentina. (…) Per un governo che ha fatto della non-repressione una delle sue bandiere principali, la perdita di controllo della mobilitazione di strada è una delle principali sfide per i prossimi anni”.

Non siamo convinti che necessariamente queste siano le prospettive. La proverbiale capacità di intervenire dallo Stato e l’abituale subordinazione del movimento sindacale a questa fonte, una tradizione che il kirchnerismo eredita dal peronismo, sommata alla sua speciale abilità politica per stupire con risposte impreviste e originali nelle varie circostanze, possono ancora modificare lo scenario.

NOTE:


[i] Il motivo che ha dato avvio alla crisi politica è stato lo sciopero o lock-out dei proprietari rurali, un lungo conflitto in cui le quattro organizzazioni imprenditoriali del settore dell’agro-business hanno resistito al tentativo del governo di aumentare le imposte sulle esportazioni di soia e girasole e di stabilire un sistema mobile per loro (Risoluzione 125/08). Queste proteste, che hanno paralizzato il paese per circa quattro mesi – con picchetti sulle strade, cortei, raduni in tutto il paese – sono state accompagnate ad un certo punto da una parte significativa delle classi medie, insoddisfatte da altri temi come l’insicurezza o il funzionamento delle istituzioni democratiche. Le conseguenze politiche per il governo di Cristina sono state gravi e hanno portato, tra l’altro, ad una sconfitta nelle elezioni di rinnovo delle camere (giugno 2009).

[ii] Discorso di H. Moyano nello stadio di Ferrocarril Oeste. Congresso della CGT. 12/07/2012.

[iii] L’OIL ha intimato ripetutamente al governo argentino in riferimento all’incompatibilità di diversi articoli della Legge sulle Associazioni Sindacali (L. 23.551) con la Convenzione N. 87 di libertà sindacale e, in specifico, sulla questione della personalità giuridica della CTA. Anche la Corte Suprema della Nazione ha avuto in tempi recenti pronunciamenti sulla necessità di modificare la legislazione, ma il Governo ha cercato sempre di dilazionare la soluzione del problema. Paradossalmente, il conflitto interno della CTA scoppiato nel 2010, è adesso utilizzato come giustificazioni da parte del Governo per non procedere con le raccomandazioni dell’OIL. Le principali differenze che stabiliscono gli statuti della CTA rispetto alla CGT riguardano: l’elezione diretta e segreta di tutti gli incarichi di conduzione nella centrale (nella CGT vengono decisi dalle direzioni delle categorie); la possibilità di affiliazione diretta alla Centrale da parte dei lavoratori, senza mediare il sindacato di categoria; l’iscrizione sia di lavoratori attivi che pensionati o disoccupati; l’inclusione dei movimenti sociali, molto diffusi nella critica congiuntura di disoccupazione di massa in cui nasce la CTA.

[iv] Discorso di H. Moyano nell’atto convocato nello stadio dell’ Huracan per il Giorno del Camionista. 15/12/2011.

[v] Hector J. Campora è stato il candidato a presidente del peronismo nelle elezioni del 1973, e per brevissimo tempo presidente (maggio a luglio 1973), in preparazione del ritorno di Peron dall’esilio e dell’assunzione della sua terza presidenza (1973-74). In quel periodo, molti giovani leader del peronismo di sinistra e “rivoluzionario” erano riusciti ad avere una grande influenza nel governo, fino a che il vecchio caudillo, rientrato, promuoverà una svolta verso destra che spingerà molti di questi giovani verso la lotta armata. Il figlio dei Kirchner, Massimo, ha fondato una corrente politica nel peronismo denominata “La Campora” e Cristina ha promosso molti dirigenti di questo gruppo alle Camere o alla gestione politica, sacrificando invece le aspirazioni di alcuni sindacalisti.

[vi] “Dos CGT y el resto del mundo”, di M. Wainfeld, Pagina 12, 13/07/2012.


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