di Frank Barbaro (Adelaide)

Non c’è dubbio che esiste una crisi globale e che essa sta causando dei seri problemi ed anche delle situazioni tragiche. Ma non è una crisi insormontabile. Nonostante la povertà c’è tanta ricchezza e produttività; nonostante la disoccupazione c’è tanto lavoro da fare; nonostante la fame c’è tanto cibo; nonostante i guai e le problematiche c’è tanta tecnologia e genialità; nonostante la degradazione ambientale causata dagli umani la natura, se rispettata, è cosi abbondante e nonostante magri bilanci pubblichi c’è tanto capitale privato.

No, la crisi non è della gente ma è dell’attuale sistema produttivo, economico e finanziario.

Non è un semplicismo quello di suggerire che un forte impegno per una maggiore uguaglianza potrebbe darci nuove, reali ed immediate prospettive per risolvere le tante difficoltà di fronte alle popolazioni del mondo.

Non sarà facile, ma la mancanza di una soluzione in questa direzione rischia di condannare intere generazioni ad una vita di miseria.

Peggio ancora, si rischia che quel impegno per la pace, tragicamente conquistato attraverso le guerre, soprattutto quelle mondiali, venga abbandonato nella gara spietata di una economia che serve soprattutto ai potenti e ai privilegiati.

 

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Le banche in cerca di «merci naturali»

Il lancio della «Dichiarazione sul Capitale Naturale». Nel primo pomeriggio del 16 giugno, al lussuoso Windsor Barra Hotel nei pressi della sede del vertice delle Nazioni Unite, alcune tra le più importanti banche e del pianeta, grandi investitori privati, settori istituzionali delle Nazioni Unite e alcune ong come il Wwf hanno presentato la loro visione. Per l’Italia hanno firmato Unicredit e Monte dei Paschi.

Surreale: il tutto avviene come se negli ultimi anni non fosse stata la finanza globale a portarci sull’orlo del
collasso dell’economia mondiale. La stessa finanza globale che da decenni sta foraggiando l’operato di multinazionali e governi che hanno depredato impunemente le risorse del pianeta, spesso lasciando le comunità locali nella miseria.

I firmatari della dichiarazione «chiedono al settore pubblico e a quello privato di lavorare insieme per creare le condizioni necessarie per mantenere e rafforzare il Capitale Naturale come un asset economico, ecologico e sociale critico».

Per i banchieri, “né i servizi, né lo stock del Capitale Naturale che li fornisce, sono adeguatamente valorizzati in paragone al capitale sociale e finanziario». Per questo la natura sarebbe sfruttata oltre i limiti consentiti e quindi «il settore privato, i governi, tutti noi, dobbiamo sempre più capire e conteggiare il nostro uso del Capitale Naturale».

In pratica le banche si impegnano a contabilizzare, anche se in maniera poco chiara e trasparente, il loro uso delle risorse naturali – chi lo sa se anche quelle distrutte da progetti e imprese finanziate da loro – e soprattutto chiedono agli esecutivi mondiali leggi per «creare» i nuovi beni naturali e renderli commerciabili globalmente. È infatti chiaro che la finanza non si ferma al valore d’uso delle merci, ma misura anche il loro valore di scambio, tanto per scomodare Marx.

Banche e investitori scelgono il termine «capitale» senza timori, anche se in maniera tecnica. «Unicredit riconosce che solo preservando i servizi degli ecosistemi è possibile mantenere lo sviluppo economico in un modo sostenibile», sottolinea l’amministratore delegato dell’istituto di credito Federico Ghizzoni.

Ma il capitale è ben altro che un esercizio ragionieristico, bensì il complesso di relazioni sociali, politiche ed economiche che permettono a un gruppo di persone di accumulare ricchezza a spese di un altro. Forse nei promotori della dichiarazione questo è un dato assodato, anche dopo la prova di fuoco vinta con l’ultima crisi – si pensi ai mega salvataggi delle banche – e perciò ha senso uscire allo scoperto.

Il messaggio delle banche per il vertice ufficiale è chiaro: per uscire dalla crisi di accumulazione che vive da tempo l’economia globale è necessario creare una nuova classe di asset a partire dai servizi degli ecosistemi, poco conta se tutto ciò va fatto a discapito di gran parte delle persone e dell’ambiente stesso, ma di sicuro a vantaggio di fondi hedge , di privat e equity e delle banche di investimento alla ricerca di profitti sempre più elevati. Per internalizzarere i «costi ambientali» alla fine si sceglie una via ben poco democratica, poiché solo le élite finanziarie oggi al potere potranno scegliere come e a cosa «dare valore» in natura.

L’esperienza della prima «merce naturale» creata, ossia i permessi di emissioni, con annessi i relativi mercati finanziari globali, la dice lunga: le emissioni sono aumentate, così come i profitti di pochi.

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Economisti di Princeton contro le politche di austerità

«I deficit pubblici che osserviamo oggi sono una conseguenza e non la causa della crisi». Ecco la denuncia dell’errore di fondo, dell’equivoco generato dalle politiche di austerità, che un nutrito gruppo di economisti ha affidato alle pagine del Finacial Times.

Si tratta di una vera e propria petizione in cui i firmatari si prefiggono di intaccare quelle idee che, avendo ormai messo «radici nella coscienza pubblica», assicurano un consenso «all’eccessivo rigore delle politiche fiscali di molti paesi».
I tempi sono maturi, sostengono invece gli autori, perché gli economisti possano parlare direttamente ai cittadini e «offrire un’analisi più saldamente ancorata all’evidenza» dei problemi attuali, attraverso un manifesto.

«In un momento nel quale il settore privato è impegnato in uno sforzo di contenimento della spesa – dicono gli estensori del documento, tutti professori di Princeton e della London School of Economics – le politiche pubbliche dovrebbero agire come una forza stabilizzatrice, a sostegno della spesa».

Di fronte alla crisi dei mutui, i privati – continuano – hanno reagito razionalmente tagliando i nuovi finanziamenti per rimborsare quelli vecchi. Tuttavia, se ciò poteva essere logico su scala individuale, si è rivelato controproducente a livello collettivo, dato che non spendendo più nessuno, nessuno nemmeno più guadagna. Precisamente quel tracollo della spesa cui gli autori della
petizione sul Ft attribuiscono l’origine del peggioramento dei bilanci pubblici.

Che quindi si colloca alla fine del meccanismo a catena della sfiducia e non all’inizio. Un processo che, affermano i partigiani delle riduzioni di bilancio, solo il contenimento della spesa pubblica può riuscire a disinnescare. Layard e Krugman però sostengono che non ci sia niente di più falso. «Dall’esperienza – ricordano – non emerge alcun caso rilevante di questo genere».

Anzi, rincarano la dose, lo stesso «Fondo monetario internazionale ha studiato 173 casi di tagli di bilancio in singoli paesi e in tutti ha riscontrato che hanno avuto un effetto essenzialmente depressivo» sull’economia. Infine, gli economisti anti-austerity demoliscono quello che chiamano l’«argomento strutturale» avanzato dai loro colleghi favorevoli al rigore.

Secondo questi teorici della soluzione lacrime e sangue, un’espansione dell’offerta sarebbe impedita dal fatto che la produzione è in sofferenza, per ragioni di squilibrio interne al sistema, sul lato della domanda. Se fosse così però, ribattono Krugman e Layard, «la maggior parte delle nostre economie dovrebbe essere al massimo delle possibilità»: impossibile, con tassi di disoccupazione così alti.

L’intero testo della petizione è disponibile online sul sito del Financial Times.

FONTE: Nuovo Paese – Mensile della FILEF Australia

Scarica il numero di luglio della rivista in Italiano e Inglese
(8 Mb)

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Immagine: Dipinto di RENEE FABBIOCCHI – CLE.S.S.IDRA
per gentile concessione dell’autrice – Artista italiana in Monaco di Baviera

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