Ferrero, Revelli, Cremaschi, Vendola: pezzi di sinistra tra alternativa e sogni di opa sull’amebico PD
Paolo Fererreo alle forze di sinistra: “Siamo maggioritari, facciamo Syrizia”
Di Daniela Preziosi (da Il Manifesto)
“Ormai è chiaro, l’alternativa a Monti non nascerà con le primarie”. Il segretario del Partito della Rifondazione comunista: “Se non ci diamo unì’alternativa di sinistra resterà solo il populismo”. «Ha ragione Marco Revelli quando scrive sul manifesto: bisogna collocarsi fuori dalle compatibilità dell’attuale Europa in nome di una rifondazione, di una ricontrattazione dell’Unione. Chi ha fatto l’Europa così e chi ora la sta ridefinendo, popolari e socialisti, sta riconfermando la distruzione della civiltà europea, del welfare, dell’art.18».
Segretario Ferrero (del Prc, che aderisce alla Federazione della sinistra, ndr), però in Francia il Front de gauche ha sostenuto il socialista Hollande. Lei dice che anche i socialisti distruggono la civiltà europea?
Non dico che socialisti e popolari sono uguali: sono però varianti dello stesso indirizzo politico, quello che non mette in discussione l’impianto neoliberista. Prendiamo il fiscal compact: in campagna elettorale Hollande lo aveva contestato. Oggi già non è più in discussione. Il Front ha fatto bene ad appoggiarlo per sconfiggere Sarkozy, ma non è un caso che poi non è voluto entrare nel governo. Ha ancora ragione Revelli quando dice che serve una Syriza (la coalizione della sinistra greca, ndr) anche da noi: dobbiamo interpretare un sentimento che inizia ad essere maggioritario nella società.
Crede che in Italia una ‘Syriza’ sarebbe maggioritaria?
Sì. Le forze liberiste perdono egemonia perché ormai è chiaro che non funzionano. Se non ci diamo un’alternativa di sinistra, resterà solo il populismo di destra. O qualsiasi tipo di populismo.
Chiamarsi così nettamente fuori dalle compatibilità europee non spaventa l’elettorato, anche quello progressista, e i governi europei, anche di marca socialista, com’è successo a Syriza?
Syriza ha preso il 26 per cento, fino a tre mesi prima stava al 6: un risultato incredibile. Quanto ai governi europei, è vero che tifano per ‘gli amici’. Ma poi, come hanno fatto con la Grecia, non li trattano meglio. Per noi, come per Syriza, il punto non è uscire dall’euro, ma ricontrattare l’Europa. Ma implica uno scontro politico. Non c’è una via tranquilla alla ricontrattazione, si tratta di interessi imponenti. Prendiamo Monti che minaccia di non votare la Tobin tax: sarebbe solo un favore agli speculatori. Dovrebbe invece minacciare di non votare il fiscal compact. Dicendo: cari signori, noi non ci stiamo a farci uccidere. La Grecia è piccola. L’Italia è grande e lo sanno tutti che non può fallire. Loro ti tengono in vita per poterti succhiare il sangue. E Monti e Merkel giocano nella stessa squadra.
Pd e Udc pensano ad un’alleanza. Sel dice no alle alchimie senza programmi e Bersani apprezza. La rottura con Sel non sembra all’orizzonte.
A Nichi dico: il punto dirimente non è che il Pd si allei con l’Udc, ma che il Pd stia facendo le attuali politiche economiche: pensioni, art.18, tasse, e ora fiscal compact, che per l’Italia è un disastro.
Vendola ha già detto che non potrebbe allearsi con un Pd neoliberista, sotto l’eventuale leadership di Renzi.
Renzi o no, il Pd appoggia Monti. Anche nel Pasok non sono tutti liberisti. Ma hanno appoggiato quelle politiche. Finoccchiaro non è Renzi, ma ha elogiato la riforma del lavoro. Insomma, come in Grecia, da noi devono decidere se fare un’alternativa di governo o una forza di complemento.
Perché ce l’avete sempre con Vendola e non chiedete lo stesso rigore di analisi a Di Pietro?
Non è vero, faccio a entrambi lo stesso appello: costruire un polo della sinistra che intrecci Alba, i comitati, le associazioni, la sinistra sindacale, la sinistra oggi in larga parte fuori dai partiti. Con un programma di governo: perché mai i nostri punti – patrimoniale, tetto alle pensioni, abbattere le spese militari – non dovrebbero essere un programma per governare?
Lei e il suo partito, in diverse stagioni politiche avete invocato modelli esteri. ‘Fare come la Linke tedesca’, poi come il ‘Front de gauche’, ora come Syriza. La Linke non gode di ottima tenuta interna, il Front ha deluso alle legislative. Lunga vita a Syriza, ma non è provinciale invocare modelli vincenti ma evidentemente non perfetti?
Ho sempre proposto a casa nostra lo schema federativo, il cui vero modello sono le esperienze latinoamericane. Fronti, alleanze, come lo sono Izquierda unita spagnola, Syriza e il Front. Il discorso sulla Linke è complesso: resta un riferimento, ma oggi sconta l’egemonia di un discorso di Merkel che all’operaio suona circa così: ci salviamo solo con i nostri padroni. Comunque la vogliamo chiamare, il punto è costruire una sinistra antiliberista con modalità di partecipazione e allargamento oltre quelle dei partiti. Nessun partito può pensare di crescere su se stesso. In Italia ci sono milioni di persone di sinistra, ma non c’è una forma politica che riesca a convincerli.
Anche Di Pietro aspetta le scelte di Bersani. Voi aspettate Di Pietro?
Proponiamo un polo della sinistra e di organizzare a metà settembre una manifestazione contro il governo Monti e le politiche europee. Ma in un processo unitario, l’ultima cosa da fare è rivendicare primazie e mettere cappelli. Abbiamo ancora un po’ di tempo davanti. Luglio e agosto saranno i mesi di questa costruzione. Ma se serve una settimana in più per fare un passo avanti, aspetteremo.
Se invece tutto resta come oggi, parteciperete alle primarie?
No, noi siamo per mandare a casa il governo Monti. Se manca questo, mancano i presupposti della nostra partecipazione. Ed è ormai chiaro a tutti che l’alternativa non nascerebbe lì.
Fonte: http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/7940/
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Syriza e la sinistra europea
di Sinistra Critica
Syriza non ce l’ha fatta. Una campagna forsennata da tutta Europa, fatta anche di calunnie e menzogne, ha indotto i greci a dare un vantaggio ai conservatori che ora formeranno il governo con i socialisti del Pasok. Quelli che hanno rovinato i lavoratori e il popolo greco sono ora chiamati a salvarli. In realtà non faranno che aggravare la situazione.
Ma la battaglia non finisce qui. Lo straordinario risultato di Syriza è anche il capitale accumulato da una generosa lotta di resistenza fatta di scioperi, manifestazioni, scontri e conflitto diffuso e che ha visto nella proposta della Coalizione di sinistra un possibile punto di appoggio. La forza di Syriza, il suo essere esempio per la sinistra europea, non sta tanto nella formula politica tipicamente graca, con i suoi limiti e le sue specificità, ma nella sua capacità di tenuta, nell’aver resistito alle pressioni e aver indicato un’alternativa alle politiche della Troika a partire dall’annullamento del debito. Così come è stato significativo aver dimostrato che è possibile essere distanti e alternativi al socialismo moderato e liberale del Pasok così come di gran parte della socialdemocrazia europea.
In questo senso servirebbe una Syriza anche in Italia. Sul piano del programma, con il rifiuto delle politiche di austerità, l’annullamento del debito illegittimo, la riforma fiscale o la nazionalizzazione delle banche. E sul piano politico, con un progetto che spazzi via il liberalismo temperato di Bersani e soci e proponga un’altra strada. Non a caso il centrosinistra, Cgil compresa, si allinea alla vittoria dell’unità nazionale a Atene.
Noi pensiamo che questa ipotesi di lavoro sia un utile esempio anche per la sinistra sociale e politica in Italia sapendo che non esistono mai modelli da imitare. Un esempio sul piano dell’unità fra forze diverse, sul piano del rinnovamento e su quello della radicalità dei contenuti.
Ai sindacati di classe, ai comitati territoriali contro le devastazioni ambientali, ai centri sociali, gli studenti, i precari, il movimento delle donne, il movimento impegnato nei vari Pride, alle associazioni e ai collettivi e alle forze politiche disponibili a mettersi in gioco chiediamo di lavorare per una Coalizione sociale e politica che innanzitutto costruisca un movimento unitario e plurale, autorganizzato e democratico, radicale e combattivo. E’ questa la priorità assoluta per uscire dall’attuale stasi della resistenza all’austerità. Una coalizione non identitaria, né settaria, capace di parlare a tutto il mondo del lavoro, del precariato, di chi è colpito dalla crisi in tutte le sue varie espressioni e di realizzare un contrasto efficace e duraturo, il contrario di quanto fatto finora, al governo Monti e alle politiche della Troika.
E che discuta, senza feticci o ultimatismi ma anche senza complessi, della possibilità di rappresentare anche una alternativa sul piano elettorale. Una Coalizione anche in Italia ci sembra il modo più efficace per sostenere la lotta di Syriza che, contrariamente alle apparenze, è appena cominciata.
Esecutivo Nazionale Sinistra Critica
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2013, un nuovo inizio
di Marco Revelli
Non dimentichiamola troppo in fretta, la lezione greca. Ancora la scorsa domenica mattina il mondo – non solo l’Europa – sembrava appeso al voto di quella decina di milioni di elettori greci chiamati a scegliere tra la vita e la morte. Con i nostri quotidiani “indipendenti””a spiegarci, senza pudore – producendosi in un falso plateale – che ad Atene si sceglieva tra l’Euro splendente e la miserabile dracma. E la stampa finanziaria a disquisire di computer dei broker globali puntati sul fatidico “sell” che, in caso di vittoria dei “nemici dell’Europa”, avrebbero scatenato l’opzione fine del mondo dando inizio a una tempesta di vendite sui titoli di Stato dei paesi deboli (come il nostro), mentre in caso contrario il “buy” avrebbe polverizzato lo spread… e salvato il mondo! Abbiamo visto persino i virtuosissimi governanti di Berlino tifare scompostamente – alla faccia dell’intransigente etica protestante germanica – per quegli stessi politici di “Nuova democrazia” che appena qualche settimana fa accusavano (a ragione) di aver truccato i conti sul debito greco.
Così fino, grosso modo, alle 23 del 17 giugno. Poi, dalla mezzanotte, tutto è cambiato. Archiviata la vittoria degli amici dell’Europa, l’Europa ha voltato pagina (e spalle), come se nulla fosse stato: lo spread ha continuato a ballare sul filo dell’insostenibilità; la retorica dei compiti a casa è tornata a dominare a Berlino; i rischi per la zona euro hanno continuato a caratterizzare le esternazioni degli eurocrati di Bruxelles, i favori alla Grecia virtuosa sono passati in cavalleria.
Mentre i mercati, semplicemente, con un colpo di pinna e un nuovo arrotar di denti, spostavano un po’ più a ovest il tiro, mettendo nel mirino le banche di Madrid e, di rimbalzo, i conti di Roma… Non gli basta mai, verrebbe da dire… La distruzione distruttrice dei mercati (Schumpeter è lontano, quasi quanto Keynes), unita al default della politica su scala globale, procede su un piano inclinato in cui non sono previsti punti di rimbalzo. Non c’è decisione di popoli o di governi che tenga: indifferente a tutto, la trasformazione per via finanziaria di tutto ciò che è solido in materia gassosa (in ricchezza astratta) procede, inarrestabile, lasciando dietro di sé – come l’angelus novus di Benjamin – un panorama di macerie. I greci, alla fine, col loro voto ossequiente, si sono guadagnati un altro anno di vita da spendere al lavoro (e a svenarsi) per pagare ai propri creditori internazionali – in primis alle banche globali che hanno rischiato sul loro debito – interessi a due cifre, esattamente come le pecore di Trasimaco, allevate dai propri pastori per esser tosate ad ogni stagione, prima di farne carne per i banchetti rituali.
Tutto questo l’abbiamo capito già lunedì scorso. Ma non è l’unica scoperta (o conferma) del dopo-voto greco. Tra le pieghe della trattativa in punta di fioretto di questa densissima settimana – soprattutto dallo scambio di messaggi (più o meno subliminali) sulla proposta dei mini eurobond avanzata da Monti – abbiamo imparato per esempio un’altra verità sulla vera natura delle istituzioni finanziarie internazionali, e sul modo in cui i loro stessi fautori e supporters le percepiscono. Ce la rivela la tenace resistenza. opposta da tutti i governanti coinvolti, ad accettare formalmente gli aiuti del Fondo Salva-Stati. O a concepire soluzioni che facciano scattare il meccanismo che pone i beneficiati sotto il controllo della cosiddetta Troika. Che cosa significano i lampi di terrore che s’intuiscono dietro gli occhiali del nostro presidente dei consiglio, il vade retro satana stampato sul volto di Rajoy, se non il fatto che, nello stesso cuore della governance europea, le ricette dell’inevitabile
Memorandum che seguirebbe all’aiuto sono considerate mortali. Sanno benissimo, evidentemente, che quelle condizioni – le stesse, appunto, che in meno di un biennio hanno condotto la Grecia sull’orlo del medioevo, e che continuano a figurare nei manuali del Fondo monetario internazionale e della Bce – portano alla morte sociale i Paesi che sono costretti a sottomettervisi. Sono consapevoli – pur avendo contribuito a fissarne i codici di comportamento e pur aderendovi ideologicamente – che la Troika – come le Gorgoni del mito – trasforma in pietra chi ha la sventura di doverla guardare negli occhi…
La verità, sempre più evidente a tutti, e tuttavia non detta da quasi nessuno, è che dentro quel paradigma –
dentro il paradigma che domina a Francoforte e a Bruxelles e che non trova oppositori significativi in quasi nessun parlamento nazionale – non c’è soluzione possibile. La crisi può essere protratta, dilazionata, controllata temporaneamente, ma non risolta. «Ad Kalendas graecas soluturos» dice Svetonio che fosse solito ripetere l’imperatore Augusto… – «i debiti saranno saldati alle Calende greche» – per indicare una dilazione all’infinito, dal momento che i greci non possedevano il concetto romano delle Calende (il primo giorno del mese, quello in cui si era soliti onorare le promesse). Lo stesso vale per la promessa europea della ripresa dopo il purgatorio del rigore. Dentro questo modello – che orienta la metafisica influente dell’establishment politico e finanziario europeo – la soluzione verrà… alle Calende Greche. O, per dirla nella lingua della Merkel, «Zu dem juden Weihnachten»: al «Natale ebraico».
Di questo, sono convinto, ci si dovrebbe preoccupare in primo luogo quando si ragiona sul nostro 2013, se si vuole collocare il problema politico del nostro Paese nella sua dimensione effettiva (che è alta, da «grande politica», direbbe Tronti), e se vogliamo sottrarci al provincialismo un po’ umiliante dell’attuale dibattito sulle primarie (di partito o di coalizione o di programma, con la foto di Vasto strappata o rappezzata, con Renzi o senza Renzi, e via degradando…): della necessità di “pensare” un paradigma alternativo a quello che domina oggi in modo totalitario – con il totalitarismo finanziario che caratterizza l’epoca – l’orizzonte europeo. Non l’alternativa triviale tra stare dentro o uscire dall’Europa – che è il modo con cui i nuovi totalitari ci impongono la loro immagine del mondo come l’unica concepibile – ma in quale Europa vogliamo stare. E del come difendere il modello sociale europeo – l’unico miracolo, in fondo, ascrivibile al nostro continente dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale – dalla devastazione che i governanti europei ne hanno prodotto nell’ultimo biennio. E neppure – voglio aggiungere – l’alternativa misera tra la difesa dell’Euro o il ritorno alla moneta nazionale (lasciamola a Berlusconi…), ma al contrario in quale moneta europea stare, come renderla compatibile con la difesa del sistema di garanzie sociali congruenti con un’idea accettabile di società giusta, come ripensarla, dal momento che questo euro (che non è l’unico euro concepibile) non funziona.
Questo significa, non c’è dubbio, porsi fuori dal quadro di compatibilità che costituisce il dogma dell’Europa attuale (e della politica italiana prevalente). Rompere con la logica dei Memorandum, effettivi o minacciati. Anzi, porre la rottura di quella logica (e la sua ri-negoziazione collettiva, in solido con un fronte ampio di paesi) come discriminante irrinunciabile per qualsiasi progettualità condivisa e per qualsiasi politica delle alleanze. Su questo non sono più possibili illusioni: se neppure il professor Mario Monti, che è uno di loro, che ne gode della fiducia come solo tra sodali è possibile, e che ne conosce ogni piega del carattere, ogni dettaglio del linguaggio, non è riuscito finora a spostare neppure di un millimetro l’intransigenza tetragona dei campioni della tripla A, da Angela Merkel a Olli Rehn, questo significa che i margini di manovra stanno a zero, o quasi. Che se anche in un qualche vertice europeo si riuscisse a strappare qualche punto a nostro vantaggio, questo ci consentirebbe tutt’al più una dilazione, ma non una soluzione. E che se si vuole sperare di uscirne vivi, bisogna pensare, rapidamente, in termini culturali in primo luogo, e nella sua articolazione politica, un paradigma alternativo che non si esaurisca nella finanza ma coinvolga una visione ampia e altra.
Qui non si tratta di primarie. Si tratta di strategia (ed eventualmente di tattica). Come e con chi (e a quali condizioni) avviare un processo costituente che abbia il peso e la consistenza dell’alternativa allo stato di cose presente. Quando Syriza avviò il proprio percorso verso la sfida elettorale, non si presentò alle primarie con il Pasok e Nuova democrazia. Tracciò una linea netta con la parte corrotta del quadro politico e con i segmenti falliti dello stesso passato dell’intera sinistra greca (compreso il proprio). Pensò, davvero, a un nuovo inizio.
Il nostro 2013 sarà, inevitabilmente un nuovo inizio – se non altro perché i tecnici scadono dal loro mandato. Tanto vale prenderlo sul serio, e lavorare fin da ora al programma di una progettualità politica che sia davvero, e senza mascheramenti, nuova. Nei contenuti, nelle alleanze, ma anche nelle forme, nel modo di interpretare la propria vocazione politica, e la natura della rappresentanza. Alba incomincerà questa riflessione il prossimo fine settimana a Parma, sapendo che non c’è tempo da perdere. Che almeno l’avvio di questo processo non può essere rinviato… alle Calende greche.
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Articolo 18, un voto costituente
di Giorgio Cremaschi
L’approvazione della controriforma del lavoro con voto di fiducia cambia definitivamente il quadro sociale e politico del paese, e’ un atto costituente.
Sul piano sociale la legge sanziona il successo del modello Marchionne. Che paradossalmente si afferma in tutto il paese proprio mentre in fiat sta fallendo il progetto di rilancio industriale. Non e’ un caso.
Il progetto imposto a Pomigliano due anni fa rappresentava infatti non solo un modello per la fiat, ma un via indicata a tutte le forze dominanti per affrontare la crisi scaricandola sul lavoro. E come tale si e’ affermato grazie al governo Monti e alla Bce. Questa via chiede all’ Italia di stare sul mercato diventando un paese low cost, con precarietà, supersfruttamento, distruzione dei diritti sociali.
La legge Fornero rappresenta il culmine ideologico del progetto di controriforma sociale che costruisce questa via. Con essa la precarietà del lavoro diventa permanente per tutte e tutti e lo statuto di lavoratori viene sostanzialmente abolito. Dopo questa legge in tutti il luoghi di lavoro cresceranno arbitrio e oppressione, l’Italia sarà ancora più ingiusta e la sua democrazia ancora più evanescente. (…)
Ma ci saranno anche effetti sul sindacato e sulla politica. La Cgil subisce qui la sua più grave sconfitta del dopoguerra, tanto più dura perché il principale sindacato italiano non ha lottato davvero per evitarla.
Sul piano politico e’ evidente che il voto in parlamento suggella la fine del centrosinistra classico, per dirla con Vendola, a favore di quello montiano allargato a casini.
Allora su entrambi i fronti, sindacale politico, bisogna costruire la risposta e l’alternativa.
Sul piano sindacale bisogna operare per l’unità di tutte le forze che dentro e fuori la Cgil, dicono no a Monti e a Fornero, per ricostruire la forza del sindacalismo di classe. . Questa unità e’ incompatibile e alternativa a quella con Bonanni ed Angeletti, che invece difendono la controriforma così come stanno con Marchionne.
Sul piano politico bisogna costruire a sinistra l’alternativa al Pd e al suo sistema di alleanze, come e’ avvenuto in Grecia rispetto al Pasok.
Questi due processi avranno sicuramente tempi e modalità diverse, ma ci saranno perché sono necessari.
Coloro che dicono sì alla controriforma Fornero stanno dall’altra parte, e noi dobbiamo ricostruire la nostra parte contro di loro.
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Bisogna costruire Syriza anche in Italia
di Paolo Ferrero
Il risultato delle elezioni greche segna una vera novità nella situazione europea. Per la prima volta una forza di sinistra contro le politiche di austerità europee, dichiaratamente antiliberista e anticapitalista, raggiunge una percentuale del 27% e complessivamente le forze della sinistra antiliberista arrivano attorno al 40%. Lo fa in nome di un’altra Europa, di una Europa democratica basta sui diritti sociali e civili, dove il rovesciamento delle attuali politiche europee non è finalizzato ad un nuovo nazionalismo ma ad una nuova Europa.
Il messaggio che ci viene dalla Grecia è quindi un messaggio di speranza perché ci parla della possibilità di rovesciare le folli politiche neoliberiste. Sarebbe infatti sbagliato pensare che la vicenda greca sia chiusa con queste elezioni. Oggi, in virtù di una legge elettorale maggioritaria Nuova Democrazia può formare il governo ma tra qualche mese, quando sarà chiaro che la situazione è destinata a peggiorare, la situazione sarà molto più bollente. In questa condizione, pensare che il governo che verrà formato in questi giorni sia destinato ad aprire una fase di stabilità per la Grecia è una pura illusione. Anche perché la Merkel ha già pensato bene di spiegare a tutti che non farà sconti al governo greco. Come abbiamo visto nel caso spagnolo, questi delinquenti che governano l’Europa, sono disponibili a mettere risorse (100 miliardi) per salvare le banche, ma non sono disponibili a permettere alla BCE di salvare gli stati, cioè i popoli. Le banche vengono salvate, le famiglie no.
La situazione greca è quindi tutt’altro che stabilizzata e nei prossimi mesi Syriza è nelle condizioni di costruire – da sinistra – una opposizione sociale, politica e culturale alle politiche europee, ponendo le condizioni per un deciso cambio di marcia. In altre parole la Grecia ci dice che è possibile anche in Europa avviare un percorso come quello imboccato negli ultimi decenni dall’America Latina, in cui le politiche neoliberiste sono state sconfitte e con esse buona parte delle forze politiche che le proponevano.
Il punto è di non lasciare isolata la sinistra greca. La Grecia da sola non può cambiare l’Europa, serve il contributo di tutti, a partire dal nostro. Per questo è necessario costruire anche negli altri paesi europei una sinistra antiliberista che abbia due caratteristiche fondamentali:
In primo luogo di essere molto netta nelle posizioni contro le politiche di austerità europee. Non si tratta quindi di fare qualche emendamento – come propongono il Pd e i partiti socialisti – ma di rovesciare radicalmente l’impostazione economica e sociale: occorre demolire la speculazione, ridistribuire reddito e costruire un intervento pubblico in economia finalizzato alla riconversione ambientale e sociale dell’economia. Si tratta di costruire una sinistra che individuando chiaramente l’avversario da battere nella finanza e nelle multinazionali, riesca a raccogliere i disoccupati, i pensionati, i lavoratori e le lavoratrici, gli artigiani, i commercianti, i piccoli imprenditori. Si tratta cioè di fare un sinistra che per la chiarezza degli obiettivi difenda gli interessi della maggioranza della popolazione.
In secondo luogo si tratta di fare un sinistra che superi i confini delle attuali organizzazioni politiche. Per questo penso che il nostro compito sia quello di costruire una Syriza italiana, di dar vita ad un processo di aggregazione paritario tra tutti coloro che ritengono necessario costruire questo polo di sinistra, autonomo dal Pd e dal centro sinistra.
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Vendola: «Con il centro è possibile l’alleanza, ma non la resa»
Di Simone Collini (da L’Unità)
Bersani da tempo propone un patto di governo ai moderati e ora Casini risponde in modo affermativo. Proviamo a chiedere a Nichi Vendola se siamo sulla strada giusta e il leader di Sel risponde d’impeto: «Non è la mia strada, non è la strada su cui Sel si potrà incamminare».
Nel senso che chiudete le porte a un eventuale accordo con l’Udc?
«No, noi non abbiamo mai posto obiezioni alla prospettiva di un allargamento della coalizione di centrosinistra o di un punto di compromesso con i cosiddetti moderati. Ma la prima cosa che è indispensabile fare è ricostruire il centrosinistra, scrivere la sua carta dei valori, rendere percepibile qual è il minimo comun denominatore che lo tiene insieme. Altrimenti l’idea è che la sinistra si arrende al centro».
Perché dice “ricostruire” il centrosinistra?
«Perché è vero che a livello di enti locali governa tanta parte del Paese, però da troppo tempo non ha una sua proiezione nazionale, un suo luogo, una sua agenda. Molte volte ho fatto presente che c’è la necessità di riaprire quel cantiere, ho proposto di affrontare nel modo giusto il tema dell’allargamento».
E quale sarebbe?
«Dobbiamo caricarci sulle spalle la rappresentanza di un mondo più variegato, mapartendo dalla centralità delle giovani generazioni e del lavoro dipendente, dobbiamo allargare innanzitutto ai movimenti sociali, a coloro che sono i veri protagonisti della più radicale critica del berlusconismo come il movimento delle donne. In questo quadro si può dialogare con le culture politiche democratiche che sono nel campo del moderatismo ».
Anche Bersani però ha proposto un confronto programmatico aperto all’associazionismo per definire una “carta d’intenti” e una coalizione che vi si riconosca, che poi attraverso le primarie scelga il suo candidato premier: dov’è la differenza con quello che dice lei?
«Nei fatti. Io sono sbalordito, non capisco più».
Cos’è che non capisce?
«Le primarie cosa sono? Tra chi sono? Tra Bersani e Renzi? Perché se sono il congresso del Partito democratico io sono semplicemente curioso di attenderne l’esito. Se l’opzione è tra un Pd socialdemocratico e un Pd liberista sono interessato a un’alleanza con la prima ipotesi e mi sento alternativo alla seconda. Nulla di più».
Insomma serve un discorso programmatico prima di tutto?
«Serve un discorso di chiarezza. Il campo dei progressisti è nebuloso, mentre quello dei moderati è ben visibile. Il centrosinistra esiste se nella sua agenda di governo si prospetta un avanzamento su piano sociale e dei diritti civili. Mi pare invece che non sia neanche cominciata su questo l’interlocuzione. Con Buttiglione che, per esempio, preannuncia il fronte dei nemici delle unioni civili quale sarà il compromesso possibile?».
L’interlocuzione si aprirà, se è vero che da Letta a Franceschini, sono diversi nel Partito democratico ad auspicare una coalizione che vada da Casini a Vendola, per citare le loro parole,che sta dimostrando cultura di governo: non le basta?
«No perché io avrei salutato con soddisfazione l’apertura di un’interlocuzione nel merito della crisi italiana, del bisogno di mettere in campo un modello di sviluppo alternativo. Io non mi accontento del riconoscimento della mia buona educazione. Né ho un problema mio o di collocazione di un ceto politico. Ho il problema di un progetto di alternativa. Vorrei che il discorso riprendesse dalle fondamenta, da un’analisi della crisi dell’Europa e dell’Italia, dalla denuncia delle politiche liberiste che hanno strozzato il welfare e portato l’Unione nei marosi della recessione. Su questo si può tessere una tela larga. Però finora mi sembra prevalente la dimensione dell’alleanzismo di palazzo».
Cosa pensa del fatto che il Pd dica a Di Pietro o cambi registro o niente alleanza?
«Nelle intemperanze di Di Pietro c’è il segno dell’incerta esistenza del centrosinistra, c’è un deficit di dialogo, di tessitura comune. Ci sono cose che non condivido di Di Pietro, dovremo discutere. Ma se c’è una coalizione, ci sono anche regole di convivenza, se invece tutto è aleatorio, ognuno prova a occupare gli spazi che pensa più utili».
Nel Pd è posizione comune che la foto di Vasto sia superata: secondo lei?
«Con la foto di Vasto abbiamo consegnato alla politica un ragionamento. Il punto era che quella foto, quell’alleanza era insufficiente, non rappresentativa di tutte le culture che è necessario convocare per mettere in piedi un sommovimento democratico che possa aiutare l’Italia a uscire dal berlusconismo e dalla crisi».
Qualcuno già si turba all’idea di ipotetici ministri vendoliani: lei che dice?
«Che quelli reali stanno turbando la vita di milioni di persone. Passera è il ministro delle incompiute e la Fornero sta battendo tutti i record di gaffe fatte in pubblico.E soprattutto alle gaffe seguono anche scelte politiche che considero disastrose».
Questo governo ci ha impedito di finire come la Grecia, dice chi lo sostiene.
«Ma di cosa parliamo? Dove sta oggi in Italia la costruzione di una politica che agganci il corpo del Paese mentre precipita dentro il burrone? Non voglio fare battute scostumate ma questo è un governo tutto chiacchiere e distintivo. Pur con lodevolissime eccezioni, alcuni ministri gran lavoratori, che ci stanno mettendo un grande impegno, come Barca, ma questo è un governo che si sta avvitando su se stesso. Come dimostra questa fiducia, in un Paese in cui aumentano tutti gli indicatori negativi, la disoccupazione, la deindustrializzazione, per sfregiare l’articolo 18».
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VENDOLA – «NOI NON CI SUICIDIAMO. LA SINISTRA STAVOLTA VUOLE VINCERE DA VIVA» «PD-UDC? UNA RESA COSÌ NON CI STO»
INTERVISTA – Daniela Preziosi (da Il Manifesto)
«Pronti a lavorare su un programma senza veti, pronti al compromesso, ma non siamo gregari. Abbiamo un arretrato di diritti civili e sociali, un’idea di governo deve partire da lì»
Presidente Nichi Vendola, Bersani e Casini si trovano d’accordo su un patto fra «le forze progressiste e quelle democratico-costituzionali». Il suo partito, Sel, è interessato?
È sempre più difficile trovare il bandolo della matassa di una politica vissuta come pura alchimia, indifferente ai problemi, ai dolori, alle speranze della società. Se qualcuno pensa che Sel sia aggregabile a un polo neomoderato fondato sull’alleanza strategica fra Pd e Udc, spiace deludere, si sbaglia. Non siamo gregari di un’ipotesi che non metta in campo una proposta forte e chiara di alternativa al ‘paradigma Monti’.
Voi sarete comunque contro Monti?
La mia prospettiva è «contro Monti». Quella di Bersani è «oltre Monti». Quella di Casini è «Monti dopo Monti». Ed è importante: questo paradigma ha a che fare con l’analisi della crisi e con l’idea di ricostruzione del profilo economico-sociale di un continente devastato dal mucchio selvaggio dei finanzieri, degli speculatori e dei tecnocrati di scuola liberista. Ma com’è possibile immaginare, nel cuore di una crisi così drammatica, un discorso così politicistico? In questi anni mi sono battuto perché il centrosinistra vivesse e fosse il campo di una ricerca larga, di un’interconnessione fra politica e società, fra partiti – la foto di Vasto – e movimenti critici che molto più dei partiti hanno smascherato le malefatte del berlusconismo. Senza steccati o veti. Si può immaginare l’allargamento ai moderati. Ma così si consegna loro la cifra culturale di una coalizione. Che rischia di essere solo uno stimolo all’antipolitica.
Però Casini e Bersani a lei fanno molti complimenti. Criticano invece Di Pietro. Sarebbe accettabile per voi un’alleanza senza Idv?
Ci sono cose per me incomprensibili. Si comincia a parlare di primarie. C’è un leader, come il sindaco di Firenze, che è una variabile estremista del liberismo. E un altro, come Bersani, che è un amabile socialdemocratico. Ma queste non sono primarie, è il congresso del Pd. E io non sono interessato a partecipare: se Renzi rende maggioritaria l’anima liberista del Pd, ne traggo le conseguenze.
Quali conseguenze?
Io sono antagonista ai liberisti ovunque collocati. Per lo meno nella stessa modalità delle forze del socialismo europeo. Quindi torniamo alle primarie: intese come sommovimento democratico, e non somma dei partiti, presuppongono l’esistenza di una coalizione, di una carta di valori. Ci possono essere delle varianti, ma in un contesto comune. Invece la coalizione non c’è. Vinciamo le amministrative insieme, ma il centrosinistra viene degradato al rango di una coalizione territoriale. Ed io mi vedo cooptato, fra il dileggio e il reclutamento, in un progetto in cui non si parla di come uscire dalla palude della destra. E dalle secche di un governo fallimentare: ci troviamo alcuni ministri fondamentali che sono gaffeur impagabili. Passera è il ministro della paralisi industriale, Fornero assomiglia al ministro dei temporali di Antonio Albanese. Lo dico agli innamorati dell’efficientismo: sono tra i peggiori ministri mai avuti, incapaci di affrontare anche uno solo dei dossier sul tavolo. Quindi vorrei fare una domanda a Bersani.
Prego.
Qual è la base programmatica e ideale dell’incontro con Casini? L’Italia ha un arretrato sui diritti civili e sta arretrando sui diritti sociali. Il minimo che si può chiedere all’agenda del più pallido ed edulcorato centrosinistra è un avanzamento su questi due terreni. Se no perché mettere la parola sinistra?
Domani lei ha convocato una conferenza con Di Pietro. Cosa annuncerete?
Molti ci chiedono un’iniziativa. Sono affezionatissimo alla prospettiva del centrosinistra per governare il paese. Posso lavorare per costruire una piattaforma di compromesso. Ma il rischio oggi è l’ennesima resa della sinistra al centro.
Di Pietro però provoca. Ha dato un ennesimo ultimatum a Bersani: o va alla festa dell’Idv a settembre e si scatta una nuova ‘foto di Vasto’, o è rottura.
Le intemperanze di Di Pietro sono figlie di questo vuoto: non c’è un luogo, un gruppo di lavoro, un telaio per costruire una tela comune. Poi, certo, la sensazione di essere un inquilino indesiderato produce atteggiamenti conseguenti. Ma dico: tutti mettono i voti al discolo Di Pietro: invece il caravanserraglio dei moralisti, degli omofobi, dei neoconfessionali, dei neocatecumenali, dei liberisti a oltranza, gode sempre di indulgenza plenaria? Vogliamo parlare delle intemperanze della ministra Fornero? Quelle di Di Pietro turbano il palcoscenico della vita pubblica, quelle della ministra turbano la vita di milioni di famiglie. Perché per me dev’essere normale allearmi con Buttiglione? Ripeto: sono pronto a lavorare a un compromesso, ma non a una resa. Pd e Udc non sono un centrosinistra allargato, sono un ibrido neomoderato. L’Udc ha un riferimento europeo certo in Angela Merkel.
Quale linea seguirebbero Pd e Udc in Europa? Il montismo?
Il montismo è un tentativo flebile di correzione della linea demenziale di Merkel. La ricerca fra la linea che porta alla deflagrazione dell’Europa e la lenta rianimazione è destinata al fallimento. La crisi propone un’alternativa. Come sinistra dobbiamo alzare la bandiera degli Stati uniti d’Europa.
Prima di dire sì a Casini, Bersani aveva confermato le primarie. Ma in una data lontana e indefinita.
Sembra che il Pd si ostini a non capire quanto profonda e radicale sia la richiesta di cambiamento. Basta vedere quello che è successo nelle città. O nei referendum: dai 27 milioni di sì all’acqua come bene pubblico alle norme montiane il passaggio è contradditorio. Fin qui il centrosinistra ha vinto suo malgrado.
Oggi lei sarà a Bruxelles al forum su «un’altra strada» per l’Europa. Di fronte a quest’assemblea potrà prendere l’impegno di portare quest’altra strada in un eventuale governo con il Pd?
I partiti non sono mummie. Tante delle culture del popolo democratico sono decisive per costruire il cambiamento. Leggendo l’Unità a me capita di provare una strana e beffarda sintonia. Mi chiedo: con alcuni lettori ‘autorevoli’ di quel giornale c’è la stessa sintonia? Così quando leggo il quotidiano della sublime schizofrenia del centrosinistra (Repubblica, ndr): di spalla trovo le bellissime analisi degli intellettuali più robusti del mondo. In apertura invece ci sono gli editoriali politici del pensiero unico, persino ingiuriosi nei confronti di chi ha idee diverse.
E se l’apertura di Casini a Bersani fosse solo una tattica per alzare il prezzo di un’alleanza con il Pdl?
Non sono un dietrologo. Mi interessa capire qual è la loro idea per uscire dalla crisi. Vorrei discuterne fuori dalle dinamiche di palazzo, non come antichi e post-moderni alchimisti.
Di Pietro è tentato da un quarto polo. La sua Sel?
Sono certo che Di Pietro lavora per il centrosinistra. Poi se qualcuno ne prevede l’estinzione, bisogna consentire a chi viene escluso di essere riottoso. Succede anche me: qualche volta mi si vuole alleato ma suicida. Fin troppe volte è stato chiesto alla sinistra di suicidarsi per vincere. Credo che questa volta la sinistra voglia vincere da viva.
Da sinistra c’è chi le chiede di fondare la Syriza italiana. Ci stareste?
In Italia non esiste né Syriza né il partito socialista francese. Rischia invece di esistere la coalizione fra Pasok e Nuova democrazia. Sarebbe una prospettiva catastrofica per il paese.














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