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Nessun tracollo della Merkel che prosegue nella linea del rigore. Sempre molto alta la sua popolarità. Il dilemma SPD

di Massimo Demontis (Berlino)
I cristiano-democratici della CDU hanno incassato una clamorosa sconfitta nelle elezioni nel Nordreno-Westfalia, il Land più popoloso e più industrializzato della Germania colpito da una crisi profonda (si pensi a tutto il bacino della Ruhr).È pero sbagliato ricavarne subito l’equazione che il voto nel Nordreno-Westfalia abbia travolto la Merkel e la sua politica di austerità e rigore ad oltranza.

È più giusto dire che sotto l’egida Merkel si è consumata l’ennesima bruciatura di un cavallo di razza della CDU, l’umiliazione di un suo pupillo accreditato come una delle speranze dei cristiano-democratici e successore in pectore della cancelliera. La pesante sconfitta di Norbert Röttgen non dispiacerà a Ursula von der Leyen, e la ministra del Lavoro non fa nulla per nasconderlo, sua rivale interna per il dopo-Merkel.

Tornando ai risultati elettorali del Nordreno-Westfalia, le analisi del voto confermano un elemento costante dalla fine del governo rosso-verde di Gerhard Schröder: l’SPD è considerato un partito che ha abbandonato e tradito i propri ideali socialdemocratici. In questo giudizio pesa la scelta di introdurre alcune riforme che hanno avuto effetti importanti, in particolare la riforma del mercato del lavoro, la riforma Hartz IV e l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni.

Il buon risultato dell’SPD nelle elezioni di domenica è dovuto alla personalità della sua candidata Hannelore Kraft e alla fiducia che è riuscita a costruire attorno alla sua figura. La Kraft ha “risvegliato e mobilitato” l’elettorato socialdemocratico dicendo cose di sinistra, per usare una terminologia molto in voga in Italia, riuscendo per un momento a far dimenticare le posizioni ondivaghe dell’SPD nazionale. La vittoria dell’SPD è principalmente la vittoria della candidata locale Hannelore Kraft. Il suo successo dimostra ancora una volta, se per caso ce ne fosse bisogno, quanto pesi la scelta del candidato. Perché in fondo è la vittoria di una persona, molto meno quella di un partito. Senza la Kraft, aiutata dagli errori e dalla campagna elettorale sbiadita di Röttgen, l’SPD non avrebbe probabilmente avuto un risultato così buono. I programmi di partito non li legge più nessuno e tra CDU e SPD non ci sono o non si percepiscono, almeno al momento, grandi differenze.

Ha vinto dunque la candidata che ha saputo suscitare maggior fiducia nell’opinione pubblica, interpretare meglio gli umori di un elettorato sempre più “volatile” e sempre meno vincolato alle appartenenze di partito. A differenza di Norbert Röttgen, apparso agli elettori poco affidabile e poco convincente, la Kraft aveva ripetuto più volte di voler governare sino alla scadenza del mandato proseguendo la breve esperienza rosso-verde. Röttgen invece non aveva mai dichiarato apertamente di voler fare il capogruppo nel Nordreno-Westfalia, lasciando intendere – in caso di sconfitta – di preferire la poltrona di ministro dell’Ambiente.

Considerati i tempi di relativa magra per l’SPD in termini di consensi (sondaggi oscillanti tra il 27 e il 30 per cento) e i tempi bui del crollo al 23 per cento nei sondaggi nazionali, si potrebbe quasi azzardare che quello del Nordreno-Westfalia è un risultato straordinario, che ricorda i bei tempi in cui il Land era per l’SPD quello che l’Emilia-Romagna o la Toscana erano per il PCI.

Con Röttgen la CDU perde una delle sue ultime figure di rilievo. Prima di lui sono usciti di scena governatori di regioni importanti come Christian Wulff (poi diventato Presidente della Repubblica, dimessosi a causa di uno scandalo), Roland Koch, Jürgen Rüttgers, Stefan Mappus e Günther Öttinger, alleati e allo stesso tempo rivali della Merkel. Guardando in prospettiva non si vede chi possa essere il Kronprinz o Kronprinzessin, il principe ereditario della Merkel, se non forse il ministro del Lavoro Ursula von der Leyen. Ma questa è musica per il futuro.

Sbaglia chi pensa, come scrivono e dicono molti giornali e telegiornali esteri leggendo il risultato delle elezioni in modo interessato e non con gli occhi dell’opinione pubblica tedesca, che Angela Merkel sia stata travolta dalle elezioni del Nordreno-Westfalia e che sia uscita sconfitta la sua linea di rigore di bilancio ad oltranza. Sbaglia per alcuni incontestabili motivi.

La Merkel è ancora il politico più amato dai cittadini tedeschi. L’elettorato ripone la sua fiducia nella cancelliera, che nei sondaggi distanzia nettamente qualsiasi politico dell’opposizione. Per i tedeschi di qualsiasi colore la Merkel è la custode dei “soldi dei tedeschi” contro lo “sperpero” dei paesi non virtuosi che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità. È ancora alta, molto alta, la fiducia nella Merkel.

Per ora non si ha sentore di un sensibile mutamento di umore nell’opinione pubblica e non si avverte il formarsi di un’ampia opposizione alla sua – e a quella della Bundesbank – politica di rigore contabile. Escluse le voci di alcuni economisti che denunciano il rigore fiscale come cappio per le economie dei paesi in recessione, di una parte del sindacato e della Linke, che però in questo momento giace in sala rianimazione della politica tedesca attaccato ad una macchina dell’ossigeno.

Non sarà semplice per l’SPD sconfiggere la Merkel quando nel 2013 si andrà al voto. I socialdemocratici rischiano di essere percepiti dall’opinione pubblica come il partito della spesa irresponsabile, dello sperpero dei soldi dei tedeschi, delle tasse e delle concessioni ai paesi “spreconi”. Dopo la vittoria di Hollande, anche in Germania la sinistra dell’SPD prova sommessamente a chiedere a Gabriel e Steinmeier un cambiamento di rotta: un’opposizione più dura alla cancelliera, il rinvio all’autunno dell’approvazione del pareggio di bilancio, una tassa sulle transazioni finanziarie e gli eurobonds. Scelta rischiosa per l’SPD, scrive lo Spiegel online. Perché la Merkel e i giornali del gruppo Springer già si sfregano le mani additando l’SPD come partito che mette in crisi la stabilità dell’Europa, che sceglie la politica della spesa facile e dello sperpero di soldi pubblici tedeschi.

Solo un aumento della pressione da parte dei leader dei paesi europei nei confronti della Germania potrebbe forse indurre la cancelliera, ma non è detto, a cambiare la linea del rigore. Oggi la Merkel incontrerà Hollande e allora si vedrà quanto sia disposta ad arretrare dalla sua linea rigorista, ammesso e non concesso che voglia farlo, e quanto il nuovo presidente francese sia disposto a far la voce grossa per rinegoziare il fiscal compact e imporre misure a favore della crescita. Nelle prossime settimane si capirà anche se Hollande dovrà rimangiarsi alcune delle sue promesse elettorali o se invece riuscirà a creare un asse europeo anti rigore tout court.

Chi si attende contraccolpi o dietrofront nella politica tedesca non ha fatto bene i conti con la popolarità della cancelliera e con la sua determinazione rigorista, ribadita ieri nonostante l’ammissione della sconfitta nel Nordreno-Westfalia.. La partita per la Merkel è ancora tutta da giocare e in realtà il problema più grosso ce l’ha l’SPD.

Per l’opinione pubblica e per l’elettorato socialdemocratico deluso, perso negli anni post era Schröder, l’SPD non ha un profilo nitido, inequivocabile, visibile e non è più il partito della “kleine Leute”, della gente comune. L’SPD nell’immaginario pubblico è la riforma Hartz IV e la pensione a 67 anni, vale a dire il  tradimento della tradizione socialdemocratica. Exploit in Nordreno-Westfalia a parte, l’SPD ha attualmente un appeal inferiore a quella dei Piraten, non raccoglie voti tra i giovani, tra i delusi che ancora disertano le urne, e non intercetta il voto in libera uscita della Linke.

 

IL DILEMMA SPD

L’SPD non ha ancora deciso cosa fare da grande. Il partito è diviso sull’innalzamento del livello di scontro con la Merkel, sul fiscal compact, sulla tassa sulle transazioni finanziarie, sull’innalzamento dell’aliquota di tassazione per i redditi più alti, sulle pensioni.

A gennaio il presidente del partito Sigmar Gabriel aveva dichiarato che la campagna elettorale dell’SPD alle prossime elezioni politiche non sarebbe stata contro la Merkel.

Partito di governo o macchina da guerra, questo è il dilemma. Di immagine. La paura di perdere, andando a sbattere contro il muro di popolarità della cancelliera, è quasi palpabile e le divisioni fra i tre possibili candidati SPD alla cancelleria, Peer Steinbruck, appoggiato da Gerhard Schröder e da Helmut Schmidt, Sigmar Gabriel, e Franz-Walter Steinmeier, capogruppo in Parlamento, non aiutano a fare chiarezza.

A un anno dalle elezioni, l’SPD continua a rinviare la scelta del candidato all’inizio del 2013. O della candidata se la popolarità di Hannelore Kraft dovesse crescere e se una parte del partito le chiedesse di farsi carico della candidatura nonostante la promessa fatta all’elettorato di governare il Nordeno-Westfalia sino a fine mandato. Scelta che influenzerà il programma del partito e la sua strategia elettorale.

Steinbrück è un animale politico dotato di carisma e di una retorica imponente che talvolta sfocia nell’arroganza quando esprime la sua opinione senza mezze parole. Il suo stile cosa risulta antipatico a larghe fasce di elettori. Già ministro delle Finanze del governo Merkel nella Große Koalition, Steinbrück è per l’inserimento in Costituzione del vincolo di bilancio, a favore di un aumento delle tasse per consolidare le casse dello stato e quelle dei comuni e per investire nella scuola e nella formazione. In perfetta linea di continuità con Schröder, Steinbrück difende la riforma Hartz IV e la pensione a 67 anni. Vorrebbe gli Eurobonds, pensa ad un „piano B“ per la Grecia, vale a dire prepararne l’uscita dall’Eurozona in caso di non rispetto degli impegni da parte di Atene e non gli dispiacerebbe una nuova Große Koalition. Per Steinbrück Hollande è „naiv“, ingenuo, se pensa davvero di voler rinegoziare il patto di stabilità, ma in fondo si tratta solo di strategia elettorale. Steinbrück, e tutta la destra del partito, non vedono Hollande di buon occhio perché il suo programma sarebbe in alcune parti utopico e troppo di sinistra. L’ex ministro delle Finanze considera le risoluzioni del partito come superflue. Fra i tre è quello che nell’opinione pubblica gode del gradimento più alto.

Anche Franz-Walter Steinmeier è ascritto all’area destra dell’SPD, ma annovera amici sia nell’area di centro (Netzwerk, network), quella da cui proviene anche Gabriel, sia in quella di sinistra. Dopo la sconfitta come candidato cancelliere alle ultime elezioni politiche proprio contro la Merkel, Steinmeier si è dato un profilo molto governativo e istituzionale guadagnando simpatie a sinistra “per la sua serietà” contrapposta all’imprevedibilità di Gabriel. Il capogruppo SPD in parlamento è uno pragmatico, calmo e dalla retorica pacata. Steinmeier suona poco credibile quando in parlamento attacca la Merkel, quando le chiede di lanciare chiari segnali in direzione di una strategia di crescita se si vuole uscire dalla crisi e quando minaccia di non garantire la maggioranza necessaria per approvare il fondo Esm e per inserire il vincolo di bilancio in Costituzione. Non ama portarsi in prima linea e cercare la presenza nei media a tutti i costi. L’elezione di Hollande, scrive Steinmeier nel sito internet del gruppo SPD in parlamento, è un nuovo inizio e una speranza per l’Europa e per la socialdemocrazia. Il fiscal compact non si tocca, ma va integrato con un patto per la crescita e l’occupazione e accompagnato dalla regolamentazione e tassazione dei mercati finanziari. È questa la “chiave” di Steinmeier per una maggiore equità e per maggiori investimenti in formazione, infrastrutture e innovazione. Non possiamo stare a guardare come la recessione divora Grecia, Spagna e Italia mettendo la democrazia a rischio, dice Steinmeier, schierandosi per un nuovo new deal.

Il meno amato dei tre, il presidente del partito Sigmar Gabriel, avrebbe un diritto di prelazione sulla candidatura a cancelliere. Tuttavia il condizionale è d’obbligo perché i sondaggi lo danno perdente e perché non ha tutto il partito alle sue spalle. E per mischiare le carte Gabriel è tentato dalle primarie chiamando gli iscritti a decidere sulla candidatura.

Gabriel è un talento di pirotecnica retorica, ma le sue mutevoli posizioni, definite quasi umorali, mettono in crisi gli organismi dirigenti del partito creando spesso malumori. Il suo motto per le elezioni del 2013 è poche promesse rispetto al passato ma tutte da onorare, nessuna lotta tra schieramenti o contro la Merkel. Gabriel è favorevole a un secondo piano Marshall per l’Europa, un piano per la crescita e l’occupazione da finanziare con una tassa sulle speculazioni nei mercati finanziari. Il presidente dell’SPD mantiene la rotta pensionamento a 67 anni, ma si dice possibilista su pensionamenti flessibili in relazione al tipo di lavoro e alle scelte personali. “Il nostro compito, scrive Gabriel nel suo sito internet, è addomesticare il capitalismo per la seconda volta. Il successo dell’economia sociale di mercato ha bisogno per il futuro di una dimensione europea. Un’economia globale ha bisogno di regole globali, sociali ed ecologiche”.

Considerato dai media già fuori gioco, Gabriel potrebbe ancora dimostrare di avere nove vite.

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