di Elisa Ferrero (Il Cairo)
Turbolenze continue: la lista definitiva dei candidati alla Presidenza – crisi diplomatica con l’Arabia Saudita – l’aggressione ai salafiti in mezzo a vari sviluppi politici – i Fratelli Musulmani siano stati beffati un’altra volta dal Consiglio Militare
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Il Cairo, 27 Aprile: la lista definitiva dei candidati alla Presidenza
è ufficialmente iniziata la campagna elettorale per le presidenziali che si terranno il 23 e 24 maggio 2012. Ieri, infatti, la Suprema Commissione Elettorale ha annunciato la lista definitiva dei candidati ammessi alla corsa alla Presidenza. Sono tredici e tra loro c’è anche Ahmed Shafiq, escluso il 25 aprile e riammesso il giorno successivo, dopo che la Commissione ha accolto il suo appello. Il suo rientro in gioco ha fatto infuriare moltissime persone, specie perché non sono state date motivazioni chiare per la sua riammissione. Tuttavia, il ragionamento della Commissione sembra essere stato il seguente: la legge appena approvata dal Parlamento, che escludeva Shafiq dalle elezioni in quanto era stato primo ministro di Mubarak durante la rivoluzione, rischia di essere dichiarata incostituzionale; se Shafiq fosse stato escluso e la legge, in seguito, fosse davvero stata dichiarata incostituzionale, l’inevitabile ricorso di Shafiq avrebbe ritardato le elezioni, riportando in piazza mezzo paese infuriato; dunque, meglio ammettere Shafiq e, se la legge non passerà, sarà già in corsa per la Presidenza, mentre se verrà dichiarata costituzionale potrà sempre essere escluso dopo. Naturalmente questo ragionamento vale solo se Shafiq non vincerà le elezioni, perché se venisse eletto Presidente e poi dovesse essere squalificato, ci sarebbe da ridere parecchio. Le sue probabilità, però, non sono molte.
Ma vediamo chi sono gli altri candidati. Sul versante islamista troviamo tre nomi: Mohammed Mursy, per i Fratelli Musulmani; Abdel Moneim Abul Fotouh, islamista progressista vicino alla rivoluzione, che potrebbe incassare il voto anche di molti liberali, cristiani e salafiti (sembra strano, ma è così); e Mohammed Selim el-Awa, intellettuale islamista che si definisce moderato, ma che è particolarmente inviso ai copti per aver affermato, una volta, che i cristiani tengono armi nei monasteri, pronti alla guerra con i musulmani.
Tra i secolari, invece, si contano: l’inossidabile Amr Moussa, ex ministro degli esteri di Mubarak, poi caduto in disgrazia e, di conseguenza, “promosso” a Presidente della Lega Araba (come di recente è stato fatto con Nabil al-Araby); Hamdeen Sabbahi, socialista nasseriano di ferro, considerato abbastanza vicino alla rivoluzione; Khaled Ali, avvocato per i diritti umani di estrazione socialista, il più giovane (40 anni) e forse il più vicino all’anima di sinistra della rivoluzione (Ali, tra l’altro, si è anche recentemente impegnato nella difesa del candidato salafita squalificato, Hazem Salah Abu Ismail); Hisham al-Bastawisi, giudice riformista di tendenza liberale, sostenuto dal partito di sinistra al-Tagammu; Abul Ezz el-Hariri, altro candidato di sinistra, con un lungo passato di lotta in favore dei lavoratori e la fama di rompiscatole.
Poi c’è la sezione “militari e security”: oltre al già citato Shafiq (che è stato anche ministro dell’aviazione civile e proviene dall’esercito), vi sono Hossam Khairallah, ex ufficiale dell’intelligence; Mahmoud Hossam, ex ufficiale di polizia e Mohamed Fawzi Eissa, ex ufficiale di polizia e avvocato.
L’ultimo candidato è Abdallah al-Ashaal, ex diplomatico liberale, sostenuto dai salafiti del partito al-Asala. Come si vede, i liberali non disdegnano il supporto dei salafiti quando serve, tanto per ricordare come siano complesse le cose e quanto la religione torni utile a tutti al momento buono.
Non è detta l’ultima, comunque, perché la configurazione di candidati può ancora cambiare. Cinque di loro, infatti, cioè Abul Fotouh, el-Bastawisi, Ali, Sabbahi e el-Hariri, stanno studiando un accordo per non disperdere i “voti rivoluzionari”, scegliendo uno solo di loro da mandare avanti, con il ritiro degli altri in suo favore.
Ma che fine ha fatto Mohammed el-Baradei? Fa politica, ma al di fuori delle elezioni. Assieme a molte personalità di spicco vicine alla rivoluzione, e a molti giovani, ha fondato un nuovo partito: il Partito della Costituzione. Il tentativo è di ripartire dal basso, investendo sugli anni a venire, visto che il processo di transizione durerà senz’altro anni, se non decenni. E’ sicuramente un’iniziativa da seguire, pur con il timore che finisca nel nulla, come le tante altre che hanno visto al centro la figura di el-Baradei.
In conclusione una precisazione, anche se non c’entra con l’argomento: la notizia riportata da molti giornali di tutto il mondo che il Parlamento egiziano starebbe per varare una legge che consente a un uomo di avere un ultimo rapporto sessuale con la moglie, entro sei ore dal decesso di quest’ultima, non è affatto confermata. Anzi, vi sono molte smentite. Pare siano soltanto voci messe in giro da alcuni giornali. Quel che è certo, invece, è che esiste una fatwa del 2011, emessa dallo sheykh marocchino Abdel Barri al-Zamzami, che legittima questo atto.
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Il Cairo, 28 Aprile: crisi diplomatica con l’Arabia Saudita
avrei voluto dilungarmi un po’ sulla nuova milioniya islamista di ieri, che ha registrato una bassissima partecipazione, oppure sulla conferenza stampa di oggi, con la quale è stata annunciata ufficialmente la nascita del nuovo partito di Mohamed el-Baradei, che ha raccolto attorno a sé tante illustri personalità. Tuttavia, in Egitto gli avvenimenti sono sempre troppo numerosi e spesso imprevedibili. Questa sera, ad esempio, è scoppiata una nuova crisi diplomatica che merita un po’ di attenzione. La crisi, questa volta, coinvolge l’Arabia Saudita.
Tutto è iniziato giorni fa con l’arresto di un avvocato egiziano a Gedda, giunto sul suolo saudita per la ‘umra, il pellegrinaggio minore. Il suo nome è Ahmed el-Gizawi. Secondo le autorità saudite, l’uomo sarebbe stato fermato all’aeroporto con l’accusa di traffico di droga. Secondo gli egiziani, invece, l’uomo sarebbe stato condannato a un anno di carcere e 20 frustate per aver insultato il monarca saudita. L’insulto di el-Gizawi consisterebbe nella denuncia per maltrattamenti dei detenuti egiziani in territorio saudita. el-Gizawi, infatti, pare essere attivamente impegnato su questo tema, che riporta a un’annosa e spinosa questione: il (mal)trattamento e le vessazioni che l’Arabia Saudita riserva normalmente agli immigrati egiziani (secondo quanto testimoniano molti di loro). L’Arabia è infatti una meta comune dei giovani egiziani in cerca di lavoro, molto più che l’Italia e altri paesi europei, ma spesso laggiù si ritrovano privati di diritti, talvolta incarcerati per ritorsione quando protestano. Questo è un problema avvertito da tempo e, dopo la rivoluzione, il malumore degli egiziani al riguardo è aumentato considerevolmente.
Il recente arresto di el-Gizawi, dunque, ha scatenato un’ondata di proteste che per giorni hanno chiesto l’intervento del ministro degli esteri egiziani (ritenuto un po’ “dormiente”) in favore dell’avvocato incarcerato. In assenza di risposte soddisfacenti, oggi c’è stata un’escalation con una dimostrazione davanti all’ambasciata saudita del Cairo, dove si sono gridati slogan durissimi contro il monarca saudita. Com’era già successo con l’ambasciata israeliana mesi fa, in mancanza di quella che essi ritengono una politica estera che li protegga, gli egiziani hanno deciso di prendere di nuovo l’inziativa, facendo sentire la propria voce forte e chiara. All’Arabia Saudita, però, questo non è piaciuto. I sauditi sostengono che ci sia stato anche un tentativo di irruzione, ma al contrario dell’ambasciata israeliana, questa volta l’edificio era ben protetto da giorni. Comunque sia, le autorità saudite hanno deciso di chiudere l’ambasciata e tutti i consolati, richiamando l’ambasciatore. Tantawi e il governo stanno cercando di correre ai ripari, scusandosi per quanto successo (ma cosa è successo poi, a parte le manifestazioni?) e ribadendo tutto il rispetto degli egiziani per il “protettore dei due luoghi santi” (alias il re saudita) e la popolazione dell’Arabia. In effetti bisogna ricordare che, economicamente parlando, l’Arabia Saudita è un paese cruciale per l’Egitto in questo momento, sia per lo scambio commerciale sia per i promessi aiuti finanziari. Tuttavia, molti egiziani sono stufi delle ripetute umiliazioni subite da parte di questo paese, soprattutto ai danni degli immigrati, per non parlare del loro legame con i salafiti.
E’ anche utile ricordare che c’è una vecchia ruggine tra Egitto e Arabia Saudita. Dopo l’isolamento e l’indebolimento dell’Egitto nel mondo arabo, seguiti alla firma del trattato di pace con Israele nel 1979, l’Arabia Saudita ha continuamente tentato di scipparne la leadership nella regione su tutti i fronti: religioso, culturale, economico, politico, ecc. I sauditi non sono per nulla amati in Egitto (se si escludono i salafiti), appartenendo a mondi che spesso paiono agli antipodi. Gli egiziani li considerano un po’ come gente rozza senza cultura, arricchita dai soldi del petrolio che l’Occidente foraggia loro in gran quantità. Insomma, la rivoluzione sembra aver portato al pettine anche questo nodo. Ora vediamo come evolverà questa nuova crisi.
Nel frattempo, però, il Consiglio Militare (nella persona di Tantawi) e i partiti del Parlamento hanno finalmente raggiunto un accordo su sei criteri principali per formare la Costituente.
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Il Cairo, 29 Aprile: l’aggressione ai salafiti in mezzo a vari sviluppi politici
purtroppo non ha avuto un lieto fine il sit-in dei sostenitori di Hazem Abu Ismail, il candidato salafita squalificato dalle elezioni presidenziali, davanti al ministero della difesa. Questa volta è toccato a loro, infatti, affrontare l’aggressione dei baltagheya, iniziata ieri notte verso le 11,30 e proseguita fino alle prime ore del mattino. Con gli stessi metodi già visti in molte altre occasioni, prima e dopo la rivoluzione, il piccolo sit-in è stato assaltato da uomini sconosciuti, armati di molotov, pallettoni, coltelli e pistole cariche di munizioni vere. Il bilancio del ministero della sanità, finora, è di un morto e 119 feriti, ma il numero potrebbe salire.
La condanna di questa ennesima brutale aggressione (chi tocca il ministero della difesa o i militari muore) è naturalmente stata unanime, anche tra i laici. Qualcuno ha persino invitato più gente possibile a unirsi al sit-in dei salafiti, ma la maggioranza dei laici si è rifiutata di spingere la solidarietà fino a quel punto, perché il sit-in, tra le alre cose, chiedeva l’applicazione della sharia. Inoltre i laici non hanno dimenticato che i salafiti, in Parlamento, sono sostenitori di leggi che limitano diritti e libertà. Sulla condanna dell’aggressione di manifestanti pacifici, però, non si discute, nemmeno considerando che i salafiti, in occasione di aggressioni simili ai danni dei laici, non sono stati altrettanto pronti a condannarle.
Ma oggi è stata anche una giornata ricca di risvolti politici nuovi. Tanto per cominciare, ha avuto luogo un’altra puntata della lotta tra il Consiglio Militare e il Parlamento sulle dimissioni del governo. All’ennesimo rifiuto di quest’ultimo di rispondere al Parlamento, il presidente della Camera Bassa, Saad al-Katatny, ha annunciato uno sciopero di una settimana di tutte le attività parlamentari. E quando già alcuni deputati si stavano opponendo alla decisione, è giunta la notizia che il Consiglio Militare starebbe pensando alla sostituzione o a un rimpasto del governo Ganzouri, che dovrebbe avvenire entro quarantott’ore. Sarà la volta che i Fratelli Musulmani la spuntano?
Contemporaneamente, e forse non casualmente, il partito Libertà e Giustizia dei Fratelli Musulmani, dopo un’iniziale rifiuto, sembra aver accettato i criteri per la formazione della nuova Costituente, decisi ieri in un incontro tra il Consiglio Militare e i rappresentanti dei partiti in Parlamento. Questi criteri garantiscono una migliore rappresentatività della società del paese. Ad esempio, ogni partito dovrà scegliere i suoi rappresentanti (Libertà e Giustizia ha annunciato che ne sceglierà 15) e lo stesso dovranno fare al-Azhar (quattro membri), le chiese cristiane (sei membri), gli esperti costituzionali (dieci membri), i vari istituti giuridici (un membro ciascuno), gli agricoltori (due membri), gli operai (due membri) e a seguire le altre categorie sociali (donne, studenti, disabili, ecc.).
Nel frattempo si tenta di stemperare la crisi con l’Arabia Saudita. Pare che l’ambasciatore sia sulla via del ritorno al Cairo. E pare anche che siano in corso consultazioni e contrattazioni con Israele per ridiscutere il contratto di vendita del gas.
L’ultima novità politica, invece, è la decisione del partito salafita al-Nour di sostenere pubblicamente Abdel Moneim Abul Fotouh per la Presidenza. Tuttavia, esiste anche un altro blocco di salafiti (non facente riferimento ad al-Nour e alla Daawa Salafita, l’organizzazione che ha dato vita a tale partito) che ha scelto Mohammed Mursy, il candidato della Fratellanza Musulmana. Voto islamista diviso allora? Forse, ma solo al primo turno. Se si andrà al ballottaggio è probabile che il voto islamista si unificherà di nuovo.
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Il Cairo, 1° Maggio: i Fratelli Musulmani siano stati beffati un’altra volta dal Consiglio Militare
sembra davvero che i Fratelli Musulmani siano stati beffati un’altra volta dal Consiglio Militare. Saad al-Katatny, presidente della Camera Bassa, aveva annunciato l’altro ieri che le dimissioni o il rimpasto del governo Ganzouri erano immininenti, ma non è stato così. Ieri è arrivata la smentita sia del governo sia dei generali: niente dimissioni e niente rimpasto. La lotta tra potere legislativo e potere esecutivo continua, con il Parlamento che resta in sciopero. Tuttavia, un terzo dei deputati (i secolari, sostanzialmente) non è d’accordo con la sospensione delle attività parlamentari. Che succederà? Gli islamisti sembrano a un punto morto, in questo momento.
Ma i Fratelli Musulmani, ieri, hanno dovuto incassare un altro colpo. Abdel Moneim Abul Fotouh, il dissidente progressista della Fratellanza che si presenta alle elezioni in competizione con il candidato ufficiale di Libertà e Giustizia, Mohammed “Ruota di scorta” Mursy (i giovani rivoluzionari lo chiamano così, perché ha sostituito all’ultimo momento Khairat el-Shater), ha ottenuto l’appogio del partito Wasat (islamista moderato), del ben noto Wael Ghonim e della Gamaa Islamiya. Tuttavia c’è divisione su Abul Fotouh tra i non-islamisti: molti lo apprezzano e lo voteranno alle elezioni, ma molti altri diffidano di lui, perché pensano che, sotto sotto, resti fedele alla Guida Suprema della Fratellanza e che il suo programma non sia diverso da quello degli altri islamisti, incluso l’applicazione della sharia. Il sostegno della Gamaa Islamiya, a questo riguardo, è abbastanza preoccupante. Intanto, però, i sondaggi danno ancora in testa Amr Moussa.
Ieri, tra l’altro, è iniziata ufficialmente la campagna elettorale, anche se nessuno ha atteso questa data per iniziare la propaganda. Questo potrebbe essere un problema se i giudici decideranno di sanzionare i candidati per questo. Parallelamente, nella chiesa copto-ortodossa, procede la registrazione delle candidature alla posizione di papa. Per ora i candidati sarebbero quattordici, ma tra loro non ci sono né l’attuale reggente Pachomius (che ha rifiutato la candidatura proposta da qualcuno) né il vescovo della gioventù Anba Moussa, uno dei favoriti, che avrebbe rinunciato per motivi di salute e di età. Le elezioni, secondo le ultime rivelazioni, dovrebbero tenersi a settembre (a metà maggio si conoscerà la lista dei candidati). Si pensa di modificare un po’ la legge che regola il procedimento elettorale, ma per questo c’è bisogno di una discussione in Parlamento. Pertanto è probabile che di questo se ne occuperà il prossimo papa, se non si riuscirà a farlo in tempo per le elezioni. Una modifica proposta riguarda il sorteggio del nome del nuovo papa, effettuato da un bambino con gli occhi bendati, tra i tre candidati rimasti dopo una prima selezione: si è suggerito di aggiungere anche un foglietto bianco, in modo da lasciare a Dio la possibilità di dissentire sulla scelta dei tre candidati finali.
Nel frattempo, la crisi con l’Arabia Saudita non è ancora risolta, nonostante gli sforzi e le rassicurazioni del governo. L’ambasciata saudita al Cairo è ancora chiusa e pare che sia stata sospesa la concessione dei visti agli egiziani (in Arabia Saudita vivono e lavorano 1,2 milioni di egiziani). Davanti al ministero della difesa, invece, prosegue il sit-in dei salafiti, con attacchi intermittenti dei baltagheya. La difesa, però, è stata organizzata meglio, con l’aiuto anche di alcuni residenti del quartiere. L’Università Ayn Shams, tuttavia, è stata chiusa per precauzione. Oggi, poi, è il 1 maggio e anche in Egitto sono previste diverse marce dei lavoratori.














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