di Massimo Demontis (Berlino)
Secondo Paul Krugman, famoso economista statunitense, vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2008, opinionista del New York Times e consigliere economico di Ronald Reagan, l’Euro è stato un errore, ma può essere salvato: riconoscendo gli errori e aumentando l’inflazione.
In un articolo ospitato dallo Spiegel online, settimanale di Amburgo, Krugman mette l’accento su una serie di questioni sulle quali è bene riflettere:
1. l’introduzione dell’euro è stato un errore fatale.
2. Nonostante questo errore la moneta comune europea può essere salvata.
3. Per essere salvata, l’Europa, e quindi le sue classi dirigenti, devono prima riconoscere le vere cause della crisi.
4. Una delle condizioni per salvare l’euro è un aumento dell’inflazione.
Quest’ultimo punto è esattamente lo spettro di cui la Germania ha terrore, per ragioni ben impresse nella memoria dei storica dei tedeschi. Un scelta di questo tipo significherebbe sconfessare la politica monetaria rigorista sia della Bundesbank, la banca centrale tedesca, sia del governo Merkel che di quel rigore, del rigido risparmio, del pareggio di bilancio (spesso senza riuscirci) e della paura atavica dell’inflazione, ha fatto il faro della propria azione di governo estendendola e imponendola anche agli altri paesi dell’Unione europea.
Con le note conseguenze: recessione, tagli alla spesa pubblica, aumento dell’età pensionabile, riduzione delle pensioni, tagli agli stipendi e, per usare un termine eufemistico, “rimodulazione” dei diritti dei lavoratori per – come si dice in ambienti governativi e politici – garantire nell’era della globalizzazione e delle economie emergenti (Cina, Brasile, India e Russia) la competitività delle economie e dei prodotti nazionali dei paesi europei.
Tornando a Paul Krugman e alle sue idee su come salvare la moneta comune europea, l’economista statunistense ritiene che il tentativo di tenere insieme un continente, l’Europa, uscito dalla seconda guerra mondiale diviso e, si può aggiungere, dilaniato e distrutto nel suo capitale umano e sociale, nelle sue strutture e infrastrutture, nelle sue economie, con “l’aiuto dell’integrazione economica per battere la via di una duratura pace e democrazia” è un esperimento condannato al successo.
Il mondo intero, dice Krugman, “dovrebbe reggere il peso dei danni del fallimento di questo progetto”.
Ma secondo Krugman, nel quadro di questo progetto, con il senno di poi, l’introduzione dell’euro “è stato un passo fatale”. Krugman individua il peccato originale nell’idea che prevalse allora tra le classi dirigenti, l’idea di “creare un forte simbolo di unità”. “Le elites europee erano talmente infatuate di questa idea che ingigantirono i vantaggi della moneta comune rispetto agli svantaggi” afferma Krugman.
Nella sua analisi l’economista evidenzia che i paesi dell’Europa del sud, nel passato, avevano pagato interessi nettamente più elevati per i loro titoli di credito rispetto alla Germania perché gli investitori pretendevano un premio sul rischio nel caso di bancarotta o svalutazione della moneta. Con l’introduzione dell’euro venne meno il premio sul rischio per cui, improvvisamente, i titoli spagnoli, italiani e greci vennero trattati come se fossero così sicuri come quelli tedeschi.
È in questo modo, prosegue Krugman, che i sud europei entrarono in possesso di denaro a basso costo che portò prima al boom e poi all’esplodere della bolla speculativa immobiliare. Durante i primi dieci anni dall’introduzione dell’euro il costo unitario del fattore lavoro è cresciuto nell’Europa del sud del 35 per cento, in Germania soltanto del 9 per cento. La conseguenza fu che nell’Europa del sud la produzione industriale è diventata sempre meno competitiva e questo ha avuto come conseguenza che i paesi che attiravano molto capitale straniero hanno accumulato deficit crescenti della bilancia commerciale.
Uno degli aspetti più interessanti delle tesi di Krugman è che “l’illusione più grande dell’Europa sta’ nel credere che la crisi sia scaturita da una gestione irresponsabile dei bilanci statali”. Qui Krugman dice che sì questo è vero nel caso della Grecia, ma che la storia della Grecia è più complicata. In altre parole, i problemi della Grecia vanno cercati anche altrove e non solo nella gestione del bilancio statale. Krugman cita due esempi: l’Irlanda e la Spagna. Prima della crisi l’Irlanda aveva un saldo positivo di bilancio e un debito pubblico basso e così anche la Spagna.
Siamo alla negazione della teoria del club dei cosiddetti “paesi virtuosi” guidati dalla Germania e dalle due vestali del virtuosismo di bilancio Merkel-Sarkozy, del pareggio di bilancio a tutti i costi, del pareggio di bilancio scolpito nelle costituzioni dei paesi dell’Unione europea a presente e futura memoria come monito per tutti.
“Molti responsabili europei, in primo luogo i politici tedeschi, la guida della Banca centrale europea e i guru del mondo finanziario ripetono la litania della grande mistificazione senza farsi scuotere neanche da solide prove contrarie” taglia corto Krugman e calca ancora di più la mano dicendo che i virtuosi “coprono il problema con una veste morale: i paesi colpiti avrebbero peccato (ovvero speso troppo, vissuto al di sopra delle proprie possibilità come si sente spesso dire, ndr.) e dunque devono espiare”. Con le ricette che conosciamo.
Per Krugman non è questo l’approccio corretto per affrontare i veri problemi del continente.
Il problema è l’euro, il sogno fattosi realtà 60 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Perché l’Europa, l’Eurozona per la precisione, non è un “tutto”, una entità, ma un assemblaggio di stati con i propri bilanci e senza una politica di bilancio comune. “Mettendo per un momento da parte la questione del bilancio statale, il vero problema spagnolo, dal quale dipendono tutti gli altri, è ridurre costi e prezzi”, dice Krugman. E siccome la Spagna e gli altri paesi in crisi dell’Eurozona non hanno una loro moneta nazionale, “per ridurre i costi devono sopportare una lunga fase di disoccupazione di massa abbastanza alta da creare una pressione per la riduzione degli stipendi”.
Normalmente gli stati riducono o si sbarazzano dei loro debiti con un mix di inflazione e crescita economica. Ma, fa notare Krugman, non è questa la via scelta dall’Eurozona per cui essa è “dannata ad anni di deflazione e stagnazione”. E qui Krugman sottolinea un dato importante, taciuto dalla gran parte dei governi dell’Eurozona, dall’FMI, dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e da quella mondiale, da Merkel e Sarkozy e al quale invece appare più sensibile Hollande e una parte della sinistra europea, soprattutto dopo il vertice dei leader socilaisti e socialdemocrati svoltosi alcune settimane fa a Parigi: non ci si deve meravigliare e non è strano se gli investitori si domandano se i paesi dell’Europa del sud sono davvero in grado di pagare completamente i propri debiti.
È la ricetta ad essere sbagliata. Che però, a mio parere, non significa che gli stati non devono risparmiare e gestire le risorse pubbliche in maniera oculata. Il punto è dove, come e quando risparmiare. Come rendere efficiente lo stato, la sua macchina amministrativa e come qualificare la spesa pubblica. E ancora, come combattere il problema endemico della criminalità organizzata e della sua penetrazione nei gangli dello stato. Problema quest’ultimo che spaventa gli investitori, non l’art. 18 dello statuto dei lavoratori.
Krugman è dell’idea che tornare indietro alle valute nazionali non sarebbe del tutto corretto.
La banca centrale europea deve porre un freno “agli attacchi di panico” rastrellando titoli di stato dei paesi dell’Eurozona.
I paesi con un deficit della bilancia commerciale devono trovare una via percorribile per tornare competitivi. A breve termine, i paesi con un surplus della bilancia commerciale devono “sviluppare una forte domanda di prodotti dei paesi europei”. E mi pare che qui sia evidente che Krugman intenda in primis la Germania.
Gli stati hanno bisogno a medio termine di una inflazione del 3-4 per cento per non “accollare una costosa deflazione agli stati che hanno un grande deficit della bilancia commerciale”.
È necessaria una politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea e un programma congiunturale per la Germania e alcuni piccoli paesi europei, dice Krugman senza però specificare quale debba essere in concreto questo programma.
La BCE ci ha sorpreso positivamente con la guida Draghi a differenza di quella Trichet, prosegue Krugman, pur avendo anche lui rifiutato di rastrellare titoli di stato dei paesi in crisi. Ha però raggiunto lo stesso obiettivo dalla porta secondaria dichiarando che avrebbe dato crediti illimitati alle banche private accettando in cambio come misura di sicurezza titoli di stato europei. Ciononostante rimangono i casi estremi di Grecia, Portogallo e Irlanda praticamente “esclusi dal mercato del capitale privato”. Paesi che rimangono dipendenti da una serie di crediti ad hoc dei paesi europei più forti, della banca centrale europea e del fondo monetario internazionale che concedono troppo poco e troppo tardi.
In cambio di queste “misure” di credito emergenziale gli stati deficitari devono mettere in pratica misure di risparmio e aumenti delle tasse draconiane.
E sappiamo quale spirale innescano questi provvedimenti: atrofizzano l’economia, riducono la domanda interna e riducono le entrate tributarie mentre non si fa’ niente per creare le condizioni affinché i paesi deficitari tornino ad essere competitivi.
È lampante che qui è richiesta la politica, quella con la P maiuscola, essa sì virtuosa. La buona politica, quella affrancata da corruttele e criminalità, quella che crede nella res publica, quella che bada meno ai diktat delle vestali del risparmio a tutti i costi e dei mercati finanziari drogati del turbocapitale e più alle condizioni generali dei singoli paese. Perché è altrettanto evidente che senza meccanismi di crescita, solo tagliando la spesa e aumentando le tasse non si va da nessuna parte e non si riduce il debito. Al massimo si possono mettere i conti un po’ in ordine, ma solo temporaneamente perché altrimenti siamo di fronte ad una cane che si mode la coda.
Krugman chiude il suo intervento su Spiegel online dicendo che “l’economia non è una favola morale”. Molti politici europei sembrano determinati ad “ellenizzare” la storia nel senso che tutti gli stati deficitari sono in difficoltà perché “da soli” responsabili della gestione irresponsabile del bilancio statale. E se il problema è la dissipazione delle risorse allora la soluzione dovrebbe essere il risparmio. Ma i fatti, come invita a riflettere Krugman, stanno dimostrando che così non è.














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