Africa, CRISIS, Geopolitica Conflitti Pace, Politica

Ultima setttimana in Egitto nell’imminenza delle elezioni presidenziali

di Elisa Ferrero (Il Cairo)

11 marzo

Innocente, naturalmente

Il processo sui cosiddetti “test di verginità” si è concluso questa mattina: l’unico imputato del processo, il medico militare che secondo le testimoni ha effettuato i test, è purtroppo stato assolto. Samira Ibrahim, la ragazza di 25 anni che ha coraggiosamente intentato il processo contro i militari, per aver subito il test un anno fa, alla lettura della sentenza ha gridato “Abbasso il governo militare”, poi è svenuta. Dalla prima fila di spettatori del processo, invece, si è alzato un coro di “Allahu akbar“. E così, per l’ennesima volta, giustizia non è stata fatta.

Ma cosa ci si poteva aspettare da un tribunale militare che giudica un altro militare? Il giudice si è difeso dicendo che il caso era debole e che lui non ha potuto giudicare altrimenti. Nonostante tutto, però, ci si aspettava un po’ di giustizia, invece adesso si torna persino a mettere in dubbio che i test siano avvenuti. Il Parlamento, naturalmente, non ha avuto nulla da eccepire, impegnato com’è a tentare di far cadere il governo Ganzouri e a mettere le mani sulla Costituente. Le donne, tuttavia, non si arrendono di certo. Tanto per cominciare, hanno già indetto una manifestazione in solidarietà con Samira Ibrahim per il 16 marzo. La lotta per i diritti dell donne, però, sarà di certo lunghissima in questo clima.

Nel frattempo, dopo solo due giorni dall’apertura ufficiale della registrazione delle candidature alle presidenziali, già si riscontra una pioggia di candidati. Sono centinaia, e alcuni di loro ridicoli, come il chirurgo plastico che ha rifatto il naso a quel parlamentare salafita che aveva raccontato di aver subito un’aggressione a sfondo politico. E tra i candidati c’è anche Mohammed Hosni Mubarak… No, non quello originale (ci mancherebbe)… Si tratta del cugino, che porta lo stesso nome. Che dire? Allarghiamo le braccia. Ci sono anche tre candidati copti, con probabilità di essere eletti pari a zero. Tuttavia, come nel caso delle candidate donne, è bene che ci siano anche loro, perché il semplice fatto di candidarsi è utile a rompere gli schemi.

I Fratelli Musulmani sono sempre alla ricerca di un candidato da sostenere (l’idea di appoggiare Mansour Hassan pare tramontare). Uno dei leader, oggi, ha affermato l’esistenza di un accordo con i salafiti, quasi concluso al 90%, per sostenere Hossam el-Gheriani, presidente del CSM e leader della corrente di giudici che lotta per l’indipendenza della magistratura. E’ comunque meglio aspettare una conferma definitiva. Anche la chiesa copto-ortodossa sta esaminando i vari candidati per sceglierne uno da sostenere. In una recente riunione, pare che dodici vescovi su ventidue abbiano espresso il loro favore nei confronti di Abdel Moneim Aboul Fotouh, l’ex leader progressista della Fratellanza Musulmana, sostenuto anche da molti giovani del movimento (che la leadership, tra l’altro, ha nuovamente minacciato di espellere se voteranno per lui). Gli altri vescovi, invece, preferirebbero Amr Moussa. E’ chiaro, comunque, che alla fine i fedeli faranno di testa di loro nel segreto dell’urna, specie i giovani.

E almeno sul piano del dialogo inter-religioso, la situazione sembra migliorare ultimamente. In vista del dibattito sulla Costituzione, chiese copte e Fratelli Musulmani intensificano gli incontri. Dopo la visita della Guida Suprema Mohammed Badie a papa Shenouda, ora è in programma un’altra sua visita ufficiale alla comunità copto-evangelica, prevista per martedì prossimo. I Fratelli Musulmani tessono rapporti, sia all’interno del paese sia all’estero. E sempre la comunità evangelica, in particolare quella di Nasr City, ha recentemente organizzato una festa dal titolo “Cristiani e musulmani, una sola mano per amore dell’Egitto”, con la partecipazione di due moschee locali. Tema principale della festa: l’unità nazionale, all’insegna del “Siamo tutti egiziani”. L’insegnamento di piazza Tahrir, dunque, è ancora efficace.

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12 marzo

Le prime prove dei Fratelli Musulmani in politica estera

Arrivano le prime crisi diplomatiche da gestire per i Fratelli Musulmani. Una di queste, con gli Emirati Arabi Uniti, l’hanno creata le parole del portavoce della Fratellanza Mahmoud Ghozlan, e ancora non è risolta. Giorni fa, il famoso sheykh egiziano di al-Jazeera Yousuf al-Qaradawi, molto vicino ai Fratelli Musulmani, ha criticato gli Emirati per le deportazioni di attivisti siriani fuori del paese. Il capo della polizia di Dubai, allora, ha minacciato di far arrestare al-Qaradawi, provocando l’ira di Mahmoud Ghozlan, il quale ha dichiarato che, se questo arresto avesse avuto luogo, tutto il mondo islamico si sarebbe rivoltato contro gli Emirati. Da questo punto in poi è stato un crescendo di roventi dichiarazioni incrociate tra Fratelli Musulmani ed Emirati. Anzi no, tra Ghozlan e gli Emirati, perché gli altri Fratelli Musulmani stanno cercando di uscire dall’imbarazzo.

La seconda crisi internazionale è più seria. Riguarda Gaza, naturalmente. Sono giorni che si alzano voci sempre più numerose per chiedere ai Fratelli Musulmani di pronunciarsi chiaramente contro la nuova aggressione israeliana a Gaza. A parole sono sempre stati dei leoni, ma ora gli egiziani vogliono la conferma di queste parole con i fatti. La risposta è giunta dalla seduta serale di oggi della Camera Bassa, che ha approvato all’unanimità (minoranza non islamista compresa) il comunicato della speciale commissione parlamentare incaricata di discutere la questione: la Camera Bassa chiede l’espulsione dell’ambasciatore israeliano dal Cairo, il ritiro del proprio ambasciatore da Tel Aviv, l’interruzione immediata del pompaggio del gas a Israele (ripreso da pochissimi giorni, dopo il tredicesimo attentato al gasdotto), nonché  la revisione di ogni altro accordo. Le parole del comunicato sono state durissime anche rispetto ai termini usati, con Israele indicato come il “nemico numero uno dell’Egitto” oppure come “l’entità sionista”. Sono termini ampiamente usati nel mondo arabo, non è una novità. Ma se fossi nei panni di Israele prenderei seriamente la rabbia egiziana, perché questa volta – per una volta – il Parlamento ha espresso il sentimento popolare.

Il Parlamento, tuttavia, non ha discusso solo di Israele oggi, ma ha anche approvato la sua prima proposta di legge: l’aumento dell’indennizzo per le famiglie dei martiri da 30.000 a 100.000 EGP (circa 14.000 euro). Il governo, invece, ha annunciato che il salario minimo di 700 EGP, già concesso mesi fa agli impiegati governativi con posto fisso, sarà esteso anche a quelli con contratto a tempo. Sono 500.000 persone, su un totale di 5,8 milioni di lavoratori della pubblica amministrazione.

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14 marzo

Nel dubbio, basta chiedere ai militari

Dopo il Parlamento, già diventato bersaglio di mille prese in giro, anche le candidature alle presidenziali promettono copiose risate. I candidati, dopo cinque giorni, hanno raggiunto il numero di 550, quantità che molto verosimilmente aumenterà ancora. Tra questi candidati c’è un po’ di tutto, persino un tizio che dice di essere il figlio di re Farouq (ad aprile un tribunale sentenzierà sulla veridicità della sua parentela con il defunto monarca). Il suo programma: restaurare la monarchia in Egitto. Un altro candidato, invece, ha fatto pochissima strada. Proprio oggi, è stato arrestato per possesso di marijuana mentre ritirava le carte necessarie alla candidatura. Per non parlare di quell’altro che si è presentato in motocicletta…

Tornando alle cose serie, comunque, tutti questi aspiranti alla Presidenza lasciano il tempo che trovano, perché per candidarsi davvero bisogna guadagnarsi in primo luogo il sostegno di 30 parlamentari, oppure di 30.000 cittadini provenienti da 15 governatorati diversi (e minimo 1000 in ogni governatorato) o appartenere a un partito rappresentato in Parlamento. La lista, quindi, si accorcerà drasticamente.

La corsa alla Presidenza – quella vera – inizia a entrare nel vivo, con coltellate reciproche tra candidati. Abdel Moneim Aboul Fotouh, per esempio, oggi ha messo in guardia da figure del vecchio regime (delle quali non ha fatto il nome) che starebbero complottando per comprare il voto degli elettori con l’aiuto di fondi stranieri, provenienti sia dall’Est sia dall’Ovest.

E a proposito di finanziamenti stranieri, i salafiti dell’organizzazione Ansar al-Sunna sono nei guai: il giudice ha infatti deciso di rinviarli a processo per aver incassato, da ONG del Qatar e del Kuwait, 296 milioni di sterline egiziane, il cui impiego non hanno saputo giustificare. Restauro di moschee e opere di bene, hanno detto. Ma 296 milioni sono un po’ troppi… La campagna elettorale forse?

Una notizia importante di oggi, sempre relativa alle prossime elezioni, è la decisione della Commissione Elettorale di far votare all’estero anche gli egiziani emigrati di seconda generazione. E’ la prima volta che succede. Sul fronte processi, invece, il magnate dell’acciaio Ahmed Ezz e l’ex ministro dell’edilizia Ahmed al-Maghrabi, entrambi in carcere per corruzione, hanno chiesto la riconciliazione in cambio della restituzione del maltolto. Vedremo quale sarà la decisione dei magistrati.

Per quanto riguarda la politica, la tensione tra Parlamento e governo si è allentata, grazie all’intervento del Consiglio Militare che ha risolto la questione: il Parlamento non può togliere la fiducia al governo, perché questo possono farlo solo i generali, e i generali confermano la fiducia a Ganzouri. Fine della discussione. Ennesima dimostrazione che il Parlamento può esprimersi finché vuole, ma poi è l’esercito che prende le decisioni.

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15 marzo

Giovani proteste e vecchia politica

L’irrompere della politica sulla scena egiziana, con il nuovo Parlamento e le imminenti elezioni presidenziali, non ha soffocato le proteste, soprattutto giovanili. L’epicentro, tuttavia, non è più piazza Tahrir, dove rimane solo un piccolo sit-in di ultraresistenti. Oggi, anniversario triste dello scoppio della rivoluzione siriana, sono di nuovo scesi in strada gli ultras, sia dell’Ahly sia dello Zamalek, in passato acerrimi nemici e ora alleati nella richiesta di giustizia, in seguito al massacro dello stadio di Port Said.  Gli ultras – qualche centinaio secondo giornali – hanno marciato verso l’ufficio del Procuratore Generale, ricordando le vittime del massacro. Per il massacro sono stati per ora rinviati a giudizio 75 imputati, tra i quali vi sono nove ufficiali di polizia.

E continua da tre settimane anche il sit-in degli studenti della German University, che protestano per la sospensione di alcuni loro compagni, colpevoli di aver attaccato il Consiglio Militare. Questi studenti sono molto arrabbiati e stanno diventando un nuovo nucleo di ribellione che attrae attorno a sé altri dissensi, come quello degli altri studenti universitari (che chiedono di indire le elezioni dei propri organi rappresentativi, rimandate da novembre) e quello di vari attivisti e movimenti che vogliono la fine del governo militare.

Queste proteste mostrano un’altra polarizzazione del paese, oltre a quella tra laici e islamisti. E’ la polarizzazione tra i giovani che riempiono le piazze e i “vecchi” che occupano i posti di comando e della politica. Gira già la battuta, ad esempio, che il primo segno della senescenza sia il desiderio di candidarsi alla Presidenza. In effetti, la maggioranza dei candidati (quelli seri) è ultrasessantenne, mentre più del 50% della popolazione è al di sotto dei 25 anni. I giovani dovrebbero contare di più.

Tornano, però, anche le proteste dei lavoratori. Siamo lontani dallo sciopero generale che si auspicava sarebbe scattato l’11 febbraio scorso, ma di certo si sta assistendo a una nuova ondata di scioperi. I lavoratori delle poste stanno scioperano da giorni e persino nelle fabbriche dei militari ci sono proteste. Ogni settore, tuttavia, ha domande sue, indipendenti da quelle di altri lavoratori in sciopero.

Fratelli Musulmani e salafiti, invece, stanno studiando una legge per amnistiare tutti i reati politici dagli anni ottanta in poi. L’idea è di far scarcerare i militanti islamisti ancora in prigione, ma la proposta ha al contrario suscitato la preoccupazione che l’amnistia possa applicarsi anche a Mubarak e famiglia, con conseguente crocifissione mediatica degli islamisti. Chi, invece, spera in una tale amnistia è Ayman Nour, il quale vorrebbe tanto candidarsi alla Presidenza (uno dei pochi sotto i sessant’anni!). Lui era stato il primo a provarci nel 2005: aveva sfidato lo stesso Mubarak ed era ovviamente finito in carcere poco dopo, con l’accusa di aver falsificato le firme necessarie a candidarsi. La condanna gli è stata recentemente confermata e questo gli impedisce di ricandidarsi.

Intanto, sul fronte delle relazioni internazionali sembra pace fatta tra Egitto e Stati Uniti. Oggi è giunta al Cairo Nancy Pelosi, che tra l’altro ha incontrato Saad el-Katatny, il presidente della Camera Bassa. Tutto bene, parole di riconciliazione e amicizia a volontà. L’incidente delle ONG, dunque, pare dimenticato. Ma qualcuno mi dice che ne sarà degli attivisti egiziani che non hanno potuto scappare e dell’americano che ha scelto di restare?

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