di G.Z. Karl
Negli ultimi mesi, ha sollevato molta tensione nei rapporti bilaterali franco-turchi la volontà francese, segnatamente del Presidente Sarkozy, di approvare una legge che punisse coloro i quali intendano negare la realtà storica del genocidio degli armeni.
È chiaro come, dietro una simile legge, vi fossero in gioco interessi attuali di vario tipo, soprattutto di tipo politico. Vi era, difatti, l’interesse di Sarkozy a ottenere, in vista delle prossime presidenziali, il voto dei cittadini francesi di origine armena, la cui comunità in Francia è particolarmente numerosa.
Vi era, al contrario, l’interesse dalla Turchia a far in modo che il genocidio degli armeni non fosse riconosciuto. Ciò avrebbe in pratica comportato, da un lato, l’impossibilità per i politici turchi, qualora si fossero recati in Francia, di esprimersi pubblicamente sull’argomento là dove in proposito fossero stati interrogati, ad esempio, dai giornalisti. Dall’altro lato, una simile legge avrebbe potuto, forse, aprire la strada a citazioni in giudizio in Francia contro la Turchia per risarcimenti danni da parte dei discendenti degli armeni vittime del genocidio.
Mesi di polemiche hanno costellato le relazioni tra i due paesi, tanto che la Turchia ha finito per richiamare in patria il proprio Ambasciatore una volta che la legge era stata approvata dall’Assemblea Nazionale francese lo scorso gennaio.
È interessante, tuttavia, notare, anche ai fini del dibattito politico italiano, il modo in cui è stato risolto tutto il contenzioso (intenso anche in senso lato) all’interno del sistema francese. La Costituzione francese prevede, infatti, che 60 parlamentari possano, nell’ipotesi in cui si sospetti che una legge approvata dall’Assemblea Nazionale sia incostituzionale, rinviare pregiudizialmente tale legge all’esame del Consiglio Costituzionale, prima cioè che venga promulgata dal Presidente della Repubblica.
Il Consiglio Costituzionale francese ha considerato, a sua volta, incostituzionale la legge sulla negazione del genocidio armeno, impedendone così l’entrata in vigore. Sui mezzi d’informazione, si è dato unicamente risalto alla parte della decisione del Consiglio Costituzionale relativa alla censura delle legge per contrasto col principio della libertà di espressione del pensiero. A ben vedere, tuttavia, il Consiglio Costituzionale non si è limitato a questa motivazione, ma ha censurato la legge in questione richiamandosi ad alcuni princìpi fondamentali del sistema francese e risalenti peraltro alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789. In primo luogo, la legge è stata censurata in quanto è stato ritenuto che essa non sia “espressione della volontà generale”. Ciò vuol dire che la legge in questione si configurava come un provvedimento di amministrazione e non aveva una portata normativa generale, ossia non era rivolta a disciplinare situazioni generali e astratte bensì situazione singole, concrete e determinate. In secondo luogo, è stato rilevato che la legge censurata violava il riparto di competenze stabilito dalla Costituzione francese. In sostanza, la legge invadeva le sfere di competenza assegnate dalla Costituzione principalmente al potere giudiziario.
Pensiamo ora a cosa sarebbe successo se in Italia fosse stato riconosciuto ai gruppi di opposizione di rivolgersi preventivamente alla Corte Costituzionale denunciando i provvedimenti ad personam di Berlusconi e della sua maggioranza. E pensiamo anche a quante numerose leggi prive di portata generale e astratta verrebbero normalmente censurate dalla Corte Costituzionale, grazie a un simile meccanismo e ove il nostro sistema costituzionale prevedesse al pari di quello francese alcune più stringenti garanzie in tema di formazione delle leggi e separazione dei poteri. Pensiamo, infine, a quale effetto benefico ha avuto la decisione del Consiglio Costituzionale finendo per affievolire una situazione di tensione molto forte che si era creata tra Francia e Turchia.
Basta questo semplice specchio riassuntivo della situazione appena descritta per capire quanta pochezza politica e di studio promani dal testo di riforma costituzionale a cui sta lavorando la maggioranza che sostiene il Governo Monti, in cui come di consueto l’unica preoccupazione è quella di ridurre la rappresentanza democratica, di diminuire le già scarne garanzie costituzionali vigenti, di aumentare i poteri di arbitrio di singole persone (ad esempio, il Presidente del Consiglio), anziché preoccuparsi di studiare e proporre meccanismi come quello appena descritto che, a prescindere dal merito del contenzioso franco-turco, consentirebbero, finalmente, di avere una buona e rigorosa amministrazione anche nel nostro Paese.














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