di Andrea Ermano (Zurigo)
Angelico seno – di fronte a queste due parole un liceale d’altri tempi avrebbe associato quanto meno anche il settenario petrarchesco “l’aere sacro, sereno” che segue in rima. Non così noi oggi. Oggi si prescinde dal Petrarca. Con l’angelico seno ti si vende uno yoghurt per dimagrire ingrassando, della biancheria in fintapelle nera ecc. Il cortocircuito tra stimolo e soddisfazione sarà anche prosaico, e anzi bypassa la mediazione della parola, ma fa crescere il PIL, cioè l’economia, il benessere e la felicità – giurano gli economisti, non curandosi dell’impossibilità logica di una crescita produttiva infinita dentro un sistema di risorse finito.

In realtà, questa è la logica sistemica del debito. Ed essa rimanda a una categoria demoscopica recentemente ricordata dal grande politologo italiano Giovanni Sartori: “Negli Stati Uniti, per decenni, l’indicatore di una economia che ‘tira’ è stato la consumer confidence, la fiducia del consumatore di poter spendere non sui soldi che si hanno ma sui soldi che verranno”. La fiducia del consumatore scatta quando i soldi e i desideri girano vorticosamente facendo crescere il prodotto interno lordo. Il PIL e il debito sono come due corridori estremamente competitivi. Se il PIL trionfa sul debito, c’è il benessere. In caso contrario, la bancarotta.


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Supponiamo per esempio che la famiglia De Noves abbia un reddito annuo di centomila euro e debba pagare le rate di un mutuo di centoventimila euro per l’acquisto della casa. Dato che la casa vale più del debito e fintantoché le entrate dei De Noves non calano, il rapporto reddito/debito corrisponde a dodici decimi, cioè sei quinti. Se le rate del mutuo non sono troppo elevate è ben possibile che a queste condizioni i De Noves possono vivere bene.

Ma se mamma e papà De Noves vanno in pensione mentre i figli perdono (o non riescono a trovare) un’occupazione decente, e le entrate della famiglia si attestano sui sessantamila euro annui, il rapporto tra “numeratore” (il debito) e “denominatore” (il reddito) s’impenna in ragione di due a uno. E allora con un debito doppio rispetto alle entrate bisogna vedere se i De Noves riusciranno ancora a sostenere le rate del mutuo e tutte le altre spese necessarie al loro sostentamento. Certo è che se a quel punto l’importo da versare con ogni rata sale in modo inaspettato, i De Noves rischiano prima o poi di dover vendere la casa.

Orbene, l’Italia per pagare il suo “mutuo” fatto di BOT rischia di demolire la democrazia e lo stato sociale, ha osservato Barbara Spinelli. Ma questa non è solo una metafora italiana; descrive anche ciò che è realmente accaduto a innumerevoli famiglie americane. Negli USA, si sa, gli istituti di credito avevano lungamente concesso finanziamenti privati a condizioni da favola. Villette, mobili, automobili, ferie, carte di credito: molta gente ha potuto indebitarsi “in comode rate” per cifre stratosferiche, che mai e poi mai avrebbe potuto onorare.

Il sostegno americano alla consumer confidence poteva tuttavia procedere per la sua strada sia continuando a insaccare i debiti privati in fantasiosi cotechini finanziari, sia continuando a importare dai paesi emergenti merci a basso costo e a credito (sicché la sola Cina possiede oggi almeno duemila miliardi di buoni del tesoro USA).

Con il tempo il sostegno alla fiducia del consumatore ha iniziato ad accompagnarsi con una crescente industrializzazione dei “paesi emergenti” e deindustrializzazione dell’Occidente, la quale deindustrializzazione ha comportato una seria rarefazione dei posti di lavoro ben pagati. Si è così diffuso il fenomeno dei working poors, i quali alla fine – non potendo più contare sui tenori di reddito precedenti – sono scivolati nell’insolvenza. E questa si è a sua volta tradotta in “sofferenza” per gli istituti finanziari. A un certo punto la bolla immobiliare è scoppiata, trascinando con sé il sistema bancario.


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Da allora migliaia e migliaia di miliardi di dollari sono stati trasferiti dalle casse statali (cioè dalle tasche dei cittadini contribuenti) al sistema bancario privato, sull’orlo del tracollo. Con l’effetto che i debiti statali sono ulteriormente aumentati. Non solo, ma si sono anche trasformati in facile preda per i master of the universe della grande finanza, i quali hanno potuto speculare sui debiti degli stati in parte anche grazie proprio ai denari ricevuti dagli stati medesimi.

Prima hanno preso di mira i P.I.I.G.S., poi l’Europa tout court. Questo perché il nostro è un continente dal ventre molle dal momento in cui le élites al potere hanno istituito l’Euro senza accompagnare la moneta unica con adeguate strutture di governance. E già che c’erano, hanno anche allargato l’Unione da quindici a ventotto senza predisporre delle regole per la decisione politica in sede esecutiva. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Come hanno potuto, le élites europee, fare due cose così ebeti? La risposta va probabilmente cercata nell’egemonia ideologica neo-liberista. La nascita dell’Euro e l’estensione a est dell’UE si presentavano come due grandiose opportunità di profitto, tanto più succulente quanto più velocemente e disordinatamente si fossero inverate. Se a guidare l’Unione ci fossero stati ancora Kohl, Craxi e Mitterrand, avrebbero agito in modo più accorto dei loro epigoni? Chissà. Ma che importa, in fondo?

Quel che soprattutto importa è non finire adesso sotto le macerie di una crisi economica che è prima ancora una crisi politica e anzitutto una crisi morale. Provocata dal triplice dogma liberista secondo cui: a) il libero mercato sarebbe il parametro della nostra vita; b) il libero mercato si regolerebbe da sé; c) il suo principio regolatore coinciderebbe con la tendenza al massimo profitto nel minor tempo possibile, cioè con l’avidità.

Tutto questo è stato mostrato molto bene da Tony Judt nel suo libro-testamento “Guasto è il mondo”, ed evidenzia l’urgenza per noi di procedere alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa, senza di che ciascun paese, dal più piccolo al più grande, soccomberebbe prima o poi alla sproporzione tra finanza globale e stati nazionali.


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Attenzione, però: il problema non riguarda solo e semplicemente i tempi in cui possiamo (dobbiamo) procedere alla costituzione di un governo federale. No, occorre che tutti meditiamo anche sull’uso cosmopolitico che intendiamo fare dell’Europa nella prospettiva di una governance globale.

Lo stapotere finanziario è un mero specchio della nostra crisi di civiltà, uno specchio che, per dirla con Mario Perniola, “odia innanzitutto se stesso perché non si trova all’altezza della civiltà di cui si dice portatore”. Dietro questa levigatissima superficie di autodistruzione finanziaria dell’Occidente già si schierano intanto le vere, grandi questioni globali: il clima, l’acqua, il cibo, la demografia, la pace.

E allora ripetiamolo: nessun governo né tecnico né non-tecnico, né in Italia né fuori, potrà affrontare le suddette grandi questioni globali senza in qualche modo riuscire a interpellare il consenso delle persone che coesistono sul nostro pianeta.

Questo è il punto fondamentale, in linea di fatto oltre che in linea di diritto. Un punto difficilmente controvertibile, nella cui prospettiva la questione cosmopolitica si correla con la questione della “rivoluzione sociale” che – per usare le parole di Filippo Turati – investe i cuori e le menti degli uomini, mutando i rapporti tra di essi, senza versare sangue, in spirito di fratellanza universale.

Rifiutando la violenza, la rivoluzione sociale non si traduce in rivoluzione politica, ma in riforma: della politica, dell’economia e della cultura.

La rivoluzione sociale non “toglie” né la politeia né l’agorà né l’ecclesìa, ma le trasforma nel tempo.

FONTE: red@avvenirelavoratori.ch


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