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Brasile al ballottaggio

di Marco Consolo

Lo scorso 2 ottobre si sono tenute in Brasile le elezioni presidenziali. Per il suo impatto interno ed internazionale, si è trattata di una delle elezioni più importanti, in una delle principali economie mondiali, con un’influenza decisiva sulla regione e non solo.

Il candidato presidenziale della sinistra e del progressismo, Luiz Inácio Lula da Silva, ha vinto il primo turno con il 48,43%, con oltre 57 milioni di voti, ma insufficienti per superare la soglia del 50% necessaria per vincere la presidenza al primo turno senza ballottaggio.

A differenza della lettura interessata data da alcuni media, non si è trattato di un vittoria di stretta misura, dato che Lula ha ricevuto oltre 6 milioni di voti in più rispetto al presidente in carica di estrema destra Jair Bolsonaro, arrivato secondo con il 43,20%.

Il 30 ottobre si terrà il ballottaggio e la partecipazione potrebbe essere inferiore a quella degli oltre 118 milioni di elettori del primo turno, su più di  156 milioni di persone con diritto a voto.

L’elezione presidenziale si è svolta parallelamente a quelle legislative federali, per il rinnovo dei governatori dei 26 Stati e del distretto federale; di tutti i membri della Camera dei Deputati (composta da 513 seggi) e di un terzo del Senato (27 degli 81 membri). Molti di questi, non avendo raggiunto la vittoria al primo turno con maggioranza semplice, andranno al ballottaggio.

Nonostante il sistema politico brasiliano sia presidenziale, il peso del parlamento rimane centrale per poter governare. Tra gli Stati che contribuiscono con il maggior numero di deputati al Congresso al primo posto c’è  lo strategico Stato di San Paolo, capitale economica del Paese, con 46 milioni di abitanti equivalente al 22,16% degli elettori (70 deputati nazionali). Seguono Minas Gerais, con il 10,41% dell’elettorato (50 deputati nazionali), e Rio de Janeiro, lo Stato da cui proviene Bolsonaro, con l’8,2% dell’elettorato (46 deputati).

Il voto ci consegna un Paese diviso a metà, non solo geograficamente: un nord e un nord-est che puntano sulla sinistra di Lula e un sud e un sud-est che danno il loro voto all’estrema destra di Jair Bolsonaro. Al primo turno, le forze della coalizione di Lula hanno vinto in 14 Stati e Bolsonaro e la destra in 12 più Brasilia, il distretto federale, bilancio da aggiornare dopo il ballottaggio.

Mentre la distribuzione del voto nei singoli Stati è andata sostanzialmente come previsto, viceversa i sondaggi sembrano aver sottovalutato la forza del bolsonarismo e le sue radici nel Paese. O non aver tenuto conto della variabile diffidenza verso tutto ciò che odori a media della sua base elettorale. E nonostante la disastrosa gestione di questi quattro anni, Bolsonaro ha ottenuto voti simili nei primi turni del 2018 e del 2022 (46% contro 43%).

Una delle spiegazioni del suo risultato potrebbe essere l’ aumento elettorale di Auxilio Brasil (un programma di assistenza economica per le persone a basso reddito) negli ultimi mesi, con un impatto su una parte significativa dell’elettorato. A questo si potrebbe accompagnare il buon andamento dell’economia nelle ultime settimane, oltre al logorio che il PT ha subito a causa di alcuni scandali di corruzione del passato.

Ma non c’è dubbio che il bolsonarismo ha intenzione di vincere a tutti i costi e mantiene una importante forza in buona parte dell’elettorato brasiliano. Cerchiamo di capire alcuni perché.

Un passo indietro

Queste elezioni sono state precedute da una serie di eventi intrecciatisi in modo convulso nell’ultimo decennio, in una sequenza che vale la pena ripercorrere. Innanzitutto, la rivolta del 2013, espressione anche del forte malessere verso l’intero sistema politico, capitalizzata dalla destra contro il governo di Dilma Roussef (PT). Subito dopo, nel 2014, ci sono state elezioni in cui il candidato dell’establishment, Aécio Neves del PSDB, è arrivato a poca distanza da Dilma, poi rieletta. Dopo la svolta ortodossa in politica economica della presidente Rousseff, nel 2016 riesce il colpo di Stato istituzionale con il suo impeachment, che ha insediato il suo vice Michel Temer, tra gli artefici del golpe istituzionale. Ironicamente, Temer è oggi in galera accusato di corruzione. 

Immediatamente dopo, è partito l’attacco mediatico e soprattutto giudiziario, con cui Lula è stato messo in prigione per 580 giorni con false accuse. Grazie alla esclusione forzata dell’ex-presidente,  la destra ha portato al governo un settore reazionario con Jair Bolsonaro. Un caso da manuale di “lawfare”, ovvero della guerra giudiziaria con cui sbarazzarsi degli avversari politici, molto di moda in America Latina e non solo.

Tutti questi eventi hanno segnato momenti drammatici della storia recente del Paese, rendendo queste elezioni le più importanti dalle prime elezioni democratiche della transizione del 1989. Un vero e proprio spartiacque per la politica brasiliana.

Le tre B (Bibbia, buoi e pallottole)

Il blocco sociale della destra è amplio e variegato.

Il vicepresidente della formula presidenziale di Bolsonaro è il generale Walter Souza Braga Netto, alla testa di un settore di estrema destra con un’importante capillarità sociale e una base organizzata e mobilitata, con una aperta ostilità reazionaria agli accordi della transizione democratica e della Costituzione post-dittatura del 1988. Una caratteristica che la differenzia dalla “destra democratica” che si è contesa il governo fino al 2018. Il generale è la punta dell’iceberg di una presenza dei militari al governo decisamente massiccia ed ingombrante.

La principale base politica di questa alleanza si trova nelle cosiddette “tre B”, ovvero  Bibbia, Buoi e Pallottole (balas),  espressione dei poteri forti, con una grande capacità di finanziamento, che cercano di imporre la loro agenda reazionaria.

Il gruppo della Bibbia è un’alleanza che ha il sostegno dei principali mercanti pentecostali di fede religiosa del Paese. La sua figura più conosciuta è il multimilionario Edir Macedo, proprietario della Chiesa Universale del Regno di Dio, con più di 5.000 templi nel Paese, molti nelle zone popolari in cui la sinistra non mette piede da tempo. Molto attento alla comunicazione di massa, Macedo è anche proprietario del gruppo mediatico Record, il secondo più grande del Paese dopo la onnipotente TVGlobo, con cui se la batte negli indici di ascolto. Questo schieramento ha un proprio partito, chiamato Partito Repubblicano Brasiliano, nato da una scissione nel Partito Liberale (con cui Bolsonaro ha vinto le elezioni nel 2018), in prima fila per la loro aperta contrarietà reazionaria agli accordi della transizione democratica e della Costituzione post-dittatura del 1988.

Nel gigante Brasile, non poteva mancare il gruppo dei Buoi, ovvero del settore agroalimentare e degli sconfinati latifondi, in uno dei Paesi con la più alta concentrazione di proprietà terriera al mondo. Secondo l’ultimo censimento agricolo del 2017, circa l’1% dei latifondisti controlla quasi il 50% della superficie rurale. In questo contesto, l’espansione della frontiera agroalimentare è uno dei principali obiettivi del capitale, a scapito dell’ambiente ed in particolare della foresta amazzonica. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto nazionale di ricerca spaziale [1](Inpe), nei primi sei mesi dell’anno la perdita dell’Amazzonia brasiliana ha battuto un nuovo record con la deforestazione di 3.987 chilometri quadrati di foresta. L’area distrutta è più grande dell’80% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Da ultimo, il gruppo delle Pallottole (balas), formato da deputati sostenuti dall’industria bellica, dall’associazione dei tiratori e dall’associazione della polizia civile e militare. Tra i principali finanziatori c’è l’impresa Taurus Armas S.A., con sede nella città di São Leopoldo, nello stato di Rio Grande do Sul. D’altra parte, l’industria degli armamenti ha vissuto il suo miglior momento con il governo Bolsonaro, e il numero di licenze di porto d’armi è passato da 117.000 a circa 700.000, quasi il doppio del numero di agenti di polizia del Paese, che è di circa 400.000 unità. Dalla “chiamata alle armi” del 2019 ad oggi, il Paese ha registrato più di 441,3 mila armi, mentre nei 21 anni dal 1997 al 2019 ne erano state registrate 120,4 mila. In un Paese dilaniato dalla violenza (lo scorso anno vi sono stati 47.503 omicidi, con una media di 130 al giorno),  le minacce e il clima di odio fomentato da Bolsonaro e dai suoi alleati hanno creato un contesto di crescente violenza politica contro i sostenitori di Lula (con diversi omicidi), con attacchi a dirigenti della sinistra e ad eventi a favore di Lula.

Questa “santa alleanza” dell’estrema destra è ispirata da settori ultraliberisti, di cui la figura principale è Paulo Guedes, uno dei fondatori del Millennium Institute [2], un’influente “think tank” dell’ortodossia del mercato uber alles. Guedes è il rappresentante genuino delle tendenze più estreme, con un curriculum che è tutto un programma.  Nel 1974 entra nel Dipartimento di Economia dell’Università di Chicago di Milton Friedman, pensatoio strategico del neoliberismo su scala globale. Negli anni ’80, l’allora direttore del bilancio della dittatura di Pinochet, Jorge Selume, lo invita in Cile, il laboratorio principale dell’applicazione delle politiche neo-liberiste. Chiamato a verificare da vicino le politiche che  avevano implementato nel Paese i Chicago Boys, suoi colleghi universitari. Nel governo Bolsonaro, con le spalle coperte dai poteri finanziari internazionali di cui è espressione, Guedes è stato una specie di super-ministro dell’Economia, riunendo i dicasteri delle Finanze, della Pianificazione, del Bilancio e Gestione e dell’Industria, del Commercio estero e dei Servizi, fino ad alcune aree del Ministero del Lavoro.

In linea con una tendenza internazionale, Bolsonaro si pone quindi come sintesi del crollo della destra tradizionale e dell’emergere di un’estrema destra fortemente ostile al consenso democratico della transizione, con settori tecnocratici neo-liberisti e Forze Armate in posizione di peso. Nel caso brasiliano, è un percorso che viene sin dalle elezioni del 2018, con un forte travaso di elettori dai partiti tradizionali della destra, verso Bolsonaro: il PMDB ha perso 31 seggi e il PSDB 18, mentre Bolsonaro è passato da 2 seggi a 52.

Segnali chiari del fatto che una sua possibile sconfitta elettorale, per quanto significativa, non sarà la fine del bolsonarismo. Basti pensare che, nonostante il pesante bilancio di quattro anni, ha ancora un numero considerevole di voti, mantiene una base sociale mobilitata che ha un’importante capillarità sociale, una forte coesione ideologica e volontà di militanza: uno zoccolo duro che porta con sé un cupo spirito di scissione. In questi mesi, Bolsonaro ha cercato di mantenere la capacità di mobilitazione della sua base e favorire scenari di violenza politica (direttamente o indirettamente) per mantenere la sua forza d’iniziativa e rimanere al centro della scena politica. A tal fine, ha una base fedele nella polizia militare, fortemente disciplinata e corporativa. C’è da rilevare che negli ultimi giorni della campagna e dopo il risultato del primo turno, gli spin-doctors devono avergli consigliato di moderare i toni ed il lupo è diventato anche agnello.

Il bolsonarismo fa parte dell’emergere di forze di estrema destra che nell’ultimo decennio hanno conquistato ampli spazi a livello globale. Negli Stati Uniti, Trump mantiene un’enorme forza e capacità di leadership ed è in campagna elettorale con buone possibilità. Lo scorso aprile, in Francia, l’estrema destra guidata da Marine Le Pen è arrivata al ballottaggio per le presidenziali. Insieme all’Ungheria di Orban ed alla Polonia di Morawiecki, nel nostro Paese “Fratelli d’Italia”, guidato da Giorgia Meloni, è riuscito a conquistare la maggioranza elettorale. E gli esempi potrebbero continuare.

L’ascesa dell’ultradestra è una conseguenza della crisi capitalistica globale, con l’emergere di una risposta autoritaria e reazionaria a un sistema politico ed economico in decadenza. Un sistema che ha fallito, ma di cui ripetono ossessivamente le ricette, senza neanche troppo “maquillage”. Quel blocco sociale e quelle forze politiche trovano la strada spianata dalla debolezza della sinistra nell’offrire alternative radicali alle rovine del presente. Senza una vera alternativa sistemica, in questi chiaroscuri è difficile fermarne l’avanzata.

La formula Lula-Alckim e la sua coalizione

Con il voto, Lula è tornato prepotentemente alla ribalta politica dopo aver trascorso 580 giorni in carcere per condanne definitivamente annullate dal Supremo Tribunale Federale nel 2021. Dal 1985, quando in Brasile è tornata la democrazia, il Partito dei Lavoratori (PT) ha disputato la presidenza per otto volte, vincendo in quattro occasioni, anche grazie al sostegno delle altre principali forze della sinistra. E quest’anno per la prima volta nelle elezioni presidenziali, uno sfidante sconfigge  un candidato in carica.

La coalizione che ha appoggiato l’ex presidente Lula (PT) è tra le più ampie mai avute dalla fine della dittatura. Ne fanno parte dieci partiti, tra i quali il Partito dei Lavoratori (PT), il Partito Verde (PV), il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito  Socialismo e Libertà (PSOL) ed altri. Insieme alle forze politiche, l’appoggio c’è stato anche dai principali movimenti sociali, dal Movimento Sem Terra (MST), al Movimento dos Trabalhadores Sem-Teto (MTST), dal Movimento de Trabalhadores por Direitos (MTD) al Levante Popular da Juventude, oltre alle principali centrali sindacali del Paese.

Come si sa, la formula presidenziale di Lula è integrata da Geraldo Alckmin, del Partito Socialista Brasiliano (PSB), come candidato vicepresidente. Alckmin, che ha fatto storcere il naso a diversi dirigenti della sinistra, rappresenta un tassello non secondario per un eventuale governo, visti i suoi rapporti politici e con settori imprenditoriali. Un candidato che si rivolge a un elettorato di centro-destra, con il quale il PT ha scarsi rapporti.

Ma al di là dell’ingegneria elettorale, il punto vero sono le rispettive alleanze sociali, visto che, a  differenza del 2018, un settore non marginale della borghesia brasiliana ha appoggiato la formula presidenziale Lula-Alckim. E’ quindi cambiata la strategia di alcuni grandi gruppi economici, gli stessi che hanno organizzato e finanziato il colpo di Stato del 2016. Grazie a quel golpe istituzionale, come moneta di scambio, il governo Temer aveva migliorato le condizioni di accumulazione del capitale: nel suo breve periodo, Temer ha realizzato una triplice riforma strutturale fortemente regressiva (lavoro, previdenza sociale e fisco) ed approvato una legge che limita la spesa sociale dello Stato per 20 anni.

Una strategia del capitale e della destra che ha avuto il suo culmine con la posteriore carcerazione di Lula e che contava con l’appoggio degli Stati Uniti.

Tuttavia, l’arrivo di Bolsonaro al governo non solo non ha permesso di superare la crisi, ma l’ha addirittura aggravata. Durante il suo mandato, 28.000 imprese hanno chiuso, l’inflazione è cresciuta, il credito per gli investimenti produttivi è diventato più caro, mentre la conflittualità sociale è aumentata.

Sicuramente il momento più drammatico è stata la gestione di Bolsonaro della pandemia di Covid-19, con un atteggiamento a dir poco antiscientifico, che ha provocato quasi 700.000 morti. Per mesi abbiamo visto le dolorose immagini di migliaia di corpi senza vita. Per il capitale la cattiva immagine del Paese, che ha minato seriamente la sua credibilità, ha reso più difficili gli affari con l’estero. Con Lula, il Brasile era tra i Paesi più influenti del mondo ed alla fine del suo mandato, l’ex operaio metalmeccanico aveva un indice di gradimento dell’83%. Quell’immagine si è presto liquefatta ed il Brasile è tornato ad essere un attore secondario, visto con diffidenza sul piano internazionale.

Un panorama che ha messo a disagio sia i ceti medi, che la borghesia brasiliana e, poco a poco, la base di appoggio del governo Bolsonaro si è ristretta.

Il vento è cambiato dopo il fallimento della cosidetta “terza via”, con una candidatura che non fosse né Bolsonaro, né Lula: gli imprenditori hanno bussato alla porta dell’ex presidente e la nomina di Geraldo Alckmin ha funzionato da garanzia per questi settori. Così Lula ha chiuso la campagna con una cena a cui hanno partecipato un centinaio tra i più potenti uomini d’affari del Paese. In sostanza, la lista guidata dal PT si è costituita come un amplio “fronte democratico”, ma ha dovuto incorporare contraddizioni e controversie, che in caso di vittoria di Lula, presenteranno il conto.

Piove, governo ladro…

La situazione economica è stato uno dei temi rilevanti della campagna. Il Paese è sull’orlo di una recessione economica con indici socio-economici allarmanti, una delle principali preoccupazioni degli elettori.

Sebbene l’inflazione sia rallentata nelle ultime settimane, rimane ancora alta e colpisce soprattutto i settori più impoveriti della popolazione. Dopo aver raggiunto il tasso di inflazione al 12% (il peggiore dal 1994), oggi è al 7,96% e negli ultimi mesi, il governo ha mantenuto una dura politica monetaria nel tentativo di frenare l’aumento dei prezzi.

Dalla “fine” della pandemia, il governo Bolsonaro ha approvato dodici aumenti consecutivi del tasso di interesse, portandolo al 13,75%. Si tratta di uno dei cicli di politica monetaria più aggressivi al mondo. A fine giugno ha anche ridotto le imposte su carburante, elettricità, comunicazioni e trasporti pubblici, per abbassare il costo di questi beni, ancorandoli come ammortizzatori dell’intera economia.

Ma i risultati di queste politiche sono stati scarsi. Se è vero che le misure economiche hanno portato a una riduzione dell’inflazione, quest’ultima rimane alta e il suo controllo comporta un costo fiscale molto elevato. Così, lo straordinario aumento del tasso di interesse si è tradotto in un violento trasferimento di reddito al settore finanziario, incoronato come uno dei settori più redditizi. Lo shock ortodosso ha portato a proiezioni di crescita per quest’anno di un misero 1%, una delle peggiori performance della regione. Allo stesso tempo, il taglio delle tasse ha fatto perdere allo Stato una delle sue fonti di reddito, aumentando il deficit fiscale primario.

Come sempre, le misure hanno una diretta relazione con la vita quotidiana dei settori popolari. Nel giugno di quest’anno, la Rete brasiliana di ricerca sulla sovranità e la sicurezza alimentare (Penssan) [3] ha pubblicato un rapporto che sottolinea come circa 125 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare. Detto in altri termini, il 60% della popolazione fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, mentre 33 milioni di persone soffrono quotidianamente la fame: un declino a livelli paragonabili solo alla crisi che colpì il Paese nel 1993.

Questo spiega perché uno degli assi centrali della campagna elettorale di Lula è stato quello di porre fine alla fame (“Chi ha fame non può aspettare”), rivendicando con forza le politiche dei suoi governi che avevano portato il Brasile fuori dalla mappa della fame delle Nazioni Unite.

Verso il ballottaggio

Per il ballottaggio, è consigliabile mantenere cautela anche rispetto ai sondaggi. Non solo perché l’esultanza di chi non ha ancora vinto è una cattiva consigliera, ma anche perché alcune variabili possono avere un effetto distorsivo sui sondaggi. Il che potrebbe rendere difficile la costruzione di campioni rappresentativi, come affermato di recente da Steve Bannon [4], ideologo della nuova destra radicale populista e stratega dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, oltre che della campagna elettorale di Bolsonaro.

La ricostruzione di un nuovo ciclo di governi progressisti sarà strettamente legata alla capacità dei settori popolari di ricostruire un nuovo ciclo di mobilitazione di massa. Per questo, la sconfitta del bolsonarismo in campo elettorale gioca un ruolo molto importante e potrebbe aprire la possibilità per migliorare le condizioni di vita, ma sarà la capacità delle forze di sinistra e dei movimenti popolari a costruire un orizzonte di possibilità con cui tornare a sognare.

Spetta solo al popolo brasiliano scegliere il suo prossimo presidente. Ma da qui al ballottaggio del 30 ottobre, tutti devono tenere gli occhi aperti sulle minacce poste da Bolsonaro alla democrazia brasiliana, all’uso della violenza politica e delle notizie false per influenzare i risultati delle elezioni ed a qualsiasi tentativo di impedire il trasferimento pacifico del governo in caso di vittoria di Lula.

FONTE: https://marcoconsolo.altervista.org/brasile-al-ballottaggio/

Un futuro che vale un Perù…

di Marco Consolo

Lo scorso 11 aprile, in Perù si sono tenute le elezioni per eleggere un presidente, 2 vicepresidenti e 130 deputati e deputate. Nessuno dei candidati ha passato il primo turno e il ballottaggio sarà il prossimo 6 giugno.

Il candidato “sorpresa” Pedro Castillo di Perù Libre è stato il più votato con il 19,1% dei voti, ridando fiato alla sinistra. Al secondo posto, su posizioni apertamente neo-liberiste,  si è piazzata Keiko Fujimori (Fuerza Popular) con il 13,3 %. Keiko è la pluri-indagata figlia di Alberto Fujimori, l’ex-presidente dittatore attualmente in galera per corruzione.

Pedro Castillo vs. Keiko Fujimori: las propuestas de los candidatos que se disputarán la presidencia de Perú en segunda vuelta

Solo sesta con il 7,9 % è arrivata Veronika Mendoza, esponente della coalizione di sinistra  “Juntos por el Perù” (che comprende i 2 partiti comunisti), e che sperava passare al ballottaggio, mentre rimane in fondo l’ex presidente Ollanta Humala (Partido Nacionalista), con solo 1,6 % dei suffragi.

Su 24 milioni di elettori, circa il 30 % non è andato a votare, mentre l’astensione nelle precedenti elezioni presidenziali non aveva superato il 18%.  Tra coloro che hanno votato,  il 18 % ha votato scheda bianca o nulla che, sommato al 30% di astensione dà un totale del 48 % dei votanti che non ha espresso nessuna preferenza.

C’è da dire che chi è andato a votare lo ha fatto nel momento più pericoloso della pandemia,  con il record dei decessi il giorno prima delle elezioni, vincendo la paura e mettendo a rischio la salute.

Al di là dei singoli risultati, in generale è stato il voto di un Paese stanco, depresso, frustrato e stufo. È il risultato di come il Paese si sente e si mostra.  Tuttavia, queste elezioni hanno presentato un’importante sorpresa.

La sorpresa Pedro Castillo ?

Per chi non conosce a fondo la politica peruviana,  Pedro Castillo è stata la sorpresa di queste elezioni, dato che la maggioranza dei sondaggi o non lo calcolavano, o lo davano al quarto o quinto posto.

Nato a Cajamarca, città del nord del Paese, Castillo è un insegnante rurale con un master in psicologia dell’educazione. È attivo in politica dal 2002, prima con Perú Posible (partito di centro dell’ex presidente Alejandro Toledo), e dal 2017 con Perú Libre.

Proprio nel 2017, è stato alla testa di uno dei più importanti scioperi nazionali degli insegnanti, durato tre mesi.

huelga docente Perú - NODAL

Foto:www.nodal.am

Perù Libre è un partito recente, fondato a livello nazionale nel 2012, nato nel dipartimento di Junín, anch’esso lontano dalla capitale Lima. È un partito che si dichiara socialista, marxista-leninista-mariateguista, con posizioni conservatrici su questioni come il matrimonio egualitario (Castillo ha dichiarato che non è una questione prioritaria in un suo possibile governo) ed è contro la libera interruzione della gravidanza.  Durante la campagna elettorale, ha cercato di differenziarsi dalla “nuova sinistra di Lima” (in riferimento a Juntos por el Perú), e di rappresentare gli interessi dei contadini e degli esclusi del “Perù profondo” in un Paese fortemente centralista, ma diviso tra la costa, la selva e la sierra.

Rispetto alla moderazione di altri candidati di sinistra, Castillo ha saputo esprimere chiaramente la richiesta di una nuova costituzione, di una nuova riforma agraria e della nazionalizzazione delle risorse, in particolare quelle minerarie sottoposte ad uno spietato saccheggio multinazionale.

Il tema dell’industria estrattiva è uno dei punti più controversi, che ha provocato distruzione dell’ambiente, della fragile struttura produttiva delle zone interessate, duri conflitti sociali (Las Bambas, Conga e Tía María solo per citarne alcuni) e una violenta repressione a difesa degli interessi delle multinazionali straniere.

Cajamarca: minería, empleo y pobreza | EL MONTONERO

La miniera di Cajamarca

Anche in politica internazionale, Castillo si è apertamente schierato a favore di Cuba, Nicaragua e Venezuela, nonostante la violenta polemica nel Paese in particolare contro il processo bolivariano.

Divide et impera

La frammentazione politica è da anni una caratteristica peruviana, e lo si è visto nel primo turno, sia per  l’alto numero di partiti e candidati, sia per i risultati, con basse percentuali di appoggio, un indicatore chiaro della mancanza di connessione con il ventaglio di proposte politiche.

I primi due arrivati, Castillo e Fujimori, insieme rappresentano poco più del 32% dei voti, mentre il restante 68% è diviso tra ben 16 candidati, di cui 6 hanno superato il 5%.

Anche in base alla grande percentuale di indecisi a una settimana dalle elezioni, ci si aspettava una dispersione del voto, espressione della disaffezione della popolazione nei confronti della politica. Ma non si era mai arrivati a un ballottaggio con due candidati i cui risultati sommati non arrivano alla metà dell’elettorato. E’ parte della crisi istituzionale, delle caratteristiche dei partiti che sono in gran parte “contenitori personali”, del mancato funzionamento del sistema elettorale, dell’assenza di democrazia che non sia quella formale. Ed è proprio lo svuotamento della democrazia che conduce al fujimorismo, perchè da lì viene.

Destre e sinistre

Settimane prima delle elezioni, le previsioni indicavano un possibile ballottaggio  tra due candidati conservatori, come risultato della frammentazione della destra peruviana in almeno cinque diversi candidati. Anche tenendo conto di  quello che era successo 5 anni fa, quando erano andati al ballottaggio un candidato che rappresentava la destra neoliberale, Pedro Pablo Kuczynski (PPK), e una candidata che rappresentava la destra pro-Fujimori (altrettanto neoliberale), Keiko Fujimori. Viceversa, la dispersione del voto, insieme all’approfondimento della crisi politica, ha propiziato l’ascesa di settori più legati alla sinistra, che anch’essa però si presentava divisa.

A sinistra, Castillo è stato colui che ha saputo incanalare e dare un senso alla crisi politica. Ciò ha marcato la differenza con Verónika Mendoza, che poco a poco ha moderato il suo discorso in campagna elettorale, e incluso la proposta di una nuova Costituzione è rimasta in secondo piano.  Castillo non ha ricevuto quasi nessuna rimostranza diretta ed è stato chiaro nelle sue proposte sollevando la necessità di una nuova Costituzione e proponendo di portare al 10% del PIL le risorse per salute ed educazione.

Parlamento e presenza territoriale

Sono 10 le forze politiche che hanno ottenuto seggi al parlamento, ma nessuna con la maggioranza. Perù Libre con 37 seggi, Fuerza Popular 24, Acción Popular 17, Alianza Para el Progreso 15, Renovación Popular 13, Avanza País 7, Podemos Perú 5, Somos Perú 4, Juntos por el Perú 5 e il Partido Morado 3 seggi. Le elezioni hanno rivelato la debolezza dei partiti peruviani e la scomparsa di alcuni partiti tradizionali come l’APRA. Chiunque vinca al ballottaggio, non ha comunque la maggioranza al Congresso e sarà costretto ad allearsi con risultati tutti da vedere.

Al primo turno, Castillo ha vinto in 16 dipartimenti (Cajamarca, Amazonas, San Martin, Ancash, Arequipa, Moquegua, Ayacucho, Tacna, Puno, Cusco, Apurímac, Huancavelica, Junín, Pasco, Huánuco e Madre de Dios), mentre Keiko ha vinto in 7 (Callao, Ica, Lambayeque, Loreto, Piura, Tumbes e Ucayali). Le regioni dove Castillo ha ottenuto una percentuale più alta (specialmente il sud e gli altipiani centrali), sono territori con un forte voto anti-neoliberale e anti-Fujimori:  nel 2011 avevano  votato per il “nazionalista” Ollanta Humala e nel 2016 per Verónika Mendoza (allora al terzo posto con il 18,7%).

Perú: El Mendigo ya se deshizo del Banco de Oro - El polvorín

Foto: El Polvorìn

Una visione binaria ?

La complessità del panorama rende difficile pensare alla disputa del secondo turno solo come una “semplice” disputa tra destra e sinistra. Le elezioni sono anche un riflesso della crisi politica, della crisi di rappresentanza, della mancanza di leadership e del disincanto della popolazione nei confronti del ceto politico tradizionale e delle istituzioni. Da decenni ormai, il Perù è testimone di un agire deplorabile del ceto politico, sia di governo, che di opposizione. Tutti i governi hanno concluso il loro mandato con una grande disapprovazione. Nessun partito è riuscito a fare eleggere due volte un suo candidato a presidente e, da 30 anni, tutti i governanti sono indagati per corruzione. Ci vuole poco a capire perchè i cittadini-elettori non solo si allontanano dalla sfera politica istituzionale, ma la rifiutano in blocco. Il voto è una continua frustata al ceto politico, alla ricerca di qualcuno che sembri “nuovo”,  che indichi la luce in fondo al tunnel, o che appaia con la frusta della vendetta o del castigo in un Paese messo in ginocchio da decenni di neo-liberismo sfrenato.

Oggi, risuona la discussa frase attribuita ad Antonio Raimondi, esploratore e naturalista italiano che arrivò nel Paese nel 1850, : “Il Perù è un mendicante seduto su di una panca d’oro”

A questo si deve aggiungere la situazione della pandemia che ha reso visibili le disuguaglianze e ha approfondito la crisi: più di 2 milioni di persone hanno perso il lavoro nel 2020. Il risultato del primo turno segna una polarizzazione tra figure politiche antagoniste che a modo loro hanno saputo esprimere le preoccupazioni rispetto alla crisi. Keiko Fujimori ha fatto campagna evocando la stabilità, cioè mantenere la costituzione del 1993 e tornare alla crescita economica degli anni precedenti con il cosiddetto “miracolo economico” peruviano degli anni 2007-2015, con una grande crescita che non ha ridistribuito quel benessere). Viceversa, Pedro Castillo ha fatto una campagna elettorale tra gli ultimi, gli esclusi ed i colpiti dalla crisi. In particolare con un occhio rivolto al Perù profondo, alle zone rurali ed ai suoi ronderos campesinos, cercando il consenso per un’Assemblea Costituente e una nuova Costituzione, una richiesta avanzata con determinatezza dalle mobilitazioni di piazza di pochi mesi fa.

Un mendigo en un banco de oro, por Alfredo Thorne | OPINION | EL COMERCIO PERÚ

Disegno: Giovanni Tazza. Fonte: El Comercio

Che succederà al ballottaggio ?

E’ la terza volta che Keiko Fujimori arriva al ballottaggio. Nelle due precedenti, ha pesato di più la sua immagine negativa e lo slogan ” Mai più Fujimori” è stato sufficiente perchè gran parte dello spettro politico le votasse contro.

Nel 2011, il “nazionalista” Humala vinse al secondo turno con il 51,45%, mentre Keiko ottenne il 48,55%.

Nel 2016, PPK ha ottenuto il 50,12% e Keiko il 49,88%. La differenza era sempre piccola.

In questa terza opportunità lo scenario potrebbe favorirla. Da un lato la frammentazione della destra nel primo turno può far convergere quei voti su di lei. Dall’altro, è difficile che appoggino Castillo i settori tradizionalmente conservatori della popolosa Lima, che concentra circa un terzo degli abitanti del Paese. Parallelamente, i media e la stessa Keiko usano l’immagine del vecchio conflitto armato interno, battendo sulla idea falsa, ma presente nel senso comune peruviano, che i militanti di sinistra sono tutti terroristi, il cosiddetto  “terruqueo”.

Da parte sua, Castillo conta sull’appoggio dichiarato al ballottaggio di Nuevo Perù (partito di Veronika Mendoza), del Partito Comunista Peruviano e di altre forze sociali. Ma soprattutto, conta sulla volontà di rottura della popolazione, stanca di essere esclusa e presa in giro. Ad oggi, i soliti sondaggi da prendere con le pinze, lo danno in vantaggio, ma gli indecisi sono ancora molti e mancano quasi due mesi al voto.

Come sempre, il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori sarà polarizzato e ci si attende una battaglia durissima e senza esclusione di colpi. Ma chiunque vinca non potrà mantenere interamente le promesse del suo programma, e avrà bisogno di stringere accordi in parlamento (con partiti che non garantiscono neanche coesione nelle loro file) per offrire un minimo di stabilità politica, fattore ancor più importante in questa fase di crisi sanitaria e socio-economica.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/il-labirinto-peruviano/

America latina, tra mobilitazioni sociali, elezioni e Covid-19

di Marco Consolo

A pochi giorni dalle elezioni in diversi Paesi latino-americani dell’11 aprile (Ecuador, Perù e Bolivia) la regione è colpita duramente dagli effetti sanitari e socio-economici, con un panorama di chiara disputa politica.

L’America Latina è la regione del mondo più colpita dalla pandemia di Covid-19. Solo qualche giorno fa, il totale dei contagiati era di circa 24 milioni, includendo i Caraibi. Con solo l’8,4% della popolazione mondiale, il continente registra il 27,8% dei decessi mondiali di COVID-19. Il Brasile è il Paese più colpito, con circa 12 milioni di casi confermati.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), nel continente sono 26 milioni i posti di lavoro persi durante la pandemia.  La perdita di ore di lavoro nel 2020 nella regione è stata circa quattro volte maggiore a quella registrata durante la crisi finanziaria globale del 2008-2009.    La perdita stimata nei due maggiori Paesi dell’America Latina e dei Caraibi è per il Brasile del 15% e per il Messico del 12,5%.

Secondo le proiezioni della Commissione Economica per l’America Latina (CEPAL), a causa della grave recessione economica nella regione (con una contrazione del PIL del -7,7%), il tasso di povertà estrema si attesterà al 12,5% nel 2020 e il tasso di povertà colpirà il 33,7% della popolazione. Concretamente, alla fine del 2020 il numero totale di poveri ha raggiunto i 209 milioni, ovvero 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Di questo totale, 78 milioni di persone sono in estrema povertà, 8 milioni in più rispetto al 2019.

Fin qui alcuni dati della drammatica situazione sociale ed economica.

Canal COVID - EL PAcCTO

Un continente in disputa

Sul versante politico, la fase attuale è segnata dalla disputa tra le oligarchie locali sostenute dalla Casabianca e le forze diverse che si battono per la trasformazione sociale e per un’integrazione sovrana e autodeterminata della “Patria Grande”.

Lungi dallo stare ferma, l’America Latina è in movimento. In Bolivia la recente vittoria di Luis Arce che ha sconfitto il golpe e la dittatura imposta dopo solo un anno; in Cile le enormi mobilitazioni popolari contro il governo e per mettere fine alla costituzione della dittatura di Pinochet; in Paraguay le mobilitazioni che hanno messo in difficoltà il governo di Mario Abdo Benitez; l’uscita dell’Argentina dal cosidetto “Gruppo di Lima” creato in funzione anti-venezuelana; in Colombia, dove non si ferma la mobilitazione popolare contro le politiche neo-liberali e la violazione sfacciata degli accordi di pace da parte governativa, contro i rappresentanti dell’oligarchia e i settori più conservatori, alleati degli Stati Uniti.

Le prossime elezioni in Cile, decisive per la regione, sono state rinviate al 15-16 maggio a causa della pandemia che colpisce il Paese. Il processo costituente con l’elezione di una Convenzione costituzionale (resa possibile dalla mobilitazione sociale e dalla rivolta popolare) è la prima sfida che culminerà a novembre con le elezioni presidenziali. L’unità tra i partiti, i movimenti di sinistra e progressisti ed i movimenti sociali è la strada obbligata per approfondire la mobilitazione sociale e l’alternativa anti-neoliberale di trasformazione. Inoltre, le manifestazioni pacifiche del popolo cileno hanno chiesto con forza la liberazione delle decine di prigionieri politici della rivolta.

Ma non è tutto oro quello che luccica, ed il processo costituente deve affrontare diverse trappole nel cammino. Come si ricorderà, il 15 novembre del 2019 tutti i partiti presenti in parlamento (con l’eccezione del Partito Comunista e degli Umanisti), avevano firmato un accordo-trappola per pacificare le piazze, e per stabilire le “regole” del processo costituente. La prima “regola” è l’impossibilità di cambiare gli Accordi commerciali internazionali, che il Cile ha firmato con ben 26 Paesi e che rappresentano un’ipoteca sul futuro del Paese.

Octubre 2019: De la mano de los estudiantes, ¡Chile Despertó! - Estallido Social en Chile

La seconda è la necessità di una maggioranza dei 2/3 dei costituenti per approvare i diversi articoli  e porre fine all’eredità neoliberale della dittatura di Pinochet. Mentre la destra e la destra estrema si presentano con un’unica lista unitaria, l’opposizione si presenta con almeno 2 liste (una di centro-sinistra, una tra il PC ed il Frente Amplio) e circa 2000 “candidati indipendenti” che aumentano la frammentazione: un situazione che favorisce la destra, che quasi sicuramente sarà sovra-rappresentata nella Convenzione Costituente.

Dell’Ecuador abbiamo già scritto nei giorni scorsi http://www.rifondazione.it/esteri/index.php/2021/04/08/ecuador-al-ballottaggio/e, salvo colpi mano della destra dell’ultimo minuto, secondo i sondaggi più affidabili, il “binomio della speranza” Arauz-Rabascall (UNES lista 1) dotrebbe vincere il ballottaggio dell’11 aprile. Anche qui, le forze conservatrici ne hanno inventate di tutti i colori per non farli partecipare. Nonostante ciò, la pressione dal basso e quella internazionale fino ad oggi sono riuscite a frenare le spinte reazionarie e golpiste.

Contro il Venezuela bolivariano non si ferma l’offensiva di Washington e dell’Unione Europea per far cadere il governo Maduro, secondo il moderno copione della destabilizzazione. Alle criminali e genocide “misure coeritive unilaterali” (mal chiamate “sanzioni”), nelle ultime settimane si sono aggiunti attacchi armati alla frontiera con la Colombia con azioni combinate di militari e formazioni armate colombiane contro la popolazione e le istituzioni del Venezuela.

In Paraguay, l’egemonia dell’oligarchia paraguaiana da più di 70 anni attraverso il Partito Colorado, è entrata in una crisi profonda quando la corruzione strutturale si è squadernata durante la pandemia. Non solo,  ma anche quando Abdo Benítez ha dato priorità agli affari privati rispetto alla salute pubblica. Non ci sono medicine o forniture mediche negli ospedali pubblici, che viceversa sono disponibili nelle poche catene farmaceutiche private, e la  principale è legata a Horacio Cartes, il principale sostenitore di Abdo.

Di fronte alla drammatica mancanza di medicine, la gente è posta di fronte al dilemma tra lasciar morire i suoi cari, o vendere i propri beni ed entrare nella miseria più brutale. Questa totale impotenza ha finito per infuriare  la popolazione che è scesa in piazza per chiedere le dimissioni di Abdo Benítez e Hugo Velázquez, (presidente e vicepresidente), così come di Horacio Cartes, il vero capo del Paese. Per ora, la mobilitazione non sembra fermarsi, e il Paese potrebbe riservare soprese nel prossimo periodo.

Il Brasile, sotto la presidenza del negazionista Jair Bolsonaro, sta vivendo una tragedia umanitaria e una dura crisi economica nel contesto della pandemia globale. Pochi Paesi hanno visto una gestione governativa più disastrosa, con un abbandono totale della popolazione. I primi mesi del 2021 sono stati drammatici. Il governo lavora contro il suo popolo e la crisi nell’approvigionamento di vaccini ha mostrato un comportamento criminale e le caratteristiche della necropolitica. Il governo si è dimostrato incapace di promuovere la ripresa dell’attività economica e di evitare la deindustrializzazione del Paese. Oggi il Brasile ha il più grande deficit pubblico della sua storia, con dati omessi dal governo ed è certo che il primo trimestre si concluderà con un PIL negativo. Il degrado sanitario, sociale ed economico avviene in uno scenario politico di grande incertezza sul futuro.

Continuano le minacce costanti alla democrazia, con l’incoraggiamento da parte del governo alle Forze Armate ad assumere posizioni politiche, mentre aumenta la presenza dei militari nel governo e nelle istituzioni. Bolsonaro continua a sostenere imperterrito che sono le FFAA a decidere se ci sarà o meno democrazia.

L’ennesimo rimpasto di governo, con il cambio di 6 ministri (quello della sanità è il quarto dell’era Bolsonaro) e le dimissioni dei capi delle Forze Armate come protesta per la sostituzione del Ministro della difesa, aumentano l’incertezza politica.

La recente assoluzione di Lula è una speranza per un cambio che potrebbe arrivare nel 2022 in caso di unità delle forze popolari, dei movimenti sociali e partiti della sinistra, con un programma congiunto di alternativa.

In Argentina la gestione del governo nazionale di Alberto Fernandez in relazione alla pandemia sta lentamente costruendo una risposta. I vaccini stanno arrivando col contagocce e il piano di vaccinazione ancora non riesce a coprire una percentuale significativa della popolazione. Ciò ha provocato la ripresa di iniziativa della destra politica che aveva criticato il governo per aver negoziato l’acquisto dei vaccini con la Russia e la Cina. I poteri forti sono ben strutturati e operano apertamente contro il governo di Alberto Fernandez. L’oligarchia terriera, l’Associazione degli Imprenditori Argentini (AEA), i grandi media e un’opposizione spietata che non dà tregua al governo, aumentano le loro azioni cercando di destabilizzarlo. La destra insiste con le strategie di Lawfare contro Cristina Fernandez, anche se la falsità e strumentalità delle accuse sono sempre più evidenti.

Sul versante economico, al momento il dollaro è abbastanza stabile, ma non si vedono prospettive per una ripresa durante quest’anno.

In Uruguay la restaurazione del governo neoliberale e conservatore di Luis Lacalle Pou sta affrontando la raccolta di firme contro la Legge di Urgente Considerazione (LUC). Il Frente Amplio, il Pit-Cnt (Centrale sindacale unica) ed il movimento popolare organizzato nella cosiddetta “Intersociale” hanno l’obiettivo di raggiungere 750.000 firme per arrivare ad un plebiscito su ben 135 articoli della LUC, il “cuore” della restaurazione neoliberale.

Oggi l’Uruguay ha 100 mila poveri in più, di cui circa la metà sono bambini e bambine; circa 80 mila persone usufruiscono della scarsa indennità di disoccupazione; sono stati persi 60 mila posti di lavoro ed hanno chiuso 10 mila aziende;  migliaia di persone rischiano di essere sfrattate perché non possono pagare l’affitto da quando hanno perso il lavoro. E migliaia si sfamano nelle mense dell’INDA (Istituto Nazionale dell’Alimentazione) e grazie alle “pentole popolari” auto-organizzate (296 solo a Montevideo).

Il Paese è passato dall’essere un esempio mondiale contro la pandemia (in gran parte grazie alla capacità istituzionale recuperata durante i governi del Frente Amplio)  ad essere quello con più casi pro-capite di Covid nel continente, e quello che ha investito meno in politiche pubbliche per mitigare la pandemia. Il Frente Amplio propone di affrontare gli impatti sociali ed economici della pandemia, visto l’aumento della povertà, della disuguaglianza, della disoccupazione e una diminuzione del reddito di lavoratori e pensionati.

In Perù, a pochi giorni dal primo turno delle elezioni dell’11 aprile, è grande l’incertezza sui risultati. Almeno cinque candidati alla presidenza sono tecnicamente in parità nella corsa per il ballottaggio.

Lungi dal mostrare una semplificazione nel quadro politico, siamo quindi di fronte alle “elezioni più frammentate della storia”  e le tendenze di voto continueranno  a spostarsi fino all’ultimo minuto.  In particolare, se si tiene conto che il 39% della popolazione decide il suo voto nell’ultima settimana. E nonostante l’86% dica che “andrà sicuramente a votare”, è ancora incerta la partecipazione dei gruppi più vulnerabili al COVID-19.

C’è qundi molto spazio per le sorprese, dato che molti candidati  non superano il 15%.  Prova ne è il fatto che, durante gli ultimi mesi, diversi candidati hanno avuto una crescita inaspettata, ma non sono stati in grado di sostenerla nel tempo.

Ma indipendentemente da chi vincerà la presidenza, in termini di in/stabilità politica tutto indica che i prossimi cinque anni saranno molto simili ai precedenti e i rischi di ingovernabilità rimarranno alti. In particolare, il discredito delle istituzioni ed il loro deterioramento negli ultimi anni (con enfasi nel mancato equilibrio di potere tra l’esecutivo e il legislativo) non è stato superato.

Anche se era già a livelli record, i sondaggi proiettano un Parlamento ancora più frammentato e più di 10 partiti potrebbero superare lo sbarramento elettorale. Ciò renderà difficile stabilire alleanze durature e, visto il deterioramento del quadro istituzionale e la mancanza di credibilità dei partiti politici, persisterà anche lo scontro tra il potere esecutivo e quello legislativo.

E l’integrazione regionale ?

In termini di integrazione regionale non subordinata agli Stati Uniti, rimane qualcosa del passato recente e dei primi 15 anni di questo secolo ?

Refuerzan integración de América Latina ante planes derechistas - Cuba en Noticias

In quegli anni si era creato un fronte di Paesi latino-americani che aveva saputo contrastare efficacemente la prepotenza e la pretesa statunitense di imporre l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), un mercato subalterno a Washington, dal Canada fino alla “Terra del fuoco”. Dopo la sconfitta militare in Vietnam, sul versante politico è stata probabilmente la sconfitta più dura che ha dovuto ingoiare la Casabianca.

L’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), da sempre “ministero delle colonie” degli Stati Uniti, perdeva il ruolo centrale nella definizione delle politiche continentali ed alcuni Paesi inizavano a pensare di abbandonarla definitivamente. A partire dal 2015, con la segreteria di Luis Almagro, la OEA ha aumentato l’ingerenza sfacciata nella politica interna dei vari Paesi, in aperto contrasto con gli obiettivi ufficiali della OEA: cercare il consenso, fomentare il dialogo inter-americano e la soluzione pacifica delle controversie nell’emisfero.

In ordine di tempo, l’ultima intromissione di Luis Almagro, è stata quella contro lo Stato Plurinazionale della Bolivia. Almagro ha proposto, tra l’altro, di creare una commissione internazionale per indagare sulle presunte accuse di corruzione e per riformare il sistema giudiziario. Dichiarazioni che vanno ben oltre la sua missione di segretario generale dell’organismo regionale e ignorano volutamente il funzionamento del sistema interamericano. Non è un caso che siano in perfetta sintonia con le recenti dichiarazioni di Antony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti, che ignorano il recupero della democrazia e dell’istituzionalità e intervegono negli affari interni del popolo boliviano.

Gli anni passati, sono stati gli anni dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), della Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), del Banco del Sur, etc.

Lo stesso Mercosur viveva una nuova fase, e iniziava a cambiare pelle con l’entrata della  Bolivia e del  Venezuela. Oggi il Mercosur compie 30 anni. Nei primi anni del XXI° secolo, i governi di sinistra e progressisti hanno provato a cambiare la concezione neoliberale della sua origine, cercando inoltre di associare il blocco con l’integrazione latinoamericana e caraibica e la nascita della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC). Oltre a rafforzare la parte “sociale” del blocco, quei governi avevano rivalutato il ruolo dello Stato come “agente di sviluppo” attraverso le grandi aziende pubbliche, combattendo le “asimmetrie” e proponendo un completamento dell’infrastruttura regionale,

Viceversa, oggi assistiamo a una svolta mercantilista e neoliberale nel blocco, che rappresenta una ritorno agli anni ’90. In particolare, con la possibile firma di un Trattato di Libero Commercio con la Unione Europea, per cui fanno pressione le lobby delle multinazionali “europee”. Lungi dal volersi isolare, le proposte delle forze più avanzate per rafforzare il Mercosur sono quelle di dare priorità innanzitutto all’inserimento internazionale nella subregione, scommettere sulla complementarità economica e promuovere negoziati commerciali come blocco e non separatamente.

Nell’attuale contesto di disputa, è necessario recuperare le notevoli esperienze dei governi progressisti, nazionalisti, popolari e rivoluzionari che hanno governato la maggior parte del sub-continente nei primi 15 anni del XXI° secolo. Studiare le loro vittorie e far conoscere le loro conquiste, ma anche studiare a fondo i loro errori e le loro debolezze e fare una profonda autocritica sui fattori che hanno permesso il successo della controffensiva e in un così breve lasso di tempo.

Oggi, l’offensiva dell’imperialismo verso una pervasiva “restaurazione conservatrice” si scontra con la resistenza popolare e di un arcobaleno di organizzazioni sociali che è necessario unificare.  Imparare dai propri errori è l’unica maniera di non ripeterli e di poter avanzare.

FONTE: http://marcoconsolo.altervista.org/america-latina-tra-mobilitazioni-sociali-elezioni-e-covid-19/

In America Latina un nuovo ciclo anti-neoliberismo; che sia sinistra?

I popoli latino-americani sembrano aver preso coscienza dei loro diritti e delle loro ricchezze naturali, minerarie e agricole strategiche che vogliono mettere al servizio del loro sviluppo, ci spiega in questa intervista Agostino Spataro (*).

 

di JETA GAMERRO (da INDRO)

 

Intervista ad Agostino Spataro su elezioni e rivolte popolari in America Latina. Continua a leggere

AMERICA DEL SUD: UNA NUOVA, PERICOLOSA FRATTURA

di Agostino Spataro

Noam Chomsky ha definito “Lula il più importante prigioniero politico del mondo, sottoposto a una censura di tipo fascista.” Un nuovo dramma sociale e politico é in atto in America latina…

America del Sud: la via giudiziaria al neoliberismo?

L’esperienza dei governi progressisti in America latina è da conside­rare complessivamente positiva, perché frutto di processi elettorali de­mocratici e di politiche mirate all’inclusione sociale dei ceti popolari e meno abbienti.

Una esperienza, a tratti, esaltante tanto da configurarsi come una sorta di “anomalia” felice nel contesto globale mondiale.

Negli ultimi anni, però, è sotto attacco a causa di taluni errori compiuti durante il percorso e, soprattutto, per effetto di manovre oscure, torbide (un nuovo piano Condor?) mirate al superamento dell’anomalia ossia al “recupero” dell’America latina, delle sue immense risorse naturali agli interessi delle oligarchie economiche e finanziarie Usa ed europee.

Questa è la novità e insieme il grande problema cui devono dare una risposta le forze democratiche e di sinistra della regione e del mondo. Continua a leggere

E-book: “Il continente americano. L’America Latina”, di Andrea Vento, Giga Autoproduzioni, 2017

Recensione di Serena Campani

Il continente americano. L’America Latina, Andrea Vento, Giga Autoproduzioni, 2017, pp 36, contributo libero.

Il continente americano. L’America Latina è un opuscoletto di 36 pagine, realizzato dal Prof. Andrea Vento, docente di Geografia Economica a Pisa presso L’Istituto Tecnico Commerciale A. Pacinotti. Continua a leggere

America Latina: un futuro incerto fra crisi dei governi progressisti e nuove strategie golpiste

di Andrea Vento (estratto dalla pubblicazione “L’America Latina”)

Pubblichiamo l’interessante saggio di Andrea Vento parte di un lavoro più ampio che presentiamo integralmente in home page, molto utile per un quadro storico e attuale della situazione latino americana. (Copertina QUI) (Testo integrale QUI) Continua a leggere

Uruguay: fare politica con l’esempio. Josè (Pepe) Mujica intervistato da Al Jazeera

Uruguay: fare politica con l’esempio. Josè (Pepe) Mujica intervistato da Al Jazeera – Video con sottotitoli in Italiano.

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