I significati opposti del cessate il fuoco
di Marina Calculli (il manifesto 9/4/2026)
La pacificazione implica per le società indigene la costrizione a vivere senza poter scegliere come vivere. Un’idea di «pace» che discende dal pensiero suprematista che accompagnò la colonizzazione
Le minacce genocidarie che Donald Trump aveva lanciato la mattina del 7 aprile contro l’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte» – si sono rivelate il ruggito isterico di un leone in un cul de sac. Nonostante Trump avesse «concesso» varie estensioni non richieste per rispondere alla sua proposta di cessate il fuoco, l’Iran non si è spostato dai suoi dieci punti, peraltro già noti da un paio di giorni, inducendo comunque gli USA a proclamare la cessazione temporanea della guerra e l’avvio dei negoziati di pace. La pace resta comunque un miraggio, visto che Israele ha già ignorato, come suo solito, i termini dell’accordo mediato dal Pakistan che prevedeva l’estensione del cessate il fuoco anche al Libano, uccidendo oltre 500 persone durante il «cessate il fuoco». Trump e i suoi alleati occidentali vorrebbero una pace nominale e rapida, che apra lo stretto di Hormuz, rassicuri i mercati e oscuri i loro crimini di guerra. Ma per l’Iran e Hezbollah la pace ha un significato opposto.
Come l’intellettuale e leader rivoluzionario palestinese Ghassan Kanafani, alla domanda di un giornalista britannico «perché non entrate in trattative di pace?», rispose «vuol dire forse capitolazione?», così l’Iran, stavolta forte del potere negoziale che Trump stesso ha fatto emergere – la capacità cioè di mandare in tilt l’economia globale – non cederà alla pax americana-israeliana. Quello che Stati Uniti e Israele perseguono è una pacificazione coloniale: un sistema in cui i leader indigeni accettino una sottomissione incondizionata – volontariamente, come i monarchi del Golfo o il presidente siriano al-Shara’ e il presidente libanese ‘Aoun, che hanno già nei fatti accettato l’occupazione israeliana dei propri territori; oppure con la forza, sul modello dell’occupazione americana dell’Iraq che rovesciò il regime di Saddam Hussein, uccidendo oltre 650mila persone solo tra il 2003 e il 2006. La pacificazione implica per le società indigene la costrizione a vivere senza poter scegliere come vivere: come abitare e coltivare la propria terra, come e cosa produrre e consumare, rinunciando alla propria sovranità e accettando la distruzione esterna delle proprie capacità militari e l’espropriazione delle proprie risorse naturali. Trump ha più volte detto che il suo obiettivo è «prendere il petrolio iraniano» per «farci un sacco di soldi», aggiungendo in un paio di occasioni il nobile pretesto di voler «liberare i gay», bombardandoli e dispossessandoli. Questa idea di «pace» discende dal pensiero suprematista che accompagnò la colonizzazione come dispossesso delle popolazioni indigene dai loro mezzi di produzione. Non è il pensiero di un presidente «deviato», come vorrebbe la narrazione liberale, inavvertitamente, per la seconda volta, entrato in possesso dei codici nucleari. Hillary Clinton, durante la sua corsa alla Casa Bianca, aveva promesso che, se eletta, avrebbe «obliterato» l’Iran – per «liberare le donne» ça va sans dire – rivelando quanto il femminismo liberal-guerrafondaio non differisca né nella sostanza né tantomeno nello stile dal macho-militarismo neocon. Ma per l’Iran, come per Hezbollah in Libano, la «pace» segue una logica opposta: è un equilibrio fondato sul rifiuto della soggiogazione imperiale. Dall’inizio della sua risposta all’aggressione israeliana-americana, l’Iran ha reiterato ad nauseam di non voler perdere tempo con negoziati farlocchi – essendo stato già due volte attaccato a sorpresa durante trattative ingannevoli – e chiede una pace con garanzie internazionali. Non è disposto a cedere ad un banale do ut des di breve periodo: ha chiarito che, se Israele non ferma la distruzione del Libano, l’accordo salta. La resistenza è considerata un sacrificio e non è negoziabile. È il fondamento ideologico della repubblica islamica del 1979 – un ordine rivoluzionario che ha incorporato l’idea di una liberazione collettiva dalla sottomissione all’occidente – quella che Jalal Al-e Ahmed definì «occidentosi» gharbzadegi – all’interno di una teologia sciita che eleva la battaglia di Karbala del 680 a spirito di lotta perenne contro un potere ingiusto e illegittimo. Questo afflato ideologico era stato pesantemente smorzato da decenni di repressione del dissenso interno e dall’assedio economico e politico esterno. Ma la storia è spesso portatrice di ironia: l’aggressione criminale di USA e Israele potrebbe averlo rivitalizzato in modo imprevisto, ricordando agli iraniani che una pax occidentale non è in fondo altro che una guerra con altri mezzi.
Comanda Bibi. Washington deve adattarsi
Tel Aviv escluso dalle trattative di Islamabad, ha annunciato che la guerra in Libano va avanti nonostante Hezbollah abbia dichiarato di partecipare all’accordo
di Alberto Negri (il manifesto 9/4/2026)
Ancora una volta Netanyahu ha dimostrato chi comanda tra lui e Trump. Escluso dalle trattative di Islamabad, ha annunciato che la guerra in Libano va avanti nonostante Hezbollah abbia dichiarato di partecipare all’accordo raggiunto in Pakistan con il sostegno non tanto segreto dell’alleato cinese. In poche parole dimostra che lui, quando vuole, può far saltare l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Iran e USA e tenere in scacco il mondo. Del resto la dottrina Netanyahu la conosciamo bene: è quella della guerra permanente, un po’ per salvare se stesso dai processi e un po’ per tenere in stato di emergenza un intero Paese e tutta la regione. Con queste premesse o Trump chiede a Netanyahu di aderire oppure già le presunte trattative tra Vance e Ghalibaf partono male ancora prima di cominciare. Se cominceranno, perché l’Iran ha minacciato di riprendere le operazioni militari dopo i gravissimi raid israeliani su Beirut con decine e decine di morti: una fonte diplomatica iraniana ieri affermava che a Teheran si sono diffuse due tipi di sensazioni. Una è che Trump non tenga sotto controllo Netanyahu, l’altra che il premier abbia in realtà ottenuto via libera in Libano dagli stessi comandi militari di Washington. La terza sensazione, sempre più diffusa nelle cancellerie, è la ormai cronica instabilità di Trump che non può certo stupire Nassir Ghaemi, psichiatra della Harvard Medical School di Boston che ha editato di recente un libro assai utile, Una straordinaria follia, storie di disturbi mentali dietro a grandi leader (Apogeo edizioni).
Che la fiducia in Trump sia prossima allo zero lo avevano già verificato tutti, non solo gli iraniani. La guerra è partita il 28 febbraio quando si era già convenuto un incontro diplomatico tra le parti. Qual è oggi la credibilità di Trump? Assai scarsa fuori e anche in patria. Il rifiuto di Netanyahu di fermare la guerra libanese fa apparire la tregua con la repubblica islamica non come una decisione di Washington ma una sorta di concessione di Tel Aviv al suo grande alleato, ormai in estrema difficoltà per l’aumento dei prezzi dell’energia e per una guerra iniziata senza sapere come finirla. Forse una piega non del tutto inattesa visto come è iniziata la guerra «decisa da Netanyahu e dalla lobby sionista degli Stati Uniti», come ha scritto nella sua recente lettera di dimissioni Joe Kent da capo dell’agenzia anti-terrorismo. Impantanato nello Stretto di Hormuz, il presidente americano sembrava essere riuscito a evitare due scenari per lui disastrosi, quello di un passo indietro senza aver ottenuto nulla e quello di una escalation militare senza una strategia reale. Trump cercava una via d’uscita e potrebbe averla trovata ma resta il fatto che non ha ottenuto i successi sperati e soprattutto ora il «comandante» Netanyahu lo tiene appeso a un filo. Del resto è Trump che ha scelto di affossare la NATO (o almeno così dice ripetutamente) perché ha sostituito l’Alleanza Atlantica e gli europei «infigardi» con il progetto di Grande Israele di cui fa parte anche il Libano, oltre alla Palestina, pezzi di Siria, di Iraq e di Egitto, un piano demenziale propagandato non solo dagli estremisti al governo a Tel Aviv ma anche dall’ambasciatore USA Gerusalemme Mike Huckabee.
Del resto i genitori del genero Kushner, uno dei capi della sua diplomazia, avevano riservato per anni un camera permanente a Nethanyau e lo stesso Kushner è socio del principe saudita Bin Salman, un altro dei fautori della guerra all’Iran, che gli ha prestato due miliardi di dollari da investire nella società israeliana Phoenix. Questo è solo un pezzo, ma importante, della compagnia di giro dei sionisti estremisti che circonda Trump. La sua strategia si è basata su scommesse avventate e influenzate dalla visione israeliana, che gli è stata «venduta» da Netanyahu. La prima che il regime iraniano avrebbe capitolato, la seconda che gli USA avrebbero controllato Hormuz, mettendo sotto pressione anche la Cina, la terza che la popolazione iraniana si sarebbe sollevata (ricordate gli appelli di Netanyahu prima e di Trump poi?). Niente di tutto questo è accaduto. Vatti a fidare dei «liberatori» a colpi di bombe per distruggere un intero Paese e persino una «civiltà», come pretendeva il presidente americano.
Donald Trump è ormai nell’impasse. Intervista a Lucio Caracciolo: “La situazione degli USA è disperata”
di Salvatore Cannavò (Fatto Quotidiano 9/4/2026)
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, crede poco che la tregua annunciata da Trump possa reggere anche perché i segnali di guerra che giungono dall’area sono evidenti.
Perché non crede alla tregua? Perché in questo momento Israele comanda in modo assoluto e totalitario. Il bombardamento incredibilmente potente su Beirut, rappresenta il rifiuto di qualsiasi accordo con l’Iran. Ed evidenzia anche una risposta all’apparente, e sottolineo il termine, scelta di Trump di cercare un accordo attraverso un cessate il fuoco.
Perchè apparente? Perché il cessate il fuoco è basato sul nulla, i punti di partenza delle parti sono troppo distanti per dare vita a un accordo vero. Appena Trump, contrariamente al Primo Ministro pakistano (dietro il quale c’è la Cina) è intervenuto dicendo che in effetti nel cessate il fuoco non è compreso il Libano, Netanyahu ha scatenato l’inferno. Ma la situazione e il futuro del Libano non possono essere disgiunti da quelli iraniani, ecco perché penso che siamo di fronte a una finta sul ring.
Ha fatto riferimento alla Cina: che ruolo ha giocato? Mi sembra chiaro che sia intervenuto per cercare di sedare una crisi che fino all’altra notte sembrava definitiva e dagli esiti catastrofici. Perché quando Trump dice che in una notte “cancellerà una civiltà” , vuol dire che pensa all’arma atomica. Dei Paesi in conflitto, del resto, due su tre, USA e Israele, sono potenze atomiche.
Siamo in una fase in cui l’atomica è un’opzione? Dal punto di vista strategico la situazione per gli USA è disperata: hanno un presidente non padrone di sé che gioca con la tattica del deal per poi trovare accordi minimi e soprattutto ha speso tutte le risorse possibili dal punto di vista militare. L’atomica, che prima era una deterrenza, sempre più viene sbandierata come la misura che può chiudere le ostilità, con la decisione nelle mani del “comandante in capo”.
Ma Trump ha problemi o no all’interno dell’interno dell’esercito USA?Si sono visti scontri nel bel mezzo della guerra. La crisi della potenza militare USA – in un mese e mezzo non sono riusciti a realizzare nulla – sembra conclamata e nelle forze militari USA, sia a livello di base sia ai piani alti, si nota un’evidente insofferenza per il comandante in capo. Nelle ultime settimane c’è stato un ammutinamento sulla principale portaerei, spacciato per blocco delle fognature, e segnali di insofferenza si sono visti con il licenziamento del capo di stato maggiore dell’esercito. C’è una crisi del sistema che riguarda anche l’impiego della bomba atomica: nella catena decisionale, a quanto si apprende, ci sono figure che hanno detto di no al suo utilizzo.
Che previsioni possiamo fare nel prossimo periodo? Da un punto di vista strategico, a oggi, non c’è dubbio che USA e Israele siano in una impasse. Solo che mentre Israele vuole continuare la guerra, l’America vuole uscirne spacciando il risultato per vittoria. Ma non ci sono le condizioni: dopo la ripresa dei bombardamenti da parte di Israele e la nuova chiusura di Hormuz, siamo tornati a dove eravamo la sera prima dell’ultimatum e paradossalmente l’Iran è meglio armato e resiste più di quanto si pensasse, e soprattutto non c’è nessuno nel Paese che possa rovesciare il regime.
Che idea si è fatta del comportamento di Trump? Che c’è un problema strutturale: Trump non è libero di decidere visto il potere di ricatto di Israele, come dimostrano i resoconti delle riunioni riservate pubblicati dal New York Times. Ci può essere una componente patologica, ma questo è tema degli specialisti. Certo, osserviamo una forma non coerente dell’agire, un’attitudine da pokerista che per esaurirsi necessita di un’ammissione della sconfitta, cosa però impossibile. Resta il problema che nella maggiore superpotenza una decisione così importante come la guerra viene affidata a una persona sola. In queste forme non era mai avvenuto.
Arsenale integro, possiamo continuare la guerra dice l’Iran ai mediatori
di Gabriele Mariani (Facebook 8/4/2026)
Nel pieno dell’escalation, l’Iran ha comunicato ai mediatori internazionali di non essere affatto vicino all’esaurimento delle proprie capacità militari. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Teheran sostiene di disporre ancora di circa 15.000 missili e 45.000 droni, ribadendo una posizione negoziale estremamente rigida. Le cifre, secondo fonti diplomatiche, potrebbero essere esagerate, ma riflettono chiaramente il messaggio politico: l’Iran non si considera sotto pressione e ritiene di poter sostenere il conflitto nel tempo. Una valutazione che si inserisce nel contesto dell’ultimatum imposto da Donald Trump, sempre più vicino alla scadenza. Secondo le stesse fonti, Teheran avrebbe trasmesso ai mediatori – in particolare al Pakistan, coinvolto nei tentativi di mediazione – la convinzione di trovarsi in una posizione di forza relativa, nonostante i bombardamenti in corso da parte di Stati Uniti e Israele.
Parallelamente, l’Iran avrebbe minacciato una risposta su larga scala in caso di ulteriore escalation, includendo possibili attacchi contro infrastrutture energetiche e obiettivi strategici sia in Israele che nei paesi del Golfo. Il dato centrale è che, a differenza di quanto spesso ipotizzato nelle fasi iniziali del conflitto, la capacità militare iraniana appare ancora significativa e, soprattutto, politicamente spendibile. Questo rafforza la strategia di resistenza e logoramento già emersa nelle settimane precedenti.
Il risultato è un irrigidimento complessivo del quadro negoziale: mentre Washington alza la pressione militare e politica, Teheran risponde mostrando resilienza e disponibilità a proseguire lo scontro, riducendo lo spazio per una soluzione rapida. In questo contesto, la finestra diplomatica appare sempre più stretta, mentre cresce il rischio che il confronto entri in una fase ancora più intensa e prolungata.
Fonti: https://www.wsj.com/…/iran-told-mediators-weapons…
L’Operazione spacciata per salvataggio di un pilota. Fallita la missione per rubare l’uranio iraniano di Isfahan
di Farian Sabahi (Ortahisar, Turchia) – Fatto Quotidiano 9/4/2026
Il presidente Donald Trump ha commesso lo stesso errore di Jimmy Carter nel 1980: autorizzare un’incursione in territorio iraniano. Con l’operazione Eagle Claw Carter voleva riportare a casa 52 ostaggi americani catturati il 4 novembre 1979 nell’ambasciata a Teheran. L’obiettivo di Trump era mettere le mani sull’uranio arricchito iraniano nei pressi di Isfahan. Poco dopo la mezzanotte di domenica, Trump annunciava che due piloti erano stati tratti in salvo in un’operazione con 155 velivoli, tra cui 4 bombardieri, 64 caccia, 48 aerei cisterna per il rifornimento in volo e 13 aerei di soccorso. Le sue dichiarazioni avevano sollevato interrogativi perché l’area in cui si presumeva si trovasse il pilota, nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, è molto distante da quella in cui volevano far atterrare i mezzi. Gli Stati Uniti hanno poi affermato di aver distrutto gli elicotteri e gli aerei C-130 dopo che almeno uno di questi era rimasto bloccato e non era riuscito a decollare. I pasdaran hanno invece dichiarato di aver distrutto due aerei da trasporto C-130 Hercules e due elicotteri Black Hawk su una pista sterrata usata per l’irrorazione aerea dei campi da parte della comunità agricola di Parzan, vicino alla città di Shahreza, in una zona desertica della provincia di Isfahan.
Ripercorrendo la storia, nella serata del 24 aprile 1980 otto elicotteri RH-53D Stallion della marina decollarono dalla portaerei USS Nimitz al largo del Belucistan. Volarono a bassa altitudine per non essere individuati. Sulla stessa rotta volarono anche 6 aerei da trasporto C-130 decollati dall’isola di Masirah, al largo delle coste dell’Oman. Volavano verso un punto nel deserto tra Yazd e la cittadina di Tabas, che doveva essere la base Desert One. Due tempeste di sabbia, guasti tecnici ed errori umani impedirono alle forze speciali di portare a termine l’operazione. A contribuire al fallimento furono la mancata verifica delle condizioni atmosferiche, lo stretto silenzio radio imposto in una regione completamente isolata laddove invece le comunicazioni tra piloti avrebbero potuto mettere in guardia di eventuali pericoli, e la rivalità tra le diverse forze armate statunitensi coinvolte. Sia l’operazione autorizzata da Carter sia quella di Trump non sono andate a buon fine. Il presidente Carter perse le elezioni, vinte da Donald Reagan. Lo stesso potrebbe succedere a Trump. Per ora l’effetto certo che questo fallimento ha avuto è stato dire sì alla tregua di due settimane.
Fallito il furto di materiale nucleare in Iran
di Tahar Lamri (Facebook 6/4/2026)
Proviamo a raccontare questa storia dall’inizio, seguendo non le dichiarazioni ufficiali ma la geografia. Perché la geografia non mente.
Un F-15E americano viene abbattuto sopra l’Iran. I due membri dell’equipaggio si eiettano nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del paese. Fin qui tutto chiaro.
Poi succede qualcosa che non torna. I C-130 americani – aerei da trasporto pesante, non da combattimento, non da salvataggio – vengono trovati distrutti su una pista abbandonata alle porte di Isfahan. Nel centro-nord dell’Iran. A oltre 200 chilometri dal punto in cui il pilota era nascosto. Duecento chilometri nella direzione sbagliata, verso l’interno del paese nemico, non verso il Golfo e la salvezza. A 35 chilometri da quella pista c’è il sito nucleare di Isfahan, dove sono stoccati circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale sufficiente, ulteriormente raffinato, per una dozzina di bombe atomiche. Non è un’ipotesi. Lo ha confermato il direttore generale dell’AIEA. Lo ha confermato il Direttore dell’Intelligence nazionale americana, che il 19 marzo ha dichiarato al Congresso di avere “alta fiducia” nella localizzazione esatta delle riserve iraniane. Washington sapeva dove fosse l’uranio. A 35 km dalla pista dove sono stati trovati i C-130. I C-130 sono aerei cargo. Trasportano carichi pesanti. L’uranio iraniano è stoccato in contenitori di piombo da 10-20 kg ciascuno: compatti, trasportabili, caricabili su un C-130. Gli esperti che hanno analizzato un’ipotetica operazione di estrazione hanno scritto che richiederebbe esattamente questo: piste di atterraggio costruite vicino ai siti, aerei cargo pesanti, centinaia di forze speciali a fare da perimetro di sicurezza. Le immagini satellitari Airbus, citate dalla CNN, mostrano 28 crateri di 9 metri ciascuno lungo le strade della provincia di Isfahan. Non vicino al pilota. Vicino ai C-130. Vicino al sito nucleare. Erano lì per bloccare l’accesso iraniano a qualcosa che stava succedendo in quella zona. Ma cosa? Trump aveva dichiarato pubblicamente, settimane prima, di voler “esfiltrare” l’uranio iraniano. I generali gli avevano detto che era impossibile. Li aveva licenziati.
La TV iraniana ha mostrato oggi pomeriggio militari dei Pasdaran che ispezionano i rottami dei C-130 e trovano documenti. Tra questi, la carta d’identità di una certa Amanda M. Ryder, Maggiore dell’US Air Force, con un permesso di soggiorno israeliano visto turistico B2, scaduto il 20 marzo 2026. Un ufficiale americano con un visto turistico israeliano, sul sito di un C-130 distrutto a 35 km dal sito nucleare di Isfahan. Il Pentagono, interrogato su questo, non ha risposto. Non ha risposto nemmeno sull’identità del pilota “salvato”, che non è mai apparso in pubblico, non ha un nome ufficiale, non ha una fotografia. Poi c’è il dettaglio più brutale di tutti: all’interno dei rottami del C-130 si vedono resti umani carbonizzati. Un’autodistruzione controllata – la procedura che il Pentagono dice di aver eseguito – prevede che il personale evacui prima di far saltare il mezzo. Se c’è un corpo dentro, significa che qualcuno non è uscito. Significa che Trump ha mentito quando ha detto “nessun americano ferito o ucciso”.
Il Ministero degli Esteri iraniano, con la cautela diplomatica di chi ha ancora negoziati aperti, ha detto che l’operazione “potrebbe essere stata” una copertura per rubare l’uranio. Non lo ha urlato. Lo ha sussurrato. Ed è precisamente questo sussurro calibrato – non un’accusa urlata ma una domanda posta con le prove in mano – che dovrebbe far riflettere. Il portavoce Baghaei ha posto una domanda semplice e ancora senza risposta: se il pilota era nel sud-ovest, perché le vostre forze speciali, i vostri elicotteri, i vostri aerei da trasporto erano a Isfahan? L’Iran chiama questo evento la “seconda Tabas” riferimento al disastro del 1980, quando Carter tentò di liberare gli ostaggi in Iran e finì con elicotteri bruciati nel deserto e 8 soldati morti. Allora come oggi: aerei americani distrutti in territorio iraniano, morti non contati, narrativa ufficiale in pezzi. La differenza è che nel 1980 nessuno stava cercando di portare via materiale nucleare. Se tutto questo è vero – e le contraddizioni geografiche, logistiche e umane sono difficili da spiegare altrimenti – siamo di fronte a qualcosa di senza precedenti: un tentativo americano di compiere il più grande furto nucleare della storia, organizzato usando come copertura il salvataggio di un pilota, e fallito in modo catastrofico su una pista abbandonata a Isfahan, con morti non dichiarati e un nome su un documento – Amanda M. Ryder – che il Pentagono si rifiuta di riconoscere o smentire. Le domande sono sul tavolo. Le risposte, per ora, sono nei rottami bruciati di due C-130 in un deserto iraniano.
Cicatrici libanesi e colpe d’Israele
Ciò che oggi vive un milione di sfollati libanesi va ricondotto a una serie di strategie geopolitiche iniziate già nel 1919
di Lorenzo Kamel (Fatto Quotidiano 9/4/2026)
Il 31 marzo, il ministro della Difesa Israel Katz ha chiarito che Israele stabilirà e manterrà il controllo di una “zona di sicurezza” sull’intera aerea situata a sud del fiume Litani, – corrispondente al 10 per cento del territorio nazionale del Libano – emanando al contempo ordini di evacuazione per spingere la popolazione a nord del fiume Zahrani, posto a circa 15 chilometri a nord del Litani. Ha inoltre sottolineato che tutte le abitazioni nei villaggi libanesi vicini al confine israeliano saranno demolite, come sta già avvenendo a Naqura, Taybeh e in numerosi altri villaggi, alcuni dei quali colpiti con munizioni al fosforo bianco e bombe a grappolo. Settantotto anni prima (1948), quando il Libano poteva contare sull’esercito più esiguo tra tutti gli Stati arabi, il villaggio di Hula, situato sulla sponda meridionale del fiume Litani, fu teatro di un efferato massacro. Venne conquistato dall’esercito israeliano senza incontrare alcuna resistenza. Quaranta persone indifese furono falciate dalle mitragliatrici in un edificio fatto saltare in aria sopra le loro teste. Il principale responsabile di quell’eccidio, Shmuel Lahis, ricevette un’amnistia presidenziale e in seguito venne promosso al ruolo di direttore generale dell’agenzia ebraica.
Diversi altri villaggi, tra cui Qadas e Saliha, adiacenti al confine libanese, furono teatro di massacri e deportazioni simili. Larga parte dell’attuale composizione demografica del Libano meridionale non può essere compresa senza fare luce sulle dinamiche legate al 1948. In altre parole, ciò che oggi stanno vivendo un milione di sfollati libanesi – a cui vanno aggiunti almeno 30mila israeliani – va in larga parte ricondotto a una serie di cicatrici e strategie geopolitiche che molti ignorano, o preferiscono dimenticare. Basti qui ricordare che nel 1919, durante la Conferenza di Parigi, dove le potenze vincitrici stabilirono i termini di pace dopo la fine della Prima guerra mondiale, una delegazione dell’organizzazione sionista mondiale guidata da Chaim Weizmann presentò un memorandum nel quale veniva rivendicato uno Stato ebraico esteso fino al fiume Litani (in aggiunta al Sinai e molto altro). Un anno prima (1918), Yitzhak Ben-zvi e il futuro primo ministro dello Stato di Israele, David Ben-Gurion, pubblicarono un libro intitolato La terra d’Israele, nel quale i due autori descrivevano “il nostro paese” come esteso dal fiume Litani al Golfo di Aqaba (odierna Eilat). Non c’è dubbio che negli ultimi decenni Hezbollah abbia lanciato razzi, droni e missili anticarro dal Libano meridionale verso il nord di Israele, in particolare a partire dall’8 ottobre 2023. Hezbollah ha una documentata storia di attacchi (anche) contro obiettivi civili, compiuti con vari mezzi. I dati disponibili restituiscono però un quadro almeno in parte diverso rispetto a quello sovente presentato su numerosi media (principalmente occidentali). Tra il 2007 e il 2022, Air Pressure ha documentato 22.355 violazioni illegali dello spazio aereo libanese da parte delle forze israeliane. Per quanto riguarda il periodo dal 7 ottobre 2023 in poi, la rete televisiva britannica Channel 4 ha documentato che gli attacchi israeliani in Libano (un paese che da anni registra il più rapido aumento al mondo di nuovi casi di cancro e decessi correlati al cancro) hanno superato quelli di Hezbollah con un rapporto di 5 a 1. Ultimo ma non meno importante, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) ha documentato, dall’accordo di cessate il fuoco del 27 novembre 2024, quasi 7.800 violazioni israeliane dello spazio aereo libanese, con rapporti che indicano oltre 10.000 violazioni alla fine del 2025.
Alla luce di questi e diversi altri dati e considerazioni, appare evidente che non pochi attori in questa regione avvertano altri come una minaccia. Israele, l’Iran e numerose altre entità statali e non statali sono percepite e vissute in tale modo da un ampio numero di popolazioni e paesi limitrofi. Ma questo non è un motivo sufficiente per normalizzare la decisione di uno Stato di bombardare il territorio di un altro (spesso prendendo di mira ospedali e infrastrutture civili), tantomeno se ciò avviene senza alcun coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC).
Alcuni ritengono che, affinché Israele si senta “al sicuro”, ogni Stato sovrano confinante con Israele debba limitare le proprie capacità difensive e distruggere o ridurre le proprie industrie militari. Questo privilegio è concesso a un solo Paese a livello mondiale, ironicamente proprio quello che sta imponendo (a milioni di civili in Cisgiordania) la più lunga occupazione militare della storia moderna e contemporanea, nonché lo stesso che, solo nell’ultimo anno, ha effettuato pesanti bombardamenti su sette entità geografiche e sovrane. Occorre precisare che tanto Hezbollah quanto l’Iran sono considerati dagli Stati Uniti e da Israele come i principali ostacoli alla realizzazione della visione di Trump e dei suoi alleati per il Medio Oriente. D’altro canto, il disarmo di Hezbollah è avvertito dalla sua base sociale come una minaccia esistenziale all’autonomia comunitaria che gli sciiti hanno costruito nel corso dei decenni. Ciò appare ancora più significativo se si tiene a mente un altro aspetto raramente menzionato: quando nel 1982 l’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon invase il Libano, le sue truppe dovettero attraversare la parte meridionale del Paese e vennero accolte dalla popolazione locale, a chiara prevalenza sciita, in modo assai favorevole. Erano infatti percepiti alla stregua di “liberatori” impegnati, tra gli altri obiettivi, a contrastare l’organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), accusata di aver trasformato l’intera area in una sorta di “Stato nello Stato”. Nelle parole di Uri Avnery, un protagonista di quei giorni, “gli sciiti impiegarono poche settimane per comprendere che Israele non aveva alcuna intenzione di lasciare l’area (ci rimasero 18 anni). Fu proprio allora, per la prima volta nella loro storia, che decisero di ribellarsi” e organizzarsi.
Ciò che oggi vive un milione di sfollati libanesi va ricondotto a una serie di strategie geopolitiche che molti ignorano, o preferiscono dimenticare, iniziate già nel 1919
Sanchez chiede la sospensione dell’accordo di associazione dell’UE con Israele
(Facebook 8/4/2026)
Mentre in Libano si contano ancora le vittime nella nuova carneficina di Netanyahu, Pedro Sánchez ha preso la parola e ha chiesto formalmente di sospendere gli accordi di associazione tra l’Unione Europea e Israele.
Lo ha fatto con un comunicato durissimo e come sempre inequivocabile:
“Oggi Netanyahu lancia il suo attacco più duro contro il Libano dall’inizio dell’offensiva. Il suo disprezzo per la vita e per il diritto internazionale è intollerabile. È ora di parlare chiaramente: il Libano deve essere incluso nel cessate il fuoco. La comunità internazionale deve condannare questa nuova violazione del diritto internazionale. L’Unione Europea deve sospendere l’accordo di associazione con Israele. E non ci deve essere impunità per questi atti criminali“.















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