Il trionfo della morte
L’operazione “oscurità eterna”, ha celebrato un altro successo, ha ristabilito la sovranità della morte, che in Israele viene celebrata con giubilo, come dimostrano le immagini di Ben Gvir che festeggia la pena di morte

di Domenico Gallo

Appena è scattata la tregua con l’Iran, dopo che Donald Trump aveva minacciato di cancellare dalla storia un’intera civiltà, Netanyahu è intervenuto subito per boicottarla. L’esercito israeliano l’8 aprile ha annunciato con orgoglio di avere colpito “100 obiettivi in dieci minuti”, scatenando un inferno di fuoco nella città di Beirut. L’operazione “oscurità eterna”, ha celebrato un altro successo, ha ristabilito la sovranità della morte, che in Israele viene celebrata con giubilo.

Il Trionfo della Morte è uno dei dipinti più potenti e disturbanti di Pieter Bruegel il Vecchio, realizzato intorno al 1562, in un’epoca in cui l’Europa era devastata da epidemie di peste e da guerre continue. In una visione apocalittica il quadro mostra un mondo invaso da scheletri, un vero e proprio esercito di morti che produce una diffusione universale della morte. Oggi se qualcuno volesse dipingere lo stesso tema, non avrebbe difficoltà a trovare l’ispirazione. Basta ritrarre le immagini del ministro israeliano Ben Gvir che il 30 marzo, circondato dai suoi colleghi di partito, versa lo champagne per festeggiare l’introduzione della pena di morte per i palestinesi.

La nuova legge porta a compimento il suo progetto di rendere sovrana la tortura nell’universo carcerario che egli stesso amministra. La pena di morte arriva alla fine di un percorso di disumanizzazione dei palestinesi e di dominio totale dei loro corpi, intriso di fame, di umiliazioni, di torture materiali e psichiche, fino all’estremo limite della soppressione dei corpi. Solo qualche giorno prima, il 23 marzo, la relatrice speciale per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, aveva presentato a Ginevra il suo ultimo rapporto, Tortura e Genocidio. Il rapporto, fondato sull’esame di 300 testimonianze e di altri documenti tratti da fonti aperte, documenta il ricorso sistematico alla tortura da parte di Israele nei confronti dei palestinesi dei territori occupati a partire dal 7 ottobre 2023. Con un linguaggio asciutto ed essenziale, il rapporto ci porta dentro un girone infernale. “Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”  è il monito che Dante trova inciso sulla porta dell’inferno.

Lo stesso avvertimento si potrebbe affiggere sulla porta del girone infernale dei campi di prigionia per i palestinesi nel quale il ministro Ben Gvir ha voluto lasciare la sua impronta sulfurea. Dal 7 ottobre 2023 Israele ha arrestato oltre 18.500 palestinesi, tra cui almeno 1.500 bambini e, a febbraio 2026, Israele detiene ancora 9.245 palestinesi in vari centri di detenzione, tra cui 1.330 detenuti condannati, 3.308 detenuti in custodia cautelare e 3.358 detenuti amministrativi privi di processo. Israele detiene inoltre 1.249 persone in quanto “combattenti illegali”. Inoltre, più di 4.000 persone sono state vittime di sparizioni forzate ed è probabile che molte di loro non siano più in vita. Il rapporto descrive metodi di tortura raccapriccianti, sui quali non indugiamo per rispetto delle vittime, che non hanno nulla da invidiare a quelli praticati, in altra epoca storica in strutture come il covo di via Tasso a Roma, con l’effetto di trasformare i corpi dei palestinesi in “scheletri ambulanti”. In questo periodo da 84 a 94 palestinesi sono morti in stato di detenzione per effetto delle torture subite e delle cure non prestate. Ben Gvir ha pubblicamente rivendicato il degrado delle condizioni dei prigionieri, come uno dei “suoi obiettivi principali”, ordinando drastiche riduzioni dell’apporto calorico, al punto da indurre la Corte suprema israeliana ad intervenire per ripristinare il minimo vitale.

Questo universo di tortura si erige su uno sfondo di morte praticata senza ritegno con tripudio di bandiere. La morte inflitta a pioggia a Gaza, che ha provocato oltre 700 vittime, da quando nell’ottobre del 2025 Netanyahu è stato costretto ad interrompere “il lavoro” che stava portando a compimento in vista della soluzione finale del problema palestinese; la morte inflitta senza ritegno a Beirut e nel sud del Libano per provocare lo sfollamento di oltre un milione di persone e trasformare una terra fertile in un deserto; la morte inflitta senza limite e senza condizioni in Iran. Israele si è trasformato in una fabbrica di morte e la fabbrica funziona a pieno regime. Il tripudio di Ben Gvir e dei suoi sodali alla Knesset, ci racconta la soddisfazione di aver inserito una marcia in più che renderà la fabbrica della morte ancora più efficiente.

Molti sono gli attori che concorrono ad infiammare i conflitti che stanno devastando il Medio Oriente, ma il motore primo è rappresentato dal delirio di potenza di Israele, che confidando sulla sua superiorità militare, distribuisce morte e distruzione per tutti. La morte rappresenta lo stadio supremo della politica di dominio, ma è anche l’ultimo. C’è poco da gioire, dopo non ci sono più vie d’uscita. Israele è un paese piccolo e privo di risorse proprie, la sua potenza è tenuta in piedi artificialmente dagli Stati Uniti, col concorso modesto di altri Stati occidentali, fra cui l’Italia. Ma la terapia intensiva con cui gli USA tengono in vita la macchina bellica israeliana non può durare all’infinito, specialmente adesso che Trump ha accelerato il declino della potenza imperiale americana con la disastrosa guerra dell’Iran. Netanyahu e compagni esultano celebrando la vittoria della morte che riescono ad infliggere senza limiti, ma non si rendono conto che stanno creando un vero e proprio esercito di morti, che presto si metteranno in marcia contro di loro, come nel dipinto di Bruegel.   Li vedranno arrivare sanguinanti ed ancora avvolti nei sudari.

(una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sul Fatto Quotidiano del 10 aprile 2026 con il titolo: “Il trionfo della morte” che travolgerà Israele.)

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2026/04/il-trionfo-della-morte/


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