Pasqua di resurrezione. Ultima fermata prima del collasso

Lui verrà affinché tutti i figli neri, bianchi, rossi e gialli di Adamo tornino a vivere insieme in una casa dopo un lungo e buio periodo di lontananza.”

Nel corso della storia dell’ultimo secolo solo un impero è riuscito a gestire la sua caduta senza grande spargimento di sangue: l’Unione Sovietica.

Gli effetti sono stati gravi per la sua popolazione, ma il resto del mondo, fatte le dovute differenze tra paesi, non ne è stato coinvolto in maniera grave.

Ben altra situazione quella della caduta in corso dell’impero americano; sia perché questo impero è più grande e da quasi 40 anni è l’egemone incontrastato, sia perché in funzione della sua pervasività acquisita in quasi ogni angolo del pianeta, coinvolge un numero maggiore di paesi e di classi dirigenti che sono ad esso legate.

Come stiamo osservando ormai con chiarezza dal febbraio 2022, le reazioni dirette e indirette dell’animale ferito dalla sua stessa hybris, sono sconcertanti e raccolgono tutto l’ambito delle nefandezze immaginabili e inimmaginabili.

La furia aggressiva già iniziata con i rappresentanti “dem” dell’impero si è via via dispiegata abbandonando ogni limite e ancoraggio ancora parzialmente presente nella narrazione neoliberale precedente.

Tuttavia il primo concreto attacco a questa narrazione non fu di Trump, ma di Biden; sia per il suo metodico e instancabile lavorio di sostegno ai postumi del golpe in Ucraina in chiave di smantellamento della Russia (non era bastato il crollo dell’Unione Sovietica), sia per l’attentato proditorio, annunciato, minacciato ed eseguito al North Stream, l’arteria che garantiva la competitività e la tenuta economica e sociale dell’Europa.

E’ singolare che l’impero in caduta abbia preso di mira gli amici più vicini piuttosto che gli avversari. Singolare ma non troppo: quando gli avversari sono temibili si deve procedere a rafforzare il fronte e in questo caso il fronte si rafforza mettendo al tappeto ogni residua velleità di parziale autonomia degli amici. Fatto questo, si può procedere a piani più aggressivi contando sull’apporto delle colonie, le cui classi dirigenti sono pienamente compenetrate da 80 anni, con le strutture portanti economico-finanziarie del centro imperiale.

Le timide reazioni e poi l’accondiscendenza alla politica dei dazi inaugurata l’anno scorso da Trump ne sono una conferma; ma già l’acquisto di Gnl ad un prezzo di 4 volte maggiore (oggi 5 volte) di quello russo dalle fonti nord-americane ne era stata una conferma, sempre sotto Biden.

Adesso, con la guerra all’Iran della coppia criminal-imperiale (Trump-Netanyahu), gli effetti si fanno brutali: non è la Cina a dolersi, non è ovviamente la Russia; chi si duole di più, insieme ad altri paesi emergenti dell’Asia, è ancora l’Europa che rischia di essere messa al tappeto definitivamente.

Questa volta non è solo questione di prezzo di petrolio e gas, stavolta è questione di quantità concrete di prodotti energetici di base che rischiano di non essere più disponibili, soprattutto per il vecchio continente.

Vi sono e vi saranno effetti a catena su molte altre aree del mondo, è vero, anche per l’indisponibilità di altri prodotti essenziali (fertilizzanti, alluminio, ecc.), ma ciò che a brevissimo termine accadrà è una recessione e un vero e proprio smantellamento della capacità industriale europea.

A poco valgono le misure atte a frenare questo processo: la liturgia delle variegate proposte di riduzione delle accise sui carburanti in misura pari all’Iva in più incassata, quella di tassazione degli extraprofitti delle compagnie energetiche, quello di un intervento dell’UE per calmierare i prezzi o per sospendere la soglia del 3% consentendo un aumento dell’indebitamento dei singoli paesi – alle prese con l’aumento dell’inflazione già oggi al 3% e con chiarissime prospettive di stagflazione – servono solo a guadagnare tempo senza affrontare i corni della questione.

La riduzione delle accise è finanziabile al massimo per un altro mese; la tassazione degli extraprofitti può valere solo per il tempo di acquisizione dei profitti stessi, cioè finquando ci saranno le forniture. Il calmieramento dei prezzi si scontra anch’esso con la disponibilità dei prodotti energetici; la sospensione della soglia del 3% per l’indebitamento – cosa rivendicata come fondamentale per uno sviluppo equilibrato dell’Ue fin dalla crisi greca – nelle condizioni attuali non fa altro che posticipare un po’ in avanti l’effetto sociale della crisi spostando gli extraprofitti reali dal capitale produttivo a quello finanziario che ne godrà (e che comunque controlla anche la produzione reale in materia energetica). Cosa, quest’ultima, che forse costituisce uno degli obiettivi reconditi della crisi del Golfo, in contrappeso al rischio di accelerazione del processo di de-dollarizzazione dell’economia globale.

Se le classi dirigenti europee fossero realmente tali, se non fossero cioè mera appendice del capitale finanziario nord-americano, la soluzione della vicenda sarebbe di fronte allo schermo di chi legge: per interrompere l’aggressione dei nazi-sionisti americani e israeliani all’Iran e all’area del Golfo Persico sarebbe sufficiente riprendere le relazioni con Mosca. Riparare subito il North Stream e far affluire gas e petrolio nel vecchio continente. Sulla base di ciò si può procedere alla soluzione della guerra in Ucraina all’insegna di un nuovo accordo di sicurezza indivisibile nell’area nord dell’Eurasia.

La condanna esplicita dell’aggressione all’Iran aprirebbe lo spazio di trattative atteso per la riapertura dello stretto di Hormuz.

Il rilancio dell’economia europea potrebbe consentire che il surplus di competitività recuperato nei prossimi anni nella produzione industriale si traduca, in parte nella stabilizzazione economica, sociale e ambientale interna, in parte nell’avvio di una seria cooperazione con i paese del sud del mondo (Africa e America Latina, stabilizzandone le economie, agevolandone la crescita e riducendo i flussi di emigrazione incontrollata), e, in parte ancora, per avviare una nuova reciproca e solidale cooperazione con i Brics.

Alla luce di ciò gli Usa potrebbero riconsiderare le loro politiche concentrandosi prioritariamente sul benessere dei propri cittadini; un benessere reale, non quello indotto dalla sconsiderata presunzione che il modello di consumo neoliberista – imposto ai suoi cittadini consumatori – “non è negoziabile” come pronunciato da J-Bush jr. all’inizio del “nuovo secolo americano”.

Un grande progetto di educazione globale per la conoscenza e la valorizzazione delle differenze culturali tra paesi e civiltà potrebbe esse varato a sostegno di una nuova comprensione tra popoli. A contrasto della narrazione globalista che intende annullare le differenze e omologare tutto sotto l’egida del capitale finanziario euro-atlantico.

Contrariamente a quanto sembra emergere dalla narrazione di guerra di questi giorni, il pallino sul tavolo di gioco potrebbe averlo in mano all’Europa; così debole e così colonizzata, eppure così centrale nello scacchiere internazionale.

Il problema è che l’Europa è rappresentata dalle queste classi dirigenti, in parte subalterne e in parte pienamente compenetrate col grande capitale Usa. Che si accingerebbero ora a qualche imminente e ridicola operazione di volenterosi per riaprire lo stretto di Hormuz.

Se è così, la posta in gioco per chi l’Europa la abita, cioè i suoi popoli, è quella di scalzare dai seggi che occupano, i loro rappresentanti pro-tempore. La cresta delle classi dirigenti non va abbassata solo a chi è oggi in sella, ma anche a quelli che intendono sostituirle. Questi ultimi devono chiarire in base a cosa, in base a quale concreta e realistica ipotesi si preparano a sostituirli.

Il chiarimento vale per tutti i paesi; ma vale tanto più per l’Italia, che tra un anno o meno va al voto.

Se le opposizioni non risulteranno capaci di prendere rapidamente il toro per le corna, è bene che non ci provino neanche: una replica del risultato del Referendum se la possono anche sognare.

Allora non resterà che optare, come sta già peraltro avvenendo a cavallo di tutti i confini dei paesi dell’occidente (Usa e Europa compresi), per un sostegno chiaro al sud del mondo, in particolare, in questo frangente, all’Iran e al suo popolo, che sta fornendo a tutti un segno del futuro possibile.

In mancanza di una nostra mossa positiva e intelligente, non resta che chiedere a loro di essere liberati dalla melma.

R.R.T.

Il Mahdi atteso

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