di Marco Consolo – (Blog)
In Cile, dopo meno di un mese dal suo insediamento nel palazzo de La Moneda, il governo del neo-pinochetista José Antonio Kast naviga già in acque tempestose.
La luna di miele è stata molto breve. Mentre scrivo, l’approvazione del governo è passata dal 47,5% all’inizio del suo mandato, all’attuale 34,7%, con un calo di 12,8 punti. Parallelamente, la disapprovazione è salita dal 26,3% al 48,7% (+22,4 punti), riflettendo uno scenario di alta volatilità nell’opinione pubblica [i].
Come è possibile dilapidare il capitale politico che ha visto Kast ottenere la maggiore votazione nella storia del Cile, in poche settimane ?
La terapia di shock
La campagna elettorale di Kast si era centrata su due pilastri fondamentali: presentarsi come il candidato dell’ordine contro la delinquenza (e l’immigrazione illegale “che produce violenza”) e una promessa di austerità neoliberale con il taglio delle spese per 6 miliardi di dollari, con il 3% di riduzione dei fondi ai ministeri. Insinuando una gestione poco chiara del governo Boric, Kast ha promesso un auditing totale dell’apparato statale e di lottare contro “gli sprechi”.
La foto in campagna elettorale insieme al Presidente argentino Javier Milei con in mano una motosega è l’immagine plastica della volontà del nuovo governo, composto da imprenditori e nostalgici del pinochetismo, di rinverdire le consuete ricette neo-liberiste per aumentare profitti e privilegi e prendersi qualche rivincita politica.
Così, dall’11 marzo fino ad oggi, il “governo d’emergenza” di Kast cerca di applicare una “terapia di shock”, di “austerità neo-liberista”, basata sulla narrativa di un Paese “che stava cadendo a pezzi”.
Il governo si è mosso a una velocità accelerata, ma ha generato molti dubbi sulla sua direzione di marcia, anche all’interno della sua stessa coalizione, dove iniziano ad apparire le prime crepe e molte delle decisioni prese hanno acceso le sirene d’allarme.
Immigrazione e il fossato al confine
Per quanto riguarda l’immigrazione “irregolare” si è rafforzato il controllo militare delle frontiere. Allo stesso tempo, il governo sta tagliando drasticamente i permessi di soggiorno e cerca di concretizzare le espulsioni. Inoltre, al confine con il Perù, si sta scavando qualche chilometro di un fossato per contrastare l’immigrazione illegale ed il contrabbando. Un’imitazione in piccolo di ciò che ha fatto Trump, con un’opera da molti considerata inutile, di cui si ignora il costo totale.
Un Paese in bancarotta ?
Viceversa, il piano di austerità neo-liberista è più articolato ed è appena iniziato, seppur con un ritmo accelerato.
Il cuore della controversia è la situazione fiscale. Per giustificare i tagli di 6 miliardi di dollari annunciati in campagna elettorale, il governo Kast ha cercato di installare una narrativa di catastrofe economica e di bancarotta ereditata dal governo Boric. Il nuovo ministro delle finanze, Jorge Quiroz, ha sostenuto che Boric aveva lasciato le casse vuote, subito smentito dal precedente ministro. Peccato che, subito dopo, Quiroz ha annunciato la diminuzione delle tasse sulle donazioni e, soprattutto, una riduzione nelle tasse alle grandi imprese dal 27 al 23%, in linea con la promessa di generare investimenti abbassando le imposte.
Tra le critiche più autorevoli ai tagli annunciati della spesa pubblica ed alla riduzione della tassazione alle grandi imprese, c’è quella di Stefany Griffith Jones, ex vice-presidentessa della Banca Centrale, secondo cui «uno degli obiettivi del nuovo governo è quello di aumentare la crescita. Eppure, le prime due misure adottate vanno nella direzione opposta. Innanzitutto, vogliono ridurre drasticamente la spesa pubblica, il che ovviamente, come afferma anche il Rapporto sulla politica monetaria (IPoM) di marzo, è uno dei fattori che determineranno un calo della domanda aggregata e una minore crescita dell’economia”. A suo avviso, «l’effetto fiscale netto sarà sicuramente discutibile, così come lo sarà l’effetto sulla crescita» [ii].
Rispetto alla riduzione delle imposte alle imprese, la domanda sorge quindi spontanea: come si giustifica una narrativa di un “Paese che cade a pezzi”, “è in bancarotta”, di “casse vuote” ed “emergenza fiscale” con un abbassamento delle tasse che, secondo molti economisti, lascia un saldo negativo nelle entrate statali ?
Come sempre, una cosa è fare campagna elettorale ed un’altra è governare. Dichiarare come governo che il Paese “è in bancarotta” significa darsi la zappa sui piedi in quanto a fiducia dei possibili investitori locali e stranieri, agli alti tassi di interesse per accedere ai prestiti internazionali, etc. Dopo che la Segreteria di comunicazione della Presidenza aveva rilasciato quell’infelice dichiarazione, il governo è stato costretto ad una brusca marcia indietro, smentendo sé stesso. Una figuraccia non da poco su un tema con possibili ripercussioni estremamente delicate.
La scure neo-liberista
La prima scure è arrivata dal ministero dell’ambiente dato che il governo ha ritirato la bellezza di 43 decreti approvati dal governo precedente, ma che erano in tramite. Si tratta di decreti che, tra l’altro, stabilivano la creazione di alcuni parchi nazionali, la protezione dei ghiacciai e della fauna locale in riserve naturali ad hoc (tra cui il famoso “pinguino di Humboldt”) e regolavano la normativa ambientale relativa alle emissioni delle centrali termoelettriche. Il ritiro dei decreti significa gettare a mare anni di lavoro tecnico e scientifico, con il pretesto di snellire i tramiti burocratici.
La seconda mannaia è arrivata dal ministero della casa e dell’urbanismo. Con un documento filtrato alla stampa da un deputato, il ministero ha bloccato i permessi per la costruzione di nuove case in tutto il Paese. Una contraddizione evidente (e preoccupante) tra le dichiarazioni di Kast che aveva annunciato un piano d’emergenza per accelerare la ricostruzione nelle diverse zone colpite da grandi incendi (tra cui Valparaiso), ed i suoi uffici che hanno paralizzato la macchina che avrebbe dovuto eseguirla.
Sul versante dell’educazione, i pesanti tagli al bilancio colpiscono un settore già in difficoltà cronica. Inoltre, con più di 30 anni non si avrà più accesso alla già limitata gratuità universitaria: una misura che colpisce migliaia di studenti che iniziano la propria carriera accademica dopo quell’età. Viceversa, nel frattempo si rafforzano i meccanismi di pagamento delle care rette universitarie e si minaccia di rendere pubblica la lista degli studenti indebitati con il meccanismo capestro del credito bancario con avallo statale (CAE).
Per quanto riguarda il mondo del lavoro, le azioni e dichiarazioni del governo più a destra del Paese dalla fine della dittatura non lasciano spazio a dubbi. Innanzitutto, il ritiro del progetto di legge del precedente governo che prevedeva la negoziazione di contratti nazionali per settore (oggi totalmente frammentati per singoli posti di lavoro). Attualmente, in Cile i lavoratori e le lavoratrici organizzati in sindacato sono circa il 20% del totale e la frammentazione contrattuale ne è una logica conseguenza. Il secondo terreno è la volontà esplicita di cambiare la legge sulle 40 ore di lavoro settimanale, appena approvata dal parlamento precedente. Insieme alle pressioni da parte degli imprenditori per ridurre i giorni di ferie irrinunciabili.
Nel frattempo, sono fioccati i licenziamenti politici in tutti i ministeri, nel settore “cultura”, nel Ministero delle Donne e dell’Uguaglianza di Genere, negli organismi di “sicurezza” e in quelli impegnati nella difesa dei diritti umani. In quest’ultimo settore, fortemente simbolico, si smantella de facto il “Piano nazionale di ricerca, verità e giustizia” dei desaparecidos della dittatura civile-militare di Pinochet, anch’esso approvato durante il governo Boric. Ed il nuovo ministro della Giustizia e dei Diritti umani, Fernando Rabat Celis (noto per aver fatto parte della difesa di Augusto Pinochet), ha ventilato la volontà di indultare i membri delle forze dell’ordine responsabili della repressione della “rivolta sociale” iniziata nel 2019.
E a proposito di austerità declamata, ma non praticata, c’è da segnalare la spesa per un banchetto di inizio mandato per circa 1000 persone (e 250 camerieri) nel palazzo presidenziale de La Moneda. Nonché il raddoppio dello stipendio agli assessori presidenziali (da 6000 a 10000 euro mensili).
La benzina e i prezzi alle stelle
Ma di sicuro, la misura più controversa e impopolare, nel mezzo di una crisi energetica mondiale, è stata l’eliminazione del meccanismo di stabilizzazione dei prezzi dei combustibili (il cosiddetto MEPCO), uno strumento di compensazione statale per contenere parzialmente gli aumenti della benzina. La sua eliminazione ha significato un aumento secco del 30% del prezzo del combustibile, con il consueto effetto domino sulla catena produttiva, sul trasporto, sui prezzi in generale. Il governo Kast ha quindi deciso di scaricare l’aumento direttamente sulle tasche della popolazione. Una misura che ha fatto crollare l’appoggio al governo, che oggi si arrampica sugli specchi per recuperare popolarità.
Il dissenso nella maggioranza
Le misure annunciate hanno suscitato preoccupazione e dissenso tra le file della stessa maggioranza, in particolare in alcuni settori più moderati dell’alleanza “Chile Vamos”. Nel partito Renovación Nacional (RN), la vicepresidente della Camera Ximena Ossandón ha affermato che il Governo avrebbe dovuto adottare un approccio più «graduale» di fronte allo storico aumento dei prezzi dei carburanti.
«Mi è difficile capire come si possa adottare una misura così dura sapendo che equivale a darsi un colpo di pistola sui piedi», ha dichiarato il senatore RN Manuel José Ossandón, che ha parlato di un errore di «narrazione» da parte de La Moneda, pur sottolineando che è stata presa una “decisione coraggiosa”.
Nel tentativo di mettere ordine nelle sue fila, Kast ha lanciato un appello accorato ai partiti che lo sostengono affinché affrontino la situazione in modo unitario, sottolineando la necessità di lavorare in squadra. Ha poi rivolto un severo richiamo al capogruppo RN, Diego Schalper, dopo le sue critiche pubbliche alle misure adottate dal governo ed alla portavoce della presidenza, Mara Sedini.
Politica estera
In politica estera, il nazionalismo delle destre al governo si reinterpreta e si riallinea con gli Stati Uniti, a braccetto con le destre mondiali (Giorgia Meloni è tra le più ammirate da Kast) e l’Internazionale nera.
In tempi di genocidio a Gaza ed in Cisgiordania, di invasione del Libano, di attacco criminale all’Iran e con la presenza in Cile della comunità palestinese più grande del mondo fuori dalla Palestina occupata, il neo-pinochetista Kast apre le porte ad Israele. Il nuovo governo imprime un cambio di 180° rispetto al governo Boric, nel cui mandato c’erano state tensioni politiche e nel settore della difesa, con il ritiro degli addetti militari cileni a Tel Aviv e la decisione di non realizzare nuovi acquisti da fornitori israeliani. Viceversa, il cambio di governo ha riaperto la strada a una normalizzazione dei rapporti con Israele, storicamente un importante fornitore di armamenti e tecnologia militare avanzata per le Forze Armate cilene [iii]. Un business fiorente anche durante la dittatura di Pinochet, in triangolazione con il Sud Africa dell’Apartheid.
Per quanto riguarda i rapporti con la Cina, il governo cammina su ghiaccio sottile, dato che Pechino è da tempo il primo partner commerciale di Santiago. In campagna elettorale, le destre avevano tuonato contro il progetto di un cavo oceanico di fibra ottica per collegare il Cile (e tutto il sub-continente) al Paese asiatico, in linea con le pesanti minacce da parte dell’amministrazione Trump e le sue sanzioni contro 3 ministri, che avevano fatto desistere il governo Boric dal progetto.
Scontato anche il ritiro dell’appoggio del governo Kast alla candidatura della socialista Michelle Bachelet alla carica di Segretaria Generale dell’ONU, la prima donna che potrebbe ricoprirne la responsabilità. A suo tempo, la candidatura era stata proposta dallo scomparso presidente di destra Sebastian Piñera. Si tratta quindi di una decisione che sbatte la porta in faccia alla tanto sbandierata “politica di Stato”, fiore all’occhiello della classe dirigente cilena.
Nei giorni scorsi, è stato annunciato che il primo viaggio all’estero del nuovo Presidente sarà nell’Argentina di Javier Milei, “il più sionista di tutti i Presidenti”, come lui stesso ama definirsi. Nell’entourage di Kast c’è un forte interesse a rilanciare l’economia, gli investimenti e migliorare la bilancia commerciale. Ne è prova il fatto che lo scorso 16 dicembre Kast si era recato in Argentina insieme a quattro protagonisti dell’economia cilena. Tra questi, c’erano le presidentesse della Confederazione della Produzione e del Commercio (CPC), Susana Jiménez, e della Società di Promozione Industriale, Rosario Navarro, oltre al direttore generale di Quiñenco S.A., Francisco Pérez Mackenna, poi nominato suo ministro degli Esteri.
Le mobilitazioni
Nel frattempo, ci sono già state diverse mobilitazioni di piazza.
Innanzitutto, la manifestazione delle donne per l’8 marzo (a 3 giorni dall’insediamento) che ha visto la partecipazione di quasi 300.000 persone. Una mobilitazione contro i tagli al bilancio del dicastero delle donne, le minacce ai diritti delle donne conquistati dalla fine della dittatura, tra cui la tiepida legge che permette l’aborto solo in tre casi specifici: pericolo di vita per la madre, incompatibilità fetale di natura letale o gravidanza derivante da stupro
Lo scorso 22 marzo, le piazze del Paese hanno visto una grande mobilitazione ambientalista, sia a Santiago che in altre città, in risposta al ritiro dei 43 decreti ambientali da parte di Kast.
Da ultimo, il 26 marzo, migliaia di studenti delle scuole superiori e universitari hanno sfilato in massa lungo l’Alameda a Santiago, contro i tagli al bilancio dell’istruzione, la limitazione della gratuità e l’aumento dei prezzi dei carburanti. Una prima manifestazione per la difesa del diritto allo studio.
Nella notte cilena inizia ad apparire qualche luce di ribellione.















Lascia un commento