L’escalation sta già mandando in frantumi l’illusione di controllo di Washington
Di Robert A. Pape, professore di scienze politiche e direttore del Chicago Project on Security and Threats, e Ali Vaez, direttore del progetto Iran dell’International Crisis Group e co-autore di How Sanctions Work: Iran and the Impact of Economic Warfare.
di Gabriele Mariani (su Facebook 30/3/2026)

A un mese dall’inizio degli attacchi contro l’Iran, prende sempre più forza una lettura che negli ambienti strategici americani sta diventando difficile da ignorare: la guerra non sta seguendo il copione immaginato da Washington e Tel Aviv.
In un’analisi pubblicata da Foreign Policy, Robert A. Pape e Ali Vaez sostengono che il conflitto stia ormai sfuggendo al controllo di chi lo ha iniziato. L’idea iniziale era quella classica delle guerre “scelte”: colpire con precisione, mantenere obiettivi limitati, controllare l’escalation e costringere l’avversario a piegarsi senza dover affrontare i costi di una guerra lunga. Ma è proprio questa illusione del controllo che, secondo gli autori, si sta sgretolando. Sul piano strettamente militare, Stati Uniti e Israele hanno inferto danni pesanti all’Iran. Hanno eliminato dirigenti politici e militari di alto livello, degradato parte delle capacità missilistiche, colpito asset navali e infrastrutture strategiche. Eppure Teheran continua a reagire con lanci regolari di missili e droni contro Israele, contro basi americane nella regione e contro obiettivi nel Golfo, mentre la pressione sul traffico marittimo attorno a Hormuz resta elevata.
Il punto centrale dell’analisi è che Washington avrebbe confuso il successo tattico con il controllo politico della guerra. Colpire l’Iran non equivale a costringerlo a capitolare. Anzi, la storia dimostra spesso il contrario: i regimi sotto attacco esterno non sempre si spezzano, e talvolta si irrigidiscono. Anche in Iran, dove prima della guerra esisteva un forte malcontento interno, l’aggressione esterna starebbe favorendo un ricompattamento nazionalista che rafforza il sistema invece di abbatterlo.
Secondo Pape e Vaez, Tehran non sta agendo in modo puramente emotivo o vendicativo. Sta seguendo una logica preparata da anni: se non può eguagliare la superiorità convenzionale americana e israeliana, può però rendere quella superiorità molto più costosa, difficile e politicamente problematica da usare. È la logica della guerra di durata. Prima si cerca di consumare intercettori, stressare le difese, colpire reti radar e di comando, alzare il prezzo economico del conflitto; poi si entra in una fase più sostenibile di attrito, in cui anche un numero minore di vettori può produrre effetti crescenti contro difese progressivamente indebolite.
In questa prospettiva, Hormuz non è solo un teatro secondario ma uno dei fulcri della strategia iraniana. Se il passaggio nello stretto finisce per dipendere, di fatto, dalla tolleranza di Teheran o da accordi informali con essa, allora l’Iran riesce a trasformare la sua leva geografica in potere coercitivo concreto. E se alla pressione su Hormuz si aggiunge quella potenziale sul Bab el-Mandeb attraverso gli Houthi, il conflitto smette di essere solo una guerra regionale e diventa una lotta per il controllo dei principali chokepoint marittimi tra Asia, Vicino Oriente ed Europa. È in questo quadro che gli autori leggono anche le ipotesi di invio di truppe di terra americane su territorio iraniano o su isole strategiche. Non come un passo lineare, ma come l’ingresso in una vera e propria trappola di escalation. La potenza aerea può degradare e colpire, ma non può occupare stabilmente né imporre da sola risultati politici duraturi. Quando non basta, cresce inevitabilmente la pressione per passare a un livello superiore. Ed è proprio lì che la struttura del conflitto cambia, i costi aumentano e il rischio di allargamento diventa molto più alto.
L’analisi avverte anche di un altro pericolo: l’eliminazione della vecchia guardia della Repubblica islamica potrebbe rendere il sistema meno prudente e più incline a scelte rischiose. In queste condizioni, ogni ulteriore salto di qualità americano o israeliano potrebbe spingere Tehran verso mosse ancora più dure, dal minamento dello stretto agli attacchi alle infrastrutture regionali, fino a un coinvolgimento più diretto degli Houthi sul fronte del Mar Rosso.
Il punto di fondo è semplice ma decisivo: la superiorità nell’escalation non coincide con il controllo dell’escalation. Si possono vincere i singoli scambi di forza e perdere comunque il controllo della traiettoria generale della guerra. È questa, secondo Pape e Vaez, la vera illusione che oggi sta guidando Washington: credere che ogni gradino successivo funzionerà come il precedente, quando invece ogni gradino rende più difficile tornare indietro. Se non si apre rapidamente uno spazio serio per un cessate il fuoco che affronti deterrenza, sanzioni, sovranità e questione nucleare in termini reali e non propagandistici, la guerra rischia quindi di estendersi per mesi, con costi sempre meno reversibili e con incentivi crescenti, per attori regionali e non solo, ad allargarla ulteriormente.
Link alle fonti:
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Trump pronto a chiudere la guerra senza riaprire Hormuz?
Svolta strategica o ammissione di limiti?
di Gabriele Mariani (da Facebook 31/3/20269

Trump dice ai suoi collaboratori di essere disposto a porre fine alla guerra senza riaprire Hormuz
Negli Stati Uniti prende forma un cambio di linea che fino a poche settimane fa sarebbe stato difficile anche solo immaginare: l’amministrazione di Donald Trump starebbe valutando la possibilità di concludere la campagna militare contro l’Iran senza ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz. Secondo quanto riportato dal The Wall Street Journal, la decisione riflette una valutazione operativa precisa: forzare militarmente la riapertura del chokepoint (strettoia) richiederebbe un’estensione significativa del conflitto, ben oltre la finestra temporale inizialmente prevista dalla Casa Bianca. L’idea, quindi, sarebbe quella di dichiarare raggiunti gli obiettivi principali — indebolimento della marina iraniana, riduzione delle capacità missilistiche e pressione sul programma nucleare — e passare a una fase diplomatica, lasciando la gestione concreta della riapertura dello stretto a negoziati o a eventuali coalizioni internazionali. È una scelta che ha implicazioni enormi. Lo Stretto di Hormuz non è un teatro secondario: da qui transita circa il 20% del petrolio globale e una quota significativa di gas naturale liquefatto. Lasciarlo sotto pressione o parzialmente chiuso significa accettare un impatto diretto e duraturo sull’economia mondiale. Non a caso, all’interno dello stesso establishment americano emergono critiche. Secondo alcuni analisti, chiudere la guerra senza risolvere la questione Hormuz significherebbe lasciare intatta — se non rafforzata — la principale leva strategica iraniana. Nel frattempo, la posizione di Washington appare ambivalente. Da un lato si parla di uscita rapida dal conflitto; dall’altro si continuano a inviare forze nella regione, tra cui unità dei Marines e elementi della 82ª Airborne, mentre restano sul tavolo opzioni più aggressive come operazioni su obiettivi strategici iraniani. Sul piano politico, la linea sembra essere questa: ridurre l’impegno diretto americano e trasferire parte del peso sugli alleati europei e del Golfo, sia sul piano negoziale sia su quello operativo, inclusa la possibile scorta alle petroliere.
Ma anche questa strategia presenta limiti evidenti. Gli alleati sono già sotto pressione economica e militare, e difficilmente possono sostituire completamente il ruolo degli Stati Uniti in un teatro così sensibile.
Nel frattempo, i mercati stanno già reagendo. Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile e alcune stime indicano che, in caso di blocco prolungato, potrebbe spingersi molto più in alto. A soffrire non è solo il settore energetico, ma anche filiere strategiche legate a fertilizzanti, semiconduttori e trasporti. Il risultato è uno scenario paradossale: gli Stati Uniti potrebbero chiudere la guerra dichiarando una vittoria militare, ma lasciando irrisolto — e forse rafforzato — il problema strategico centrale.
In altre parole, la domanda non è più se Washington può colpire l’Iran, ma se può davvero imporre un ordine stabile dopo averlo fatto.
Link alle fonti:
Trump Tells Aides He’s Willing to End War Without Reopening Strait of Hormuz – WSJ https://share.google/BDFIiwW22kdQ2rgLL
Israele raziona gli intercettori: la guerra di attrito missilistica comincia a pesare
Israele sta razionando i suoi migliori intercettori — e i missili dell’Iran riescono a passare

di Gabriele Mariani (da Facebook 30/3/2026)
Dopo quattro settimane di guerra, emerge con sempre maggiore chiarezza un dato che va ben oltre il singolo attacco: Israele sta iniziando a razionare i propri intercettori più sofisticati per preservare le scorte, mentre i missili iraniani continuano a colpire. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le autorità israeliane stanno limitando l’impiego dei sistemi più avanzati, in particolare quelli della famiglia Arrow, e stanno ricorrendo in misura crescente a versioni potenziate di sistemi meno performanti, come il David’s Sling e in alcuni casi lo stesso Iron Dome adattato a minacce più complesse. Il problema è semplice solo in apparenza: ogni intercettore ha un costo elevatissimo, richiede tempi lunghi di produzione e non può essere impiegato senza calcolare attentamente la natura della minaccia. In una guerra di consumo, anche il miglior sistema difensivo del mondo entra progressivamente sotto pressione. L’articolo riferisce che alcuni recenti missili balistici iraniani sono riusciti a colpire direttamente Dimona e Arad dopo tentativi di intercettazione falliti con munizioni meno avanzate. È un passaggio importante, perché indica che il sistema difensivo israeliano resta molto efficace, ma non è impermeabile, soprattutto se costretto a gestire nel tempo salve continue e differenziate. La guerra, in questo senso, si sta trasformando sempre più in una corsa all’esaurimento. Da una parte Israele e gli Stati Uniti hanno ridotto significativamente la capacità iraniana di lanciare missili, ma non l’hanno annullata. Dall’altra l’Iran continua a saturare il sistema con vettori prodotti in massa, mentre anche Hezbollah mantiene una pressione costante con ulteriori lanci quotidiani.
Il punto strategico è che non conta solo quanti missili arrivano, ma quanti intercettori sei costretto a consumare per fermarli e per quanto tempo puoi sostenere quel ritmo. Ogni decisione difensiva diventa quindi anche una scelta di priorità: cosa abbattere, cosa lasciare cadere in aree non abitate, quali scorte preservare per i giorni successivi. Il problema non riguarda solo Israele. Anche gli alleati regionali degli Stati Uniti, come Emirati, Qatar e Bahrein, chiedono più sistemi di difesa, mentre le stesse scorte americane — comprese quelle necessarie ai sistemi THAAD — risultano sotto pressione. Il risultato è che questa guerra non consuma soltanto missili e droni iraniani, ma anche anni di produzione industriale occidentale. In altre parole, il nodo non è più soltanto la superiorità tecnologica, ma la sostenibilità materiale della difesa nel tempo. Ed è proprio qui che la guerra di attrito voluta da Teheran prova a colpire: non necessariamente sfondare sempre, ma costringere l’avversario a spendere, scegliere e logorarsi.
Link alle fonti:
Israel Is Rationing Its Best Interceptors—and Iran’s Missiles Are Getting Through – WSJ https://share.google/qBOCDvHnqUqBy6j0Y
Prosegue in Libano dopo Gaza la strage di giornalisti ad opera delle IDF
Al Mayadeen (da Facebook 28/3/2026)

Israele uccide i giornalisti libanesi Fatima Fatouni e Ali Shoeib in un attacco mirato con droni nel sud del Libano
Oggi, 28 marzo, Israele ha ucciso i giornalisti Fatima Fatouni e Ali Shoeib in un attacco di droni nel sud del Libano mentre stavano coprendo gli eventi nella zona di Jezzine. Shoeib era un corrispondente di lunga data di Al-Manar, e Fatouni era un giornalista di Al-Mayadeen. Sono stati entrambi uccisi per aver mostrato al mondo la verità.
La corrispondente televisiva di Al Manar Ali Shuaib, la corrispondente di Al Mayadeen Fatima Ftouni, e suo fratello, il fotoreporter Mohammad Ftouni, sono stati uccisi in attacchi aerei israeliani mentre viaggiavano in un’auto vicino a Jezzine, nel sud del Libano. All’inizio di questo mese, Israele ha ucciso altri sette membri della famiglia Ftouni in Libano.















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