Kharg, Hormuz e il limite della forza
di Gabriele Mariani (su Facebook 28/3/2026)
C’è un filo che lega analisi diverse — da Reuters a Foreign Policy, passando per le riflessioni di Gianandrea Gaiani — e che conduce tutte alla stessa conclusione, anche quando non viene esplicitata: il problema non è iniziare questa guerra. È finirla. Nel dibattito occidentale continua a riaffiorare l’idea di una soluzione militare “decisiva”: colpire i nodi critici, ristabilire la libertà di navigazione, piegare Teheran attraverso la pressione economica e operativa. In questa logica si inserisce l’ipotesi di un’operazione sull’isola di Kharg, snodo da cui passa la quasi totalità dell’export petrolifero iraniano. Sulla carta, un obiettivo chirurgico. Nella realtà, un moltiplicatore di problemi. Per capire perché, bisogna partire da
un dato che emerge con chiarezza dalle analisi di Reuters: le forze occidentali non sono state in grado di garantire pienamente la sicurezza nello Stretto di Bab el-Mandeb contro una milizia come quella degli Houthi. Nonostante mesi di operazioni, centinaia di intercettazioni e miliardi di dollari spesi, il traffico commerciale ha continuato a essere colpito e deviato. La rotta non è stata messa in sicurezza: è stata resa semplicemente più costosa. E qui si apre il vero problema. Se non si è riusciti a neutralizzare una minaccia relativamente limitata in uno spazio più ampio, come si può pensare di farlo nello Stretto di Hormuz contro uno Stato come l’Iran, dotato di capacità integrate, profondità strategica e accesso diretto al teatro operativo? Hormuz non è Bab el-Mandeb. È più stretto, più vicino alla costa, più saturo di minacce. Non si tratta di affrontare un singolo vettore, ma un sistema: droni, missili, mine, imbarcazioni esplosive, interferenze elettroniche. Tutto nello stesso spazio, nello stesso tempo. Come sottolineano diversi analisti citati da Reuters, un’unità navale può intercettare missili, ma non può contemporaneamente neutralizzare mine, contrastare sciami di droni e gestire attacchi provenienti da più direzioni. Il problema non è tecnologico. È sistemico.
In questo contesto, l’idea di occupare Kharg appare per quello che è: un salto di scala nella complessità del conflitto. Non si tratterebbe più di difendere una rotta, ma di mantenere una posizione fissa sotto fuoco costante, a poche decine di chilometri dalla costa iraniana. Lo sbarco, di per sé, è militarmente possibile, anche se costoso. Il punto è il dopo. Difendere, rifornire, sostenere una presenza permanente sotto saturazione continua richiede risorse, tempo e una tolleranza alle perdite che difficilmente possono essere mantenute a lungo. È qui che il discorso militare si intreccia con quello economico. Le analisi di Foreign Policy mettono in evidenza una dinamica ormai evidente: il rapporto costi/efficacia sta cambiando. Sistemi relativamente economici — droni, munizioni a basso costo — costringono a impiegare intercettori e piattaforme estremamente costose. Il risultato è una guerra di logoramento in cui il tempo diventa il fattore decisivo. Non vince chi ha le armi più sofisticate, ma chi riesce a sostenere più a lungo il ritmo dello scontro.
Questo ha conseguenze dirette sulla sostenibilità operativa. Non è una questione di esaurimento immediato delle scorte, ma di velocità di consumo. Se il ritmo attuale viene mantenuto o aumenta, le risorse si erodono più rapidamente di quanto possano essere ricostituite. E questo impone scelte. Non si può sostenere lo stesso livello di intensità nel Golfo, in Europa orientale e nel Pacifico contemporaneamente. Qui il conflitto smette di essere regionale e diventa sistemico. Lo spostamento di asset — come i sistemi antimissile dal teatro asiatico — non è neutrale. Riduce la pressione in altri contesti e crea opportunità per altri attori. Per la Russia, ogni risorsa americana impegnata nel Golfo è una risorsa in meno in Ucraina. Per la Cina, un impegno prolungato degli Stati Uniti altrove significa un allentamento della postura nel Pacifico. Non serve un intervento diretto. Basta che il processo continui. Ed è proprio qui che si innesta la dinamica più pericolosa. Gli incentivi tra gli attori sono disallineati. Washington ha interesse a chiudere il conflitto senza pagare un prezzo eccessivo. Teheran, almeno nella fase attuale, ha incentivi limitati a fare concessioni: il tempo lavora a suo favore, aumentando i costi per l’avversario. Mosca ha tutto l’interesse a prolungare lo scontro.
Pechino, più prudente, non ha bisogno di spingerlo: le basta contribuire, anche indirettamente, a mantenerne la sostenibilità. In questo quadro, la guerra tende a trasformarsi in un meccanismo auto-rinforzante. Non è necessario che qualcuno la “alimenti” attivamente. È sufficiente che non venga lasciata esaurire. Anche un sostegno limitato — economico, tecnologico, politico — può essere sufficiente a prolungare la capacità di resistenza di una delle parti e, con essa, l’intero conflitto. Il risultato è un vicolo cieco strategico. Non esiste una soluzione militare pulita. Ogni opzione comporta costi crescenti, rischi di escalation e tempi lunghi. Anche nel caso più favorevole, come suggeriscono gli stessi analisti citati da Reuters, la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz richiederebbe mesi di operazioni continue. Mesi in cui il prezzo del conflitto — economico, militare, politico — continuerebbe ad aumentare. La vera illusione, a questo punto, non è la difficoltà della guerra. È la sua presunta brevità. Le guerre che dovevano durare settimane sono, storicamente, quelle che durano anni. E quando il tempo diventa il principale campo di battaglia, la domanda non è più chi vincerà, ma chi riuscirà a resistere più a lungo. In questo senso, il problema non è Kharg. Non è Hormuz. Non è nemmeno la capacità militare delle parti. Il problema è il tempo. E, in questa guerra, il tempo non sembra lavorare nella direzione che molti avevano previsto.
– Fonti e riferimenti
Reuters, Western powers were unable to secure shipping in Red Sea. Hormuz will be harder, 25 marzo 2026
https://www.reuters.com/…/western-powers-were-unable…/
Foreign Policy, The Age of Asymmetric Warfare Is Here, and the West Is Not Ready (analisi sulla guerra asimmetrica e il rapporto costi/efficacia dei droni)
https://share.google/Is97wrBKjNQEChocj
The Times of Israel, Taking Kharg Island is seen as key to opening Hormuz. There are better options, 2026
Middle East Eye, US and Israel burning through missiles in Iran war
https://www.middleeasteye.net/…/us-israel-burning…
Middle East Eye, War on Iran could erode US petrodollar – Deutsche Bank analysis
Euronews, Iran allows selective passage through Hormuz (Spain case)
The Cradle, Seizing Kharg: Washington’s path to defeat in the Persian Gulf
https://thecradle.co/…/seizing-the-kharg-washingtons…
The Cradle, Iran mobilizing one million soldiers report
https://thecradle.co/…/iran-mobilizing-one-million…
Analisi Difesa (Gianandrea Gaiani), Analisi su Hormuz e limiti operativi occidentali















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