Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi. Per evitare la fuga dal dollaro e trovare compratori del debito devono obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta Usa. Una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default.
In questa ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva, persino a costo di una recessione vera e propria. Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia.
In questo senso, gli Usa devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houti e normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas liquido naturale ai paesi europei che ne hanno una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica, piantare la bandiera Usa su ogni area dove ci sono riserve energetiche ingenti – Venezuela, Iran, Groenlandia, Nigeria – significa dare un sottostante reale ad un’economia che ormai non cresce più del’1% e matura un duro scontro sociale interno.
Intanto un clima di guerra nel Golfo fa aumentare le commesse delle petromonarchie alle società Usa: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno. A beneficiarne saranno le Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street, i principali azionisti delle major delle armi e del petrolio, che fanno i conti con una crescente volatilità. In cambio di ciò i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40% e per il quale sono ormai insostituibili.
L’attacco all’Iran rientra anche nel progetto economico del Grande Israele che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutto il Medio Oriente e il “socio” dell’amministrazione Trump nei grandi affari secondo il modello del Board of peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo.
Trump ha rotto ogni indugio e ha scelto la strada più pericolosa per tentare di salvare il capitalismo a stelle e strisce ricorrendo a piene mani allo strumento militare e scommettendo, come un giocatore d’azzardo, sulla mancata risposta degli altri soggetti internazionali; una scommessa assai complessa per il legame della Cina non solo con l’Iran, ma con l’intera area del Golfo, e dagli interessi russi in materia energetica.
Per l’Italia le conseguenze della guerra saranno pesantissime. I rendimenti dei titoli di Stato decennali si stanno avvicinando al 4%, con un’accelerazione maggiore di quelli tedeschi, con buona pace delle dichiarazioni trionfalistiche di Meloni di qualche mese fa: un aumento di un punto dei tassi di interesse sul debito significa una maggior spesa già nel 2026 di circa 3 miliardi di euro, che crescerà nei prossimi anni, con l’inevitabile conseguenza della riduzione della spesa sanitaria e sociale.
Per l’aumento del prezzo di gas e petrolio, che l’Italia comprerà, rigorosamente, dagli Usa, l’inflazione potrebbe salire già questa estate al 4-5%, con un aumento del carrello della spesa per le famiglie di 600-800 euro. Le bollette è probabile che aumentino del 30% già dal prossimo aggiornamento trimestrale. Saliranno anche tutte le tariffe indicizzate all’inflazione e il prezzo dell’elettricità diventerà assai oneroso per tutti i contratti a prezzo variabile.
I lavoratori e le lavoratrici, per l’inflazione importata con l’aumento dei prezzi dell’energia, subiranno un pesante effetto fiscal drag che potrebbe annullare del tutto l’indicizzazione anche in caso di rinnovi contrattuali. L’aumento dei tassi di interesse determinerà un appesantimento dei mutui a tasso variabile e di quelli di nuova apertura. Per le imprese, soprattutto per le più piccole, la guerra produrrà una lievitazione, già nel breve periodo, della bolletta energetica di circa il 25%, a cui si aggiunge l’aumento del costo delle materie prime per l’aumento del costo dell’energia e per le difficoltà nell’approvvigionamento, dati i numerosi blocchi militari e commerciali.
Particolare rilievo avranno poi l’allungamento dei tempi di consegna delle merci, utilizzando le poche rotte libere, e l’impennata del prezzo dei noli marittimi – si sta già registrando un raddoppio del costo dei container – decisivo per l’economia del nostro paese. Le imprese, in particolare le più piccole, soffriranno poi della riduzione del credito e di un aumento dei tassi che arriveranno al 7-8% così come diventeranno più onerose le assicurazioni.
Una corsa verso la recessione più rapida ancora di quella di altre realtà europee.
FONTE: https://www.sinistrasindacale.it/2026/03/29/guerra-e-recessione-di-alessandro-volpi/















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