L’accelerazione politica in Italia determinata dalla guerra all’Iran e dal Referendum.

Che Donald Trump sia nella merda fino al collo sembra sempre più plausibile. Non solo per lo scacco storico subito dall’Iran in queste due settimane di guerra, non solo perché anche la Gran Bretagna e il Giappone si rifiutano (per il momento) di inviare le loro navi militari per sgombrare lo stretto di Hormuz, non solo per il crescente disappunto del mondo economico che vede avvicinasi rapidamente la recessione globale. Per quanto possa essere ritenuto secondario e marginale (e certamente lo è nello scenario internazionale) è invece significativa ed esemplare l’accelerazione della discussione politica italiana (e in Europa) tra maggioranze e opposizioni e anche quella al loro interno.

In molti sono presi dal dubbio amletico se sarà possibile (o meno) tornare alla Belle Epoque in cui l’unità dell’occidente a guida imperiale neocon (repubblicana o democratica non faceva molta differenza) consentiva comunque una gestione win win tra i due poli atlantici dell’emisfero, a spese ovviamente di tutti gli altri, oppure se tale condizione sia recuperabile solo con la sconfitta di Trump alle elezioni di midterm sperando di qui a due anni nella riconquista del potere da parte dei democratici.

Ancora minoritaria (sui mass media) la posizione di coloro che leggono gli eventi in corso come conferma della conclusione dell’unipolarismo americano (a prescindere da chi lo governa) e dell’apertura di una fase multipolare che, per quanto incerta, comincia a conformare sensibilmente le relazioni internazionali.

La discussione tra le maggiori forze politiche italiane si va strutturando secondo il primo schema.

Lo si vede soprattutto dalla convergenza tra M5S e PD che condannano l’aggressione unilaterale di Usa e Israele (come hanno condannato quella russa contro l’Ucraina); ma mentre chiedono la de-escalation in Medio Oriente, ritengono che le sanzioni verso la Russia vadano mantenute. L’elemento unificante sarebbe il mancato rispetto del diritto internazionale in entrambi i casi. Anche il caso del Venezuela ricorre con la stessa argomentazione, anche se si ripete ad ogni occasione, sia per il Venezuela che per l’Iran, che nessuno rimpiange i due atroci dittatori, uno in prigione a New York, l’altro scomparso insieme a gran parte della famiglia e dei suoi dignitari sotto il bombardamento a Teheran.

L’argomento è interessante perché vuol dire che il mancato rispetto del diritto internazionale ha tuttavia consentito un esito auspicato per anni dagli stessi, i quali si oppongono non all’esito, ma solo al metodo utilizzato: poco elegante.

Considerazione che invece vale solo parzialmente per Israele, il cui presidente Herzog fu anzi accolto, in pieno genocidio dei palestinesi, in visita ufficiale da Mattarella a Roma; i cui militari hanno soggiornato durante l’estate in diverse località balneari in Italia; i cui rappresentanti continuano a frotte a visitare le istituzioni comunitarie a Bruxelles nella loro instancabile opera di lobbing, ecc.

Oggi ha invece destato scalpore il fatto che il viceministro degli Esteri Cirielli abbia incontrato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramonov, lo scorso mese alla Farnesina e sono state presentate interrogazioni al riguardo per conoscerne il motivo. Non era accaduto lo stesso per il caso di cui sopra, né alcun oppositore si era scandalizzato per la ricorrente presenza dell’ambasciatore di Israele in tutti i talk show di tutte le reti nazionali nei tre anni di aggressione a Gaza. Ovviamente nessuna interrogazione è prevedibile per il via vai di personaggi dell’amministrazione Trump che frequentano ogni settimana il nostro paese, ultimo, tra i maggiori e i peggiori, il filosofo-imprenditore Thiel (quello di Palantir) a Roma, latore di tesi che legittimano pienamente la sostituzione del diritto internazionale con il diritto della forza.

Gli esempio potrebbero essere tanti, ma bastano questi per azzardare la possibilità che l’accelerazione della discussione sulla guerra in medio oriente, sia legata, più che al diritto internazionale, all’imminente esito del voto referendario, rispetto al quale si potrebbero aprire scenari fino a poco tempo fa ritenuti improbabili: la possibilità di una vittoria del NO alla riforma costituzionale sulla magistratura di Nordio, può far traballare il governo, al di là delle assicurazione della Meloni di voler comunque giungere a fine legislatura.

Ma c’è anche un’altra possibilità in campo che rende oscillante il quadro politico, e cioè che sia la stessa Meloni, in caso di vittoria del NO, a contraddire le sue stesse affermazioni dimettendosi e chiedendo nuove elezioni anticipate, poiché il quadro che si sta preparando per gli effetti della guerra all’Iran è davvero preoccupante e di difficile gestione per chiunque, tantopiù per una persona e per un gruppo di forze politiche così legate a un Trump in caduta libera. Addirittura potrebbe essere preferibile perdere le prossime elezioni e lasciare il cerino in mano ad una opposizione incerta, come pensò di fare Letta nelle precedenti, in considerazione della guerra in Ucraina. Il favore si può ben ricambiare; in modo che tutto cambi, ma non ciò che dovrebbe cambiare.

Siccome non c’è tempo (né disponibilità) per sottigliezze o per una discussione seria che consenta, per esempio, di distinguere genesi, contesti e motivazioni della guerra in Ucraina, del genocidio a Gaza, dell’aggressione all’Iran e in Libano, si tenta di accreditare un improbabile comun denominatore che consenta una rapida convergenza delle opposizioni in modo da mettere sotto il tappeto le differenze emerse in questi anni; già primari esponenti dell’intellighenzia e del giornalismo si propongono a sostegno di questo programma emergenziale a partire da quelli meno critici, se non aperti sostenitori di Israele, i quali sono numerosi e demagogicamente ben avvezzi a supportarlo. Infatti nei talk show, se ci fate caso, c’è adesso la crescente tendenza ad addebitare tutte le nefandezze a Trump e a non nominare quelle del sionismo della terra promessa; in modo che l’apparato mediatico mainstream abbondantemente influenzato da questi ultimi, possa all’uopo mettersi più convintamente al lavoro…

La guerra tra l’internazionale neofascista e quella liberal – che vuoi o non vuoi è l’artefice della sua crescita e della sua affermazione – si potrà così dispiegare all’insegna (per i liberal) della riaffermazione della superiore civiltà giuridica di cui sono interpreti e che tuttavia non compendia l’esistenza o la dignità del mondo fuori dal conflitto inter-occidentale, sia esso slavo o islamico; che però, a prescindere dalle aggettivazioni, è maggioritario sul pianeta, come è maggioritaria sia nell’occidente che fuori di esso la popolazione contro la guerra, soprattutto delle guerre neo-coloniali che costituiscono il cuore di quelle in cui siamo impegnati o coinvolti.

E’ molto sconveniente e pericoloso che le opposizioni in Italia non prendano in opportuna considerazione la percentuale di popolazione contro la guerra di aggressione USA-Israele all’Iran, come ha aborrito quella genocidiaria di Israele alla Palestina e adesso contro il Libano e che si è del tutto stancata di continuare a finanziare la guerra euro-americana alla Russia che si combatte in Ucraina.

Ed è sconveniente anche perché si rischia di lasciare agli avversari (per es. a Lega, Vannacci & C.) la rappresentanza di parte consistente di questa maggioranza.

Conte, Schlein, AVS, dovrebbero assicurare la propria capacità di far di conto. E le sparpagliate forze a sinistra delle opposizioni in parlamento provare rapidamente a costituire un loro fronte, seppur minoritario, dotato di una narrazione che abbia qualche elemento di maggiore coerenza e aperto ad una dimensione globale che purtroppo (o per fortuna) non contemplerà il ritorno alla Dolce Vita in un giardino europeo che lasci fuori il resto del mondo.

R.R.T.


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