“Scudo delle Americhe”: la retroguardia servile nella regione

di Marco Consolo – (Blog)

Mentre nello scacchiere medio-orientale ed asiatico la ribattezzata “coalizione Epstein” (tra gli Stati Uniti e lo Stato genocida di Israele) interviene militarmente in spregio al diritto internazionale, confermandosi come coalizione degli “Stati canaglia”, nel continente latino-americano suona un’altra musica.

Dopo il bombardamento criminale del 3 gennaio del Venezuela e il sequestro del Presidente costituzionale Nicolás Maduro e della deputata Cilia Flores, lo scorso 7 marzo Donald Trump ha riunito i presidenti latino-americani di destra ed estrema destra a Miami.

L’obiettivo è quello di riorganizzare la “sicurezza dell’emisfero” attraverso un’alleanza politico-militare nel continente, che garantisca una retroguardia alleata nel “cortile di casa”.

La nuova creatura è stata pomposamente battezzata “Scudo delle Americhe”, una coalizione militare che ufficialmente dovrebbe combattere il narcotraffico e l’immigrazione irregolare, nonché contenere “influenze straniere ostili”. Nella stringata dichiarazione finale, con la premessa di “rafforzare la sicurezza nell’emisfero occidentale”, si esprime l’intenzione di “cooperare in materia di sicurezza delle frontiere, nella lotta contro il narcoterrorismo e il narcotraffico e nella protezione delle infrastrutture critiche”. Nel documento, brilla il controsenso dell’ossimoro del terrorismo genocida con la “promozione della pace attraverso l’uso della forza” e si ribadisce l’intenzione di “affrontare le minacce future agli interessi reciproci” e altre “minacce condivise che incombono sull’emisfero occidentale”.

Al vertice sono stati invitati i mandatari di Argentina (Javier Milei), Bolivia (Rodrigo Paz), Cile (José Antonio Kast), Costa Rica (Rodrigo Chaves), Ecuador (Daniel Noboa), El Salvador (Nayib Bukele), Guyana (Irfaan Ali), Honduras (il golpista Nasry Asfura), Panamá (José Raúl Mulino), Paraguay (Santiago Peña), Repubblica Dominicana (Luis Abinader), e Trinidad y Tobago (Kamla Persad-Bissessar).

Nella foto di rito, in prima fila ai lati di Trump primeggiano Nayib Bukele, Presidente di El Salvador ed il presidente della Guyana, Irfaan Ali. Il primo è un grande ammiratore di Trump (ricambiato), che da diversi anni porta avanti una brutale repressione contro quello che chiama “il crimine organizzato” e l’immigrazione. In realtà, Bukele ha da tempo nel mirino anche i dirigenti di movimenti sociali, di associazioni per la difesa dei diritti umani, giornalisti critici e in generale della sinistra, molti dei quali sono in carcere o in esilio.

Il secondo è a capo di un Paese piccolo, ma produttore di petrolio (in mano alla Exxon) e soprattutto dotato di grandi riserve di oro nero, risorsa che fa gola alla Casa bianca. Uno sfruttamento petrolifero intensivo, nonostante la disputa legale internazionale con il Venezuela sul territorio della Guyana Esequiba.

Non poteva mancare l’argentino Javier Milei, il più fedele scendiletto di Stati Uniti ed Israele nel continente. Lo scorso 1° marzo, al Parlamento argentino, Milei lo aveva detto chiaramente: “Ci vuole un’alleanza strategica durevole. Ed è ciò che stiamo costruendo con gli Stati Uniti. Non si tratta solo di un accordo tra il Presidente Trump ed il Presidente Milei. Ma ha a che vedere con l’affinità culturale e di obiettivi strategici tra i due Paesi e di tutta la regione”.

Lo Scudo delle Americhe

Trump lo ha definito come una nuova coalizione militare per combattere i cartelli del narco-traffico, delinquenti e “influenze straniere ostili” (ovvero la Cina). Nonostante parlasse di “tutto l’emisfero”, ovvero di tutti i Paesi americani, in realtà erano presenti solo 12 dei 35 Paesi del continente. Non erano stati invitati né il Presidente del Perù, né quelli non allineati con la narrativa trumpiana, ovvero Lula da Silva del Brasile, Claudia Sheinbaum del Messico e Gustavo Petro della Colombia. Gli ultimi due, in particolare, sono in prima linea nella lotta al narco-traffico e certamente avrebbero potuto apportare idee con la loro esperienza in materia. L’altro grande assente è stato il Canada, passato da alleato storico ad oggetto di cupidigia trumpiana.

Al di là delle parole generiche della dichiarazione finale, gli obiettivi reali sono stati in parte chiariti dallo stesso Trump nel suo discorso.

Si tratta di combattere l’ingresso degli immigrati (“alieni stranieri” che vengono da “Paesi di m…”); sradicare i cartelli (equiparati con l’ISIS che non è esattamente un’organizzazione narco); avere la collaborazione delle FF.AA. dei vari Paesi in eventuali avventure golpiste (dirette o meno dalla Casabianca). L’esempio esplicito è stato quello di Cuba, secondo Trump “alla fine del suo percorso”. Nelle sue parole rivolte ai 12 alleati-burattini che lo ascoltavano: “Molti di voi mi hanno chiesto di occuparmi di Cuba. Me ne occuperò (applausi). Una volta chiarita la questione di Cuba e Venezuela, in base alla nuova dottrina, non permetteremo che influenze straniere ostili mettano piede in questo emisfero. Ciò include il Canale di Panama“.

Rispetto al Canale, Trump ha insistito per riprenderne il controllo, dopo l’accusa di “tariffe esorbitanti” applicate alle navi statunitensi ed aver affermato che la Cina controllava la via marittima.

In questa occasione, non ha parlato dello Stretto di Magellano, forse per non accendere i riflettori su politiche condotte con certa discrezione a braccetto con Israele all’estremo Sud del continente.

Da ultimo, la Casabianca cerca di ottenere l’appoggio militare delle FF.AA. latino-americane in altri possibili scenari che interessano al governo Usa, come ad esempio il Messico. Dopo aver parlato di ISIS e Venezuela, Trump ha affermato: “Dobbiamo riconoscere che l’epicentro dei cartelli è il Messico (…) Ho offerto alla Presidente di occuparmene, ma lei non ha accettato”.

La ciliegina sulla torta è la promozione a capo dello Scudo di Kristi Noem, appena licenziata da Trump da Segretaria per la Sicurezza Nazionale. Nelle sue parole, lo Scudo è una coalizione militare “dell’emisfero occidentale che è fondamentale per la sicurezza degli Usa”. Noem è tristemente nota come la “caccia immigrati” ed è stata oggetto di dure critiche per le retate di immigrati degli ultimi mesi, durante le quali due cittadini statunitensi (tra gli altri) sono stati assassinati dalla famigerata ICE nel mese di gennaio.

L’ONU è un fardello inutile

Lungi dall’utilizzare i canali regolari del multilateralismo, Trump sta scegliendo di formare una nuova architettura di potere, in cui domina la visione suprematista neo-con. Più in generale, l’iniziativa cerca di contenere il declino relativo dell’egemonia statunitense nel pianeta, con nuove strutture “multilaterali”, controllate strettamente dagli Stati Uniti. Lo “Scudo”, è una sorta di versione regionale della “Giunta di Pace” rispetto a Gaza lanciata a Davos. Entrambi iniziative che, tra l’altro, sono parte della strategia per seppellire quello che resta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. In questo quadro, coerentemente con il suo disprezzo alle regole condivise, dopo l’annunciato ritiro da più di 60 organismi dell’ONU, a gennaio Trump ha ritirato gli Stati Uniti anche da tre organismi regionali, tra cui l’importante Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (CEPAL) delle Nazioni Unite. Il fatto che questo mini-vertice si sia tenuto quattro mesi dopo il rinvio del “X Vertice delle Americhe” è un altro segnale della volontà di Trump di sovvertire l’ordine internazionale vigente.

Armiamoci e… partiamo…

Queste alleanze non sono certo nuove nel continente latino-americano.

Nel lontano 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, gli Usa crearono la Giunta Interamericana di Difesa (JID), dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor. L’obiettivo era la formazione di un sistema militare continentale, agli ordini di Washington. Con il Pentagono in prima linea nella formazione militare e ideologica delle FF.AA. del continente, per una identificazione totale con gli obiettivi e i principi dell’impero, anche quando erano in contrasto con i rispettivi interessi nazionali.

Nel settembre del 1947 nasce il TIAR (Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca) con l’impegno alla difesa collettiva in caso di attacco armato da parte di uno Stato contro una delle nazioni firmatarie. L’area geografica di azione al Nord comprende gli Stati Uniti e 300 miglia dalla costa, compresa la regione tra Alaska e Groenlandia, fino alle isole Aleutine nella zona Artica.

Nel 1948, a Bogotá (Colombia), nasce l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), che pochi anni dopo mostra il suo vero volto anticomunista contro la Rivoluzione Cubana. Nel 1962, nella riunione di Punta del Este (Uruguay), Cuba, membro fondatore dell’OEA, viene espulsa dall’organizzazione. La dichiarazione della riunione affermava che “i principi del comunismo sono incompatibili con i principi del sistema interamericano”. Tempo prima, il cubano Raúl Roa García, il “Canciller de la dignidad” aveva definito l’OEA come il “Ministero delle Colonie degli Stati Uniti”. Da allora, Cuba si è sempre rifiutata di tornare a farne parte.

A poco a poco, missioni militari statunitensi si installarono nei diversi Ministeri della difesa locali, spalla a spalla con i comandanti nazionali. Una presenza ingombrante, di cui solo alcuni Paesi riusciranno a liberarsi nei decenni successivi.

Nei primi venti anni di questo secolo, grazie all’avvento di governi progressisti nel continente ed alla spinta di Hugo Chávez, nel 2008 si crea il Consejo de Defensa Suramericano nell’ambito della Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR), di cui non faceva parte gli Stati Uniti. Per qualche anno, le strutture a comando USA sono parzialmente paralizzate e si cerca la cooperazione tra i Paesi del continente, senza l’ingerenza statunitense. Non a caso l’organismo diventa uno dei bersagli immediati della contro-offensiva di Washington per ri-disciplinare il continente.

Nel 2014 a La Habana (Cuba) la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC) proclama l’America Latina e i Caraibi come una Zona di Pace, con l’impegno a risolvere i possibili conflitti senza ricorrere alla forza, a rispettare la sovranità reciproca, a non intervenire negli affari interni e a vietare le armi nucleari. Un impegno che, dodici anni dopo, sembra essere svanito sotto la pressione di un impero in piena decadenza, il cui ultimo baluardo è il ricorso alla forza bruta.

Dalla “guerra alla droga” allo “Scudo delle Americhe”

Sin dagli anni ’80, con la cosiddetta “guerra alla droga” di Reagan, la lotta al narcotraffico è stata il pretesto principale per l’intervento imperialista più diretto nel continente. Nel 1999 Bill Clinton lancia il Plan Colombia, e nel 2008, George W. Bush si inventa il Plan Merida, o Plan Mexico, specificatamente per il Messico ed il Centroamerica.

Per quanto riguarda la presunta “lotta al narcotraffico”, il fallimento di entrambi i programmi, tra tanti altri, dimostra chiaramente l’inefficacia di tali strategie.

Nel mini-vertice Trump ha affermato che: “Molti dei cartelli hanno sviluppato abilità militari molto sofisticate e spesso sono più potenti di alcune forze militari, e questo è inaccettabile”, mentre tra le risate dei presenti offriva “missili di precisione” per attaccare questi gruppi.

Le dichiarazioni di Trump sono la benedizione di operazioni congiunte come quelle condotte di recente dalle forze statunitensi ed ecuadoriane. In altri termini, a seconda della convenienza, il “lavoro sporco” può essere fatto direttamente o con i sudditi. Sono operazioni che oggi vanno a braccetto con la recente sospensione (per almeno 9 mesi) del partito Revolución Ciudadana (RC) dell’ex-Presidente Rafael Correa, da parte del Tribunale per il Contenzioso Elettorale. Il Partito, maggiore oppositore al governo di Noboa, ne ha più volte denunciato il coinvolgimento in scandali di narco-traffico.

Nei giorni scorsi, il Parlamento del Paraguay ha approvato l’accordo con gli Stati Uniti sullo Statuto delle Forze Armate (SOFA). Un accordo che consente la presenza “temporanea” di truppe statunitensi nel Paese con immunità simile a quella diplomatica, libero accesso alle istituzioni paraguaiane, la consegna di informazioni preziose sulle risorse naturali (tra cui il litio) e l’eventuale installazione di una base militare statunitense nel Paese [i].

Oggi, lo “Scudo delle Americhe” ripercorre gli stessi passi imperiali del passato. Lo ha detto chiaramente Peter Hegseth, ministro della Guerra di Washington: «Vogliamo che il mondo capisca che essere amici degli Stati Uniti è un bene. Condividiamo lo stesso emisfero, la stessa geografia, una cultura cristiana occidentale (?), condividiamo risorse (?) e obiettivi. Dobbiamo avere il coraggio di difenderlo. Abbiamo Trump, il nostro comandante in capo, che ci indica dove si trova la bussola».

La questione geografica è stata risolta nella riunione preparatoria del vertice con rappresentanti militari di 17 paesi dell’emisfero presso la sede del Comando Sud, quando Hegseth ha dichiarato che “Trump ha disegnato una nuova mappa strategica dalla Groenlandia al Golfo d’America, al Canale di Panama e ai paesi circostanti… chiamiamo quella mappa Grande America. Ogni nazione e territorio sovrano a nord dell’equatore non fa parte del sud del mondo, ma fa parte del perimetro di sicurezza di questo grande vicinato in cui viviamo tutti”.

La Cina nel mirino

Lo “Scudo delle Americhe” è un ulteriore passo avanti nella concretizzazione della “dottrina di sicurezza nazionale” pubblicata da Washington lo scorso dicembre, in cui si annunciava che gli Stati Uniti avrebbero cercato di “ristabilire la loro preminenza nell’emisfero occidentale” e si presentava la Cina come “un’economia predatoria”.  La dottrina è una versione aggiornata 2.0 e offensiva della dottrina Monroe del 1823, con cui gli Stati Uniti contrastarono la possibile interferenza delle potenze coloniali europee nel continente.

Il bombardamento del Venezuela ed il sequestro di Nicolás Maduro ha chiarito a molti la volontà di applicare la dottrina non solo con le minacce, ma anche con azioni concrete.

Tra i suoi principali obiettivi c’è quello di frenare l’espansione cinese nell’area e mira a ridurre, o almeno mitigare, l’impatto degli investimenti cinesi in una regione che contiene risorse naturali strategiche, di interesse per entrambi.

Di certo, il commercio bilaterale tra l’America Latina, i Caraibi e la Cina non ha smesso di crescere. Se nel 2000 era pari a circa 12 miliardi di dollari, nel 2024 ha raggiunto il record storico di circa 520 miliardi e nel 2025 lo scambio di beni e servizi sfiora i 565 miliardi [ii]. Oggi la Cina è il primo partner commerciale di molti Paesi del Sud America e il secondo più importante dell’America Latina nel suo complesso, dopo gli Stati Uniti.  In questo senso, i Paesi dello “Scudo” hanno un peso specifico sostituibile. Viceversa, Brasile, Messico, Colombia e Perù –non invitati alla riunione – insieme al Cile rappresentano circa il 90% dell’attività commerciale dell’America Latina con la Cina.

E sul Canale di Panama gli Stati Uniti hanno un interesse strategico, dato che ogni anno vi transita circa il 40% di tutto il loro traffico container. Un interesse condiviso dal Paese asiatico, che ha costruito un porto di grandi dimensioni a Chancay in Perù, di cui la prima fase è stata inaugurata lo scorso anno. Il megaprogetto appartiene alla società cinese Cosco Shipping ed è stato progettato per diventare il principale hub logistico dal Sud America verso l’Asia.

Allo stesso modo, gli Stati Uniti vogliono mantenere il dominio sulla trasmissione dei dati ed il mondo digitale in America Latina e nei Caraibi. Valga come esempio l’efficace pressione sul governo cileno, con cui l’amministrazione Trump ha fatto piazza pulita del progetto di cavo transoceanico diretto tra la Cina e il Cile. Un progetto per stabilire una connettività indipendente per il flusso di dati che finora deve passare attraverso gli Stati Uniti.

Conclusioni

Come ricorda l’intellettuale cubano Abel Prieto, “il caso ha voluto che questo «piccolo vertice reazionario e neocolonialista», come lo ha definito il presidente cubano, coincidesse con l’anno del bicentenario del Congresso Anfictionico di Panama organizzato da Bolívar per consolidare l’unione dei popoli che Martí avrebbe chiamato Nuestra América. Quel sogno di due secoli si è scontrato, allora come oggi, con le ambizioni di dominio imperiale e con la complicità e gli interessi delle oligarchie regionali, determinate a schiacciare la nostra secolare resistenza. Mai come in questo anniversario sembrano più necessari e profetici i versi di Pablo Neruda: «Bolívar si risveglia ogni cento anni, quando si risveglia il popolo»” [iii].


[i] https://www.telesurtv.net/soberania-congreso-paraguay-ingreso-tropas-eu/

[ii] https://www.jornada.com.mx/2026/02/11/economia/019n2eco

[iii] https://www.telesurtv.net/opinion/una-pequena-cumbre-reaccionaria-y-neocolonial-para-apoyar-el-proyecto-trumpista/

FONTE: https://marcoconsolo.altervista.org/scudo-delle-americhe-la-retroguardia-servile-nella-regione/


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