Intervista al Generale Maurizio Boni
di Federico Ferraù (da Il Sussidiario 11/3/2025)
Tutti i Paesi del Golfo sono sotto l’attacco dell’Iran, mentre USA e Israele bombardano la Repubblica Islamica. La guerra sarà più lunga del previsto
Il bastone e la carota di Trump. Secondo Axios, gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di fermare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche dell’Iran. Un’ora dopo, è sempre il presidente americano a minacciare “conseguenze mai viste” se le acque dello Stretto di Hormuz risultassero minate e Teheran non provvedesse a renderle agibili. Ma le minacce statunitensi potrebbero risultare armi quasi spuntate, perché la realtà che quasi nessuno poteva immaginare dieci giorni fa è che “l’iniziativa, anche se questo non ci piace, è nelle mani dell’Iran”, dice a il Sussidiario Maurizio Boni, generale di corpo d’armata, già capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy e opinionista di Analisi Difesa. Tutto, dunque, appare coerente con il “metodo Trump”. Ma è un approccio, emerge dall’analisi di Boni, che stavolta potrebbe risultare fatale alla presenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. Lunedì il presidente americano ha parlato di guerra “praticamente conclusa”, ieri il capo del Pentagono Hegseth ha detto che sarebbe stata la giornata con gli attacchi più intensi contro l’Iran. Siamo partiti da qui.
Generale Boni, guerra “praticamente conclusa” può voler dire due cose: o guerra vinta, oppure che non si sa come uscirne. Lei cosa dice?
La seconda ipotesi è più plausibile. Non solo gli Stati Uniti non stanno vincendo questa guerra, ma neppure Israele. E il fatto che sia stato annullato il meeting di oggi (ieri, nda) tra Steve Witkoff, Jared Kushner e gli israeliani è un chiaro segnale, anzi, che qualcosa potrebbe addirittura incrinarsi nel rapporto tra gli alleati. E il motivo è che l’iniziativa, anche se questo non ci piace, è nelle mani dell’Iran.
Andiamo con ordine. Tra USA e Israele qual è l’alleato che non si mostra all’altezza delle ambizioni e dei progetti dell’altro?
Partiamo dai fatti. Quelli essenziali sono due. Il primo è che Israele continua a essere colpita ogni giorno dai missili balistici iraniani. Il secondo è che i Paesi del Golfo sono devastati militarmente ed economicamente. La reputazione del Golfo Persico, fatta di turismo, imprenditoria, opportunità, è crollata. Un immenso “cloud” che doveva essere garantito dalla sicurezza americana si è dimostrato fragilissimo perché vulnerabile.
Di conseguenza è colpita la credibilità del garante? Esatto. Una credibilità che potrebbe addirittura essere irrimediabilmente compromessa.
Vada avanti. Israele ha deciso di cominciare questa guerra, gli Stati Uniti l’hanno provocata facendo saltare le trattative. Hanno aspettato il momento in cui gli israeliani avrebbero attaccato e li hanno seguiti. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di un più grande “regime change” anti-iraniano che abbraccia l’ultimo trentennio e che riguarda tutto il Medio Oriente allargato. L’Iran era – ed è – il solo competitor strategico di rilievo rimasto ad opporsi al progetto egemonico israeliano sul Medio Oriente, da perseguire insieme agli Stati Uniti. Ora l’effetto domino si sta rivelando catastrofico per chi lo ha voluto. Sia detto, en passant, che le scelte americane si sono rivelate una miniera di contraddizioni.
A che cosa si riferisce? Nell’ultima National Security Strategy, l’Amministrazione Trump aveva scritto che il Medio Oriente non era più così importante come in passato. Il modo in cui è intervenuta a fianco di Israele è la smentita di un documento programmatico ufficiale di grande importanza. Ancora: adesso risulta evidente che i negoziati sul nucleare non avevano l’intento di giungere a una soluzione, ma di provocare una rottura. La stampa internazionale lo riconosce apertamente: gli iraniani stavano facendo concessioni importanti che sono state tradite. È la seconda volta che gli Stati Uniti attaccano rompendo una trattativa in corso: era già successo in occasione della guerra dei 12 giorni. Qualcuno si fiderà ancora degli americani?
Qual è secondo lei il senso politico della conversazione telefonica di lunedì sera tra Trump e Putin? Trump si è visto costretto a dialogare con chi, da osservatore della guerra in Medio Oriente, adesso è diventato un attore chiave. Quando l’Iran ha cominciato a colpire i Paesi del Golfo, questi si sono rivolti a Putin per ammorbidire la posizione iraniana, non agli USA, primi garanti della loro sicurezza.
Lei ha parlato di “iniziativa nelle mani dell’Iran”: non è un’affermazione troppo sbilanciata? Per giudicare un’operazione militare, semplice o complessa che sia, i risultati del conflitto vanno sempre commisurati agli obiettivi strategici dei belligeranti. Se per Israele e USA l’obiettivo era il “cambio di regime” è evidente in questo momento che Netanyahu e Trump non ci stanno riuscendo. Sia chiaro: cambio di regime non significa sostituire l’ayatollah, ma liquidare lo Stato iraniano. In secondo luogo gli Stati Uniti sono entrati in una guerra di logoramento, dunque ad impegno prolungato, che non hanno i mezzi per sostenere. Non sono io a dirlo, lo ha detto il Pentagono.
L’Iran invece? Gli iraniani non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare. Il primo obiettivo strategico dell’Iran è la sopravvivenza della Repubblica Islamica. Hanno armi in quantità e capacità di tenuta in un conflitto prolungato. Devono resistere fino a quando le risorse israeliane e americane, che non sono infinite, subiranno un calo critico.
I mercati stanno apprezzando una crisi più lunga di quella delle 3-4 settimane preventivate dai politici, Trump in primis. Nell’Amministrazione americana ci sono militari e analisti che mirano solamente a compiacere i politici, con l’effetto deleterio di legittimare aspettative senza basi realistiche. Lo sono molto di più quelle che lei riporta.
Qual è il grado di penetrazione e di finalizzazione degli attacchi israeliani verso l’Iran e dell’Iran verso Israele? È a favore dell’Iran, per ovvie ragioni territoriali. Israele ha un territorio piccolissimo rispetto a quello iraniano. Attualmente la concentrazione degli attacchi, anche scontando i vettori intercettati, sta infliggendo perdite alle infrastrutture – porti, centri di comando, sistemi radar – che lo Stato ebraico non può sopportare a lungo. L’Iron Dome non si sta dimostrando all’altezza e gli intercettori potrebbero andare presto in esaurimento. Dal canto suo, l’Iran oppone un territorio vastissimo, dove i sistemi offensivi sono difficili da individuare e distruggere. I dati e le stime reperibili sul tasso di attrito imposto ai lanciatori iraniani dicono che esso è in diminuzione, mentre i comunicati ufficiali delle forze israeliane risultano la copia di quelli della guerra dei 12 giorni, e dichiarano più vettori abbattuti in 10 giorni di conflitto di quelli effettivamente lanciati dall’Iran. Insomma, non sono attendibili.
Cosa può dirci della superiorità aerea americana e israeliana?
Attualmente USA e Israele non hanno il dominio dello spazio aereo iraniano. Fanno incursioni e bombardano, e possono sicuramente continuare a farlo, ma prevalentemente fanno lanci da posizione stand off, stando lontani dai confini iraniani. Gli obiettivi colpiti, pur ingenti, sono sproporzionati al numero di città e all’estensione del territorio.
Lei ha dichiarato che in proporzione l’Iran sta colpendo con maggiore intensità gli obiettivi militari statunitensi nei Paesi del Golfo più che in Israele. Perché? Rientra nella prevedibile strategia della prima settimana di guerra: accecare subito il maggior numero di radar della difesa missilistica della regione del Golfo, tutti installati nelle basi USA. In questo modo è diventato sempre più difficile per israeliani e americani calcolare non solo le traiettorie di lancio e i possibili punti di impatto, ma anche le basi di provenienza dei vettori. È una delle ragioni principali per le quali il conflitto non depone a favore di USA e Israele.
Non è passata inosservata la gigantesca nave spia cinese Liaowang-1 nelle acque dello Stretto di Hormuz. Qual è il grado di coinvolgimento della Cina nel supporto all’Iran? Fino ad ora è stato molto discreto: cinesi e russi hanno fornito all’Iran materiale di intelligence satellitare in largo anticipo rispetto all’inizio dell’attacco, ampiamente prevedibile dopo la guerra dei 12 giorni. Queste informazioni hanno consentito agli iraniani di avere una mappatura molto accurata dei possibili vettori offensivi israeliani e americani. Prima del conflitto, Russia e Cina hanno aiutato l’Iran a neutralizzare la rete dei 40mila terminali Starlink che diffondevano le comunicazioni dei rivoltosi dopo il blackout di internet imposto da Teheran nel gennaio scorso.
La Francia si è offerta di coordinare la missione navale difensiva a protezione dei convogli nello Stretto di Hormuz. C’è attenzione da parte di Regno Unito e Germania, l’Italia sembra più per il no. L’iniziativa può avere una profondità strategica? No. Sono Paesi europei in ordine sparso, ognuno con le sue ambiguità e un’unica ambiguità comune, quella europea, perché Bruxelles non ha condannato l’aggressione. Anzi, von der Leyen vi ha visto l’occasione per riproporre il solito discorso sulla necessità di sviluppare una difesa comune più forte. Una posizione lontana anni luce dalla realtà.
Il suo scenario? Nel breve termine Trump deve trovare una via d’uscita, perché ha gravi problemi di consenso interno, mentre nel medio termine, sul piano militare, gli USA non riusciranno a sostenere il conflitto. In caso di escalation, l’Iran potrebbe prendere una decisione shock, ossia colpire non gli impianti, i pozzi di estrazione. Sul lungo termine, invece, l’Iran potrebbe essere messo dagli errori americani in condizione di perseguire un obiettivo impensabile alla vigilia.
Quale sarebbe? Azzerare la presenza degli Stati Uniti nei Paesi del Golfo Persico.
Ma è un’ipotesi realistica? Potrebbe diventarlo se i governanti del Golfo non si ritenessero più protetti dagli Stati Uniti. Ricordiamoci che il secondo giorno di guerra si sono visti su Al Jazeera funzionari sauditi scagliarsi contro Trump, accusandolo di difendere solo gli israeliani. Inutile dire che le ripercussioni sulla sicurezza di Israele di un ritiro USA sarebbero enormi.
Sono gas e petrolio a legare i possibili scenari di un mosaico complicatissimo. Europa e Russia comprese. Il Consiglio Europeo alla fine di gennaio scorso ha varato il divieto di acquisto in UE di gas e GNL russi, e Dombrovskis ieri ha definito “autolesionistico” alleggerire le sanzioni alla Russia. Quelle dell’UE sono scelte insostenibili, è ormai sempre più evidente che dovremo tutti tornare da Putin con il cappello in mano. Putin lo ha capito e infatti ha riaperto la porta alla fornitura di gas e petrolio. Ovviamente questo avrà un prezzo.
Quale potrebbe essere? Il disinnesco della guerra europea perpetua e l’accettazione degli obiettivi negoziali russi.
Si riferisce al Donbass? No, quello i russi potrebbero riuscire a prenderlo militarmente. Intendo la neutralità effettiva dell’Ucraina. Se così fosse, la guerra all’Iran si sarebbe rivelata per Putin la tempesta perfetta.













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