
di Salvatore Palidda (Redazione Istituto Euroarabo)
La recente pubblicazione curata da Lorenzo Prencipe e Matteo Sanfilippo Breve storia statistica dell’emigrazione italiana [1] è un prezioso ricchissimo strumento non solo per chiunque si appassioni a tale argomento; dovrebbe essere studiato anche nelle scuole e da tutti gli italiani perché è una parte fondamentale della storia d’Italia. Oltre ai dati statistici opportunamente assemblati, vi si offre una disamina utilissima della vastissima letteratura e quindi una enorme bibliografia (quasi esaustiva). Aggiungo che fra i tanti film e documentari sulle migrazioni italiane alcuni [2] sono particolarmente preziosi perché documentano molto bene diversi aspetti cruciali della storia delle migrazioni italiane che ha molte similitudini con le migrazioni recenti. Segnalo in particolare Pane amaro di G. F. Norelli sia per la parte sul razzismo antitaliano nel contesto di quello contro i neri, sia per la creazione delle littles Italies [3], sia ancora per quella sul ruolo molto importante degli immigrati italiani nella storia del movimento operaio statunitense. Molto utile anche il film Il cammino della speranza perché mostra bene il ruolo dei passeurs (peraltro girato negli anni ‘40 negli stessi luoghi dove oggi si compie la tragedia dei migranti che da Ventimiglia cercano di passare in Francia.
Più che una recensione proporrò qui alcune osservazioni e approfondimenti su alcuni aspetti macro e anche su altri micro-sociologici e antropologici che i due autori accennano solo marginalmente. In particolare, farò riferimento a una sociologia storica critica che si ispira a Paul Veyne con particolare attenzione all’intreccio fra aspetti economici, aspetti militari e polizieschi e l’emigrazione come l’esito di un dispotismo particolarmente violento che appunto ha avuto un peso decisivo nel provocare emigrazione molto di più che negli altri casi europei. Questo intreccio mi sembra cruciale per scartare le tesi che hanno sempre provato a far passare letture delle migrazioni italiane come causate da “eccesso demografico” o da “disoccupazione”, occultandone quindi la causa politica (come fuga per sfuggire alla repressione brutale di chi si rivolta contro le ingiustizie, il supersfruttamento e le mafie, insomma come “sciopero” e ricerca dell’emancipazione attraverso l’emigrazione – vedi dopo la definizione che ne diedero i leader socialisti meridionali già nel XIX secolo.
Migrazioni cioè mobilità umane: uno dei principali fatti politici totali della storia dell’umanità
Tutta la storia dell’umanità è storia di spostamenti a breve, media e lunga distanza (cfr. Mobilità umane). Riprendendo l’essenziale dei classici delle scienze politiche e sociali appare evidente che tre sono le più marcanti caratteristiche degli esseri umani, quelle di: animale politico, di animale pensante, animale mobile – oltre che biologicamente unico [4]. Questi spostamenti continui hanno prodotto il popolamento progressivo di tutti i continenti, la formazione e le continue trasformazioni della vita associata degli esseri umani, cioè delle società locali e poi nazionali. Per ciò, le migrazioni vanno considerate come un fatto politico totale [5]le cui cause e ragioni sono sempre molteplici e spesso inconsapevolmente vissute dai migranti. Come suggerisce Sayad, si tratta sempre di emigrazioni e immigrazioni, e aggiungo, spesso ritorni e “va-e-vieni”. E sempre con Sayad, ricordiamo che le migrazioni hanno una funzione specchio [6]. sono cioè rivelatrici delle caratteristiche dell’organizzazione politica della società di partenza, di quella di immigrazione e delle relazioni fra loro (spesso marchiate dal colonialismo e oggi dal neocolonialismo liberista).
Secondo la prima importante tabella elaborata da Prencipe e Sanfilippo, il totale degli espatri dal 1861 al 2023 ammonterebbe a 28.996.958 (di cui il 26,08% donne) e “con stime” a 30.839.332, mentre i rimpatri ammonterebbero a 11.527.894 e con stime a 11.863.445 (x i rimpatri non si hanno dati sulle donne). Queste enormi cifre fanno dell’Italia uno dei Paesi più segnati dalle migrazioni e, lo sottolineiamo subito, occorre sempre parlare di migrazioni non solo perché si tratta di espatri e poi di rimpatri, ma anche di “va-e-vieni” che però è impossibile misurare [7]. Inoltre, va anche ricordato che le migrazioni italiane (di una certa consistenza quantitativa) esistevano già prima dell’Unità d’Italia, per esempio dalla Sicilia e dalla Campania verso la Tunisia (spesso con piccole barche), verso l’Algeria e il Marocco, così come – a piedi – dal Nord Italia verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi.

E ancora, non va dimenticato che tante emigrazioni erano “clandestine” e hanno continuato a rimanere tali o comunque ignote alla pubblica amministrazione anche dopo l’Unità d’Italia e persino sino a oggi. Altro fatto noto molto rilevante è che tutta la storia delle migrazioni fra le regioni italiane e l’estero si sovrappone o è contemporanea a quella delle cosiddette migrazioni interne dalle campagne alle città (in tutte le regioni) e da regioni verso altre regioni (non solo dalle isole e dal Sud verso il Nord, secondo il luogo comune dominante.) In realtà gli spostamenti fra comuni vicini e poi anche lontani all’interno dell’Italia si ripetono da sempre per non parlare delle emigrazioni e immigrazioni all’interno di tutto il mondo euro-mediterraneo, in particolare nel periodo del Rinascimento (si veda il volume di Studi emigrazione curato da Surdich e Sanfilippo e altre pubblicazioni riguardanti le diverse regioni e città italiane). Ricordiamo anche le migrazioni di artigiani, artisti e manovalanze fra le quali l’epopea di questi in Francia e nei Paesi Bassi.
Da dove si emigra
Sotto il profilo della mobilità, il Risorgimento fu il trionfo della coalizione del capitalismo del nord e della rendita fondiaria del sud a sprezzo e ferocemente contro le classi subalterne di tutte le regioni [8]. L’emigrazione di massa era cominciata anche prima dell’Unità d’Italia (nel 1830 un intero battaglione della legione straniera francese in Algeria era composto solo da uomini provenienti da diversi Stati italiani e comandato dal napoletano Poerio [9]). Già prima del 1860, esistevano piccole comunità, per esempio di siciliani e campani in Tunisia (spesso emigrati con piccole barche), e anche in Algeria e in Marocco. Dal Nord Italia si emigrava a piedi verso la Francia, e un po’ meno verso altri Paesi [10]. Migliaia emigravano per sfuggire al servizio militare (per esempio dalla Liguria a piedi verso la Francia [11]. Tutte le emigrazioni erano “clandestine” e spesso erano oggetto di ostilità e razzismo (anche in Tunisia – vedi le pubblicazioni di Silvia Finzi – così come i migranti subsahariani sono oggetto di razzismo in Marocco (cfr. capitoli in “Il discorso ambiguo sulle migrazioni” e di “Migrazions critiques”)
Dopo ogni grande sconfitta di lotte popolari l’emigrazione diventava anche la necessaria fuga per sfuggire alla repressione feroce [12] (aspetto ignorato da alcuni, tra cui il discutibile antropologo Banfield). Tra gli Stati pre-unitari, il Regno di Piemonte, lo Stato Pontificio e il Regno Borbonico nel Sud e in Sicilia mantenevano tutti forze armate e di polizia particolarmente brutali nei confronti dei propri sudditi (si veda, in particolare, J. Davis, 1988). Le condizioni economiche e sanitarie della popolazione erano pessime.
«Negli anni ‘60 dell’Ottocento, l’Italia aveva una popolazione di circa 26 milioni di abitanti, ma mezzo milione era già emigrato. L’età media era di 27 anni e il tasso di mortalità era molto alto [13]. Circa il 70% della popolazione attiva lavorava nell’agricoltura, che rappresentava circa il 60% del PIL, mentre l’industria contribuiva per circa il 20%, impiegando una quota simile della forza lavoro nazionale. Il reddito nazionale era un terzo di quello della Francia e un quarto di quello della Gran Bretagna. Circa l’80% della popolazione era analfabeta e solo circa il 2,5% parlava italiano; le lingue locali o i dialetti erano dominanti in tutto il Paese, accompagnati da un forte localismo spesso intriso di credenze popolari. La scuola dell’obbligo fu introdotta solo nel 1877 e si applicò a tutti i bambini, ma per soli due anni. Nel 1882, la riforma elettorale ampliò il suffragio, ma includeva solo circa 2 milioni di persone (circa il 6% della popolazione). Una serie di indagini sulle condizioni di vita rurali – in particolare il Rapporto Jacini – rivelò una povertà diffusa e condizioni igieniche spaventose in tutto il Paese. I bambini spesso morivano di difterite, bronchite e malnutrizione, mentre gli adulti soffrivano di pellagra; il colera e altre epidemie – fra le quali la spagnola fra il 1918 e il 1920 – causarono decine di migliaia di morti (in Italia si stima che le vittime furono almeno 600.000»[14].

Il caso siciliano rimane l’esempio emblematico dei ripetuti fallimenti politici dell’Italia nel rispondere alle rivolte popolari. Le autorità del regno sabaudo repressero brutalmente le riforme democratiche attuate in molti comuni dove buona parte della popolazione aveva cercato di attuare le promesse di Garibaldi. A partire dal 1863, la prima guerra interna dello Stato italiano vide 120.000 soldati piemontesi schierati per compiere massacri nel Sud, con il pretesto di reprimere il banditismo. A Palermo e provincia la rivolta del “Sette e Mezzo” (16-22 settembre 1866) fu il risultato sia di cause economiche che sociali, nonché dell’inevitabile reazione non solo alle tragiche delusioni delle promesse non mantenute da Garibaldi, ma anche a una nuova forma di oppressione che sostituì quella del regime borbonico: una combinazione esasperante di oppressione, brutalità e ingiustizia che era diventata del tutto insopportabile (si vedano le opere di Di Piazza, Camilleri, Cosentino Florio, Lombino & Maggi, Lombino e Michelon). Questa “rivoluzione” fu brutalmente repressa da 40.000 soldati; il numero esatto delle vittime rimane sconosciuto, a parte i 200 soldati che morirono nella successiva epidemia di colera. In totale furono arrestate 2.427 persone e 127 furono condannate. Il generale Cadorna ordinò l’arresto di tutti i membri del Comitato Rivoluzionario, incluso l’arcivescovo di Monreale, Benedetto D’Acquisto (cfr. Brancato, 1993; Santino, 2017).
Seguì una forma di colonizzazione piemontese del Sud, accolta con favore dalle élite locali che, per secoli, avevano agito come power brokers, negoziando con la forza dominante al potere per preservare la propria ricchezza, i propri privilegi e l’autonomia locale in cambio della sottomissione [15].
L’intera storia dell’Italia postunitaria è stata segnata da ripetute rivolte operaie e popolari, poiché il dominio sia nelle campagne che nelle città era particolarmente brutale e le condizioni di vita della popolazione erano insostenibili. A Milano nel 1898 il generale Bava Beccaris massacrò a cannonate i rivoltosi per il pane. Non è un caso che rivolte e lotte di questo tipo hanno continuato a ripetersi, poiché il dominio esercitato dalle élite locali e nazionali perpetuava questa insopportabile forma di potere.
Dopo le orribili guerre coloniali d’Italia, seguì la terribile tragedia della Prima Guerra Mondiale, segnata dalla disfatta di Caporetto (vedi in particolare Labanca, 2017): i comandanti militari fuggirono lasciando i soldati al fronte presi tra due fuochi. Secondo le stime disponibili, 651.000 soldati e 589.000 civili morirono durante la guerra, per un totale di 1.240.000 morti, pari al 3,5% della popolazione. Molti altri soldati e civili morirono in seguito a causa di varie malattie, malnutrizione e mancanza di assistenza medica. Il Paese uscì dalla guerra ancora più povero e devastato. Il costo della vita era aumentato di oltre il 450%. Lo stato dell’economia era catastrofico, così come quello della sanità pubblica, dell’istruzione nazionale, dei trasporti e delle infrastrutture in generale [16]. L’emigrazione aumentò [17].
Invece, per molte grandi famiglie industriali, la Prima Guerra Mondiale si rivelò altamente redditizia: 1.976 aziende furono militarizzate, tra cui la Fiat della famiglia Agnelli (l’intera industria automobilistica italiana vide il suo fatturato salire da 32 milioni di lire nel 1913 a 160 milioni di lire nel 1918). Tra gli altri aspetti poco noti, ricordiamo il gran numero di renitenti alla leva e disertori processati dai tribunali militari italiani [18]. Molti renitenti alla leva e disertori emigrarono in Nord Africa e in Francia, una tendenza già in atto fin dall’Unità d’Italia (cfr. Del Negro, 1979: 167-268).
Dalla repressione dei Fasci siciliani a quella delle lotte popolari in tutto il Paese, si susseguirono ogni volta ondate di partenze. «La ribellione latente nelle campagne siciliane, desiderosa di azione più che di schiavitù, assunse la forma attiva dell’emigrazione», scrisse il leader socialista De Felice Giuffrida nel 1907, mentre Colajanni osservò che «numerosi capitribù siciliani, dopo aver combattuto invano tante lotte, erano stati travolti dalla psicosi migratoria» (Renda, 1963: 65-66). Uno storico meridionale di questo periodo scrisse: «L’emigrazione funziona come uno sciopero enorme e colossale», ha annotato Brancato (1995:33). Questa idea dell’emigrazione come una forma di “sciopero” era condivisa da Raja, Nitti e altri intellettuali e politici meridionali (tra cui Villari, Colajanni, Salvemini e Fortunato). Anche Enrico Ciccotti la espresse (nel 1911, sul numero 11 di Voce). L’emigrazione letta secondo la sola causa economica, ignorandone la dimensione politica, rimaneva e rimane quella dei dominanti che mirano a sfruttarne la forza lavoro. «La vita del lavoratore italiano non rivela appieno la sua miseria» [e, per giunta, la sua sottomissione al potere violento]. Al contrario, al lavoratore non resta che ribellarsi [quando ne ha ancora la possibilità e, quindi, la capacità] o emigrare (Vedi anche Palidda, 2008).
In Sicilia e nel sud, l’emigrazione fu dovuta anche a evitare il rischio altamente probabile di assassinio da parte della mafia, che ripetutamente uccise decine di sindacalisti (vedi Santino, 2000 e 2010). Ricordiamo inoltre che, verso la fine del XIX secolo, la polizia sospettava che gli emigranti fossero spesso anarchici, socialisti e sovversivi. Negli Stati Uniti, gli scioperi sindacali più grandi e duraturi della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo furono guidati da italiani, come i noti Carlo Tresca e Luigi Galleani (si veda anche l’eccellente documentario di Norelli Pane Amaro).
«L’attentato di Wall Street del 16 settembre 1920 (che causò 38 morti e oltre 200 feriti), poco dopo l’arresto di Sacco e Vanzetti, fu attribuito ad Antonio Buda. Il 24 giugno 1894, a Lione, il ventenne anarchico Sante Geronimo Caserio assassinò il presidente francese Sadi Carnot; nel 1897 Michele Angiolillo uccide il capo del governo spagnolo Antonio Canovas; nel 1898 Luigi Luccheni ammazza Elisabetta d’Austria, moglie dell’imperatore; nel 1900 Gaetano Bresci torna dagli Stati Uniti per “giustiziare” Umberto I; nel 1902 Gennaro Rubino tenta di assassinare Leopoldo II re del Belgio; nel 1908 Alfredo Costa partecipa all’omicidio di Carlo I re del Portogallo; nel 1920 Mario Buda provoca 33 morti e 200 ferimenti a Wall Street; tra il 1927 e nel 1928 Severino Di Giovanni causa svariate morti a Buenos Aires assaltando banche e uffici; nel 1933 Giuseppe Zangara manca il presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, ma ferisce mortalmente Anton J. Cermak sindaco di Chicago» (Prencipe & Sanfilippo: 45-46, nota 124 ivi in tale nota) [19].
Secondo la polizia francese, gli emigranti italiani, che costituivano la maggioranza del sindacato internazionalista di Marsiglia tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, non avevano alcuna intenzione di tornare in patria (Milza (1978: 171-207). La polizia italiana fu utilizzata soprattutto per la persecuzione politica degli oppositori (anarchici, socialisti e, in seguito, comunisti).

Come scrisse Maurice Aymard (1978) la lunga durata del feudalesimo in Sicilia (ma – aggiungo – in parte anche in alcune zone di tutta l’Italia compreso il Nord, per esempio in Veneto), produceva la perpetuazione di condizioni di vita insostenibili. Ancora dopo la Seconda Guerra mondiale in Sicilia i bambini di famiglie povere erano venduti ai padroni delle miniere di zolfo e soggetti ad abusi anche sessuali (vedi film [20]). E questa pratica di “affidamento” di ragazzine di famiglie povere delle zone montane a quelle un po’ agiate delle città è continuata anche negli anni ‘60 (cfr. Mobilità umane).
Il fascismo aveva preteso l’arresto dell’emigrazione che invece continuò non solo da parte degli antifascisti ma anche di comuni lavoratori; ma i fascisti riuscirono a penetrare alcuni gruppi di emigrati in particolare in Canada (cfr. Prencipe e Sanfilippo: 42 2 segg. con molti riferimenti bibliografici).
«Dal dopoguerra in poi, alcuni antropologi americani pretesero di “svelare l’anima” della società italiana attraverso il concetto di “familismo amorale”, in particolare in Sicilia, descrivendolo come emblematico di una cultura politica “imperfetta” se non malsana. Un esempio è il noto studio di Edward Banfield del 1958 che teorizza il “familisno amorale”. La sua ricerca è stata ampiamente criticata per la sua parzialità e i suoi difetti metodologici. Come mi disse nel 1983 Julian Pitt-Rivers, Banfield non parlò mai con gli abitanti del villaggio che affermava di studiare, basandosi invece esclusivamente su quanto gli riferiva sua moglie. Nonostante questo, la tesi di Banfield ottenne un notevole successo, innescando un dibattito critico tra eminenti antropologi e sociologi, tra cui Pizzorno. La fandonia nell’argomentazione di Banfield risiede nella sua affermazione che la disfunzione politica nell’Italia meridionale, e per estensione, nell’intero Paese, derivasse dal “familismo amorale”, che presumibilmente avrebbe portato all’indifferenza per la politica. In realtà, tale disinteresse, soprattutto al Sud, era e resta il risultato di una memoria storica segnata da lotte fallite e sconfitte sanguinose, il tutto plasmato da estreme asimmetrie di potere e risorse a favore delle classi sociali dominanti. Inoltre, Banfield applicò agli italiani del Sud gli stessi pregiudizi che alcuni segmenti della borghesia americana nutrivano sulla presunta “arretratezza” degli afroamericani. Alcuni hanno persino suggerito che la ricerca di Banfield nel Sud Italia facesse parte di una più ampia “ragion di Stato”, volta a plasmare l’opinione pubblica americana. Franco Ferrarotti osservò che Banfield aveva già elaborato la sua teoria, “Le basi morali di una società arretrata”, e stava semplicemente cercando un villaggio conveniente da usare come caso di studio [21]. Ironicamente, la storia ha ribaltato la situazione a sfavore di Banfield: le dinastie politiche dei Kennedy, dei Bush e dei Clinton – famiglie i cui membri si sono succeduti alla presidenza degli Stati Uniti – potrebbero essere considerate esse stesse l’incarnazione del “familismo amorale”» (De Masi, a cura di, 1976).

Secondo l’idea di exit di Hirschman (1970), è importante sottolineare che la cosiddetta emigrazione economica è stata (e rimane tuttora) soprattutto una reazione all’impossibilità di un cambiamento economico, sociale e politico.
Pertanto, sembra appropriato considerare la migrazione come un fatto politico totale, a maggior ragione oggi, in quanto risultato di una combinazione di disastri e crimini economici, sociali, ecologici e politici (vedi Palidda, 2016, 2025a, 2025b).
Questa tabella su espatri e rimpatri globali per regioni d’origine (1876-2023), con percentuale dei rimpatri su espatri, mostra che le regioni più marchiate dall’emigrazione sono sia del Nord che del Sud. Si è trattato sempre innanzitutto delle zone rurali e montane. Al Nord soprattutto nel XIX e sino agli anni 1960. Il Veneto era il feudo del feudo DC (la cosiddetta “balena bianca”) e lo stesso dicasi di tutto il Nord-Est. L’emigrazione dalla Lombardia e dal Piemonte riguardava innanzitutto le zone rurali e montane e lo stesso vale per la Liguria, l’Emilia e la Toscana. In tutto il Nord sino alla Toscana si è avuto quindi il 46,7% di tutti gli espatri e 12,3% dei rimpatri. In tutto il Centro (Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo, Molise) si è avuto il 18 % degli espatri e 13,75 di tutti i rimpatri.
Nel Sud (Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna) si è avuto 37,7% degli espatri e 40% dei rimpatri. Si può quindi dire che i meridionali (soprattutto pugliesi, sardi e anche Campani) tornano di più degli altri. I Friuliani invece sono di gran lunga quelli che tornano meno. Dopo la Seconda Guerra mondiale, l’emigrazione è innanzitutto dal Sud e dalle zone simili al Meridione disastrato.
| Espatri | Rimpatri | Espatri | |
| 1861-1875 (stima*) | 1.800.000 | 800.000 | ? |
| 1876-1915 | 14.027.660 | 2.494.372 | Nord 55,5%Centro 12%Sud 32,5% |
| 1916-1942 | 4.355.350 | 2.264.581 | Nord 58%Centro 9,3Sud 32,7% |
| 1946-1976 | 7.447.428 | 2.198.274 | Nord 31,6%Centro 19%Sud 49,4% |
| 1977-2023 | 1.690.508 | 980.819 | |
| 1860-2023 | 28.996.958 | 11.827.894 | |
Fonte: Prencipe&Sanfilippo; * Ercole Sori, L’emigrazione italiana dall’Unità alla Seconda guerra mondiale, Bologna: Il Mulino 1979.
Ricordiamo innanzitutto che le migrazioni interne da comune a comune e dalle campagne verso le città è sempre stata molto rilevante e si accentua anche a seguito dell’ultima grande trasformazione, come mostrano le cancellazioni e nuove iscrizioni alle anagrafi dei comuni [22]. Solo negli ultimi 20 anni nelle anagrafi di tutti i comuni italiani sono stati registrati oltre 42,5 milioni di nuovi iscritti e oltre 36 milioni di cancellati (queste variazioni da sempre molto alte, sono accentuate sin dagli anni ‘70 a seguito della fine delle grandi industrie e del loro indotto non solo nel triangolo industriale Torino-Milano-Genova, ma in tutti i siti di grandi fabbriche). Come in passato, sembra sia anche frequente che l’immigrazione nelle grandi città sia la tappa che precede quella in diversi Paesi all’estero.

È evidente che l’emigrazione di massa continua dopo la Seconda Guerra mondiale. da quelle zone che pagano di più lo scotto della ricostruzione postbellica e del piano Marshall. Tutto il Meridione ne è colpito, così come le zone montane e rurali del Nord. Centinaia di comuni montani e rurali perdono quasi tre quarti dei residenti al Nord come nel Meridione (emblematico è il caso dei comuni della valle del Nure e del Trebbia – Appennini emiliani – dei quali sono originari gli Scaldini: la diminuzione dei residenti dal 1861 al 2020 è stata fra il 45 e il 75%) [23]. Nei comuni siciliani dell’interno si è avuto più o meno lo stesso calo e spesso si registrano più iscritti all’AIRE ed emigrati in comuni del Nord Italia che residenti rimasti nei paesi d’origine (vedi il caso dei comuni di San Cono e dintorni) [24].
Secondo un aggiornamento dell’ Istat di fine luglio 2025, al 31 dicembre 2024, i cittadini italiani all’estero sono 6 milioni e 382mila. Secondo i dati pubblicati da Prencipe & Sanfilippo, in ordine d’importanza, gli italiani all’estero sono originari dalla Sicilia, Lombardia, Veneto, Campania, Lazio, Calabria, Puglia, Piemonte, Emilia, Toscana, Abruzzo, Friuli, Marche, Liguria, Basilicata, Trentino, Sardegna, Molise, Umbria e Val d’Aosta. Quasi il 50% da Sicilia, Campania, Calabria, Puglia, Sardegna, Basilicata … ma probabilmente fra quelli classificati come originari di Lombardia e Lazio e altre regioni del centro nord, molti sono di origine meridionale.
In tutti i Paesi di immigrazione (persino in Tunisia e in Argentina) gli italiani sono stati razzializzati e poi in parte oggetto di un forte assimilazionismo che di fatto prevale visto che la madrepatria Italia li ha costretti a scappare e mostra di non volerne più sapere. La tardiva attenzione agli emigrati a partire dagli anni ‘80 del XX secolo non ha alcun effetto sulle nuove partenze che si moltiplicano sino a oggi (2025).
Calo demografico e calo delle nascite: l’esito delle migrazioni di questi ultimi 40 anni
Il calo demografico in Italia, con calo delle nascite e aumento della quota degli over 70 è sì un fenomeno più o meno comune a tutti i Paesi europei, ma nel caso italiano ha sorpreso i demografi ed è ancora più accentuato che altrove (su questi aspetti si vedano alcuni articoli sul sito https://www.neodemos.info). Ricordiamo che ancora negli anni ‘70 si continuava a dire che l’Italia avesse un eccesso di natalità soprattutto al Sud e che questo era causa dell’emigrazione. Ironia della storia: l’emigrazione non solo ha cancellato questo presunto eccesso di natalità ma ha provocato il calo demografico più rilevante fra tutti i Paesi europei. Ma ancora nessuno dice che è appunto l’emigrazione che ha provocato tale declino demografico proprio perché sono emigrati soprattutto i giovani che si sono sedentarizzati all’estero, spesso sposando anche partner dei Paesi di immigrazione, e comunque hanno avuto figli quasi sempre totalmente ben integrati in questi Paesi e quindi quasi sempre del tutto disinteressati alle origini dei genitori e dunque all’ipotesi del ritorno in un Paese che non è il loro e di cui spesso non capiscono la lingua.

Dove e perché si immigra in certi Paesi ma anche ovunque
Sempre dal 1860 al 2023, 15.870.058 sono gli italiani emigrati verso Paesi europei, 13.126.900 verso altri Paesi (45,26%). 6.372.374 sono stati i rimpatri da Paesi europei, 5.155.520 da altri Paesi (44,7). Non è casuale che la percentuale dei rimpatri rispetto agli espatri sia stata più alta nelle regioni del Nord, appunto perché quelle del Sud hanno continuato a offrire meno chances di reintegrazione nonostante gli emigrati meridionali sembrano spesso rimanere più legati alle loro origini e sono abituati al “va-e-vieni”.
I principali Paesi di residenza degli emigrati italiani sono oggi l’Argentina, la Germania, la Svizzera, il Brasile, il Regno Unito, la Francia, gli Stati Uniti d’America e il Belgio, ma se si calcolassero i “naturalizzati” e i discendenti di italiani che non hanno più la nazionalità italiana l’ordine di questi Paesi cambierebbe. Secondo alcune stime, su 5 generazioni, i discendenti di emigrati italiani sparsi in tutti i continenti supererebbero gli 80 milioni. Secondo alcuni, i discendenti di italiani sarebbero 15% della popolazione in Brasile, 62% in Argentina, 5,4% negli USA, 8% in Francia, 16% in Venezuela, 37% in Paraguay, 44% in Uruguay, 4% in Colombia, Germania e Australia … ma si tratta di calcoli che non comprendono tutti i discendenti (per esempio se in Francia si risale a tutto il XIX sino a oggi si può invece stimare che siano probabilmente oltre il 25 se non 30% della popolazione). Intanto, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 142/2025, mette in discussione il principio della cittadinanza italiana per discendenza illimitata.
Acquisizioni di cittadinanza e migrazioni fanno crescere gli italiani all’estero [25]
Al 31 dicembre 2024, secondo le stime provvisorie, i cittadini italiani che dimorano abitualmente all’estero sono 6 milioni e 382mila, 243mila individui ancora in crescita. Il 54% di essi risiede in Europa, il 40,9% nelle Americhe mentre il restante 5,1% vive in Africa (1,1%), Asia (1,3%) e Oceania (2,7%). L’aumento del numero di cittadini italiani residenti all’estero è trainato soprattutto dalle acquisizioni di cittadinanza italiana e da una vivace dinamica migratoria. Nel 2024 si stimano 121mila acquisizioni, in aumento del 4,4% rispetto alle 116mila del 2023. C’è un aumento degli espatri e una riduzione dei rimpatri. Le nascite (oltre 27mila nel 2024) superano i decessi (oltre 8mila).
Le acquisizioni della cittadinanza italiana avvengono nella maggior parte dei casi (52% nel 2023, secondo gli ultimi dati definitivi) per discendenza (iure sanguinis). Seguono le acquisizioni per trasmissione al minore convivente (37%) e per matrimonio (11%). Le acquisizioni sono numerose nei Paesi dell’America centro-meridionale (oltre 90mila nel 2023; 45,5 per mille residenti di quei paesi), in particolare in Brasile (oltre 41mila; 70,1 per mille) e in Argentina (circa 33mila; 35,2 per mille), soprattutto per effetto dei riconoscimenti iure sanguinis. Oltre due terzi delle nascite da genitori residenti in Paesi europei.
Tra sedentarizzazione e bilateralità dei riferimenti
Come avevamo osservato in diversi casi di ricerca empirica, fra gli emigrati (anche oggi fra quelli di diverse origini) la sedentarizzazione è sempre prevalsa e fra i “primi migranti” la «bilateralità dei riferimenti e la possibile reversibilità delle scelte» [26]. La formazione del reticolo degli immigrati è sempre il primo ricorso a cercare aiuto per inserirsi (è innanzitutto la valorizzazione del capitale sociale d’origine); ma è anche l’esito dell’impatto con le ostilità con la quali gli emigrati-immigrati sovente si confrontano. Nei periodi e nei Paesi più assimilazionisti la sedentarizzazione non può che imporsi per evitare un rientro che è fallimento della riuscita migratoria. I reticoli di compaesani che gli immigrati creano o ai quali aderiscono sono sempre una necessità per superare le difficoltà di inserimento, ancora di più nelle situazioni di ostilità e razzismo. Reticoli che possono diventare anche gabbie in cui gli immigrati sono sottoposti al dominio del capo [27].
Dal punto di vista antropologico-politico [28], appare comunque alquanto superficiale considerarli comunità o riproduzioni dei villaggi d’origine. Le categorizzazioni culturalistico-autoritarie (vedi etnicizzazione o comunitarizzazione), oggi tanto accreditate, suddividono i migranti in razze, etnie, comunità, entità culturali o religiose nelle quale essi andrebbero “spontaneamente” a collocarsi, se privati della possibilità di trovare altri spazi nella società di arrivo. E ricordiamo che il famoso meelting pot è sempre stato un modo di etnicizzare gli immigrati sostituendo così la classe con la “cultura” cioè l’appartenenza. La società d’arrivo trae giovamento da tale operazione, a volte anche identificando i migranti come nuovo “nemico di turno”, utile alla coesione sociale. In realtà, la migrazione rivela che la libertà di appartenenza non ha diritto di esistere perché l’organizzazione politica della società (non solo nella sua forma di stato-nazione) non può tollerarla, ma deve “nominare” – allo scopo di sorvegliare, selezionare, disciplinare e punire (chi non si adegua alle norme e ai meccanismi economici e sociali di inferiorizazzione).
Allo stesso tempo, qualsiasi mobilità umana diventa un processo di variazioni – contraddittorie e spesso inconsapevoli – dei comportamenti, delle abitudini, delle pratiche quotidiane e delle appartenenze (vedi bricolage dei riferimenti culturali e dei comportamenti o combinazioni spesso inadeguate per ricodificazione fallita). La migrazione appare allora come l’esempio più marcato e più evidente di quel continuo processo – contraddittorio – di variazione delle rappresentazioni. Però i migranti possono “giocare” (nel senso goffmaniano) con i diversi riferimenti culturali e le diverse appartenenze, per esempio quando tornano nella società di origine, quando si ritrovano con i “compaesani”, oppure nelle diverse occasioni di socializzazione con persone della società di immigrazione (è appunto il gioco della bilateralità dei riferimenti e della reversibilità delle scelte – cfr. Mobilità umane:13-14). In certi contesti, l’immigrato capisce che può essere meglio riconosciuto come titolare di uno status solo in quanto membro di un’etnia, di una comunità, di una “razza” o di una religione, nella maggioranza dei casi si dichiarerà appartenente a una di queste categorie, ne assumerà il lessico e interpreterà il personaggio che ritiene gli sia stato assegnato. È il caso dei cosiddetti “imprenditori etnici”, a volte anche caporali (cfr. nota 28).

Chi rifiuta tutto questo si pone inevitabilmente come deviante, al pari di chi non vuole dichiarare la propria identità, di chi non ha documenti o di chi accumula “alias”, cioè del soggetto non tollerabile dalle autorità dello Stato perché non previsto dalla norma che nomina, classifica, disciplina, “normalizza” (ibidem: 34). Negli Stati Uniti – dove l’assimilazionismo attraverso il melting pot etnicizzava/razzializzava e gerarchizzava gli immigrati, inducendoli a sentirsi fieri della cittadinanza loro concessa dalla prima potenza mondiale, si è così sostituita la classe con l’etnia in concorrenza con le altre a favore dello sviluppo capitalista. La formazione di aggregazioni di italiani è stata catalogata semplicisticamente – come “riproduzione” o addirittura “trapianto” dei villaggi d’origine (si pensi, per esempio, alla celebre opera di Louis Wirth Il ghetto (1968 e 2014) e a quelle di alcuni dei padri della Scuola di Chicago, fra i quali Park, Thomas e Znaniecki). “Semplicisticamente” perché questi autori (peraltro pionieri dell’etnografia sociale) trascuravano la portata del processo di adattamento alla società di immigrazione che, ben oltre le apparenze, conduce a una sorta di ricodificazione delle regole e dei comportamenti. Per esempio, l’attaccamento al santo patrono da parte del reticolo di emigrati-immigrati originari dello stesso paesino o città, acquista un altro significato rispetto a quello che riveste nel luogo d’origine: è connesso alla condizione di emigrati-immigrati. Le risorse simboliche, morali, affettive presenti all’origine sono proiettate nel divenire immigrati o cittadini del Paese di arrivo. Il santo diventa l’ultima, preziosa risorsa da invocare, cioè da mobilitare davanti al rischio di grave fallimento o sconfitta della riuscita. In realtà, l’appello al santo o alla santa è l’evocazione delle risorse più recondite, delle più svariate capacità nascoste, ai fini della “riuscita” dell’immigrazione, che certo potrà poi essere consumata in parte nel paese d’origine, ma si compie di fatto in quello di arrivo. In certe realtà degli Stati Uniti, il violento controllo sociale di Cosa Nostra costringeva gli italiani ad aderire al sindacato (padronale), mentre altri immigrati facevano di tutto per americanizzarsi nel tentativo di sfuggire a un tale cappio e allo stigma di criminali frequentemente attribuito a tutti gli italoamericani [29] (Mobilità umane: 41-41).
Un immigrato, e in particolare un giovane, si integra, si assimila o resta chiuso nel suo gruppo (o reticolo, etnia, comunità) secondo le varie combinazioni possibili fra tre aspetti fondamentali: 1) motivazioni alla partenza e tipo di percorso migratorio; 2) situazione politica della società d’immigrazione, compresi gli aspetti sociali ed economici favorevoli o sfavorevoli; 3) le opportunità, cioè le interazioni favorevoli piuttosto che avverse. La destinazione dei risparmi (e quindi delle rimesse) corrisponde alla bilateralità dei riferimenti e la reversibilità delle scelte. La riuscita economica e sociale dell’emigrato-immigrato si materializza innanzitutto nel luogo di immigrazione e poi in quello d’origine. L’emigrato insieme alla famiglia con difficoltà invia rimesse al paese, tranne quando la sua riuscita diventa relativamente rilevante o giusto per la tomba dei genitori rimasti al paese. Il reticolo di compaesani è importante anche per le rimesse. Solo chi non ha parenti fidati (e non serpenti) e buoni amici invia rimesse per vie ufficiali [30].
Conclusioni
Nella loro conclusione, Prencipe e Sanfilippo scrivono:
«Non bisogna mai dimenticare che il progressivo accertamento della presenza di immigrati, interni ed esteri, in Italia ha ricordato come: 1) la mobilità interna è sempre stata elevata nella Penisola, anche quando essa era divisa in Stati regionali, spesso contrapposti; 2) il paese è sempre stato meta di immigrazioni da oltralpe e oltremare ed esse sono state in determinati secoli e in determinate aree estremamente significative. … In questa tendenza alla diaspora, che poi non ha mai escluso il rientro, così come quest’ultimo non ha mai precluso le ripartenze, il nostro secolo si pone quale fase specifica nella quale è notevole la mobilità tradizionale – aggiungo: interna e verso l’estero – di manodopera non qualificata, ma accanto ad essa si riscontra quella di lavoratori ultra-specializzati».

In altre parole, la grande mobilità di massa provocata dallo sviluppo capitalista del XIX e XX secolo sovrapposto alle guerre e ai vari disastri (quella connessa alla grande trasformazione descritta da Polany), si è rilanciata a seguito dell’ultima “grande trasformazione” provocata dalla controrivoluzione liberista globalizzata. Il liberismo si è imposto puntando sull’esasperazione dell’asimmetria di potere, di mezzi e di ricchezza a favore di un numero sempre inferiore di dominanti e dei loro sostenitori, fatto che ha consentito una devastazione planetaria. Gran parte della popolazione è spesso massacrata non solo dalla fame, da malattie non curate, dall’esasperazione delle diseguaglianze, ma anche dalle guerre istigate dalle potenze dominanti, e quindi costretta a cercare disperatamente la salvezza migrando, e spesso morendo durante questi tentativi (vedi Resistenze ai disastri sanitari-ambientali ed economici nel Mediterraneo). Si fugge da tanti luoghi dei Paesi martoriati non solo dalle guerre ma anche dalle devastazioni provocate dalle multinazionali per estrarre petrolio, carbone, uranio, gas, i cosiddetti nuovi minerali preziosi, da una pesca industriale, da grandi opere che cancellano le comunità di territori grandi come la Francia, dalle discariche di rifiuti tossici ecc.
A questo si aggiungono le misure finanziarie che impongono ai Paesi meno fortunati e a tutti politiche economiche e sociali che affamano e creano spesso solo neo-schiavitù. Il proibizionismo delle migrazioni da parte dei Paesi ricchi imposto anche ai Paesi di transito è di fatto una guerra che provoca morte. In altre parole, i dominanti optano facilmente per il “lasciar morire” (la tanatopolitica) anziché per il “lasciar vivere” (la biopolitica) proprio perché non manca manodopera e persino umani da schiavizzare e trattare come “usa-e-getta”. Ed è anche questo che spiega in parte il paradosso dell’emigrazione e dell’immigrazione che aumentano simultaneamente negli stessi luoghi. I dominanti non hanno alcun interesse a creare buone condizioni di lavoro e di remunerazione per trattenere i lavoratori, poiché possono disporre di braccia da selezionare e trattare a piacimento come manodopera malpagata o schiavi usa-e-getta, riducendo i costi del lavoro a meno del minimo. Ciò avviene nei Paesi ricchi, mentre in quelli poveri si fuggono la distruzione di intere società locali e tutto il peggio che si può immaginare a conseguenza di ciò.

scelta ferocemente ostile alle migrazioni da parte dei Trump e dell’Unione europea è emblematica della congiuntura forse la più reazionaria conosciuta dal 1945. È ormai evidente che questa guerra non è dovuta alla bomba umana [31],non a “troppi umani”, ma a troppo poca umanità. La ricchezza mondiale potrebbe benissimo assicurare condizioni di lavoro e di vita decenti a tutta la popolazione mondiale, ma com’è noto neanche 3 mila miliardari e circa 100 mila milionari si accaparrano di questa ricchezza.
In Italia nessun governo delle destre e dell’ex-sinistra ha mai adottato misure appropriate per contrastare il declino demografico e l’emigrazione, innanzitutto nel senso di contrastare la distribuzione della ricchezza oggi sempre più a sfavore dei redditi bassi e per aumentare i salari che diminuiscono più che nel resto d’Europa (fatto segnalato persino dall’OCSE). I neofascisti oggi al governo, secondo la logica razzista-suprematista bianca, pretendono di incentivare la “riproduzione di italiani” che peraltro è notoriamente fallimentare (nonostante la sua politica natalista, anche la Francia registra ora un calo demografico). L’Italia non potrà che continuare a essere Paese di emigrazione e di immigrazione. La guerra alle migrazioni e le altre guerre permanenti di questo XXI secolo, sino al genocidio del popolo palestinese, non potrà arrestare la resistenza di centinaia di milioni di umani innanzitutto perché è sopravvivenza.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Scaricabile gratuitamente qui: https://www.cser.it/breve-storia-statistica-dellemigrazione-italiana/
[2] Dico alcuni perché ce ne sono tanti osannati che invece sono assai discutibili perché mostrano una visione pauperistica e populista. Sebbene nel finale alquanto trash, merita però attenzione il celebre film di Lina Wertmuller, Mimì metallurgico ferito nell’onore, perché mostra il ruolo del caporalato mafioso nella gestione dell’immigrazione meridionale al Nord, fenomeno del tutto simile a quanto accade oggi anche con il caporalato detto etnico.
[3] White, W.F. (1943), Street Corner Society, Chicago 1943, Little Italy. tr. it. Laterza, Roma-Bari 1968.
[4] Fra altri vedi Aristotele, Decartes/Cartesio (Sociologia e Antisociologia. La sperimentazione continua della vita assocaita degli esseri umani: 13-14) e la storia dei continui spostamenti degli umani – come di tutti gli animali – da cui discende anche l’unicità della specie umana segnata solo da diversità dovute all’adattamento a diversi ambienti (ibidem: 39-41). Per “animale pensante” non bisogna intendere esclusivamente essere “razionale”, ma come suggeriscono fra altri Weber e Simmel ma anche Mauss, un essere marchiato dalla coesistenza perpetua e sovente incontrollabile di razionalità e a-razionalità. Da parte sua, Bourdieu fa riferimento all’hexis di Aristotele che in latino diventa habitus, quale momento delle interazioni che influenzano la weltanschauung e i comportamenti degli umani, mentre Simmel sottolinea il ruolo decisivo – e non solo determinante – che gioca l’appartenenza alle cerchie di riconoscimento sociale e morale.
[5] Questa è una riformulazione del “fatto sociale totale” che Marcel Mauss propose come correzione del determinismo evidente in quella di “fatto sociale” coniata da suo zio Durkheim, quindi al fine di sollecitare la pluridisciplinarietà necessaria a non ignorare l’intreccio fra elementi ed aspetti economici, sociali, culturali e politici. Mauss si limita a parlare di fatto sociale totale probabilmente perché all’epoca la posta in gioco era quella di far riconoscere le scienze sociali.
[6] Questa idea fu suggerita da Allal, Buffard, Marié e Regazzola (1978).
[7] Inoltre, come suggerisce Sayad (2002) non esiste immigrazione senza tener conto dell’emigrazione e spesso – aggiungo – si tratta di “va-e-vieni”
[8] vedi Italian Security governance: A Critical Historical Sociology, Routledge, in stampa
[9] Vedi J.B. Duroselle, E. Serra (a cura di) L’emigrazione italiana in Francia prima del 1914, F. Angeli, 1978
[10] Per i riferimenti bibliografici a queste diverse migrazioni rinvio alla bibliografia proposta da Surdich e Sanfilippo nel volume citato all’inizio (free download) e anche al sito dell’Archivio Storico dell’emigrazione Italiana – A.S.E.I. e ivi ai molteplici testi di Sanfilippo.
[11] cfr. Del Negro, Esercito, Stato, società: saggi di storia militare. Bologna: Cappelli, 1979.
[12] Vedi Rochat e Massobrio (1978); Del Negro (1979); M. Isnenghi & G. Rochat (1993); J. Davis (1988); Labanca (2012; 2017).
[13] Nel 1863 223.813 bambini morirono (circa l’1% del totale della popolazione di allora). Anche negli anni 1940, quando la populazione era di oltre 40 milioni, più di 80.000 bambini morivano ogni anno – 20.000 più del 1920, esclusi gli anni della pandemia della Spagnola).
[14] Le fonti di queste diverse informazioni e i vari dati statistici qui sintetizzati sono sia in diversi volumi sulla storia d’Italia, sia anche online (Istat) oltre che nelle celebri grandi indagini o inchieste che furono realizzate nel XIX secolo e fra queste quella celebre di Jacini e l’inchiesta di Franchetti e Sonnino (scaricabile qui).
[15] Faccio riferimento anche alle mie ricerche a partire dal 1981: la prima sul ruolo geostrategico della Sicilia dall’epoca cartaginese al 1981 e sulle sue conseguenze per la formazione e lo sviluppo dell’organizzazione politica della società (Palidda, 1985a); la seconda sulla storia del pensiero militare e degli affari militari italiani dal Rinascimento agli anni Ottanta (per la Fondation pour les Etudes de Défense Nationale/FEDN-Francia – vedi Palidda, 1985b, 1988); la terza per la mia tesi di dottorato all’EHESS di Parigi (terminata nel 1989), sulla storia economica, sociale, culturale, militare e politica dell’Italia dal Rinascimento agli anni Ottanta, con particolare attenzione agli aspetti chiave della formazione dello Stato (Palidda, 1991 e riassunto 1992). In questo corpus di ricerche ho anche esaminato la storia delle migrazioni italiane come aspetto molto significativo della storia economica, sociale e politica dell’Italia (Palidda 1983), nonché il fenomeno della mafia (Palidda, 1987).
[16] Per approfondire sulla Prima Guerra mondiale vedi Isnenghi e Rochat (2014), La Grande guerra. 1914-1918, il Mulino, e l’eccezionale racconto autobiografici di Rabito (2007) Terra Matta, Einaudi
[17] Fra l’altro gli Stati Uniti offrirono il visto e un prezzo ridotto del biglietto per NY ai reduci di guerra (quando il viaggio costava almeno dieci volte di più e tutto era in mano a speculatori truffatori. Mio padre, prigioniero in Austria dopo la disfatta di Caporetto, riuscì così a partire per gli States.
[18] In conflitto con lo Stato. L’emigrazione come “fatto politico totale”, Zapruder. Storie in movimento Rivista di storia della conflittualità sociale”, 28, 2012:148-154: http://storieinmovimento.org/wp-content/uploads/2016/07/Zap28_15-Interventi.pdf
[19] Camilla Cattarulla, Anarchici italiani in Argentina: Severino Di Giovanni, l’uomo in camicia di seta, “DEP”, 11 (2009),
http://www.unive.it/pag/fileadmin/user_upload/dipartimenti/DSLCC/documenti/DEP/numeri/n11/08_ Dep_11_2009Cattarulla.pdf; Michele Presutto, “L’uomo che fece esplodere Wall Street”. La storia di Mario Buda, “Altreitalie”, 40 (2010): 83-106; Erika Diemoz, A morte il tiranno. Anarchia e violenza da Crispi a Mussolini, Torino: Einaudi 2011; Pietro di Paola, Knights Errant of Anarchy: London and the Italian Anarchist Diaspora (1880-1917), Liverpool: University Press 2013; Antonio Senta, Luigi Galleani. L’anarchico più pericoloso d’America, Roma: Nova Delphi 2018
[20] Grimaldi, La discesa di Aclà a Floristella (1992) film: https://www.youtube.com/watch?v=p_4abqpxlZs. Questo film si basa su una novella di Verga.
[21]https://www.zoomsud.it/index.php/tutte-le-categorie/76675-il-familismo-amorale-di-banfield-pregiudizi-e-sciocchezze-su-uno-sfondo-razzista-sales
[22] Cfr. “Il non-paradosso demografico del XXI secolo: tendenze, declino, emigrazioni, immigrazioni e transito in tutti i Paesi e al loro interno” in ASEI, 16-17, 2020-2021: 103-112
[23] Vedi in particolare i casi dei comuni del parmense e piacentino Les Scaldini. Ces Ritals qui ont chauffé Paris pendant un siècle.
[24] Cfr. San Cono. Migrazioni ed emancipazione
[25] Fonte dati ISTAT e Fondazione Ismu
[26] Vedi le pubblicazioni di Catani e mie già citate
[27] Vedi Socialità e associazionismo degli immigrati, in Storia d’Italia. Annali 24. Migrazioni, eds P. Corti e M. Sanfilippo, Einaudi, Torino: 2009: 623-636 e Mobilità umane, già citato.
[28] Le categorizzazioni culturalistico-autoritarie (vedi etnicizzazione o comunitarizzazione), oggi tanto accreditate, suddividono i migranti in razze, etnie, comunità, entità culturali o religiose nelle quale essi andrebbero “spontaneamente” a collocarsi, se privati della possibilità di trovare altri spazi nella società di arrivo. Fra i Paesi più assimilazionisti vanno citati la Francia (via il suo assimilazionismo connesso allo sciovinismo) e gli Stati Uniti (via il cosiddetto meelting pot). L’integrazione differenzialista (fra assimilati e prigionieri delle appartenenze specifiche) a volte serve anche a identificare i questi ultimi come nuovo “nemico di turno” utile alla coesione sociale (Dal Lago, 1999).
[29] Fra i tanti, mio padre (del 1896) sopravvisse a stento alla disfatta di Caporetto e poi alla prigionia in Austria. Nel 1922 emigrò negli States e diventò American citizen e innamorato dell’American dream. A Chicago la prima cosa che fece fu scappare lontano dal centro città che era dominato dalla banda di Al Capone e se ne andò lontano a crearsi la sua story (bar e alimentari). Tornò malvolentieri per il “ricatto morale” dei suoi genitori che morirono poco dopo e promise loro di restare per badare alle cose di casa e al fratello un po’ matto. In paese tanti miravano a fregargli i risparmi della sua emigrazione.
[30] I dati sulle rimesse sono sempre parziali.
[31] Nella sua recente pubblicazione sulla questione demografica anche «Le Monde Diplomatique» ha fatto la cattiva scelta mediatica di intitolare l’ultimo numero La bombe humaine. E nella sua presentazione del n. 167 di «Manière de voir» (supplemento di LMD di ottobre-novembre 2019) ha giustamente scritto: Trop d’humains ou trop peu d’humanité?.
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Salvatore Palidda, già docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Genova, per più di tredici anni presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e il Cnrs francese e poi in Italia dal 1993. È stato esperto presso l’Ocse, ricercatore per la Fondation pour les Études de Défense Nationale, per l’Institut des Hautes Études pour la Sécurité Intérieure, per il Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, è autore di oltre 90 pubblicazioni in lingue straniere e oltre 90 in italiano. Tra le altre in italiano si segnalano: Polizie, sicurezza e insicurezze (2021), Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo (2018); Razzismo democratico. La persecuzione degli stranieri in Europa (2009); Mobilità umane (2008), Polizia postmoderna (2000).
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