Le strategie (e gli errori) di Merz non aiutano l’economia tedesca e l’UE

Intervista a Lucio Baccaro (direttore dell’Istituto Max Planck per lo Studio delle Società con sede a Colonia)

di Lorenzo Torrisi (da Il Sussidiario, 17 Febbraio 2026)

L’economia tedesca fatica a uscire dalla stagnazione e le misure messe in campo finora non sembrano essere efficaci. Dopo due anni chiusi in negativo (-0,3% nel 2023 e -0,2% nel 2024), secondo la stima di Destatis il PIL della Germania nel 2025 è cresciuto dello 0,2%. I problemi dell’economia tedesca, tuttavia, sono tutt’altro che risolti, come conferma il calo della produzione industriale di dicembre (-1,9% congiunturale e -0,6% tendenziale). Il Cancelliere Friedrich Merz è intenzionato a far tornare a regime il motore della principale economia dell’UE e nelle ultime settimane ha rafforzato un’intesa con Giorgia Meloni, Premier del secondo Paese manifatturiero europeo, che li ha portati a convocare insieme un summit che ha preceduto l’ultimo vertice informale europeo di Alden Biesen. Abbiamo chiesto un commento a Lucio Baccaro, sociologo ed economista, direttore dell’Istituto Max Planck per lo Studio delle Società con sede a Colonia.

Alla fine dello scorso anno il Presidente della BDI, la Confindustria tedesca, Peter Leibinger, ha parlato di crisi peggiore dal dopoguerra e di rischio di deindustrializzazione irreversibile: la situazione dell’economia tedesca è così grave? A mio giudizio la situazione dell’economia tedesca è molto seria. Non è una crisi congiunturale, ma strutturale, la crisi di un modello di crescita, come ci siamo detti anche nella nostra ultima conversazione. Il modello che ha sostenuto l’economia tedesca dalla riunificazione fino alla pandemia – con due brevi interruzioni durante la crisi finanziaria globale e la crisi dei debiti sovrani, che peraltro hanno colpito la Germania molto meno di altri Paesi europei – è un modello trainato dalle esportazioni, fondato su un settore chiave, la manifattura, e in particolare sull’automotive. La domanda estera ha svolto un ruolo dominante, mentre il mercato interno è rimasto relativamente debole. Questo modello poggiava però su presupposti che la Germania non controllava pienamente.

Quali? La continua apertura dei mercati internazionali, la disponibilità di energia sicura e a basso costo, e una forte corrispondenza tra la specializzazione produttiva tedesca e la struttura della domanda globale. Dopo la crisi dei debiti sovrani, la Germania ha potuto continuare a crescere soprattutto perché ha riallocato le esportazioni verso mercati extraeuropei, mentre la domanda interna europea ristagnava. Oggi queste condizioni non sono più garantite.

Tant’è che si è arrivati a due anni, il 2023 e il 2024, chiusi con un PIL in calo. I segnali di difficoltà della manifattura sono visibili già dal 2018, quindi ben prima del Covid, ma la crisi si è approfondita con la pandemia e soprattutto nel periodo successivo. Sono in difficoltà i settori centrali dell’economia tedesca, in particolare quelli ad alta intensità energetica – chimica, siderurgia, molte filiere della meccanica -, mentre le esportazioni ristagnano, soprattutto verso la Cina, che negli anni precedenti era stata un importante mercato di sbocco. Le cause di questa crisi strutturale sono molteplici e concatenate. La Germania ha subito una vera e propria tempesta perfetta.

A che cosa si riferisce? In primo luogo, la guerra in Ucraina ha fatto mancare uno dei pilastri del modello tedesco: la disponibilità di energia abbondante, a basso costo e prevedibile nelle quantità. Il risultato è stato un forte aumento dei costi e dell’incertezza, che ha colpito soprattutto i settori industriali più energivori, cioè quelli centrali per l’economia tedesca. In secondo luogo, il contesto internazionale è profondamente cambiato. La crescente geopoliticizzazione dell’economia e la svolta verso politiche protezionistiche mettono in difficoltà un’economia dipendente dalle esportazioni. L’accesso a mercati fondamentali come quello statunitense – che resta il principale partner commerciale della Germania – è oggi più difficile. Il trend di aumento delle esportazioni verso la Cina si è interrotto. Ma soprattutto la Germania ha subito in pieno quello che possiamo chiamare lo “shock cinese 2.0.

Di che cosa si tratta? Il raggiungimento, da parte della Cina, di una posizione dominante anche nelle filiere manifatturiere a più alto valore aggiunto. Il caso più evidente è quello dell’auto elettrica. Fino a pochi anni fa, i grandi gruppi automobilistici tedeschi ritenevano di poter competere ad armi pari con i nuovi campioni cinesi e di poter prevalere. Oggi invece l’industria tedesca chiede dazi e un rinvio del phase-out del motore endotermico, originariamente previsto per il 2035.

I dazi sulle auto elettriche cinesi possono funzionare? Il problema è che una strategia difensiva basata sul protezionismo allontana l’industria dalla frontiera tecnologica. È un rischio che la Germania non può permettersi, anche perché il mercato più grande e più dinamico per l’auto – e più in generale per le tecnologie verdi – è proprio quello cinese. Un ragionamento simile vale per il greentech. All’inizio degli anni 2010 la Germania occupava una posizione di avanguardia in diverse filiere, in particolare nel solare. Oggi molte di queste catene del valore – dal fotovoltaico alle batterie – sono dominate dalla Cina. La conseguenza del sommarsi di questi elementi è la stagnazione economica. Dal 2023 la crescita è stata nulla o negativa, e anche nel 2025 è stata molto debole. Le alternative sono essenzialmente due.

Ovvero? O cambiare volano di crescita, cioè avviare una trasformazione profonda del modello economico, puntando su investimenti e domanda interna, oppure tentare di riparare il modello esistente, cercando di riportarlo sui binari tradizionali. Mi sembra che sia stata scelta la seconda opzione. Ma non sono convinto che funzionerà.

A suo avviso, che risultati è finora riuscito a ottenere Merz sul piano economico? Le iniziative del Governo Merz sulla politica economica si dispongono su tre direttrici. La prima è una forte espansione fiscale (nel 2025 il nuovo indebitamento complessivo è dell’ordine di 140 miliardi di euro), resa possibile dalla riforma del debt brake e dall’uso estensivo di fondi extra-bilancio. Un elemento centrale di questa strategia è l’aumento della spesa per la difesa, che a livello nazionale viene esclusa dal vincolo costituzionale oltre l’1% del Pil e che, a livello europeo, beneficia di margini di flessibilità temporanea nel nuovo quadro fiscale.

Qual è la seconda direttrice? L’enfasi sulla sburocratizzazione e sulla creazione di condizioni più favorevoli per le imprese, attraverso incentivi agli investimenti, riduzione degli oneri amministrativi e un’impostazione dichiaratamente pro-business. In parallelo, Merz e la CDU vorrebbero intervenire anche sul welfare, in particolare sul Bürgergeld (un sussidio simile al Reddito di Cittadinanza, ndr), che ritengono indebolisca gli incentivi al lavoro. Su questo punto, però, la coalizione resta divisa e finora non si è raggiunto il consenso.

Su cos’altro punta il Governo Merz? Un terzo pilastro della strategia è il tentativo di garantire mercati di sbocco aperti – in un’era di deglobalizzazione – attraverso accordi commerciali, a partire dal sostegno tedesco all’accordo UE–Mercosur e, più in generale, a iniziative commerciali volte a diversificare i mercati di destinazione delle esportazioni tedesche. Nel complesso, mi sembra emergere un tentativo di riparare il vecchio modello di crescita trainato dalle esportazioni, puntando su un miglioramento della competitività. Guardando però ai numeri dell’economia tedesca, il meno che si possa dire è che questa strategia non ha per ora prodotto effetti apprezzabili.

Sembra che Merz punti anche sul settore della difesa. L’idea di sostenere l’industria tedesca attraverso una riconversione verso il comparto militare solleva interrogativi seri. Oltre a destare preoccupazione – per ragioni storiche – rischia di non affrontare il nodo centrale della trasformazione industriale in corso. La manifattura oggi richiede un’integrazione sempre più stretta con software e tecnologie digitali, inclusa l’intelligenza artificiale, ambiti nei quali la Germania – come gran parte dell’Europa – sconta un ritardo significativo rispetto a Stati Uniti e Cina. Questo vale anche per le tecnologie dual-use che caratterizzano l’industria militare contemporanea.

In questi giorni si sta parlando molto dell’iniziativa comune Merz-Meloni. Cosa ne pensa? Fino a che punto può esserci vicinanza di interessi tra Italia e Germania? C’è effettivamente una convergenza su alcuni temi. L’impostazione del Governo tedesco mi sembra molto chiara: ciascun Paese agisca per conto proprio. La Germania utilizza il proprio spazio fiscale per sostenere la manifattura e finanziare un’espansione della spesa pubblica; chi non ha margini analoghi, si arrangi. In questo quadro, Berlino continua a opporsi con decisione a nuove forme di debito comune europeo – la sua posizione storica. Un secondo elemento centrale è la richiesta di sburocratizzazione, non solo a livello nazionale ma anche europeo, insieme a una revisione del Green Deal. Su questi punti si crea una convergenza naturale con il Governo italiano di centro-destra, che chiede meno regole, meno vincoli comunitari e maggiore flessibilità sugli obiettivi di decarbonizzazione.

Cosa pensa di questa convergenza? A mio avviso, si tratta di un’intesa miope, che non risolve i problemi strutturali dell’Europa. L’Unione avrebbe bisogno di investimenti massicci e coordinati per rafforzare l’autonomia energetica e digitale. Deve passare dal modello del petrostato a quello dell’elettrostato, il che implica accelerare – non rallentare – la transizione verde. Deve simultaneamente ridurre la dipendenza dalle grandi piattaforme tecnologiche americane – su infrastrutture, cloud, semiconduttori, AI – come la Cina ha fatto nel proprio contesto. Tutto questo non può essere realizzato solo a livello nazionale. Richiede una visione europea e strumenti comuni. È quanto messo nero su bianco dal Rapporto Draghi, che mi sembra su questo punto mantenere la sua attualità.

Questo asse italo-tedesco è destinato a sostituire quello franco-tedesco che per anni ha retto le sorti dell’Europa? Mi sembra improbabile, anche perché – come ho detto – non risolve i problemi sul tavolo, ma li rimanda.

Merz non appare favorevole agli eurobond rilanciati da Macron. Nei giorni scorsi c’è stata però un’”apertura” da parte del Presidente della Bundesbank, Joachim Nagel. La linea del Governo tedesco è chiara. La Germania ritiene oggi di poter fare da sola: è disposta ad accettare livelli di debito pubblico molto più elevati rispetto all’epoca dello schwarze Null (pareggio di bilancio, ndr). Da questo punto di vista il cambiamento è radicale. Ma resta fermo il rifiuto di una mutualizzazione del debito. Dunque più debito pubblico, ma a condizione che sia debito nazionale e non europeo. Questa posizione riflette anche un equilibrio politico interno. La CDU risponde alle richieste avanzate da anni dalla grande industria, in particolare dalla BDI, di aumentare gli investimenti pubblici, e cerca allo stesso tempo di rassicurare altri attori economici rilevanti, come le piccole e medie imprese, tradizionalmente più caute sulle politiche fiscali. Il no agli eurobond e alla transfer union è un punto su cui, in Germania, converge una platea molto ampia.

Qual è, quindi, il significato da attribuire alle dichiarazioni del Presidente della Bundesbank? Le dichiarazioni di Joachim Nagel vanno lette in modo diverso. Non rappresentano una svolta improvvisa. Da tempo Nagel sostiene che il debito comune possa essere legittimo se utilizzato per finanziare beni pubblici europei, in linea con quanto indicato anche nel Rapporto Draghi, e non per sostenere trasferimenti permanenti tra Stati membri. Inoltre, Nagel si colloca all’interno di una tecnocrazia monetaria europea – la BCE – che guarda con crescente interesse all’idea di un safe asset europeo, considerato una condizione necessaria se l’euro vuole rafforzare il proprio ruolo internazionale e competere con il dollaro come valuta egemone. In questo senso, il dibattito sul debito comune si inserisce in una riflessione più ampia sull’architettura finanziaria dell’Unione, all’interno della quale figura anche il progetto di euro digitale. Detto questo, la posizione di Nagel resta oggi quella di un’élite tecnocratica e non è in fase con la posizione governativa. Non è escluso, però, che nel tempo anche le élite politiche possano avvicinarsi a questa posizione, soprattutto se il tentativo dell’attuale Governo di riparare il modello di crescita esistente senza cambiarlo dovesse fallire.

Da quanto ha detto finora, non c’è, dunque, da parte tedesca un desiderio di “rafforzare” l’UE… C’è certamente, da parte tedesca, l’intento di rafforzare l’economia nazionale, e forse l’idea che ciò che è buono per la Germania lo sia anche per l’Unione Europea. Tuttavia, il track record di un’Europa a trazione tedesca non è incoraggiante. La gestione della crisi dei debiti sovrani fu fortemente influenzata dalle posizioni dei Governi tedeschi: dalla forte preferenza per il non-intervento della BCE nel mercato dei debiti sovrani, alla richiesta di un debt brake sul modello tedesco da inserire nelle Costituzioni degli Stati membri, fino all’enfasi su austerità e riforme strutturali come risposta alla crisi. Il risultato fu una lunga fase di stagnazione dell’area euro, che perdura tuttora. Anche la riforma del Patto di stabilità del 2024, fortemente influenzata dalla posizione tedesca, è stata un’occasione mancata. Per questo non mi sembra una buona idea lasciare che anche la risposta a questa crisi – l’ennesima – sia plasmata dal Governo tedesco, soprattutto se mira, con tutta evidenza, a una soluzione nazionale.

Merz si è recato a inizio mese in alcuni Paesi del Golfo persico: non solo per stringere accordi per le forniture energetiche importanti per la Germania, ma anche per intese nel campo della difesa. L’obiettivo è quello di aumentare le commesse per l’industria militare tedesca, puntando sul suo export? Le missioni di Merz nei Paesi del Golfo rientrano nella strategia che ho chiamato di riparazione, piuttosto che di sostituzione, del modello di crescita. Dopo il 2022, la Germania ha dovuto rimpiazzare in tempi rapidi le importazioni di gas dalla Russia, che coprivano circa la metà dei consumi nazionali, con forniture provenienti da altri Paesi e con il ricorso al gas naturale liquefatto. Oggi Berlino dipende in larga misura dal gas norvegese e dal GNL, soprattutto americano, e ha quindi un interesse evidente a diversificare e stabilizzare il numero e il tipo dei propri fornitori energetici. La missione nel Golfo si inserisce in questo quadro. Si noti tuttavia che la sicurezza energetica venga ricercata quasi esclusivamente all’interno del paradigma delle fonti fossili, piuttosto che delle rinnovabili. È vero che la Germania, presa isolatamente, dispone di risorse solari ed eoliche limitate; ma le condizioni per l’autonomia energetica esistono a livello dell’Unione Europea, ad esempio in Paesi come la Spagna o nelle aree del Mare del Nord. Questo richiederebbe però investimenti comuni. Infine, nello stesso disegno rientra anche il tentativo di siglare accordi commerciali mirati, sia multilaterali sia bilaterali, per salvaguardare l’apertura dei mercati internazionali. Per un’economia strutturalmente trainata dalle esportazioni come quella tedesca, mantenere mercati aperti è una questione di vita o morte.


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