“Strategia della tensione” è una formula nata in occasione della strage di Piazza Fontana, anche se rifiutata con indignate reazioni da gran parte dell’informazione e delle forze politiche dell’epoca. Negli anni successivi, segnati da stragi ricorrenti, è entrata a far parte del panorama linguistico nazionale. Ormai, quando si tratta di parlare di fatti terribili e oscuri, appare come una facile soluzione capace di descrivere uno specifico avvenimento ma anche di rimandare alla catena di “misteri italiani” che caratterizzerebbe la storia nazionale.
Questo ultimo libro di Marco Grispigni, storico della lunga stagione degli anni ’70, ripercorre le tappe dell’uso e dell’abuso della fortunata formula, rifiutando una narrazione che tende a ridurre la storia dell’Italia repubblicana a un susseguirsi di trame orchestrate dalle stesse menti, nazionali e internazionali.Il libro, edito da Viella Editrice nella collana l’Antidoto, sarà presentato il prossimo mercoledì 18 febbraio (alle ore 17:00) presso la Sala conferenze della Fondazione Basso, in via della Dogana vecchia, 5 a Roma e, successivamente, giovedì 26 febbraio (ore 18:00), sempre a Roma, presso Casetta Rossa-Bene Comune, in via G.B.Magnaghi, 14.
In un recente incontro Emi-News ha posto all’autore alcune domande sul questo suo ultimo lavoro di ricerca che ci sembra tenere aperte differenti opzioni interpretative della stagione che va da fine anni ’60 all’inizio degli ’80 e, in ogni caso, si confronta criticamente con alcune scorciatoie prevalenti degli ultimi decenni che ritiene non sufficientemente accreditabili dal punto di vista storico.
In questo tuo ultimo libro ci pare che tu metta essenzialmente in discussione una certa lettura unitaria/prevalente delle stragi e degli attentati che vanno dal 1969 (Piazza Fontana) al 1980 (Stazione di Bologna) che passano sotto la formula di “strategia della tensione”. Si tratta di eventi attribuiti nelle diverse sentenze ad una o più matrici neofasciste con il sostegno o la supervisione di apparati deviati dello Stato. Cos’è che non quadra in questa interpretazioni ? E quali sono le questioni che ritieni possano mettere in discussione questa interpretazione tuttora prevalente?
Per rispondere a questa domanda partirei da una prima osservazione. La lettura unitaria delle stragi che insanguinarono l’Italia dal 1969 al 1980 è un’interpretazione per lo più legata a lavori di giornalisti, ex magistrati, politici. Le interpretazioni che vengono dal mondo della storiografia sono invece molto più complesse e in alcuni casi radicalmente differenti (ad esempio molti storici di area liberal mettono in discussione il concetto stesso di strategia della tensione). Per quanto riguarda la storiografia di area progressista, diciamo a partire dal cambio di secolo, ci sono due osservazioni da fare: la prima è la scarsa presenza, per non parlare di sostanziale assenza, di studi storici specifici sulla strage di Bologna; l’altra è la messa in discussione dell’unitarietà di una strategia della tensione per il periodo 1969-1974, che invece per lungo tempo era stata l’interpretazione prevalente.
Che cosa ha spinto questi studiosi, con i quali concordo pienamente, a interpretare in maniera differente queste terribili stragi? Un punto di partenza è l’evidente differenza fra la strage di piazza Fontana del 1969 e quella di piazzale della Loggia di Brescia del 1974. Da un lato una strage anonima con l’immediato tentativo di incolpare la sinistra con la caccia all’anarchico; dall’altro una strage assai relativamente anonima con una bomba durante una manifestazione antifascista. Mirco Dondi definisce le stragi fasciste del 1974 (oltre a quella di Brescia ci fu quella del treno Italicus) come “stragi di intimidazione”.
Piazza Fontana è interna a una strategia, quella della controrivoluzione preventiva che anche in Italia si articola a partire dalla metà degli anni Sessanta con il pieno coinvolgimento di una parte significativa dell’establishment nazionale, in particolar modo dei cosiddetti apparati della forza (militari e forze dell’ordine) e con la convinzione di poter utilizzare i fascisti per arginare il “pericolo comunista”. Questa strategia subisce un’accelerazione nel corso del biennio 68-69 caratterizzato dalla fortissima conflittualità che dalle università e dalle fabbriche si diffonde in tutto il tessuto sociale.
Il 1969 è un anno decisivo in questo senso con tutta una serie di attentati che iniziano nell’aprile, alla Fiera di Milano, e poi nell’agosto su diversi treni, tutti senza vittime e per i quali vengono accusati gli anarchici. Poi c’è piazza Fontana con il terribile ‘salto di qualità’ delle 17 vittime e da allora la situazione cambia. Se prima in questa strategia della tensione coesistono forze che puntano alla stabilizzazione del sistema politico con l’introduzione del presidenzialismo alla francese e altre che puntano a una soluzione golpista alla greca, ora questa coesistenza non regge più.
Lentamente, ma in maniera significativa, il gruppo dirigente democristiano inizia a parlare della pericolosità del neofascismo e tende a tagliare i ponti con quella “maggioranza silenziosa” che viene considerata il possibile supporto politico alle strategie golpiste. In questa fase abbiamo da un lato i servizi che continuano a coprire le responsabilità fasciste nella strage, anche e soprattutto per coprire le loro, e dall’altro la politica che ‘abbandona’ i fascisti considerati pericolosi e ingestibili. In questo quadro le stragi successive, e in particolar modo quelle del 1974 che avvengono dopo i processi e lo scioglimento di Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, sono “stragi di intimidazione” con le quali i fascisti reagiscono al ‘tradimento’ e minacciosamente pretendono la fine di questa politica antifascista da parte del governo.
Perché è importante, oltre che per la ricerca storica, tornare a scandagliare questi eventi situati in un periodo storico ormai lontano, ma certamente decisivo per il nostro paese ?
Lo studio della storia purtroppo non è mai stato una sorta di assicurazione sul fatto che alcuni terribili avvenimenti non si ripetano. Detto questo credo che sia importante per un paese particolarmente affetto dalla tendenza all’oblio, continuare a riflettere, anche con l’ausilio di nuove fonti prima non disponibili, su alcuni passaggi della nostra storia nazionale particolarmente decisivi come gli anni Settanta. Quello degli storici è un tentativo, direi con pessimismo perdente, di arginare un uso pubblico della storia con il quale la politica e l’informazione tendono a imporre ricostruzioni di parte che cancellano alcune drammatiche pagine e interpretano in maniera discutibile alcuni eventi.
Più che di una strategia della tensione (a cui è difficile attribuire una soggettività operante unitaria) si tratterebbe dunque di uno spazio di scontro tra più soggettività politico-istituzionali interne ed esterne allo Stato, che tuttavia sembrerebbero prediligere orizzonti ed esecutori contigui o comuni ? Cioè l’Italia tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli ’80 come campo di battaglia? Ma se è così lo scenario diventa automaticamente uno scenario anche internazionale ed amplifica i soggetti possibili in campo…
L’Italia è un campo di battaglia per tutto il secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino e al successivo crollo dell’Unione Sovietica. E’ un paese di confine tra Est e Ovest con la presenza di un forte e radicato Partito comunista. Chiaramente quindi la vicenda nazionale non puo’ che essere letta all’interno degli equilibri internazionali. Detto questo tornando agli anni terribili delle stragi, ormai gran parte della storiografia riconosce che gli Stati Uniti, anche durante gli anni dell’amministrazione Nixon (1969-1974) non puntano affatto a una “soluzione cilena” o “greca” con un colpo di Stato e la messa fuorilegge del Partito comunista. Una guerra civile nel cuore dell’Europa e in uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea è politicamente ingestibile. Questo logicamente non vuole dire che gli Usa non appoggino le forze anticomuniste, compreso quelle fasciste, anche con la disponibilità di armi ed esplosivi, ma per non essere evasivo direi che dietro le stragi non c’è l’amministrazione americana.
Rispetto alla questione dell’infiltrazione dei gruppi terroristici, sia di destra che di sinistra, tu metti in discussione la “vulgata” diffusasi negli ultimi decenni di una ampia etero-direzione di tali gruppi da parte di apparati deviati dello Stato. Tuttavia le testimonianze raccolte soprattutto quelle relative al caso Moro, hanno fatto emergere una intrusione costante di servizi esteri nelle vicende italiane dell’epoca: dagli Usa di Kissinger che ammonì direttamente Moro a non continuare a perseguire il suo disegno di più ampie “convergenze parallele” o compromesso storico; al fatto che sembrerebbe accertato che lo stesso Moro si dovesse trovare a bordo del treno Italicus; all’infiltrazione dimostrata e ammessa di Silvano Girotto “Frate mitra” nella direzione delle Br fino all’avvento di Mario Moretti; alla stessa gestione istituzionale e conclusione del rapimento di Moro con la presenza dell’inviato americano provvido di consigli a Cossiga; per non parlare delle valutazioni che lo stesso Moro avrebbe rilasciato a ridosso del suo rapimento sulla presenza attenta dei servizi tedeschi e israeliani nel nostro paese o ai documenti emersi qualche anno fa su interventi diretti progettati (ma poi sospesi) dall’MI6 inglese fino al 1975… Sulla base di questi elementi, non ti sembra eccessivo ritenere che i fatti occorsi siano stati determinati solo da una “libera evoluzione” dei movimenti terroristici coinvolti ?
Anche in questo caso partirei da una premessa. “La “vulgata” diffusasi negli ultimi decenni di una ampia etero-direzione di tali gruppi da parte di apparati deviati dello Stato” è un refrain portato avanti da gran parte dell’informazione, purtroppo specialmente quella progressista, ammalata gravemente di “complottismo” e “dietrologia”. C’è una differenza abissale tra il radicalismo fascista fino ai primi anni Settanta che con i servizi ha significativi e continui rapporti, confermati dalle carte degli archivi dei servizi, oltre che dai processi, e i gruppi armati di sinistra.
Come diceva il giudice Alessandrini (in seguito ucciso da Prima linea) “nelle Br un Giannettini non l’abbiamo ancora trovato”. L’infiltrazione nei gruppi armati di sinistra c’è stata, anche se assai limitata, ma dai numerosissimi processi ai vari gruppi armati di sinistra non è mai emerso niente che possa anche solo lontanamente far pensare a una “etero-direzione”. Come dice la storica Monica Galfré nel suo bel libro su Marco Donat Cattin, «la logica complottista semplifica la realtà e sposta lo sguardo da dove invece dovrebbe concentrarsi, cioè dal terrorismo e dal suo rapporto con la società italiana».
Il ”terrorismo” di sinistra in Italia è una drammatica vicenda che coinvolge una parte importante del paese: stiamo parlando di oltre quattromila persone condannate per atti di terrorismo e quindi di un’area che coinvolge alcune decine di migliaia di persone: operai, studenti, impiegati, disoccupati, intellettuali; donne e uomini in gran parte giovani; una parte significativa di una generazione politica. Il terrorismo interpretato con la teoria del complotto è la lettura rassicurante e autoassolutoria di tutto un mondo della sinistra che tenta di spiegare in questa maniera il suo fallimento politico che ci ha trascinato verso l’orribile esito della ‘seconda Repubblica’.
Nella parte finale del libro dai una valutazione abbastanza convincente, per quanto confliggente con le sentenze emesse, sulla Strage alla stazione di Bologna del 1980, che, a tuo parere si situerebbe in un momento storico del tutto diverso rispetto a quelle del quinquennio 1969-1974 (Piazza Fontana, Italicus, Brescia, ecc.) e quindi non riconducibile alla matrice prevalente nel primo quinquennio. Ma se la matrice dovesse essere diversa, quale potrebbe essere stata? proprio in considerazione dello scenario interno ed esterno completamente nuovo che si stava aprendo negli anni ’80?
In quegli anni, quelli del riflusso e della controffensiva alla FIAT per intenderci, stavamo assistendo alla fine del keynesismo e all’imporsi del neoliberismo, un vero trapasso di epoca. A chi serviva in quel frangente una strage così efferata? Si trattò di un tardivo colpo di coda della stagione stragista, oppure del segnale di qualcosa che stava iniziando ? Oppure proprio di un momento di quel conflitto tra “vecchio” e “nuovo” ?
Nel libro contesto la ‘ricostruzione storiografica” che i magistrati fanno nel cosiddetto “processo ai mandanti” della strage di Bologna. Questa ricostruzione, che ipotizza una continuità della strategia della tensione che sostanzialmente coprirebbe l’intera vicenda della prima Repubblica, non trova riscontro nel dibattito tra storici. Questo logicamente non vuole dire automaticamente che i fascisti condannati siano innocenti, ma che il contesto e la strategia nella quale i magistrati leggono la strage mi sembra sostanzialmente improponibile.
Faccio notare che anche fra chi è assolutamente convinto della colpevolezza dei Nar, la ricostruzione ‘storica’ dei giudici viene considerata un’appendice non influente sulle ragioni della condanna. Detto questo se tu mi chiedi quale possa essere stata la matrice di questa strage, io rispondo “non lo so”. Mi risulta assolutamente impossibile comprendere le ragioni, anche se criminali, di un attentato simile in quell’agosto 1980 in Italia.
Che si pensi a una strage voluta e programmata da Gelli e altri, ed eseguita dai fascisti, o come ipotizzava Cossiga negli anni della sua Presidenza della Repubblica, di una strage palestinese, le ‘giustificazioni’ mi sembrano assurde. Se comprendo le finalità criminali delle stragi del periodo 1969-1974, l’idea di una strage per una svolta autoritaria nell’Italia del 1980 cosi’ come quella della ritorsione palestinese per l’arresto di un dirigente (rilasciato dopo poco) che avrebbe significato la rottura del cosiddetto “lodo Moro”, mi sembrano assolutamente irrealistiche. Resta la strage, terribile, gli 85 morti, i feriti, il dramma che sconvolge il paese. Il desiderio di capire perché, che a mio parere non è soddisfatto dalle sentenze definitive per quella strage.
R.R. – 13/02/2026

Marco Grispigni, archivista e studioso dei movimenti sociali e politici degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, ha dedicato a questo tema diversi saggi. Fra le sue pubblicazioni ricordiamo: Quella sera a Milano era caldo. La stagione dei movimenti e la violenza politica (Manifestolibri, 2016, tradotto in francese e spagnolo), Il 1968 raccontato a ragazze e ragazzi (Manifestolibri, 2018), Quando gli operai volevano tutto (Manifestolibri, 2019). E’ componente del Comitato Scientifico della FILEF.
Il libro può essere acquistato dal sito dell’Editrice Viella al seguente link:
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