L’annuncio dell’apertura di un indagine penale da parte del Dipartimento della giustizia (dominato da Trump) sull’operato di Jerome Powell, l’attuale presidente della Federal Reserve, è un segno che qualcosa sta cambiando nel modo di concepire le politiche economiche da parte dell’esecutivo
di Mario Ricciardi (da il manifesto 17/1/2026)
L’autonomia dell’istituto di emissione è stata un perno dell’ortodossia di politica economica del neoliberalismo liberoscambista. Ecco perché l’annuncio dell’apertura di un indagine penale da parte del Dipartimento della Giustizia (dominato da Trump) sull’operato di Jerome Powell, l’attuale presidente della Federal Reserve, è un segno che qualcosa sta cambiando nel modo di concepire le politiche economiche da parte dell’esecutivo.
Che un attacco così grave all’autonomia del banchiere centrale, peraltro vicino al partito del presidente, non abbia provocato reazioni pubbliche da parte dei colossi della finanza e dell’impresa USA fa pensare che su questa svolta ci sia, se non pieno consenso, almeno acquiescenza da parte del potere economico.
Se questo indirizzo si consolidasse, dovremmo chiederci se stiamo per assistere alla fine dell’egemonia neoliberale sulla politica statunitense. La risposta a questa domanda richiede un chiarimento preliminare su cosa si intende per neoliberalismo.
A partire dagli studi di Quinn Slobodian credo sia assodato che il neoliberalismo non si riduce a un insieme di precetti di politica economica, come quelli sanciti dal Washington Consensus che erano all’origine dell’imponente spinta verso la globalizzazione dell’economia avvenuta negli ultimi decenni.
Secondo Slobodian, a motivare il progetto ideologico neoliberale, sin dalle sue origini nel periodo tra le due guerre mondiali, c’è il proposito di mettere il capitalismo al sicuro dalla democrazia, limitando il potere di maggioranze di tendenza socialista o socialdemocratica di attuare politiche redistributive ritenute incompatibili con il perseguimento del massimo profitto da parte dei grandi capitali.
Se la liberalizzazione dei commerci era strumentale a questo scopo, come lo è stata dopo la fine degli anni Settanta, i neoliberali erano in favore di tale politica. Con il relativo declino dell’economia statunitense, e di quelle europee, e l’ascesa di paesi non occidentali come la Cina o l’India, gli stessi interessi economici che spingevano verso la globalizzazione trovano oggi conveniente appoggiare un progetto di segno diverso.
Per comprendere il neoliberalismo bisogna riconoscerne la natura ideologica, che non ha un rapporto necessario con una politica economica. Questo è vero oggi a Washington come lo era in Cile negli anni Settanta.
Verso la fine della sua vita David Hume era tormentato dal pensiero che gli ideali dell’illuminismo cui aveva dedicato le proprie energie intellettuali fossero in declino. Nuove forme di «entusiasmo» e «superstizione» stavano prendendo il sopravvento nella società britannica, non più alimentate dal fanatismo religioso, ma dall’orgoglio nazionale.
Lo stessa idea di libertà veniva distorta da politici i cui interessi erano sempre più intrecciati con quelli delle imprese commerciali che, attraverso la propria influenza sul parlamento, spingevano perché lo scopo principale della politica nazionale diventasse l’espansione dei mercati domestici attraverso la guerra e l’imperialismo economico.
Quello che il suo amico e interlocutore Adam Smith aveva descritto come un «sistema mercantile» stava prendendo il sopravvento rispetto all’idea del libero commercio, aprendo la strada a una stagione di conflitti sempre più devastanti tra i grandi imperi in competizione per l’accesso a beni e risorse necessari per espandere la ricchezza nazionale. La forza militare stava diventando lo strumento privilegiato della politica a detrimento dei principi di diritto e giustizia.
Che ci sia una somiglianza tra la situazione su cui rifletteva Hume intorno alla metà del XVIII secolo e quella in cui ci troviamo attualmente è stato sostenuto dallo storico delle idee Richard Whatmore in un libro, The End of Enlightement. Empire, Commerce, Crisis (Allen Lane, 2023), che ricostruisce in maniera magistrale le inquietudini di un gruppo di intellettuali britannici che vedevano nell’ascesa del mercantilismo una minaccia alla stabilità e alla pace.
L’ipotesi di Whatmore ha trovato conferma negli ultimi mesi, dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, negli scritti di alcuni tra i più acuti osservatori della politica internazionale (in Italia, la tesi di un ritorno al mercantilismo è stata ripresa da Federico Varese in un commento per La Stampa).
Diverse iniziative dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che appaiono incomprensibili in base a quello che è stato il consenso diffuso in politica economica negli ultimi decenni, acquistano un senso se li interpretiamo come il tentativo, goffo e scomposto, ma non per questo meno pericoloso, di tornare a un atteggiamento che per molti versi ricorda quello del mercantilismo settecentesco.
L’enfasi sul controllo delle risorse, senza considerazione per la sovranità nazionale o per il principio di autodeterminazione in Venezuela o in Groenlandia, e il ricorso a tariffe per avvantaggiare l’economia nazionale, ricordano quelle dei governi britannici degli anni in cui Hume e Smith criticavano il mercantilismo. Oggi come allora il concetto di libertà viene distorto per asservirlo agli interessi del potere economico.














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