La de-dollarizzazione e l’attacco al Venezuela

Guglielmo Forges Davanzati da Domani 8 gennaio 2026

Se c’è un tema ricorrente nelle guerre scatenate dagli USA negli ultimi decenni, questo risiede nel tentativo di contrastare la cosiddetta de-dollarizzazione, ovvero il fenomeno per il quale la quota degli scambi mondiali effettuati in dollari tende a decrescere. Il Fondo Monetario Internazionale stima che la quota di riserve delle banche centrali denominate in dollari si è ridotta dal 75.1% del 2001 (anno dell’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio) al 57.8% del 2024. Le sanzioni imposte alla Russia hanno accelerato questa tendenza: come riferito dalla governatrice della banca centrale russa – Elvira Nabiullina – le esportazioni russe effettuate in yuan sono aumentate dallo 0,4% del 2022 al 34,5% del 2024 e le importazioni denominate in yuan dal 4,3% al 36,4% nel medesimo triennio. La de-dollarizzazione procede di pari passo con il declino relativo dell’economia USA.

Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, il peso del PIL americano su quello globale si è, infatti, significativamente contratto: era circa pari al 40% nel 1945, è pari al 25% a fine 2025. Il tasso di crescita dell’economia USA è passato da un valore medio del 4.5% del periodo 1950-1970 al più contenuto 2.3% dell’ultimo ventennio. Questo esito è in larga misura dipendente dall’elevata crescita economica cinese e, sul piano monetario, è da questa (e dall’ascesa dei BRICS) che gli analisti fanno discendere il peso sempre relativamente minore della valuta statunitense negli scambi internazionali.

È opportuno ricordare che il ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale emerge con gli accordi di Bretton Woods del luglio 1944, nei quali si stabilì che solo il dollaro era convertibile in oro, sancendo l’egemonia della valuta statunitense come riserva di valore e mezzo di scambio su scala globale. Il Presidente francese Valéry Giscard d’Estaing definirà questa condizione l’“esorbitante privilegio” degli Stati Uniti. Nel 1974, la supremazia del dollaro viene rafforzata con l’accordo sul petrodollaro, che impone che il petrolio saudita venga esclusivamente scambiato con la valuta statunitense. Il ruolo egemonico del dollaro nel commercio internazionale – il cosiddetto signoraggio (il “profitto” derivante dall’emissione della moneta di riserva mondiale) – è cruciale per la sostenibilità del modello di sviluppo americano. Vediamo perché.

a) Innanzitutto, uno Stato che emette la valuta di riserva internazionale può permettersi – a differenza degli altri – di avere un deficit della bilancia commerciale persistente e, dunque, come di fatto è fin qui accaduto negli USA, di consumare sistematicamente più di quanto produce. La posizione debitoria viene, infatti, pagata con una valuta che, a differenza di tutte le altre, incontra sempre una domanda elevata su scala globale;

b) In secondo luogo, proprio a ragione dell’elevata domanda di dollari, il Paese emittente ha il vantaggio di poter pagare bassi tassi di interesse sui propri titoli di Stato, finanziando a basso costo la sua spesa pubblica. Questi titoli sono, infatti, sempre considerati sicuri (safe assets) e la loro emissione dà luogo al persistere dei deficit gemelli (twin deficit): il deficit pubblico alimenta il debito pubblico, che attrae movimenti speculativi di capitale, con conseguente apprezzamento del dollaro e peggioramento del saldo della bilancia commerciale.

Non dovrebbe, quindi, sorprendere che sussistano ragioni – da parte americana – per difendere anche con le armi il loro privilegio monetario. Tre recenti episodi possono darne atto, sebbene – valga come necessaria nota di cautela – le motivazioni alla base di un conflitto armato possono essere molteplici e variabili nei singoli contesti: il “cambio di regime” nell’Iraq di Saddam Hussein del 2003, che, nel 2000, stabilì di effettuare gli scambi di petrolio in euro (dopo la fine della guerra, si tornò a effettuarli in dollari); l’attacco alla Libia nel 2011, nella quale Gheddafi pianificava l’utilizzo di una moneta panafricana ancorata all’oro, con l’obiettivo esplicito di ridurre l’influenza finanziaria di USA ed Europa (dopo la guerra libica del 2011, il progetto fu definitivamente abbandonato); e infine il Venezuela di Maduro, con il suo obiettivo di de-dollarizzazione dell’economia venezuelana.

Contrariamente alla principale motivazione di Trump per l’aggressione al Venezuela, il World Drug Report 2025 dell’UNODC – la più autorevole fonte informativa sul narcotraffico internazionale – non include il Venezuela fra i Paesi con produzione significativa di sostanze stupefacenti.


Scopri di più da cambiailmondo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

VOCI DAL MONDO CHE CAMBIA

Seguiamo i cambiamenti da punti diversi del mondo. Ci accomuna il rifiuto di paradigmi ideologici e unilaterali. Un mondo multipolare implica pari dignità dei luoghi da cui lo si legge. Magari ci si avvicina alla realtà…
Sostienici !




Altre news

da EMIGRAZIONE NOTIZIE


da RADIO MIR



da L’ANTIDIPLOMATICO


1.384.419 visite

META

Scopri di più da cambiailmondo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere