La crisi del modello americano all’origine del disordine mondiale. Ora la sinistra immagini un nuovo sistema economico

di Marcello Mustè

Nella definizione della “National Security Strategy of the United States of America”, contenuta in un documento ormai famoso dello scorso novembre, l’amministrazione americana ha dedicato un intero capitolo (C. Promoting European Greatness) alla “crisi europea”, sintetizzando in sette punti le “raccomandazioni” per una inversione di rotta. Questa immagine della “crisi europea” ha molto colpito l’opinione pubblica continentale e ha sollecitato riflessioni a volte pregevoli su un tema che è lecito definire antico o almeno di lunga data. In un articolo pubblicato sul “Domani” (4 gennaio), Raffaele Simone ha ricordato uno scritto di Paul Valéry del 1919 e, naturalmente, l’opera monumentale di Oswald Spengler, del 1918, sul “tramonto dell’Occidente”. Tutti scritti apparsi dopo la catastrofe della Prima guerra mondiale e di fronte all’irruzione sulla scena internazionale della nuova potenza americana. Se ne potrebbero aggiungere diversi altri, per la verità, anche di produzione italiana (da Tilgher a Nitti), a testimonianza del rilievo che, da circa un secolo, questo tema della “decadenza” ha nel dibattito pubblico. E Raffaele Simone ha anche elencato una serie di titoli di recentissima pubblicazione (dovuti ad autori come Todd, Cardini, Schiavone, Canfora, Romanelli) che sono tornati a ragionare su questo nodo.

Dopo le vicende dell’Ucraina, di Gaza, del Venezuela, la riflessione sulla “crisi” si è però allargata in maniera sostanziale. Nel linguaggio politico non si parla più soltanto di crisi dell’Europa, o dell’Occidente, ma di crisi dell’ordine internazionale, cioè del mondo come lo abbiamo conosciuto fino a qualche tempo fa. Credo sia importante provare a chiarire il rapporto reciproco tra questi diversi livelli della “crisi”: europea, occidentale, mondiale. In sostanza, occorre chiedersi: qual è il centro del disagio nel quale, ormai da parecchio tempo, siamo immersi?

Dopo la crisi venezuelana, si è diffusa una narrazione egemone, che possiamo ormai considerare dominante nei mezzi di comunicazione, a cominciare dai maggiori giornali italiani. Secondo questa narrazione, il mondo starebbe attraversando una fase di “transizione”, nella quale le tre grandi potenze (America, Cina, Russia) cercherebbero di fissare, con una serie di iniziative belliche ispirate a pura potenza, le rispettive “sfere di influenza”. Il problema dell’Europa sarebbe, di conseguenza, quello di non riuscire a partecipare al banchetto, perché debole, incerta e disarmata. E non si capisce bene cosa l’Europa dovrebbe fare (oltre che armarsi di armi americane) per costruire (dove? e perché?) la propria sospirata “sfera d’influenza”.

In questo paradigma c’è, evidentemente, qualcosa che non torna. E l’errore di prospettiva potrebbe rivelarsi molto pericoloso per la costruzione o ricostruzione di una politica europea. Se esaminiamo il comportamento di quelle tre grandi potenze, possiamo accorgerci della differenza fondamentale dei loro moventi. La Russia ha intrapreso una guerra in Ucraina (illegittima, perché priva di mandato Onu) per ragioni relative alla propria sicurezza e per un conflitto civile in corso, ai propri confini, nel Donbass, presentandola come missione di peacekeeping. Per quanto riguarda la Repubblica popolare cinese, essa non ha compiuto alcuna guerra di aggressione, neanche (allo stato degli atti) nei confronti di Taiwan, cioè di una propria regione (non di uno Stato indipendente), la cui autonomia sostanziale non è riconosciuta dalla stragrande maggioranza dagli Stati (compresi l’Italia e gli Usa) e nella cui pseudo-costituzione è tuttora scritta la pretesa di conquistare e rappresentare l’intera Cina continentale. Inoltre è oggi la Cina, quasi da sola, che difende la validità della Carta delle nazioni unite, cioè della legalità dell’ordine internazionale, e la necessità di ripristinare gli scambi transnazionali.

Diverso è il caso degli Stati Uniti. L’America di Trump (per restringerci ora a questo periodo della sua storia) ha esercitato una vera e propria politica di potenza, con il sostegno a Israele e l’attacco in Iran, fino all’episodio clamoroso della violazione dello spazio nazionale venezuelano e del rapimento del suo legittimo presidente, con la messinscena di un processo. Non consideriamo, poi, le minacce ripetute, che riguardano il Medio Oriente (ancora l’Iran), l’intera America latina e persino uno Stato (la Danimarca) membro effettivo della Nato. È persino patetico vedere ciò che resta del liberalismo europeo (con buona pace di Constant e di Stuart Mill) tentennare o legittimare questa politica, che è la negazione di ogni principio di legalità, di libertà e di democrazia.

Non servono altri elementi per comprendere che il centro della crisi mondiale è oggi rappresentato dalla politica dell’amministrazione americana. Dobbiamo chiederci perché e cercare di capire la radice di questa patologia, che ha trasformato una grande nazione democratica, come certamente era l’America di Roosevelt e di Kennedy, in una minaccia per l’intera umanità. Le spiegazioni ideologiche, per così dire “sovrastrutturali”, sembrano piuttosto deboli. La verità è che l’America tende a scaricare sul mondo una crisi profonda, che è, anzi tutto, la crisi del proprio modello di sviluppo. La carta della guerra è oggi il complemento necessario della politica dei dazi, la sua quasi inevitabile integrazione. L’America è schiacciata da un debito federale fuori controllo, da un debito privato insostenibile, da un processo di deindustrializzazione che ne fa una nazione di “signori” e di puri consumatori a fronte di aree del mondo che producono i suoi beni di consumo. L’inflazione e nuove bolle finanziarie sono un pericolo concreto e attuale per la sua economia. In altri termini, l’America ha bisogno di risorse: per prolungare il proprio modello di sviluppo (quel particolare tipo di capitalismo che ha ereditato dalle precedenti generazioni e che è giunto ormai al proprio esaurimento), ha bisogno delle risorse del mondo, come il petrolio venezuelano e le terre rare. La crisi del modello americano è la vera origine del disordine mondiale e delle guerre che rischiano di moltiplicarsi.

È in grado l’Europa di accorgersi di questa situazione? Può la sinistra europea (e in essa quella italiana) farsi carico di questa analisi elementare? Le reazioni al rapimento di Maduro non promettono bene: sono state necessarie parecchie ore per ascoltare una parola di netta condanna, sempre con qualche distinguo, da parte del Partito democratico. Per molto tempo, le pagine ufficiali sono rimaste bianche e hanno continuato a parlare di altro. Come si trattasse di una faccenda minore…

Se quanto abbiamo osservato ha un senso, invece di attardarsi su vecchi schemi neoliberali (come la divisione geometrica e astorica tra regimi autoritari e regimi liberali) la sinistra dovrebbe provare a elaborare, per l’Occidente, un nuovo modello di sviluppo, diverso e alternativo rispetto a quello che ha condotto l’America al punto della sua crisi. Inoltre, dovrebbe ricostruire il dialogo con tutte le aree del mondo, a cominciare dalla Russia, dalla Cina e dai Brics, in uno spirito di libera interdipendenza e di multilateralismo. Questo vale soprattutto per la Germania, grande potenza economica, ma ormai (dimenticata ogni idea di Ostpolitik) priva di una qualsiasi prospettiva strategica e geopolitica. E la Germania, cuore dell’Europa, rischia di essere la prima vittima di questo disordine mondiale.

La sinistra europea ha un grande patrimonio di idee da mettere in gioco. La storia del suo socialismo, la sua idea di democrazia e il retaggio di Stati capaci di promozione sociale potrebbero diventare il principio per immaginare un nuovo sistema economico e un diverso concetto delle relazioni internazionali.

8 Gennaio 2026

FONTE: https://www.strisciarossa.it/la-crisi-del-modello-americano-allorigine-del-disordine-mondiale-ora-la-sinistra-indichi-nuovi-modelli/


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