di Marco Consolo – (BLOG)
- Nella notte di sabato 3 gennaio, l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha ordinato un attacco militare alla Repubblica bolivariana del Venezuela. I bombardamenti contro le infrastrutture militari e civili sono stati la copertura operativa di ciò che il linguaggio militare imperiale definisce un’“estrazione”. Nella stessa notte, il Presidente costituzionale Nicolas Maduro è stato sequestrato insieme a sua moglie, la deputata Cilia Flores, da truppe speciali statunitensi e portato in gran segreto negli USA dove è iniziato un processo farsa contro entrambi. Mentre scrivo, non c’è ancora un bilancio delle vittime civili e militari dei bombardamenti e delle distruzioni.
- I bombardamenti e il sequestro del mandatario e della deputata Cilia Flores sono una flagrante violazione della Carta dell’ONU, e fanno carta straccia del diritto internazionale, sostituito dalla “legge della giungla” e la “legge del più forte”. Nessun Paese è al sicuro da questo comportamento da gangster internazionale.
- Tutto questo non ha mai avuto nulla a che vedere con la difesa della democrazia, dei diritti umani o la lotta al narcotraffico. Si tratta della riconfigurazione della geopolitica imperiale più sfacciata e bellicosa, del dominio geopolitico della regione e del saccheggio coloniale delle risorse naturali. Ne è un esempio lampante la conferenza stampa di Trump, una perla di infamia e cinismo. La maschera è caduta ed il re (si fa per dire) è nudo.
- Si è trattato di un attacco militare, non di una invasione con truppe via terra. Trump non ha né il controllo politico, né quello militare o territoriale del Paese. Non c’è stata, per il momento, un’invasione militare su larga scala, ma un’azione per sequestrare un Presidente costituzionale in carica e utilizzarlo come strumento di pressione ed eventuale moneta di scambio. Per prendere il controllo del Paese, ci vorrebbe una quantità molto maggiore di truppe sul terreno. Nel 1989 l’invasione della piccola Panama ha richiesto la mobilitazione di oltre 30.000 soldati. Non sarebbe sufficiente neanche la totalità delle truppe dispiegate nelle ultime 28 settimane nel Mar dei Caraibi. A questo si aggiunge la geografia variegata ed estesa del Venezuela, e la complessità della capitale Caracas e dei suoi immensi e organizzati quartieri popolari.
- L’attacco militare ha diversi obiettivi. L’obiettivo principale è stato decapitare la guida politica del Paese, con l’idea di provocarne il collasso istituzionale. Allo stesso tempo, cercare di determinare una frattura nelle Forze Armate per indurle a ribellarsi contro il governo, cosa che in tutti questi anni non è riuscita né agli Stati Uniti, né alla parte dell’opposizione golpista e “vende-patria” loro alleata. Il secondo non è certo un obiettivo originale, dato che, sin dalla vittoria di Hugo Chavez nel 1989, è stata l’ossessione frustrata delle diverse amministrazioni USA che si sono succedute.
- Trump, e i suoi ministri “falchi” Marco Rubio e Pete Hegseth, hanno minacciato una seconda ondata di attacchi sottolineando che la flotta USA attualmente nei Caraibi si mantiene nella zona. Non si può escludere che si possa arrivare a un’invasione era e propria, soprattutto se a livello internazionale non si attivano azioni efficaci e dissuasive, in campo diplomatico, economico e/o militare. Il mancato obiettivo di indurre una sollevazione militare ed una “ribellione popolare” (o una combinazione di entrambe), aumenta il rischio di pressione armata con la quale il Pentagono potrebbe cercare di ottenere manu militari ciò che non sta ottenendo con la pressione politica, ovvero la resa incondizionata delle forze bolivariane ed il controllo del Paese.
- Il punto debole nella strategia della Casabianca è che non esiste una forza locale con consenso di massa e capacità militare, in grado di organizzare una “ribellione legittima contro la dittatura”, che possa servire da “paravento democratico” all’aggressione. Il Venezuela non è né la Libia, né la Siria ed i tentativi golpisti finora sono stati controllati efficacemente, compreso quello del breve golpe del 2002, che aveva visto il sequestro di Chavez. L’unità politico-militare in Venezuela ad oggi si è dimostrata più solida che in altre zone del pianeta.
- Questo spiega una situazione paradossale. La Casabianca ha sequestrato Maduro, ma non controlla nulla nel Paese. Al contrario, fino a questo momento, il controllo da parte delle forze fedeli a governo (ed alla Costituzione) è totale. Non ci sono stati combattimenti tra diversi settori militari, né tentativi di “ribellione popolare” (più o meno eterodiretta) o violenze di piazza come le cosiddette “guarimbas” del 2014 e 2017. Le uniche mobilitazioni di questi giorni sono state delle forze chaviste. In base alla Costituzione venezuelana, la Vicepresidente Delcy Rodriguez, è stata nominata “presidente incaricata” dagli organi istituzionali preposti e, ad oggi, il governo venezuelano mantiene la propria composizione, così come tutte le altre istituzioni.
- Prova della debolezza della “quinta colonna” interna, è che Trump non ha indicato un “presidente legittimo” per sostituire Maduro (vedi il fantoccio Juan Guaidò). Viceversa, Trump ha sbattuto la porta in faccia alla golpista María Corina Machado (premio Nobel per la pace…. Sic), dichiarando che non ha appoggio nel Paese caraibico, e definendola pubblicamente incompetente per la carica presidenziale. Più che contare su marionette senza consenso locale, Trump ha annunciato che Washington si sarebbe occupato direttamente della “transizione” guidata da una squadra di sua scelta (forse, bontà sua, con qualche marionetta venezuelana). Una “transizione” per riaprire le porte alle multinazionali dell’energia che, in queste ore, hanno visto schizzare il prezzo delle loro azioni, ma che hanno bisogno di stabilità politica per fare affari.
- In questo caso non si può escludere che una forza militare di invasione possa cercare di prendere il controllo dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere nelle zone di maggior produzione, per finanziare così l’operazione e avviare una imprevedibile strategia di balcanizzazione territoriale. Ricordiamo che, secondo il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe del 1823 (“America agli americani”), le risorse del Venezuela appartengono agli Stati Uniti che non hanno mai accettato le nazionalizzazioni del 1976 e gli aumenti delle royalties dell’inizio di questo secolo durante il governo Chávez. L’azione militare evidenzia un mix di nostalgie energivore imperialiste e di ossessione anti-Cina, (il nemico geostrategico per antonomasia) che Trump ha evocato nelle sue dichiarazioni senza nominarla.
- Poche ore prima dell’aggressione militare, il Presidente Maduro si era riunito a Caracas con Qiu Xiaoqi, l’inviato speciale di Xi Jinping. Nell’incontro si erano discussi diversi accordi, in particolare in materia di contratti petroliferi a cambio di tecnologia moderna per rinnovare gli impianti che risalgono all’epoca del dominio statunitense (e che il bloqueo Usa ha privato dei pezzi di ricambio), nonché di un consistente fondo di stabilizzazione. Il blocco armato delle esportazioni petrolifere del Venezuela colpisce direttamente la Cina che importa gran parte del petrolio venezuelano, oltre alla stessa Cuba che ha accordi petroliferi con il governo bolivariano.
- Nelle stesse ore dell’attacco militare, il Congresso statunitense stava discutendo del coinvolgimento di Trump nel “caso Epstein”, che, insieme all’intervento militare, ha provocato serie spaccature nella base sociale MAGA. Il tutto, mentre il governo deve affrontare la grave crisi economica e sociale, con il declino irreversibile dell’egemonia mondiale statunitense e del dominio del dollaro.
- Questa aggressione è stata preparata e annunciata da mesi (in realtà da anni) sotto gli occhi del mondo. La maggior parte degli attori (governi, organismi multilaterali, mezzi di comunicazione, accademici, molti partiti politici della cosiddetta “sinistra moderata” e non solo, ecc.) ha preferito essere complice o voltarsi dall’altra parte rispetto ai venti di guerra che arrivavano sempre più forti dai Caraibi. Ha dominato la narrativa “made in Usa” della “dittatura crudele e feroce” che opprime il suo popolo e lo obbliga ad emigrare. Per rimediare agli errori, c’è bisogno di un’azione forte e decisa, in particolare degli altri Paesi che oggi sono stati minacciati apertamente anche di’intervento militare: Cuba, Colombia, Messico, ecc. Il pronunciamento congiunto di 6 governi (Brasile, Cile, Colombia, Messico, Uruguay e Spagna) è una prima risposta diplomatica all’arroganza imperiale di chi si crede padrone del mondo.
- La UE, a favore della continuazione della guerra in Ucraina, continua a suicidarsi politicamente ed economicamente e le dichiarazioni della sua nomenclatura (Kaja Kallas, Ursula von der Leyen, etc) brillano per subordinazione atlantista. Queste dichiarazioni si aggiungono alle “sanzioni” in vigore da parte della UE ed alla rapina dell’oro venezuelano (da parte di Euroclear e Banca d’Inghilterra, tra gli altri) con l’obiettivo di mettere in ginocchio l’economia del Venezuela e provocare un “cambio di regime”.
- Il governo italiano si contraddistingue per la posizione servile nei confronti della Casabianca, già ampiamente dimostrata con la complicità attiva nel genocidio della popolazione palestinese. Ciò è particolarmente grave verso il Venezuela, un Paese che ospita un’importante popolazione di origine italiana che ha contribuito allo sviluppo del Paese. Una posizione che, inoltre, mette a rischio il necessario dialogo tra l’Italia ed il governo costituzionale del Venezuela su diversi dossier aperti tra i due Paesi.
- La “diplomazia imperialista delle cannoniere” non mira solo al controllo delle risorse naturali venezuelane (non solo energetiche). Cerca anche di distruggere l’esempio di dignità e resistenza che la Rivoluzione Bolivariana rappresenta per i popoli che lottano per la loro indipendenza dal dominio della Casabianca. Come sosteneva “El Libertador”, Simón Bolivar, “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piagare con la miseria l’America intera in nome della libertà”. Lo stesso “Che” Guevara avvertiva: “Dell’imperialismo non ci si può fidare neanche un poco”. Per chi non ha memoria (non solo latino-americana), la storia dell’ingerenza a stelle e a strisce, fatta di golpe sanguinari, di omicidi di dirigenti e presidenti popolari scomodi, di attentati, destabilizzazioni e ricatti di ogni genere, dovrebbe insegnare qualcosa.
FONTE: https://marcoconsolo.altervista.org/trump-attacca-il-venezuela-un-gangster-a-piede-libero/













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